Capitolo 4

agosto 23rd 2009

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Masako scuote la testa, il numero chiamato non risponde. Rigiro il cellulare tra le dita, lo appoggio al mento. Ho chiamato Roberto ogni tre minuti durante il tragitto fino al quartiere universitario e non ha mai risposto. Almeno venti telefonate a vuoto. Non è da lui ignorare la sua principessa, per nessun motivo.

«Hai intenzione di camminare o dobbiamo fermarci a ogni passo?»

Mi sono abituata al peso del Conte sulla spalla. Molto meno al suo atteggiamento insensibile e maleducato.

«Scusa tanto se sono in ansia per il mio ragazzo, ok?»

Il Conte mi stringe più forte la spalla con una zampetta; con l’altra prende una sigaretta e se la infila in bocca. «Già, già.» Accende la sigaretta. «Basta che ci diamo una mossa, non devi perdere un’intera mattinata di allenamenti solo perché puccipucci ha il cellulare spento.»

«Non capisci. Non è da lui comportarsi così. Ho controllato», per scrupolo ordino un’altra volta a Masako di mostrare l’elenco dei messaggi ricevuti, «ieri sera non mi ha inviato l’sms della buonanotte, né l’sms del buongiorno questa mattina. Da quando siamo insieme non si era mai scordato. Ho paura che gli sia successo qualcosa.»

«Toglimi una curiosità, da quanto tempo conosci questo tipo?»

«Novantatre giorni. Contando oggi.»

Il Conte mi soffia in faccia una nuvoletta di fumo grigio. «È proprio l’amore di una vita.»

Sì lo è! Per esserne sicura ho chiesto nei forum online, e tutte le commentatrici sono state concordi: non importano i giorni o gli anni, importa quanto siano puri e profondi i sentimenti. E i nostri sentimenti sono profondissimi, è Amore con la A maiuscola.

«Almeno io ho qualcuno che mi vuole bene.»

Il coniglietto mi scruta con i suoi occhietti carbone. «Silvia, sono parole molto dolci, ma temo che tu stia equivocando il nostro rapporto.»

Caccio fuori la lingua. «Non mi riferivo a te, mostriciattolo peloso!»

«Non sai cosa ti perdi» borbotta lui.

 

Il Sole fa brillare il groviglio di tubi in agguato sul tetto del Dipartimento di Fisica e Matematica; riflessi argento disegnano il profilo delle condutture, tracce di condensa luccicano intorno ai bocchettoni. Secondo la spiegazione di Roberto, sarebbe l’impianto di refrigerazione per la sala server. A me pare più un calamaro gigante, con lunghi e grassi tentacoli. Un mostro schifoso uscito dalle pagine di un hentai.

Gli è successo qualcosa.

Non voglio pensarci.

«Allora, cosa stiamo aspettando? Entriamo.» Il coniglietto spegne il mozzicone contro il muro dipinto di bianco, lasciando un cerchietto di cenere. Butta la cicca per terra.

Rimetto in tasca il cellulare – le mani mi tremano un pochino. «Andiamo.»

Le porte a vetri scivolano di lato, silenziose. Il tocco gelido dell’aria condizionata mi punge la pelle e mi dà i brividi.

«Da che parte?» chiede il Conte.

«Se Roberto è in Dipartimento sarà in laboratorio, all’ultimo piano.»

Per raggiungere gli ascensori attraversiamo un salone occupato da file e file di terminali. L’enorme aula è deserta; l’unico suono è il ronzio di pochi PC lasciati accesi. Le luci al neon splendono intense, sembrano le lampade di una sala operatoria. Non le ricordavo così feroci.

Cavi grigi nascono dal retro di ogni computer, percorrono canaline scavate nei tavoli e si agganciano a quattro colonne rivestite di prese. Mi danno una sensazione di nausea, come fossero matasse di vermi intente a divorare la carne rimasta attaccata a gambe scheletriche.

Squish.

Un suono organico, lo strisciare di qualcosa. Mi fermo con il piede alzato, a metà del passo. Una goccia di sudore scende lungo la spina dorsale. «Hai sentito?» sussurro al Conte.

«Sì. Sono le tue scarpe da tennis sul pavimento lucido.»

Finisco il passo. Squish.

«Non me ne ero accorta.»

«Male. Non ti devi mai distrarre.»

«Scusa, va bene?»

Il Conte contrae il musino in una smorfia di disapprovazione.

 

Premo il pulsante per chiamare l’ascensore. La parete ai lati del vano è coperta da annunci, appuntati a due bacheche di legno. Qualcuno vende una chitarra elettrica, usata pochissimo; altri cercano aiuto per l’esame di Matematica del Discreto – che cavolo di nome; una pizzeria offre lo sconto del dieci percento agli universitari.

Perché l’ascensore non si sbriga?

Il Conte accenna agli annunci con una zampetta. «Se non fossi una Maga, cosa ti sarebbe piaciuto studiare?»

«Come? Non so. Veterinaria?»

Per una volta il musino del coniglietto si rilassa. L’espressione non è più così seria, affiora una sfumatura di tenerezza. «Davvero?»

Ma certo! Dopo averti conosciuto ho proprio voglia di dedicare l’esistenza a curare gli animali. «No.»

«Immaginavo.»

Le porte dell’ascensore si aprono con un sibilo.

 

Il quinto piano è un intrico di corridoi. Gli uffici e i laboratori si susseguono anonimi, identificati da targhette di cinque caratteri che non vogliono dir niente. Scommetto che è solo un modo per darsi arie e nient’altro, così i vecchi professori bavosi del Dipartimento possono illudersi di lavorare in un qualche centro di ricerca segreto, uscito da un film di James Bond.

Per fortuna ho ben presente come arrivare al laboratorio di Elettrodinamica. È in fondo a un corridoio che attraversa l’intero piano, a pochi passi da uno slargo dove sono ospitate due macchinette, una per il caffè, l’altra per le bibite fresche.

Un paio di volte ho aspettato lì che Roberto finisse la bevanda al gusto di cioccolato – la sua preferita –, e la smettesse di chiacchierare con compagni di corso o professori. Lo rivedo mentre mescola la cioccolata con il cucchiaino di plastica, solleva il viso, mi sorride e poi continua a blaterare di matematica con qualche persona inutile. Invece di precipitarsi ad abbracciare la sua principessa. Sono quei momenti in cui proprio non lo capisco – dovrò chiedere nei forum.

Svoltiamo a sinistra e ci troviamo davanti uno sgabuzzino per le scope.

«Ma…» Sono sicura di non aver sbagliato strada. Indietreggio fino all’incrocio. Segno sulla punta delle dita: il secondo corridoio a destra dall’ascensore, svoltare a sinistra, sempre dritto. E siamo finiti in un vicolo cieco. Il Dipartimento è cambiato?

«Non mi hai detto di essere già stata qui?»

«Sì. Ma devono aver ristrutturato i locali o qualcosa del genere.»

«Riesci a trovare la strada con la mappa?» Il Conte indica un riquadro appeso accanto alla porta con targhetta 01408.

Studio la planimetria. Non ricordo la sigla del laboratorio di Elettrodinamica, ma individuo lo slargo delle macchinette: è l’unico punto dove la geometria di linee rette dei corridoi è interrotta.

Imbocco il corridoio a destra. «Per di qua.»

Come hanno fatto a stravolgere il Dipartimento in così poco tempo? Non vedo tracce di lavori, eppure hanno rivoltato l’intero piano.

 

Riconosco la porta dipinta di rosso: a quanto pare il laboratorio è rimasto vicino alle macchinette. Meno male. Mi accosto al battente, da dietro viene un vociare sommesso. Busso. Le voci tacciono.

«Av… avanti» balbetta qualcuno.

Il laboratorio è una stanzetta. Un tavolo di metallo è addossato alla parete di destra. Sul tavolo è posata un’apparecchiatura che somiglia a un forno a microonde – forse lo è. Quaderni e fasci di fotocopie sono impilati intorno al forno, un libro ad anelli è aperto davanti allo sportello dell’affare. La parete opposta è occupata da una lavagna: il gesso ha disegnato spirali bianche e una sfilza di equazioni.

Di fronte a me, in fondo al locale, mi aspetta una scrivania. Il ripiano è invaso da cartacce, tranne un angolo, dove è sistemato un monitor. Il PC è sul pavimento, sotto il mobile. In piedi, accanto alla scrivania, due ragazzi.

Il primo è mingherlino e porta gli occhiali; nonostante il caldo indossa un maglione verde marciume. Storco il naso: puzza di sudore. Il secondo sfigato è più basso, ha il viso tondo e due occhi infossati che suggeriscono demenza. Si sta pulendo le dita su una maglietta che ritrae un vampiro con le ali spiegate e la testa di polipo.

Essere sotto lo sguardo di questa coppia di imbecilli mi dà l’impressione che un ragnetto mi risalga lungo il corpo. Quando l’interesse dei due si concentra sul Conte, gli carezzo piano la schiena, per tranquillizzarlo.

«Io volevo solo sapere se c’era Roberto.»

I due si scambiano un’occhiata. «Vorrei proprio saperlo anch’io!» sbotta il ragazzo puzzolente. «Sono quindici giorni che non si fa vedere e non risponde alle mail, se pensa che stia–»

«De Gregorio!» Una voce rauca, alle mie spalle. Mi scosto dal vano della porta per lasciar passare un signore in giacca e cravatta, un po’ gobbo, con i capelli brizzolati. Facile identificarlo: Vecchio Professore Bavoso. Il professore regge tra le dita chiazzate di vecchiaia un bicchierino di plastica.

«De Gregorio», continua il professore, «quante volte le ho già ripetuto che non gradisco quando si alza la voce nel mio ufficio?»

«Mi scusi.»

Il professore poggia il bicchierino sul tavolo di metallo. Una goccia di caffè sfugge oltre il bordo e macchia la pagina di un quaderno. Sporca la parola “decoerenza”. «E lei, signorina? Desidera? Guardi che anche se oggi è il mio giorno di ricevimento, io sono ufficialmente in vacanza da settimana scorsa.»

«No, no, io ero passata solo per vedere se c’era Roberto.»

«Il Lanzi?»

«Sì.»

«Capisco.» Il professore riprende il bicchierino e assaggia il caffè. «Lei è parente?»

Deglutisco. Perché me lo chiede? Perché solo a un parente si possono dare brutte notizie? Orribili notizie? «Sono… sono la sua fidanzata.»

«Interessante. Se le capita di vederlo, gli dica che aspetterò fino a venerdì. Poi intendo avvertire il consiglio di facoltà e le autorità competenti. Stiamo parlando di… quante ore, Biasi?»

«Trecent… trecent… trecentonovantaquattro» risponde il ragazzo con le dita unte.

«… di trecentonovantaquattro ore di elaborazione su Blue Sakura. Ore di affitto del supercomputer regolarmente pagate dal Dipartimento. Sono migliaia di euro di cui il Lanzi deve rendere conto.»

«Non credo di aver capito. Roberto avrebbe truffato l’università? Ma non è possibile! Non lui. Dev’esserci un malinteso.»

«Lei mi sembra una brava ragazza.» Il professore mi rivolge uno sguardo viscido, degno di un pervertito che offre caramelle alle bambine. «E possiede uno splendido coniglietto.»

Muovo un passetto all’indietro. «Grazie.»

«Dunque non si preoccupi, vedrà che si sistemerà tutto. Però, se incontra il Lanzi, riferisca il mio messaggio.» Il professore si protende verso di me, giurerei che il collo gli si è allungato. «Siamo d’accordo?»

«Certo, certo.»

Mi affretto a chiudermi la porta alle spalle. Mentre mi allontano, sento ancora la voce rauca del professore. «Gli avete dato da mangiare sì o no? O volete che scorrazzi affamato per il Dipartimento come l’ultima volta?»

 

* * *

 

Rimugino sulle parole del vecchio bavoso finché non mi accorgo che il tram è inchiodato da una vita alla fermata di via Garrotta.

Perché deve salire una tizia con le stampelle.

La tizia prima deve porgere le stampelle a qualche buonanima. Poi deve farsi aiutare da altri due per issarsi sui gradini. E a quel punto è scattato il rosso all’incrocio.

Mi rimetto seduta, scuotendo la testa.

Siccome ti sei rotta un piede devono essere tutti al tuo servizio, vero? No, carina, non è giusto. Se non puoi camminare rimani a casa, ok? Non è un concetto difficile da comprendere.

Io le persone egoiste non le sopporto. Sono cieche e meschine. Vedono solo loro stesse e non capiscono che altri possono avere problemi ben più gravi delle loro fisime. Per questo litigo sempre con mamma. Non c’è verso di farle capire che non c’è solo lei al mondo.

Il tram riparte con uno scossone. Piego l’anulare della destra. Mancano ancora tre fermate per piazza Savona, dove abita Roberto. Provo a chiamarlo per l’ennesima volta. Niente da fare.

Forse è a letto con l’influenza, ha lasciato in giro il cellulare e non riesce ad alzarsi per andarlo a prendere. A letto con l’influenza? In pieno luglio? Gli è successo qualcosa.

Liscio il pelo sulla schiena del Conte, che mi si è acciambellato in grembo. Il coniglietto, appena salito, ha fatto il pazzo, balzando tra le gambe della gente e saltando sopra gli schienali dei sedili, poi di colpo si è calmato, come un giocattolo a molla che esaurisca la carica.

Il Conte piega la testolina e mi lecca le dita. Lo gratto tra le orecchie. In fondo è un bravo animaletto, quando non si lascia trasportare dalle sue paranoie squinternate.

Fermata di via Nicoletti. Un gruppo di ragazzi ha il naso appiccicato alle vetrine della fumetteria. Il pomeriggio del nostro ventiduesimo giorno, Roberto mi ha accompagnata e mi ha comprato tutti i volumetti di Video Girl Ai, che volevo tanto leggere. Non ho dovuto neanche insistere tanto, meno di dieci minuti di capricci. Roberto è davvero dolcissimo.

Sfila il cinema Belati, chiuso da anni.

Manca una fermata.

Mi alzo. Davanti all’uscita è piantata una signora grassoccia, china sulla propria borsa. Ci rovista dentro con la stessa foga dei barboni che frugano tra la spazzatura del mercato comunale.

Il tram rallenta.

Sospiro. Perché sono circondata da mentecatti? «Io dovrei scendere.»

La signora solleva il grugno sudato. Mi rivolge uno sguardo bovino. «Scusa» biascica. Si sposta di lato.

Le concedo un’ultima occhiata sprezzante. Non te l’hanno insegnato che non bisogna mai scusarsi?

I freni del tram stridono. Le porte a soffietto ansimano e si aprono. Scendo con un saltello. Il tram riparte. Colgo la signora immobile dietro a un finestrino. Mi osserva con espressione dubbiosa.

Sfigata.

 

Seguiamo il perimetro di piazza Savona fino a un negozio di ferramenta. Svoltiamo in una stradina con il selciato in pavé. «Fermati un attimo» dice il Conte.

Il coniglietto balza sopra un cassonetto dei rifiuti. Da sotto la pancia estrae un borsellino; lo capovolge e con una zampetta ne cava fuori poche banconote. Ripiega con cura i soldi e li nasconde tra il pelo. Spinge il borsellino nel cassonetto, infilandolo nello spiraglio lasciato libero dal coperchio, non del tutto chiuso.

Rimango a bocca aperta. «Ma allora…»

«Allora cosa?»

«La signora, poco fa… Cercava il borsellino che tu le hai rubato!»

«Sì, esatto. Cosa credevi? Che avessi il marsupio di Doraemon? Le sigarette non me le danno gratis.» Il Conte ne prende una e se la mette in bocca. «Vedi? Ne parlo e mi viene subito voglia.» La accende. «E comunque, se ti dà fastidio, quando avrai imparato a usare la Magia potrai restituire con gli interessi tutto quello che ho requisito per necessità operative.»

«Non c’era bisogno di rubare. Bastava che mi chie-»

«Silvia» mi interrompe lui. «Seconda regola: conosci te stessa.»

«Ma che significa?»

«Significa che devi sempre essere onesta con te stessa. Per usare il tuo rozzo modo di esprimersi: puoi combinare immensi casini senza neanche accorgertene. Non deve succedere. Un Mago non può permettersi un inconscio. Non può permettersi di avere emozioni e desideri al di fuori del proprio controllo razionale.»

Che bel discorsetto! Sembra preso dal quaderno di Angela, quello dove trascrive tutte le scuse più assurde che hanno funzionato con i prof. Giustificazioni del tipo: non posso fare il disegno, sono allergica all’elettricità statica dei righelli oppure le macchie solari mi hanno cancellato i compiti.

Ma i nostri prof sono dei vecchi storditi. Io no.

«Si può sapere cosa c’entra?»

Il Conte mi risale in spalla, mi sfiora la guancia con il nasino umido. «Sii sincera, davvero ti interessa se la grassona ha perso il borsellino?»

«Veramente sarebbe una questione di principio.»

«Non esistono principi. Esiste solo ciò che tu desideri.»

Vuol dire che sarebbe colpa mia se lui è uno scippatore? È peggio di discutere con mamma! Pazzo, permaloso, paranoico, ladro. E la responsabilità è mia, proprio. «Non credo che–»

«La lezione è finita» taglia corto il coniglietto. «Ora muoviamoci.»

 

Proseguiamo in silenzio fino al civico 12. Indietreggio di un passo e alzo lo sguardo. La finestra della camera da letto di Roberto è chiusa, le persiane accostate.

Ho un bruttissimo presentimento.

«È qui?» chiede il Conte.

«Sì.»

Spingo il portone. L’atrio è in penombra. L’unica luce filtra dal vetro unto del lucernaio. Non c’è portineria, né ascensore. Poche cassette delle lettere sono allineate all’interno di un armadio senza ante. Il mobile separa due rampe di scale: una sale, l’altra scende verso le cantine.

Saliamo.

I gradini di ferro cigolano quando ci poso i piedi. Il corrimano oscilla, come se si fossero dimenticati di stringere i bulloni. L’umidità gonfia l’intonaco delle pareti. Rampicanti di muffa decorano i muri.

«Che topaia» constata il Conte. Incastra la cicca appena fumata in una crepa. Uno scarafaggio sguscia fuori dal pertugio e zampetta via. Sparisce tra le ombre.

«Non è facile trovare un appartamento a poco, gli affitti sono carissimi in questo periodo» spiego. «E Roberto non vuole pesare sulla famiglia, oltre a studiare lavora part-time per la segreteria di facoltà.»

«Commovente.»

Giusto il ladro deve fare sarcasmo sulle persone oneste!

«All’interno l’appartamento è carino. Roberto lo ha arredato con molto gusto.»

«Sul serio?» Il Conte è già alle prese con una nuova sigaretta. «Se mi dici così, non sto più nella pelle dalla curiosità.»

Sul pianerottolo, faccio due lunghi respiri, per calmarmi. Premo il pulsantino bianco del campanello. Il trillo echeggia dietro la porta. Rimango con il dito sul campanello per un intero minuto, ma nessuno viene ad aprire.

«È fuori o è morto» dice il Conte. «Noi la buona volontà ce l’abbiamo messa, possiamo andarcene.»

«Non ancora.» Prendo dalla tasca dei pantaloncini il portachiavi di Pikachu e scorro le chiavi appese alla coda a forma di fulmine. Scelgo quella che ho segnato con un minuscolo cuoricino rosso. La mostro al coniglietto. «Malfidente che non sei altro.»

Infilo la chiave. Giro a destra, a sinistra. Forse è già aperto. Provo la maniglia, ma è rigida. Tolgo la chiave e sbircio nel buco della serratura: magari è ostruito. Calma, devo restare calma. Reinserisco la chiave e la giro con più forza. Le dita sudaticce scivolano sul metallo e perdo la presa.

«È strano. Roberto ha cambiato la serratura per qualche ragione.»

«Per non farti più entrare?»

«No. Non lo farebbe mai. È successo qualcosa, forse ha ragione il prof dell’università, dobbiamo chiamare la polizia.»

«Come se avessimo tempo da buttare.» Il Conte sbuffa. «Devo sempre pensare a tutto io. Hai una spilla per capelli? Una graffetta? Fil di ferro?»

«Non credo. Ma per farne cosa?»

«Dammi il portafoglio.»

«Come? Ti pare il caso di metterti a rubare a me? Adesso?»

Il coniglietto posa sul corrimano la cicca non ancora fumata del tutto, attento a che stia in equilibrio. «Avanti, voglio solo una delle patacche che ci hai appiccicato sopra.»

Porgo il portafoglio al Conte. Lui strappa via una spilla tonda rosa con Hello Kitty in spiaggia. Disfa il fermaglio, scarta la copertura di plastica e il sottostante disco di metallo. Distende per bene il lungo ago. Lo conficca nel solco tra due mattonelle del pavimento. Facendo leva piega l’arnese, dando all’ultimo tratto una sagoma a L.

«Tienimi sollevato all’altezza della serratura.»

Stringo il coniglietto per i fianchi e lo avvicino alla porta. Lui sfila la chiave e inserisce al suo posto l’affare appena creato, con il piedino della L rivolto verso l’alto.

Mi chino per osservare meglio quello che combina il Conte.

Il coniglietto fa scorrere più volte l’arnese per la lunghezza della serratura, spingendo in su e applicando una leggera torsione. Dopo il secondo passaggio, interrompe l’operazione per scostarsi un ciuffo di pelo dagli occhi. Al terzo passaggio dà uno strattone. Clic! Il Conte si divincola dalla mia presa e si abbranca alla maniglia. La porta si socchiude.

«Non dirmi che hai anche l’abitudine di svaligiare gli appartamenti.»

Il coniglietto riprende la sigaretta. «Diciamo che in gioventù ho fatto le mie esperienze.» Mi indica il battente. «Dopo di te.»

Coniglietto acculturato

 

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Coniglietti Quantici

agosto 19th 2009

Un piccolo interludio in attesa del capitolo quarto!

Nonostante il romanzo di cui sono protagonista non abbia solide basi scientifiche, forse a qualcuno potrebbe lo stesso interessare saperne di più riguardo al collasso della funzione d’onda delle particelle.
Di testi introduttivi alla meccanica quantistica ce ne sono a bizzeffe, uno però merita particolare attenzione, perché in copertina vi sono dei coniglietti! – un sentito ringraziamento al Duca per avermelo segnalato tempo fa.

Sto parlando di I Conigli di Schrödinger. Fisica Quantistica e Universi Paralleli di Colin Bruce. Qui la scheda presso la libreria online iBS.it. Per chi non ha problemi con l’inglese, l’edizione in lingua originale, Schrödinger’s Rabbits: The Many Worlds of Quantum, è facilmente reperibile in Rete.

Copertine dei due volumi

I Conigli di Schrödinger propone l’interpretazione di Oxford o “molti mondi” della meccanica quantistica, mentre S.M.Q. si basa maggiormente sull’interpretazione di Wigner. Tuttavia questi sono dettagli. Il libro di Colin Bruce rimane una lettura piacevole e affascinante, che consiglio a tutti – non è richiesta nessuna previa conoscenza di fisica o matematica, solo un po’ di curiosità e attenzione. E poi ci sono degli adorabili coniglietti in copertina!

Coniglietto quantico!

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Capitolo 3

agosto 15th 2009

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Le stelle brillano tanto vicine che so di poterle catturare. Mi alzo in punta di piedi sulla sabbia e strappo una stella dal firmamento. Stringo la sfera di fuoco tra le dita: la luce è abbagliante; fiamme bianche mi lambiscono il braccio. Lascio cadere l’astro: si spegne sfrigolando a contatto con il terreno.

Salto e sfioro con i polpastrelli una seconda stella, piccola e rossa. La stella, infastidita, si ritrae dietro la volta celeste.

Così sono nati due buchi neri, sopra di me. Dev’essere quello lo scopo del gioco. Mi impegno a spaventare le stelle. Quelle con i riflessi più lenti le acchiappo e le lancio tra la sabbia. Presto il cielo diviene una distesa oscura. Allora mi accorgo che all’orizzonte sorge una casetta, con le finestre illuminate.

Raggiungere la casetta non è facile. La spiaggia è ormai ricoperta dai cadaveri delle stelle, e devo stare attenta a dove metto i piedi. Inoltre se cammino in linea retta verso la piccola abitazione me ne allontano, per avvicinarmi devo compiere un percorso a spirale.

Arranco a piedi nudi nella sabbia grigia. La casetta diviene più nitida a ogni passo: è una casetta minuscola, una casa delle bambole. Tegole color mattone tappezzano il tetto spiovente, i muri sono dipinti di rosa, tendine ornate da fiorellini velano le finestre.

Quando raggiungo la porticina, mi rendo conto di essermi rimpicciolita, di non essere più alta di un soldatino. La porticina è socchiusa, intagliata in un riquadro di luce gialla.

«Entra, entra. Ti aspettavo» mi chiama una voce.

Spingo il battente e mi intrufolo nel pertugio. La casetta è composta da un’unica stanza. Il proprietario dev’essersi trasferito da poco, perché lungo le pareti sono ancora accatastati scatoloni pieni di piatti e bicchieri, e altri scatoloni con le pentole, e sedie imballate, una credenza smontata, il rotolo di una tapparella.

Al centro del locale mi aspetta in piedi una figura incappucciata, immobile. Una palandrana nera copre lo sconosciuto, il viso è nascosto dalle ombre del copricapo.

«Avvicinati.»

Accenno di sì con la testa. Mi fermo davanti allo sconosciuto. E lui, con un movimento fulmineo, mi afferra il polso. Dita invisibili mi pizzicano le braccia, risalgono il collo, strisciano sulla guancia, mi entrano nella testa, passando per l’orbita degli occhi. Con uno strattone mi libero dalla presa.

Lo sconosciuto abbassa il cappuccio. Una cascata di capelli dorati gli ricade sulle spalle. Lo sconosciuto alza il viso: è una ragazza.

«Ciao, Silvia!» La ragazza piega di lato il capo, socchiude i grandi occhi verdi. «Io sono pronta, ma ho bisogno di ordini scritti.»

«Ordini?»

«Mi hai detto tu di rifugiarmi qui e aspettare nuovi ordini.»

Ho il sospetto di aver combinato qualche stupidata di troppo alla festa di Angela. Però non ricordo accordi con misteriose ragazze dagli occhi verdi.

«Non so di cosa stai parlando.»

«Ma se non hai ordini…» La ragazza torna a coprirsi la testa con il cappuccio. Non muove più un muscolo, è pietrificata.

Le giro intorno. Le tocco una spalla con l’indice. Do una leggera spinta: la ragazza ha la rigidità di un manichino. Magari ha solo il sonno molto profondo.

Esco dalla casetta. Acqua limacciosa mi arriva all’altezza delle ginocchia. I piedi affondano in uno strato di melma gelida. Alghe viscide mi carezzano le gambe. Enormi libellule mi ronzano attorno. Mentre discutevo con la ragazza incappucciata, la spiaggia si è tramutata in uno stagno.

Le stelle galleggiano alla deriva, tra le ninfee. Su una nana bianca è accovacciato un rospo. Il rospo ha un cartello legato al collo con una cordicella. Mi faccio strada nel fango, mi chino verso il ranocchio e leggo il messaggio: “BACIAMI. SONO UN PRINCIPE.”

La pelle del rospo è color verde muffa, chiazzata da macchie giallastre, degne di un malato di cirrosi. La testa bitorzoluta luccica come se fosse ricoperta di muco. Gli occhi sembrano quelli di un pesce morto. È una creatura disgustosa. Però è solo un sogno. Accosto le labbra al muso dell’anfibio.

Premo appena. È una sensazione nauseante. È leccare la carne putrida di un cane in decomposizione. Mi pulisco la bocca più volte con il dorso della mano. Sto per rigettare.

Il rospo si gonfia. I tessuti si lacerano, rivoli di sangue nero e pus colano nello stagno. Spuntano gambe, e dita nascono dalle gambe, un occhio si spalanca sulla coscia, un braccio cresce dal ginocchio, ossa si distendono a ventaglio dal gomito, unghie affilate rompono vene e muscoli della spalla.

«Che schifezza» mormoro.

Dietro il rospo, l’intrico di carne e organi freme e si dirama, si espande, assume la forma di un uovo. Le pareti dell’uovo si sgretolano, qualcosa di peloso striscia verso l’esterno.

 

Colpisco con una manata il mostro peloso, facendolo volare giù dal letto.

La camera rotea intorno a me, come se fosse il cestello di una lavatrice in funzione. Se la stanza non si ferma subito, vomito la cena. Artiglio il lenzuolo, chiudo gli occhi. Rallento il respiro.

Conto fino a venti. Riapro con cautela gli occhi: la camera non balla più, anche se i muri ondeggiano ancora. Un libro cade dal ripiano più alto della libreria.

Il mostro peloso risale sul materasso e si accuccia dietro il cuscino. Solleva il capo e mi spia con occhietti carbone da sopra il guanciale. Il muso è contratto in una smorfia di disapprovazione.

Non è un mostro, è il Conte.

«Ben svegliata. Esuberante fin dal mattino» dice il coniglietto. «Meglio così. Su, forza, alzati.»

Mi drizzo a sedere, la schiena contro la parete. Sono immersa in un bagno di sudore, la testa mi scoppia, ho la nausea. E ho sete – il caldo è asfissiante. Mi sento a pezzi proprio come ieri mattina, ma non sono reduce da una festa. Ci mancavano giusto gli incubi nel cuore della notte.

Dalla finestra aperta si insinua una luce ovattata. È una luce troppo smorta per dare nitidezza ai dettagli, è più simile a un drappo grigio, steso a coprire il mondo.

«Ma che ore sono?» biascico. La lingua è attaccata al palato e ho difficoltà a parlare.

«Quasi le sei.»

«Le sei? Le sei del mattino?» Per forza sono intontita. «Io non posso alzarmi prima delle dieci, me lo vieta la mia religione.»

Il Conte zampetta verso di me. «Alzati! E non farmelo ripetere.»

«Dopo, adesso non–» colgo con la coda dell’occhio il coniglietto che si infila sotto il lenzuolo. Il pelo mi solletica i piedi. Una fitta alla caviglia.

«Ahia!»

Scatto in piedi, ricado, scalcio. Il Conte è abbrancato al mio piede. I dentoni hanno strappato il pigiama, scompaiono nel rosa della carne. Un filo di sangue disegna il profilo del tallone.

«Mi… mi hai morso!» Lacrime mi riempiono gli occhi. «Mi fa male!»

Il coniglietto molla la presa, arretra con un saltello. «Posso farti ben più male. Alzati! Subito!»

Stringo la caviglia martoriata con entrambe le mani. Il sangue scorre tra le dita, tinge di rosso il lenzuolo. Non sono mai stata morsa in vita mia, è un’esperienza atroce! «Che male, che male, che male!»

Le lacrime mi rigano le guance. «Non voglio diventare un coniglio mannaro!»

«Non lo diventerai, non te lo meriti» risponde il Conte.

Il coniglietto torna di fronte a me. Mi annusa, con la stessa malizia di un leone che sceglie la sua preda tra le gazzelle più deboli del branco. Indietreggio. Il Conte accenna un nuovo attacco. Sgattaiolo verso il fondo del letto, sotto i palmi non trovo più il materasso: rotolo giù e picchio il sedere per terra.

Il coniglietto mi scruta dall’alto in basso. Si infila in bocca una sigaretta. «Adesso.» Accende la sigaretta. «Adesso sbrigati a lavarti e vestirti. Ti voglio pronta in un quarto d’ora, capito?»

Tremo. Per il dolore lancinante alla caviglia, per la paura e per la rabbia. Giuro che se mi sveglia un’altra volta così lo vendo a un circo! Ma non ho il coraggio di pensarlo a voce troppo alta.

 

* * *

 

Non riesco a smettere di sbadigliare. Mi stiracchio. Starnutisco. Il Conte mi ha trascinata fuori di casa senza lasciarmi neppure il tempo per asciugare i capelli dopo la doccia. Mi sono risparmiata l’umiliazione di guardarmi allo specchio prima di uscire, ma so bene di avere un aspetto miserabile.

Se incontro il signor Belardi minimo mi scambia per una clandestina appena scampata a un naufragio. Per fortuna alle sei del mattino non c’è in giro anima viva.

Alzo il viso verso il Sole. Socchiudo gli occhi, mi proteggo con il dorso della mano. Il cielo è sgombro, neanche l’ombra di una nube. Si prospetta una giornata caldissima. Forse evito di buscarmi il raffreddore.

«Seguimi» mi ordina il Conte, saltellando avanti a me.

 

Ci fermiamo all’ingresso dei giardinetti pubblici di via Torino, una traversa di viale Gozzini. I giardinetti, un ovale di verde ampio quanto un campo da calcio, sono deserti. Panchine di ferro, scolorite e arrugginite, si alternano a lampioni spenti. L’edicola in fondo alla via è chiusa; sulle serrande qualcuno ha tracciato graffiti inneggianti all’anarchia. È chiuso anche il chiosco delle bibite. Una brezza leggera solleva i lembi del telone che copre una catasta di tavolini e seggiole pieghevoli.

Tiro un calcio a una lattina di birra vuota. È così presto che non sono ancora neanche passati gli spazzini a ripulire i vialetti di ghiaia. «Ho sonno. Mi fa male la testa. Sono stanca.»

«Di fiato ne hai, e questo è l’importante.»

«Non ho fatto colazione.»

«La farai dopo. Ora comincia a correre.» Il coniglietto indica con la zampetta la pista in terra battuta che segue il perimetro dei giardinetti.

«Correre?»

«Correre. Compiere Magie coscienti richiede un enorme sforzo fisico. Se non sei in perfetta forma, rischi di non essere in grado di sopportare la fatica. Perciò devi allenarti, almeno finché non sarai abbastanza abile da manipolare il tuo stesso corpo con la Magia.»

«Non ho voglia.»

Il Conte mi balza tra i piedi. Annusa il cerotto che copre la caviglia ferita, sfodera i dentoni.

Schizzo in avanti e comincio a correre.

 

Dopo il secondo giro intorno ai giardinetti sono debole sulle ginocchia, il respiro mi esce a rantoli, il sudore mi vela gli occhi. La fontanella mi appare come un miraggio. Mi trascino verso l’apparizione, mi aggrappo al becco di un’aquila di ferro, dal quale sgorga un filo d’acqua. Bevo avidamente, ficco la testa sotto il rivolo di acqua fresca.

«Non ti ho detto di fermarti» mi rimprovera il Conte.

«Non…» Ho il fiato corto, parlare è un’impresa. «Non… non ce la faccio. Non ce la faccio.»

Il coniglietto scala la fontanella con due agili balzi. «Sei in condizioni pietose. Sei patetica. Sei vergognosa.»

«Gra… grazie.»

Il Conte si accende una sigaretta. «Non mi avevi accennato al fatto che frequenti una piscina? Questo è il risultato?»

Sono una persona di buon senso: frequento la piscina perché mamma ha lo sconto al bar e per guardare i ragazzi, non per nuotare. E poi lo sanno tutti che il cloro è velenoso.

«Avanti, riprendi a correre. Fai un altro giro, io ti aspetto qui. Vedi di tornare prima che abbia finito la sigaretta, oppure saranno guai

Fisso il coniglietto, inebetita.

«Muoviti!» sbraita lui.

Strascico i piedi, ma riprendo a correre. Devo tenere una mano premuta contro il fianco, oppure il dolore alle reni mi uccide. Lo vendo a un circo, giuro lo vendo a un circo!

Il sentiero si restringe, ostacolato dai tronchi di due platani. Rallento il passo. Lancio un’occhiata alle spalle: fontanella e coniglietto sono spariti, nascosti dalle fronde.

Se io non posso vedere lui, lui non può vedere me. Per sicurezza metto tra me e il Conte l’albero di destra. Mi siedo all’ombra delle foglie, le gambe distese sull’erba, la schiena posata contro il tronco. Il sollievo è tale che mi avvolge un profumo delizioso: la torta paradiso della nonna, appena sfornata.

Il piano è tanto semplice quanto efficace: mi riposo un paio di minuti, poi sguscio dietro la fontanella e faccio credere al coniglietto di aver completato il giro. Sorrido tra me e me. La luce calda del Sole, filtrata dall’intrico dei rami, mi carezza il viso.

La torta paradiso inizia a puzzare di tabacco.

«Comincio a sospettare che tu sia sul serio stupida.»

Spalanco gli occhi. Il Conte è davanti a me, la sigaretta pendula tra le labbra. «E adesso sono costretto a morderti.»

«No! No, no, no, ti prego! Scusa, scusa!»

«Nessuno ti ha insegnato la prima regola? Non si chiede mai scusa. Perché mai ci si deve trovare nella posizione di deludere i propri maestri.»

Il coniglietto butta la cicca. Volto la testa in una direzione, nell’altra. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. E sono troppo stanca per alzarmi. Non ho vie di fuga.

Il Conte mi azzanna il polpaccio.

Il dolore risale al cervello. Diviene rabbia. Il mondo implode.

Erba, alberi, panchine, ghiaia, i palazzi lontani: ogni cosa si disgrega in una pioggia di coriandoli. I coriandoli si sfaldano in frammenti più piccoli. I frammenti si decompongono in pezzetti ancora più minuscoli. I colori sbiadiscono, il paesaggio si sbriciola in un lago di sabbia nera.

L’aria è scomparsa e con lei il Sole e il cielo. Non esiste nient’altro tranne la sconfinata distesa di sabbia nera. Non posso più respirare, ma non provo fastidio. Quanti minuti può rimanere senza ossigeno il cervello? Inutile contare il tempo, il tempo stesso è sabbia.

L’onda attraversa la realtà con rapidità infinita. Dietro di lei il mondo rinasce: colori, suoni, edifici, l’azzurro del cielo, una panchina, l’aria. Ma quando l’onda sparisce all’orizzonte, ogni cosa si ritrasforma in sabbia. Onda, sabbia. Onda, sabbia. Onda, sabbia. C’è un ritmo nella distruzione e nella creazione. Il battito del mio cuore.

Il fantasma sfocato della me stessa di ieri entra in un bar. Posa dieci euro sul bancone. Il suo cuore e il mio cuore aumentano il ritmo dei battiti. La frequenza dell’onda cresce in proporzione. Tornano le sensazioni, torna il dolore alla gamba.

Abbasso lo sguardo. Il Conte mi si è attaccato addosso come una sanguisuga. Ho visto in tanti film qual è il modo giusto per liberarmene. Quando il coniglietto diventa sabbia, prima che l’onda successiva lo ricostruisca, dipingo con il pensiero alte fiamme sul pelo cinerino.

L’onda si infrange sul Conte. I capillari dei miei occhi esplodono, il sangue invade i polmoni, il cuore si ferma.

Sono anch’io sabbia.

 

Un tocco umido alla guancia. Incontro gli occhietti carbone del Conte. Il coniglietto mi è salito in spalla e mi sta leccando. Preme il nasino contro il mio. «Ti ho detto che compiere Magie coscienti è faticoso» sussurra. «Potevi farti male sul serio.»

«Io…» Ho i muscoli rigidi, le mani strette a pugno. Distendo le dita, osservo i palmi sudati. Non ho desiderato un gelato, ho desiderato incenerire il Conte. Ho immaginato le fiamme avvolgerlo e non ho provato alcun rimorso. Volevo uccidere un coniglietto! Be’, una carogna di coniglietto, ma pur sempre un coniglietto. «Io… mi dispiace.»

Il Conte mi salta in grembo. «Non ti preoccupare, non è così semplice togliere la vita a qualcuno con la Magia. E sono orgoglioso che tu ci abbia provato, temevo di aver a che fare con una smidollata incapace.»

«Mi dispiace lo stesso.»

«Va bene, va bene, non fare la lagna.» Il Conte sfila dalla tasca dei miei pantaloncini il fazzoletto. Mi fascia la gamba, stringe il nodo tirando con i dentoni. «Alzati, dai. Andiamo a fare colazione, sarai affamata.»

 

Il chiosco ha appena aperto, ci sediamo ai tavolini. Il Conte aveva ragione: ho i crampi allo stomaco, come se non mangiassi da una settimana.

Ordino una brioche all’albicocca e una limonata. Sbrano la brioche in tre bocconi, e ne chiedo subito un’altra. Poi prendo due girelle, due bomboloni, una terza brioche, una coppetta di gelato preconfezionato alla stracciatella e un sacchetto di caramelle gommose ai frutti tropicali. Il coniglietto si accontenta di un bicchierone di latte.

«Cosa mi è successo?» gli chiedo.

«Hai cercato di usare la Magia. In pochi secondi è probabile che il tuo cervello abbia consumato più energie che non durante l’intero anno scolastico. Per questo devi essere in perfetta forma. Poteva venirti un infarto.»

Annuisco. Mi caccio in bocca una caramella al mango. Succhiare le caramelle mi aiuta a pensare. Il coniglietto parlante e questa fame assurda sono fatti incontestabili, ma la soluzione più semplice è che mi sia sentita male per ragioni naturali. Mi sono messa a correre la mattina presto, sotto il Sole, dopo essere stata morsa da un animale selvatico. Chiunque avrebbe avuto un mancamento.

Bevo l’ultimo sorso di limonata e mi rilasso contro lo schienale della seggiola. I giardinetti si stanno popolando: due mamme che spingono carrozzine e chiacchierano fra loro, una coppia di pensionati, un ciclista, un signore che porta a spasso il cane. Il titolare del chiosco ha acceso la televisione, dal baracchino arrivano le note della sigla di un cartone animato. Sailormoon, se non sbaglio.

Sovrappongo al paesaggio l’immagine del lago di sabbia nera. Hai cercato di usare la Magia. Che stupidaggine. Porto una mano alla bocca, per coprire uno sbadiglio. «Possiamo tornare a casa? Io non mi reggo in piedi.»

«No. Non abbiamo tempo da perdere, guarda qui.» Il Conte mi porge un foglio A4 spiegazzato. Lo distendo sul tavolino. Il foglio è coperto da macchioline nere, tonde; alcune sono poco più di un puntino, altre hanno il diametro di una moneta da due euro. Ci sono macchie slabbrate e altre dal contorno netto. Le macchie non sono distribuite in maniera uniforme: verso il centro del foglio sono raggruppate, ai bordi sono isolate.

«L’ho stampato questa notte con il portatile di tua madre» continua il coniglietto.

«Sei entrato in camera di mamma?» Se mamma avesse colto il Conte in flagrante lo avrebbe fatto arrosto, seduta stante, magia o non magia!

«Tu non hai una stampante, comunque non importa. Dimmi cosa vedi.»

Squadro il foglio da cima a fondo. Non ci vedo niente, a parte le macchie. Giro il foglio in verticale. In diagonale. Lo capovolgo. Distinguo solo macchie nere. Macchie nere… ma certo! Dev’essere quel test dal nome strano, quello dove bisogna dimostrarsi intelligenti individuando le forme nascoste nelle macchie.

«Vedo… uhm… dunque, qui delle farfalle, intorno ai fiori.» Sposto il dito a indicare più in basso. «Queste sono le ruote di un treno, di quelli vecchi, a vapore. E questo è il vapore.»

Il Conte sospira. «Non è un test di Rorschach, razza di svampita. È un’elaborazione NASA di immagini appena giunte dal telescopio Hubble. Gli astronomi impiegheranno mesi per scoprire la vera natura di queste immagini e quando capiranno sarà troppo tardi. Perché qui», il coniglietto muove una zampetta per racchiudere in un ovale le ruote del presunto treno, «non parliamo di stelle, pianeti, comete o asteroidi. Queste sono tracce di propulsione di motori sub-luce. Una flotta di navi da guerra è appena uscita dall’iperspazio e converge verso il Sistema Solare.»

Faccio scorrere il polpastrello lungo il profilo del bicchiere, per raccogliere le gocce di limonata rimaste appiccicate al bordo. Infilo il dito in bocca. «È grave?»

«La flotta punta a raggiungere la Terra. Per ucciderti.»

«Oh.» Sì, certo. Come no.

Dev’essere la solitudine. Dubito esistano molti altri coniglietti parlanti, il Conte deve sentirsi sempre solo. Isolato. Così per attirare l’attenzione si inventa queste storie strampalate. Si comporta allo stesso modo di un bambino piccolo.

«Tu non ti rendi conto» riprende lui. «Quando un Mago modifica la realtà, è come se lanciasse un sasso in uno stagno, le onde si propagano fino alle sponde. Ma le onde di una Magia non sono limitate dalla velocità della luce. Gli effetti si propagano in maniera istantanea. Nell’attimo in cui io sono apparso, le creature dell’abisso lo hanno saputo. E hanno ordinato ai loro servi di ucciderti. Non abbiamo molto tempo, secondo i miei calcoli l’avanguardia della flotta raggiungerà la Terra in dieci, dodici settimane.»

Riprendo in mano il foglio. Più lo studio, più mi appare chiaro che la risposta “treno a vapore + farfalle” è quella giusta. Però il Conte ha appena parlato con tale convinzione… Non era neanche un tono serio in maniera forzata, di chi stia tendendo la trappola di uno scherzo. Fisso il coniglietto e lui si affretta a pulirsi un baffo di latte. Sei un coniglietto paranoico o mi stai dicendo la verità?

«Devo discuterne con il mio ragazzo. Lui di queste cose se ne intende.»

«No. Non hai più tempo da buttare con i ragazzi o sciocchezze del genere. Meglio se te lo scordi fin da subito.»

«Lasciare Roberto? Non ci penso neppure. Anzi, adesso vado in Università a trovarlo.»

Il Conte mi guarda in cagnesco. «No.»

«Sì.»

«No.»

Mi alzo di scatto, rovesciando la seggiola. «E invece sì!»

Il brontolare in sottofondo della televisione si spegne.

È alle mie spalle e non posso vederlo, ma so che il tizio del chiosco si è girato verso di me e mi sta osservando. Afferro per la collottola il Conte. Con passo deciso mi dirigo al baracchino.

«Non che siano affari tuoi, ma lavoro in teatro.» Sbatto sul bancone il portafoglio. Le spille di Hello Kitty che ci ho attaccato sopra tintinnano. «Quanto ti devo?»

Coniglietto afferrato per la collottola

 

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Capitolo 2

agosto 11th 2009

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«Sono tornata» annuncio, entrando.

Ho passato la giornata a stuzzicare mamma, sperando di farla incazzare. Adesso mi auguro di non esserci riuscita: l’incontro con il Conte è stata un’esperienza estenuante, peggio di ballare fino all’alba in discoteca; sono distrutta.

«Fuga veloce, eh?» giunge la voce di mamma. Suona tranquilla. «Il semifreddo è pronto, ne vuoi una fetta?» Offerta di pace: ottimo!

Corro in cucina.

Mamma chiude lo sportello del frigo. In mano regge una vaschetta coperta da carta stagnola. «Prendi i cucchia–» si irrigidisce. «Che diamine è quell’affare? Cos’hai sulla spalla? Silvia! È… è un grosso topo

Il Conte salta giù. Atterra sul tavolo della cucina. Scivola sulla pancia lungo il ripiano nero e lucido. Prima di capitombolare oltre il bordo preme con le zampette contro la superficie di plastica e si ferma. Si ricompone. Squadra la mamma con quella seria espressione di disapprovazione.

La mamma indietreggia di un passo. «Silvia!»

Cosa le racconto?

«No, no, non ti devi preoccupare. Non è un topo, credo sia un coniglietto che si è perso. Non è pericoloso.» Gratto il Conte sulla testa, tra le orecchie. Non ho mai avuto un coniglietto, neanche un gatto – tanto per cambiare mamma non vuole –, però ho visto il film di Garfield e due volte Babe, maialino coraggioso. Carezzo il collo del coniglietto, adagio adagio. I coniglietti mordono?

«Visto? È molto buono. Non ha una medaglietta. Pensavo di tenerlo.»

Mamma posa il semifreddo sul tavolo. Mi guarda di traverso, quello sguardo dice: Lo sapevo! Io non cedo sulla storia delle vacanze, e tu, solo per ripicca, trovi qualcos’altro di fastidioso. Non provo neanche a inventarmi qualche scusa, anche se giurassi che non l’ho fatto apposta non mi crederebbe.

«Lo terrò in camera mia, ok? Non ti darà fastidio.»

Mamma lancia un’occhiata al Conte, che con una zampetta cerca di sollevare la carta stagnola. «Mi sta già dando fastidio.» Allontana la vaschetta dalle grinfie del coniglietto. «Primo, vedi subito di togliere questo topo o coniglio o quello che è dal tavolo della cucina. Secondo, non potevi portare a casa qualcosa di un po’ più carino? Questa bestiaccia qui è brutta come la peste. E che colore orribile! Sembra un grumo di sporcizia.»

Il Conte si blocca. Solleva il musino. Lentamente. Se il coniglietto si offende e aggredisce la mamma, io sono nei guai. Acchiappo il Conte. Me lo stringo forte al petto.

«Non sarà bellissimo» ammetto. «Però ha un faccino grazioso, e poi è simpatico e davvero intelligente.»

«Per quanto possa esserlo un grumo di sporcizia.» Mamma alza le mani. «D’accordo, d’accordo, se proprio vuoi, puoi tenerti il coniglietto. Ma se faccio uno strappo alle regole per Grumo, poi la finisci con i capricci riguardo le vacanze, intese?»

«Ma, mamma!»

«L’anno prossimo. L’anno prossimo potrai andare dove ti pare, con chi ti pare e io non metterò lingua.»

Dovrei insistere? Posso aspettare un anno, e un coniglietto parlante può rivelarsi spassoso. Spero. Se mi annoia lo vendo a un circo e ci guadagno sopra un bel gruzzolo. Per me è sempre uno scenario vincente.

«Ok.»

Mamma sorride. «E adesso facciamo merenda. Chissà, magari anche Grumo apprezza il semifreddo cioccolato e caffè.»

 

* * *

 

Sono seduta a gambe incrociate sul letto, in camera mia. Tengo il Conte in braccio, lo imbocco con un biberon. Il coniglietto succhia avido il latte caldo, mordicchia la tettarella con i lunghi denti; gli occhietti carbone brillano di piacere.

Avevo sperato che il Conte a cena avrebbe mangiato la sbobba di mamma, ma si è rifiutato. Be’, pazienza, non mi spiace coccolarlo, perché ora è sul serio kawaii. E non ha più detto una parola da quando l’ho portato a casa. Forse l’allucinazione non è lui, ma che sappia parlare.

Gli liscio un ciuffo di peli appena sopra il nasino. Il Conte allontana le dita con una zampetta. «Tieni le manacce a posto, chiaro? E sono stufo di poppare.» Scalcia via il biberon, afferra un lembo del copriletto e si pulisce la bocca.

«Ehi!»

«Tanto non lo lavi tu.» Si pulisce anche le zampette. «Dammi una sigaretta.»

 

Il coniglietto si è appartato in un angolo del letto a fumare. Io pian piano sono arretrata verso l’angolo opposto. Lo sguardo severo del Conte, quella sua espressione di disapprovazione che non ammette repliche, mi mettono sempre più a disagio. Non dovevo togliermi i jeans. Chiudo le gambe per nascondere le mutandine, tento di scivolare sotto il copriletto, ma non posso tirare troppo la sovraccoperta, oppure lo disturbo.

Sono così in soggezione che ho paura a disturbare un coniglietto!

«Non c’è dubbio che tu sia quella che stavo cercando» bofonchia lui, tra un tiro e l’altro.

«Mi cercavi?» Perché io ho avuto l’impressione che te ne stavi a crogiolarti al Sole, in attesa del primo passante al quale scroccare una sigaretta.

«Ma non mi aspettavo di trovare una ragazzina. Non sei come gli altri, questo è certo.»

«Quali altri?»

Il coniglietto spegne il mozzicone contro la spalliera del letto e lo lancia in mezzo alla catasta di peluche cresciuta sotto la finestra – non posso tenere animali domestici, mi sono accontentata di quelli di stoffa, non c’è niente di strano. La cicca colpisce la proboscide di un elefantino rosa, rotola giù dal grugno di un draghetto, ruzzola lungo lo stomaco peloso di un orsacchiotto, si ferma sulla testa piatta di un kappa.

Il Conte sembra meditare sulla scia di cenere che il mozzicone si è lasciato dietro. I peluche li devo pulire io, sto per dirgli, quando lui balza giù dal letto. Con un secondo balzo raggiunge la scrivania. Spinge via con una zampetta i quaderni e i libri di scuola, ancora sparsi sul ripiano. Si piazza davanti alla tastiera del PC.

«Funziona questo catorcio?»

«Sì.»

Il coniglietto accende il computer. Mentre il sistema operativo si carica, ne approfitto per infilarmi i pantaloni del pigiama. Adesso ho le gambe coperte da fragoline. Non saprei dire perché, ma mi sento più in imbarazzo di prima.

 

Nel Reame dei Coniglietti Parlanti, devono essere tutti laureati in Informatica, o qualcosa del genere. Le zampette del Conte danzano sulla tastiera. Apre e chiude applicazioni e finestre così velocemente che non riesco neppure a leggere le barre dei titoli. La spia sul modem ADSL che indica “trasferimento dati in corso” non sta spenta un attimo.

Mi chino verso lo schermo. Il coniglietto è tanto concentrato in quello che sta facendo che ho timore a distrarlo. «Ehm, scusa, cosa stai facendo?»

«Aggiorno il mio diario con gli avvenimenti di oggi» risponde, senza staccare le zampette dalla tastiera. «L’esperienza mi ha insegnato che non è tempo perso mantenere un diario delle operazioni.»

«Vuoi dire che hai un blog?»

«No. I blog sono per gente che non ha niente da fare da mattino a sera. Quello che aggiorno è un database privato.»

«Io invece ho un blog, è silvia.gamberi.org. Mi pare di capire che te ne intendi di computer, forse mi puoi dare una mano. Ho un problema nella gestio–» Il Conte batte con rabbia il tasto invio, lo schermo annerisce.

Ma che diavolo? Se non mi vuoi aiutare basta dirlo, non c’è bisogno di sfasciarmi il computer!

«Forse non ti è ancora chiaro chi sei» dice il coniglietto.

«Sentiamo, chi sarei? E comunque se mi hai rotto il PC me lo ripaghi!»

«Tu sei l’ultima dei Maghi.»

Torno a sedermi sulla sponda del letto. Il coniglietto non solo parla, è anche pazzo come un cavallo. «Io una maga? Ma se sono negata! Il Natale di tre anni fa papà mi ha regalato uno di quei manuali, non so se hai presente, quelli del tipo 50 trucchi di magia per principianti. Non sono riuscita a imparare neppure i giochi di prestigio più semplici.»

«Sto parlando di vera Magia. Non di trucchi.»

«Vera Magia… intendi la magia che non esiste?» Sorrido. Non so se sarà più divertente contrariarlo o assecondarlo. Scommetto la seconda. «Ma mettiamo esistesse. Cosa potrei fare con la Vera Magia? Volare?»

Il Conte si mette tra le labbra l’ennesima sigaretta. «No. Non direttamente.»

«Allora posso lanciare palle di fuoco o dardi di ghiaccio, come nei videogiochi?»

«No.»

«Guarire i malati? Resuscitare i morti? Distruggere i non-morti?»

«No.»

«Prevedere il futuro?»

«No.»

Mi stringo nelle spalle. «C’è qualcosa che posso fare con la Vera Magia?»

«Puoi controllare in maniera cosciente il collasso della funzione d’onda delle particelle. Tu sei l’ultima Maga Quantica!»

«Tradotto in italiano? Sembra di sentir parlare il mio ragazzo.» Mi lascio cadere sul letto, le braccia aperte. Dovrei rivelare a Roberto del Conte? Lui mi crederebbe, ma… già vedo il coniglietto legato con cinghie di cuoio a un tavolo operatorio, circondato da professori in camice bianco. Un dottore affila il bisturi, un altro cerca la presa alla quale attaccare l’alimentazione di un trapano.

Mi mordo il labbro inferiore. Detesto non essere sincera con Roberto. Sono sempre stata onesta con lui, almeno per quanto riguarda le questioni più importanti. È un problema di fiducia: se manca la fiducia, non ci può essere Amore. Non lo sostengo solo io, lo sostengono tutte le riviste del settore.

«In altri termini», riprende il Conte, «tu hai la capacità di tramutare il pensiero in realtà. È probabile che già usi il tuo potere da molto tempo, solo non lo fai in maniera cosciente. Modifichi la realtà senza rendertene conto.»

Tramutare il pensiero in realtà? Che idiozia. Ma provare non costa niente. Aiutandomi con i gomiti, mi rimetto dritta. Apro la mano destra. Desidero, dunque… desidero una tazza di gelato al gusto vaniglia. Con guarnizioni di cioccolato e amarena. E sopra la panna montata.

Immagino il calice colmo di gelato, il rosso scuro dell’amarena, le piccole scaglie di cioccolato fondente, il profumo della panna. Immagino anche un cucchiaino dal lungo stelo, appoggiato al vetro freddo: non ho voglia di mangiare con le mani.

Non succede niente.

Non che ci avessi sperato.

«Ho paura che stai parlando con la persona sbagliata.»

«No, non credo proprio. La Magia di oggi è stata fenomenale, solo un vero Mago sarebbe stato in grado di incidere così a fondo nel tessuto della realtà.»

«Oggi?» Cosa ho combinato oggi? Mi sono alzata tardi, con la testa che mi scoppiava e lo stomaco in disordine. La festa di ieri sera da Angela dev’essere stata fantastica, peccato che non ricordi niente. Mi sono trascinata in piscina, ma non ho nuotato neanche una vasca, mi sono solo rintanata al bar a bere gazzose e aranciate per rimettermi in sesto la pancia. A pranzo ho litigato una prima volta con mamma per la storia delle vacanze – il fatto che mi abbiano riaccompagnata a casa alle cinque del mattino mezza svenuta non significa che io sia una persona irresponsabile! Dopo ho giocato un po’ online con l’RPG di Haruhi Suzumiya – che sia quello a provocare le allucinazioni? Poi il nuovo screzio con mamma. Sono uscita e…

«Non è possibile!»

«Perché, secondo te è possibile che un coniglietto sappia parlare?» Il Conte butta via la sigaretta ancora accesa. «Inconsciamente hai desiderato incontrarmi e hai piegato la realtà al tuo volere! Ed eccomi qui.»

 

«Silvia!» La porta della camera si spalanca. Mamma è ferma sulla soglia, ha un’espressione di disapprovazione peggio di quella del Conte. «Si sente la puzza fino in corridoio! Cos’è questa novità? Non ti sarai mica messa a fumare?»

«Mamma, quante volte ti ho detto di non entrare in camera mia sen–»

«Ma piantala, signorina.» La mamma punta decisa alla scrivania. Raccoglie il filtro dell’ultima cicca fumata dal Conte; tiene il mozzicone all’ingiù, reggendolo tra pollice e indice, come fosse la coda di un topo morto. La testa della sigaretta arde ancora di rosso. «Brava. Davvero. Brava

«Non è come–»

«Non è come cosa? Non ti ho ripetuto fino alla nausea che il fumo fa male? Che devi stare lontana dalle sigarette?»

Infatti bevo, sniffo porcate chimiche, qualche pasticca, ma non ho mai fumato sigarette. Glielo vorrei gridare in faccia, ma mi trattengo. Intanto mamma esplora con lo sguardo la camera. Trova gli altri mozziconi che il Conte ha lasciato in giro. Con un fazzoletto di carta li prende uno a uno e li butta nel cestino della carta straccia.

«Silvia, questa volta non la passi liscia.» Mamma si pulisce con cura le dita, butta via anche il fazzoletto. «So che gli ultimi anni sono stati difficili, ma un comportamento del genere non me lo sarei mai aspettato. Sono delusa. Molto delusa.»

Affari tuoi, no? Anch’io sono delusa dall’avere una madre rompiscatole, ma non ti tormento tutti i giorni.

«E in più hai il coraggio di lamentarti per le vacanze. Te le farò vedere io le vacanze!» Senza aggiungere altro, mamma esce dalla camera. Sbattendo la porta.

«Dammi una sigaretta» dice il Conte. «L’ultima non me la sono goduta.»

 

Sollevo a metà la tapparella e apro la finestra, per far uscire il fumo. Il Conte stringe le zampette a coppa, a proteggere la fiammella dell’accendino dalla brezza notturna.

«So a cosa stai pensando» dice il coniglietto. «Se sono stata io a crearlo, non potrei farlo sparire? Lui, le sigarette, l’incazzatura della mamma.»

Non lo sto ascoltando. Sono tornata con la mente in una stanza d’ospedale: lo zio Carlo è smagrito, respira a fatica, non riesce ad alzarsi dal letto. Ha un tumore al polmone inoperabile e gli rimane poco da vivere. Lo zio ha cominciato a fumare a sedici anni e non ha mai smesso, neppure quando si è ammalato. Sono andata a trovarlo perché mi ha trascinata mamma, a me non frega niente se crepa, è solo un vecchio bavoso – come del resto lo sono tutti i vecchi. Invece mamma è sconvolta, e da lì nasce l’ossessione per il fumo assassino.

«Purtroppo non è così semplice.» Il Conte soffia via una nuvoletta grigia. «Avrai bisogno di un intenso addestramento per usare in maniera cosciente la Magia. E qui finiscono le buone notizie.»

«Buone notizie? Se ho capito bene, ho il potere di combinare immensi casini senza neppure accorgermene. Non mi pare una gran bella notizia.»

«La cattiva notizia. Sai perché sei l’ultima dei Maghi? Perché gli altri sono stati uccisi.»

«Oh, davvero? Uccisi apposta?»

«No, figurati. Sterminati per sbaglio. Fossi in te farei meno la spiritosa.»

«Non pretenderai mica che prenda sul serio queste stupidaggini? Non ho più dieci anni.»

«Non sono stupidaggini! Esistono luoghi», il coniglietto ha abbassato la voce, il tono è divenuto cupo, «esistono luoghi nell’Universo dove non giunge mai la luce delle stelle. Abissi di tenebra e ghiaccio, abitati da creature antiche e potenti. Creature dotate di un’intelligenza vasta e maligna, creature che rifuggono il calore e odiano ogni forma di vita cosciente. Il loro scopo è uccidere tutti i Maghi Quantici, perché solo un Mago è in grado di sopravvivere alla morte termica dell’Universo e gettare il seme per la rinascita. Se le creature delle tenebre dovessero riuscire nel loro proposito, questo ciclo sarà l’ultimo. Quando l’Universo morirà, morirà anche ogni scintilla di vita. Per sempre.»

Scosto il copriletto, lascio che scivoli sul pavimento. Mi distendo sul lenzuolo bianco. Attraverso i fori nelle stecche della tapparella, la Luna appare composta da pixel d’argento. «Spero che mamma non mi stacchi la connessione a Internet. Sarebbe un’estate orribile» mormoro.

«Ma hai sentito o no quello che ti ho detto?» strilla il Conte.

«Ho sentito, ho sentito. Peccato siano solo un mucchio di stupidaggini. Però come trama per un manga non sono male. Forse c’è un po’ troppa fantascienza per i miei gusti. Io preferisco le spade magiche e i demoni agli alieni.»

Il Conte con un unico balzo piomba sul letto. Mi zampetta lungo le gambe, mi salta sulla pancia, risale finché non incombe su di me. Il musino grigio è a un palmo dal mio viso. Schiude le fauci, i dentoni brillano.

«Proprio perché non credi a una sola parola di quello che ti ho detto siamo in una situazione pericolosa.»

«Sì… sì?»

Il coniglietto si ritrae. «Ora dormi, domani sarà una giornata lunga e faticosa.»

Balza via e lo perdo di vista. Tiro un sospiro di sollievo. È un coniglietto parlante pazzo e pure permaloso. Ma non posso negare che abbia fantasia da vendere.

E se dicesse la verità?

Individuo il Conte sulla cassapanca, accanto all’interruttore della luce. Clic. Scende il buio.

Un coniglietto carino

 

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Capitolo 1

agosto 11th 2009

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«La verità è che non vuoi mai che mi diverta. Pensi sempre a chissà cosa… e poi avevi promesso. Uffa!» Appoggio la schiena contro la parete; ficco le mani in tasca; con il tacco picchietto il battiscopa, dove so che è già un po’ scollato.

Sono tre cose che mamma non sopporta.

Il muro si regge anche da solo, mi ripete sempre. E poi: togli le mani dalle tasche. Il motivo? Mai capito, è una fisima cretina e nient’altro. Non devi sporcare i muri con le scarpe. Giusto. I muri, non il battiscopa. Se non ci vedi bene, comprati un paio di occhiali.

Ma la mamma non mi sta guardando. È intenta a rimestare nella pentola con un cucchiaio di legno; il tanfo di cipolle e asparagi impregna la cucina. Preparare qualcosa di commestibile mai, eh?

«Ho promesso che ci avrei pensato» dice, senza voltarsi. «Ci ho pensato e la risposta è no. Com’era no ieri e sarà no domani. Dobbiamo proprio discuterne tutti i giorni?»

E continua a mescolare come se niente fosse.

Quando ha quell’atteggiamento indifferente la odio. Dovrebbe incazzarsi e mettersi a urlare, lasciarsi sfuggire qualche insulto che possa rinfacciarle per mesi.

Lavorare sui sensi di colpa è l’ideale per ottenere ciò che si vuole. Come quando papà era appena andato via: mamma si era sentita responsabile per la separazione e io ne approfittavo il più possibile. Bei tempi quelli. Mi bastavano cinque minuti di capricci per spuntarla ogni volta.

Mi stacco dalla parete. Punto il muro di fronte, colpisco con la scarpa da tennis appena sopra il battiscopa. Tump! La scarpa lascia una mezzaluna di sporco sul bianco panna delle piastrelle.

«La risposta è no. D’accordo. Allora sai cosa faccio?»

Mamma sospira. «No, Silvia, non lo so.»

«Me ne vado da casa anch’io. Così sarai finalmente contenta!»

Lei stringe forte il cucchiaio. Lo ributta dentro la pentola. «Silvia! Non ti permettere di dire certe cose.»

Era ora. Gongolo.

«Altrimenti?»

Mamma si gira verso di me. Ha i capelli in disordine, la faccia arrossata, le occhiaie. Socchiude la bocca.

Altrimenti? Altrimenti? Altrimenti?

Riprende il cucchiaio. «Piantala di dire stupidate. E se esci cerca di tornare per cena. Non ho voglia di buttare via il risotto come lunedì scorso. Capito?»

«Va bene, va bene.»

 

Sul pianerottolo, il caldo di metà luglio mi assale. Passare dal fresco dell’aria condizionata all’afa del pomeriggio mi stordisce. Accosto la porta di casa senza ragionare. Un’occasione sprecata, penso, la mano ancora sulla maniglia. Avrei dovuto sbattere la porta, forte. Perché è un altro gesto che manda mamma fuori dai gangheri. Secondo lei bisognerebbe sempre accompagnare il battente. Come fossimo in un convento, o in biblioteca, o chessò io. Non vedo l’ora di compiere diciotto anni per andarmene da casa sul serio. Non sopporto più di dovermi districare tra mille stupide fisime.

Tanto per cambiare, l’ascensore è fermo quattro piani più sopra. Sono quelle care vecchiette dell’ultimo piano: sempre a chiacchierare, mai a muoversi. Sono capaci di tenere ferma la porta dell’ascensore per intere mezz’ore, in attesa che si raduni al completo la comitiva di rincitrullite.

Imbocco le scale, scendo i gradini a due a due. Il caldo è allucinante, non ricordo un’estate del genere da mai. I capelli si appiccicano sulla fronte e mi coprono gli occhi. Scosto una ciocca rosa; se continua con questo caldo mi rapo a zero. La maglietta si incolla alla schiena. Due rampe e sudo come se avessi infilato la testa nel forno.

Un gattino ruggisce.

Recupero il cellulare dalla tasca dei jeans. Masako, il micio che abita nel telefonino, ha occupato l’intero schermo. Tiene la zampetta sinistra alzata, gli artigli infilzano una busta. Sfioro con l’indice la busta e il messaggio sms si allarga a riempire il display.

Lo ha inviato Elena, il testo dice: “Tua madre?”

Mia madre, niente. È andata male anche oggi. Conto sulla punta delle dita le alternative che mi restano. Non sono molte. Potrei mendicare da papà: sarebbe facile convincerlo a darmi il permesso per andare in vacanza, e sono sicura che in più riuscirei a scucirgli un bel po’ di soldi. Ma poi mamma lo verrebbe a sapere. E allora, apriti cielo! Già mi vedo i mesi successivi a litigare per ogni minuzia, e sorbirmi prediche e autocommiserazione e rancore e una continua rottura di scatole. Non ne vale la pena. Non potevo nascere in una famiglia normale? A quanto pare no.

L’altra soluzione è fregarmene del permesso di mamma e partire lo stesso. Però non ho un soldo, e mi scoccia chiedere sempre a Elena. È imbarazzante. Se devo passare tre settimane a vergognarmi tanto vale andare alle Terme di Bontasco con la nonna, come tutti gli anni.

La nonna, vecchia spilorcia. Se sapesse dei miei problemi so già cosa mi direbbe: Cara, sei grandicella. Potresti guadagnare i soldi per le vacanze con qualche lavoretto. Io a quattordici anni lavoravo già al calzaturificio.

Sì, nonna, ma tu hai finito a fatica le elementari. Io studio, ho un ragazzo, devo gestire il mio blog: quando arriva l’estate non ho la minima voglia di mettermi a lavorare, chiaro? Piuttosto mi prendo un anticipo sul regalo di compleanno, tanto il numero del bancomat di mamma lo conosco. Non è rubare, se detraggo dai regali futuri.

Il gattino ruggisce di nuovo.

Ancora Elena, questa volta in voce.

«Allora, com’è andata con tua madre? Sei riuscita a convincerla? Io devo prenotare l’albergo, non possiamo organizzare tutto all’ultimo momento.»

«Niente da fare. La solita litania: non si fida a lasciarmi andare da sola se non è presente un adulto.»

«Ma io diciotto anni li ho compiuti!» protesta Elena.

«La mamma per adulto intende una persona responsabile.»

«Tuo fratello?»

«Figurati! Poi adesso che ha preso a lavorare continua a dire che vuole godersi le vacanze e andare in Thailandia o in Giappone o sa solo lui dove. Ad accompagnare me non ci pensa neanche.»

«Neppure per finta?»

«Non lo conosci. Non mi farebbe un favore a piangere. È un bastardo.»

«Però è cari–» La replica di Elena muore in un borbottio.

Masako è inquieto. Tra le orecchie a punta del felino scorre la scritta: “Rete non raggiungibile”. Sollevo il viso: come volevasi dimostrare. Sono nell’atrio e sopra di me è appollaiato un ragno metallico, un lampadario vittoriano. I bracci di ottone del mostro interferiscono con i segnali dei cellulari, ingarbugliano le frequenze o non so bene cosa. Ogni volta che si passa sotto il lampadario, le comunicazioni si interrompono.

Una sera Roberto – il mio ragazzo – ha cercato di spiegarmi perché succede questo casino. Mi ha persino mostrato una pagina di calcoli. Io ho accennato di sì con la testa, per farlo contento. Roberto studia fisica all’Università, ed è convinto che tutti siano dei mezzi geni come lui. Lui è il tipo che si diverte a risolvere problemi di matematica. Non capisce che alle persone normali non frega niente della termodinamica, della teoria dei numeri o magari di quell’altro tizio, Gödel o Goebbels o come si chiama.

Ma è un piccolo prezzo da pagare per avere accanto un ragazzo bellissimo, dolcissimo e intelligentissimo. L’unico ragazzo che mi ha sempre trattata come una vera principessa. Potessi passare con lui l’estate! Invece niente. Bloccato da giugno a settembre in Università, per star dietro a non saprei dire quale esperimento. Trascorre intere giornate in laboratorio, addirittura si ferma a dormire lì. Da settimane ci vediamo pochissimo, e spesso sembra distratto, sovrappensiero, quasi il dannato esperimento contasse più della sua principessa.

Impossibile.

 

Esco dal palazzo. In cortile, mentre percorro il vialetto verso il cancello, il cellulare torna online. Richiamo Elena. Non risponde. Mi stringo nelle spalle e rimetto via il telefonino.

Passo accanto al gabbiotto del portinaio. Il signor Belardi siede immobile. Gli ultimi capelli bianchi sono agitati dal flusso d’aria del ventilatore posato accanto a lui. Fissa inebetito la rastrelliera con le cassette della posta.

«Buon pomeriggio» lo saluto.

Lui non risponde, non distoglie lo sguardo, come se non mi avesse neanche vista. Meglio così: mi ricordo ancora quando due anni fa diede fuori di matto dicendo che cercavo di entrare nel palazzo senza essere inquilina. Mi inseguì armato di rastrello. La moglie convinse mamma a non sporgere denuncia. Alla fine l’assemblea di condominio non lo licenziò neanche.

Io voglio morire giovane. Non voglio diventare una vecchia idiota.

 

Mi chiudo il cancello alle spalle. La città è addormentata, intorpidita dalla canicola. Non spira un filo di vento. Nessuno per strada. I rumori del traffico sono così attutiti che potrebbero venire dalla Luna. Potrei essere l’ultima ragazza rimasta sulla Terra.

Se sono tutti morti soffocati dal caldo, spero in gelateria mi facciano lo sconto, ho giusto bisogno di un sorbetto al limone per rinfrescarmi le idee. Il posto più vicino è dalle parti di piazza Pisa. Sempre che non sia già chiuso per ferie.

Cammino per una cinquantina di metri, svolto al primo incrocio. La strada alberata si allarga fino a diventare un viale ornato da due filari di cipressi. Percorro viale Gozzini all’ombra delle fronde. Alla mia destra scorre l’inferriata verde oliva che protegge il parco di Villa Gozzini. La villa – una reggia su tre piani in stile liberty – si scorge appena, nascosta dalla siepe cresciuta intorno alle sbarre dell’inferriata.

Si dice che i Gozzini siano la famiglia più ricca della città. Se sono così pieni di soldi potrebbero assumere un giardiniere: la siepe è cresciuta senza controllo, come un tumore, e ha riempito ogni pertugio, fino a tracimare sul marciapiede. I più ricchi se ne fregano di aver allevato un mostro vegetale e mamma non vuole installare la parabola perché rovina il decoro del condominio. Proprio.

«Ehi, ragazzina.»

Una voce. Rauca, severa. Sembra quella del prof di Storia. Dio, mi manca solo di incrociare quel deficiente. In che anno è nato Napoleone, su, su? I professori del Liceo li scelgono tra gli ultimi in graduatoria per un posto da spazzino.

Mi volto. Dietro di me, nessuno. Il viale è deserto, tranne per un cane spelacchiato che aspetta alla fermata del filobus 51.

«Sì, proprio tu, ragazzina.»

Ma che diavolo… alzo il viso e incrocio lo sguardo con una coppia di colombi. I due sono appollaiati su un ramo bitorzoluto. Muovono la testa a scatti, in curioso sincrono. Hanno parlato loro? È possibile? Che razza di domande dementi mi pongo?

«Sono qui, in basso, a destra.»

Mi piego sulle ginocchia. Sbircio tra la siepe.

«Ancora un po’ più a destra.»

Verso destra le fronde si diradano, rivelano una chiazza di terreno invasa dalle erbacce. Tra felci e ortiche è seduto un coniglietto. Il pelo è corto, di color grigio cenerino. Le lunghe orecchie ricadono flaccide. Il musino è quanto di più grazioso abbia mai visto, peccato che sia atteggiato in una smorfia di disapprovazione.

«È una specie di scherzo?» chiedo al coniglietto.

«No» risponde lui, senza scomporsi.

Un coniglietto parlante, e non è uno scherzo. Sì, certo, e io ci casco. Dev’esserci dietro qualche buontempone che se ne intende di ventriloquismo. Ho sempre pensato che fosse necessario un pupazzo, ma forse funziona anche con i coniglietti. O forse ho davanti un peluche. Infilo una mano tra le sbarre e tocco con l’indice il nasino umido dell’animaletto. Lui si ritrae, infastidito. Se è un pupazzo si comporta proprio come un coniglietto vivo.

«Abbiamo parecchio da discutere, ragazzina» dice il coniglietto. «Ma prima ho bisogno di una sigaretta.»

«Io non fumo.»

«Imparerai. Adesso fammi un piacere.» Il coniglietto si porta una zampetta sotto la pancia, e tira fuori una banconota da dieci euro. «Vammi a comprare un pacchetto, d’accordo?»

Prendo i soldi. Frusciano tra le dita. Il coniglietto mi fa cenno con il musino di sbrigarmi.

«Vado» mormoro.

Cammino all’indietro, senza perdere di vista il coniglietto, finché le frasche non lo nascondono. Quando sparisce tiro un sospiro di sollievo.

Palpo la banconota, la osservo in controluce per verificare la presenza del filo di sicurezza. È autentica. Ho ricevuto una vera banconota da un’allucinazione? Oppure sto andando fuori di testa?

Non ti devi preoccupare. Non è come drogarsi o bere. Non ci sono effetti collaterali a sniffare la trielina. O la colla. O la vernice. Elena, se mi hai raccontato una balla, giuro che ti strozzo! L’ultima volta che ho sballato è stato due giorni fa. Possibile che ne subisca adesso gli effetti?

C’è un solo modo per saperlo.

 

Poso i dieci euro sul bancone. Il cuore rimbomba nel petto, come al primo appuntamento con Roberto. Il barista accetta i soldi senza battere ciglio. Mi passa il pacchetto di sigarette e qualche moneta di resto.

«Ecco qui.»

«Grazie.»

Rigiro il pacchetto tra le dita. Ho scambiato soldi immaginari per sigarette immaginarie? Se è tutta un’illusione, è ben complicata!

 

Ritorno davanti all’inferriata, mi chino verso le sbarre. Tendo il braccio in avanti, il pacchetto in mano. Sono giovane, non ci tengo ad avere già il cervello in poltiglia. Perciò non esistono coniglietti parlanti. Io non ne ho mai incontrati. Non esistono coniglietti parlanti, non esistono coniglietti parlanti, non esistono coniglietti parlanti. Non esistono coniglietti parlanti.

«Alla buon’ora.» Il coniglietto mi sfila il pacchetto dalle dita. Strappa l’involto di plastica trasparente con i dentoni, batte il fondo del pacchetto contro il palmo di una zampa, si porta alla bocca una sigaretta.

Allarga entrambe le zampette. «E il resto dov’è, ragazzina?»

Consegno le monetine. Lui le fa sparire sotto la pancia.

«Hai da accendere?»

«No. Ti ho detto che non fumo.»

Il coniglietto sbuffa. Fruga tra le margherite secche. Raccoglie un accendino di ferro, mezzo arrugginito. Lo apre facendo scoccare una scintilla. Accende la sigaretta.

Inspira a fondo. Le guance si gonfiano: sembra un criceto che ha appena nascosto in bocca una ghianda. Soffia via un anello di fumo.

«Ci voleva proprio.» Il coniglietto dà un altro tiro. «Dì un po’, ragazzina, abiti qui vicino, vero?»

«Sì.»

«Ottimo. Mi devi portare a casa tua, staremo più comodi. Vivi da sola? No, vero? Quanti anni hai?»

Ma da quando i coniglietti hanno l’abitudine di occuparsi dei fatti degli altri?

«Ho diciassette anni. Fra poco ne compio diciotto.»

«Ti ho chiesto quanti anni hai o quanti anni avrai fra poco? Quando ti faccio delle domande, gradirei risposte a tono. Dovrai imparare la formalità, è innanzi tutto una questione di dignità personale.»

Definizione di situazione assurda: essere in imbarazzo per colpa di un coniglietto parlante. Come si permette? Neanche fossi a colloquio nell’ufficio del preside.

«A proposito», continua lui, «io sono il quindicesimo Conte Gozzini. Puoi rivolgerti a me chiamandomi signor Conte o signor Conte Gozzini. Hai capito?»

«Sì, sì, non sono mica scema.»

Il coniglietto scuote la testolina. «Ripeto. Hai capito, sì o no?»

«Sì, te l’ho detto, ho capito.» Si può sapere che vuole?

Lui spegne la cicca contro un sasso. «Sì, ho capito, signor Conte Gozzini. Così avresti dovuto rispondere. Sei sorda o sei stupida?»

«Scusa, va bene? Ho capito, signor Gozzini, contento?»

L’espressione di disapprovazione sul musino del coniglietto non si attenua di una virgola. Mi fissa come se avessi appena mangiato arrosto suo fratello. Elena, se è tutta colpa della trielina, giuro che questa volta me la paghi!

«Lasciamo perdere.» Il Conte sfila dal pacchetto una seconda sigaretta. «Adesso rimani lì. Ferma. Faccio il giro ed esco.»

Con un balzo il coniglietto sparisce, celato dalle circonvoluzioni della siepe. Mi rialzo. Spazzolo via dalle gambe dei pantaloni polvere e foglioline. Controllo l’ora sul cellulare. Be’, posso aspettare.

Trascorre un minuto.

Due minuti.

Tre minuti. Un battito d’ali mi fa alzare la testa: la coppia di colombi vola via.

Quattro minuti. Il cane spelacchiato si allontana dalla fermata.

Cinque minuti.

Manca giusto il suono della campanella, e poi sarebbe come a scuola, al termine dell’ora di Latino. Non sei preparata e passi il tempo a morderti le unghie e a sperare che non ti interroghino. Alla fine, più hai sofferto, maggiore è il sollievo. Cinque minuti e non ci sono coniglietti parlanti. Non ci sono mai stati coniglietti parlanti. Perché io non ho il cervello in poltiglia!

Una sensazione di leggerezza mi invade il cuore. Tornerò subito a casa – al diavolo anche la gelateria –, e penso di scusarmi con mamma. Tutto sommato la prospettiva di andare in vacanza con la nonna non mi appare più così tragica. Meglio la nonna con le sue torte paradiso di Elena e i vapori di trielina.

Un peso preme sulla spalla destra. Giro la testa e scopro il musino del Conte a una piuma dalla guancia. Il coniglietto artiglia la maglietta.

«Che aspetti? Muoviamoci. Se c’è una cosa che odio è perdere tempo. Hai già scelto che nome astrale intendi usare?»

«Nome astrale? Io ho già un nome, mi chiamo Silvia.»

«Silvia. Bah!» Il coniglietto muove una zampetta, ad allontanare da sé il mio nome, disgustato. Voglio vederlo in faccia il prossimo che avrà il coraggio di dare a me della maleducata!

«Non si è mai sentito in seicentomila secoli che un Ma–» si zittisce di botto.

Dal fondo del viale ha fatto capolino il filobus 51. Risale la strada. Supera la fermata senza rallentare. Aumenta di velocità quando ci scorre accanto. La sagoma arancione rimpicciolisce all’orizzonte, nulla più di un miraggio tremolante.

«Stai sempre ben attenta a non dire a nessuno chi sono o che so parlare» riprende il coniglietto. «Potrebbero ascoltare le persone sbagliate, anche se persone non è il termine esatto.» Si accende la terza sigaretta. «Per il nome andrà bene Silvia. Per ora, almeno.»

Grazie tante! «Comunque siamo d’accordo, non dirò niente a nessuno. Anzi, figurati se raccontassi di questa storia a mamma, penserebbe che abbia qualche rotella fuori posto. Non mi lascerebbe andare in vacanza da sola neppure a trent’anni.»

Ragazza e coniglietto

 

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