«Prima il mio sogno ricorrente era di perdermi in metropolitana.»
La ragazza con gli occhi verdi ascolta immobile, le dita intorno alla tazzina di caffè. Ormai sarà freddo. Non l’ha neanche assaggiato. Devo farle notare che è maleducazione? Ho perso ore a frugare negli scatoloni per recuperare le tazzine, i cucchiaini, la tovaglia a fiori, lo zucchero, il caffè liofilizzato e i biscotti alle mandorle. Ho persino cucinato: ho aperto il rubinetto dell’acqua calda del lavello in cucina e ho preparato il caffè. Non era cattivo. E poi cosa diavolo pretende? Abita in mezzo al nulla, non ha diritto a fare la schizzinosa.
«Forse volevi un altro cucchiaino di zucchero? Meno zucchero?»
La ragazza batte una volta le palpebre. Sì? No? Valla a capire.
«Dicevo, qualche volta sono sola nei tunnel della metropolitana. Altre volte mi accompagna Elena. O Angela. Vaghiamo nel sottosuolo, al buio, finché non vediamo le luci di qualche stazione. Allora ci affrettiamo, ma…»
Allungo la mano e prendo un biscotto a forma di elefantino dal piatto della ragazza. «Dato che tu non li mangi.» Sgranocchio le zampe dell’elefantino. «Quando ci accorgiamo di essere vicine a una stazione corriamo verso le luci, ma arrivate lì scopriamo che non passa nessun treno. Le luci sono accese, la gente aspetta, ma i treni non passano.»
Ingoio la testa e il corpo dell’elefantino. Per essere rimasti miliardi di anni sul fondo di uno scatolone, i biscotti sono ancora freschi. Profumano come appena sfornati. «Angosciante, non è vero?»
Divoro un altro paio di biscotti. Mi pulisco la bocca con il fazzoletto di carta. Sul fondo della mia tazzina sono rimaste le ultime gocce di caffè. Le bevo con una smorfia. Il caffè freddo fa schifo.
«Non prenderla come un’offesa, ma a volte, quando parlo con te, mi sembra di parlare con una bambola.»
Un movimento lieve. La ragazza annuisce? Forse dondola la testa perché è mezza addormentata. Al solito.
«Se ti sto annoiando, dimmelo, eh?»
Mi lecco le dita sporche di zucchero. Sollevo il viso. L’orologio tondo appeso alla parete segna la mezzanotte. Conta le ore al contrario, dunque è il momento di svegliarsi.
«Ho paura che anche questa notte sia trascorsa. La prossima volta magari preparo la cioccolata?»
La ragazza inclina la testa di lato e socchiude i grandi occhi da cartone animato.
Mi alzo e raggiungo la porticina. Stringo la maniglia. Il risveglio è doloroso, ogni notte. È il prezzo da pagare per uscire dalla casetta.
Spalanco la porta.
Il Sole splende di fronte a me; il disco incandescente riempie il vano. Chino il capo, accecata dalla luce. Spirali di fuoco si staccano dalla superficie della stella, le fiamme mi abbracciano. I vestiti bruciano, le scarpe si fondono con la pelle. La puzza di carne bruciata mi riempie le narici. Non provo dolore, ma sono scossa dai brividi. Mi accascio sull’erba secca che ricopre la collina.
L’erba avvampa. Fumo nero mi entra in gola, tossisco, e non riesco più a respirare. Graffio la porticina della casetta. Non si apre. La maniglia si è sciolta, è una pozza di metallo liquido sullo zerbino.
Gli occhi lacrimano, spingono contro gli zigomi, si gonfiano. Il calore intenso li spappola.
Scende il buio.
* * *
Il cielo è blu scuro. L’azzurro dell’alba è ancora nascosto dietro i cornicioni dei palazzi. Giro la testa verso il comodino. Le lancette fosforescenti della sveglia si tengono compagnia accanto alle cinque.
Mi siedo sulla sponda del letto e distendo le gambe. Nessuna scottatura. Ogni mattina controllo. Da giorni ho il terrore che quello che succede sulla collina possa filtrare nella realtà.
Mi stiracchio e sbadiglio. Non ho dormito più di tre ore. Un’altra volta. I Maghi non dormono mai, secondo il Conte.
Che razza di fregatura.
L’unico vantaggio di alzarsi all’alba è che mamma non può più accusarmi di essere pigra. Anche se domani non hai scuola, non ti puoi alzare a mezzogiorno. Perché, sentiamo? Non ci sono spiegazioni, ci sono solo fisime cretine.
Cammino a piedi nudi sul pavimento. Dove ho messo le ciabatte?
Mi chino a sbirciare sotto il letto. Mi metto a quattro zampe e allungo una mano nel buio. Cosa ci fai per terra? Non sei più una bambina! E poi tieni in ordine la tua stanza! Anche se mamma non c’è, i suoi rimproveri aleggiano nell’aria. Vivo in una camera infestata dai rimproveri.
Le dita sfiorano il tessuto rosa della ciabatta più vicina. Le maledette sono andate ad accucciarsi nell’angolo più lontano, contro il muro, dove ha la tana l’Uomo Nero. Da bambina ero convinta che lui abitasse proprio lì. Ma quando sono cresciuta abbastanza per spostare rete e materasso, l’Uomo Nero ha traslocato. Non lo ho mai incontrato.
Tendo allo spasimo le dita. Se non mi fossi tagliata le unghie… Niente da fare. Chiudo gli occhi. Un profondo respiro. Mi concentro sul battito cardiaco, aspetto la pulsazione che darà inizio alla Magia. La realtà vibra. Gli oggetti si disgregano in torrenti di polvere, come se un forte vento spazzasse un castello di sabbia.
Ma i muscoli sono già rigidi e ho mal di testa. Mai che riesca a compiere Magie prima di colazione. La polvere nera ricompone il mondo. Premo i palmi contro il pavimento e mi rimetto in piedi. Afferro la spalliera del letto, la tiro verso di me.
L’Uomo Nero è acquattato all’imbocco della tana, gli artigli serrati intorno alle mie ciabatte.
Il corpo della creatura freme e si srotola lungo la parete. L’ombra si contorce, si dibatte dal pavimento al soffitto, incapace di mantenere una forma fissa. Arretro di un passo. Come ha fatto ad arrivare da…
«Lui ti vuole parlare.» La voce dell’ombra è un sibilo che comprendo senza sentirlo; un fruscio al di sotto della soglia di ascolto cosciente.
«Esci subito dalla mia stanza!»
L’ombra si arrampica sul soffitto. Compone un abbozzo di muso, un viso demoniaco con lunghe corna e il lampadario come unico occhio. «Lui ti vuole parlare.»
«Be’, può telefonarmi, il numero lo conosce.»
La creatura cola dal soffitto sulla scrivania, scavalca i quaderni e i libri di scuola, sfiora il monitor del PC, striscia giù seguendo le gambe del tavolo. Tentacoli scuri saettano sulle piastrelle del pavimento. I viticci si protendono verso le dita dei miei piedi. Balzo all’indietro, inciampo nel letto e ci cado sopra di schiena.
L’ombra riforma la faccia. «Lui ti vuole vedere.»
Filamenti sottili quanto un capello nascono dai confini incerti della creatura. I capelli si intersecano gli uni agli altri, con la precisione dei pixel su uno schermo. L’ombra sta tessendo un disegno sulla parete dietro al letto.
Uno spiazzo circolare. Fango. Sabbia. Mozziconi di alberi. Gradini di cemento al centro della spianata. I gradini spariscono nel buio di una galleria. Cavi serpeggiano lungo gli scalini e sono inghiottiti dall’oscurità. Lampade ondeggiano all’ingresso della galleria. Un cartello è attaccato alla parete di roccia, appena all’interno dell’antro. È una mappa della rete metropolitana. Intanto i capelli d’ombra definiscono il paesaggio: edifici sullo sfondo e, intorno allo spiazzo, asfalto, semafori, strisce pedonali, automobili ferme.
Devono essere i lavori di prolungamento della linea 2 della metropolitana. La nuova stazione dalle parti di Garate. Mi ricordo quando hanno cominciato, perché hanno stravolto il percorso della 94. Così sono stata costretta ad alzarmi venti minuti prima per arrivare a scuola in orario.
L’immagine sbiadisce. I capelli si arruffano e modellano una scena diversa: una collina tonda, un ciuffo d’erba su un lato. Nuvole stilizzate ai piedi di uno spicchio di Luna.
In cima alla collina, un animaletto è ritto sulle zampette posteriori. Lunghe orecchie ricadono flaccide ai lati del musino, contratto in una smorfia di disapprovazione.
«Lui non desidera che siano presenti conigli» sibila l’ombra.
I primi raggi del Sole filtrano tra i tetti dei palazzi. L’onda di luce entra dalla finestra, costringe l’ombra a tornare sul soffitto. La creatura rimpicciolisce ed è assorbita dall’intonaco.
Con cautela mi alzo in punta di piedi sul materasso. Il soffitto è pulito, senza alcuna traccia dell’essere. Per sicurezza accendo la lampada sul comodino e le piego il collo verso l’alto.
Lui mi vuole parlare. Mi vuole vedere. Da sola.
Pensa che io sia scema? Dopo quello che ha cercato di farmi. Se abbocco sono una cretina.
Ma adesso conosco la Magia.
Un po’.
Le ciabatte sono ancora lì, nell’angolo. L’unica ombra che le copre è quella della gamba del letto. Chissà per quanto tempo la creatura è rimasta rintanata in agguato, i tentacoli avvinghiati alle mie ciabatte. Dovrò bruciarle.
E mentre dormivo? Al tramonto le ombre acquisiscono consistenza. I tentacoli possono essere risaliti da sotto il letto. Mi sfrego le braccia, e ho timore a guardare le mani: non vorrei che i palmi fossero umidi di muco nero.
Dio, che schifo!
A piedi nudi corro in bagno e mi ficco sotto la doccia.
I fori nelle stecche della tapparella bruciano di luce. Mentre mi asciugo i capelli non capisco se sono ancora bagnata o se già sudo per il caldo. Forse sto sudando per la tensione, come in classe prima delle interrogazioni di Storia.
Forse sono nervosa per colpa dell’anello. Sono andata a prenderlo in fondo all’armadio. Lo tengo nascosto dentro uno scrigno di plastica, in mezzo ai mattoncini per le costruzioni, le teste di vecchie bambole, le pedine della dama e le altre cianfrusaglie di quando andavo alle elementari.
L’anello però non è bigiotteria. In penombra l’oro scintilla e lo smeraldo brilla di verde intenso. Non ne capisco granché di gioielli, ma deve valere una fortuna. Per quello non lo metto quasi mai. Se mamma lo scoprisse sarebbe l’ennesimo tormento. Chi te l’ha dato? Perché? Cosa ti è venuto in mente di accettare un regalo così costoso?
Ma saranno affari miei, o no?
Lo smeraldo è incastonato in una culla d’oro. Minuscoli artigli gialli lo tengono in posizione. Zampe. Questa mattina lo smeraldo sembra l’addome gonfio di un ragno e i filamenti d’oro sono piccole zampe.
Glielo restituisco. Non lo sto neanche ad ascoltare, vado lì e, davanti ai suoi occhi, mi sfilo l’anello e lo butto per terra. Voglio vederlo strisciare per raccoglierlo. Così impara.
E se poi me lo restituisce e mi chiede di perdonarlo?
Rigiro l’anello tra pollice e indice. È stato così carino a regalarmelo… Magari non intendeva quello che ha detto, magari si è trattato di un malinteso. Quando ci si trova in situazioni complicate è facile dire o fare cose che non si pensano davvero.
Infilo l’anello e distendo le dita. La pietra preziosa risplende di fuoco verde. È un anello meraviglioso. E quando l’ho fatto vedere ad Angela è schiattata d’invidia.
Se Roberto mi compra l’abbonamento a Internet lo perdono.
* * *
La gente mi lancia occhiate perplesse, perché sono da dieci minuti impalata davanti alla vetrina del bar sotto la stazione della metropolitana di Porta Pisa. Fisso il televisore appeso sopra il bancone. Mentre passavo ho scorto un’immagine di sfuggita e mi sono bloccata. Scorreva il sommario del telegiornale regionale e sono sicura di non essermi sbagliata: l’immagine era quella di un sacchetto della spesa con le rotelle.
L’inutile vecchia aggredita in casa settimana scorsa è morta; è stato scarcerato l’assessore accusato di corruzione; prosegue la visita dell’ambasciatore del Giappone. In un angolo dello schermo ritorna il sacchetto della spesa. Mi intrufolo nel bar per sentire il servizio.
Il furgoncino bianco si è schiantato contro un tetto. È rimasto incastrato tra le tegole; la fiancata con il sacchetto rivolta al cielo. Il tetto si è deformato, piegato verso il furgoncino. Come un lenzuolo sul quale butti lo zaino pieno di libri. Come lo spazio-tempo deformato dalla massa di una stella, direbbe il Conte.
Mentre il giornalista chiacchiera, i pompieri si aggirano tra i calcinacci. Due poliziotti osservano le lamiere accartocciate. A fianco dell’edificio è parcheggiata un’ambulanza con i lampeggianti blu accesi.
Il giornalista sostiene che non ho ammazzato nessuno, però ci sono alcuni feriti lievi per colpa delle schegge: l’impatto ha frantumato le finestre nell’intero quartiere. E ho sfasciato il negozio di abbigliamento di un cinese. L’ennesimo atto intimidatorio, dichiara un tipo in giacca e cravatta, un pezzo grosso dell’associazione commercianti.
Erba verde ricopre il tetto. Il tribunale ha respinto il ricorso della Santordese. La squadra di San Tordo non potrà iscriversi al campionato di Serie B.
Esco dal bar.
Salgo i gradini verso l’uscita della stazione. Intanto mordicchio la stecca degli occhiali da sole.
Potrei farmi pagare.
Non c’è bisogno che faccia del male a nessuno. La mia sarebbe una specie di assicurazione: in cambio di una cifra modesta, fornisco la garanzia che non cadranno altri furgoni. O potrei manipolare i risultati delle partite e scommetterci sopra. Chissà se devo andare allo stadio o posso usare la Magia attraverso la televisione. Non ho mai provato.
Infilo gli occhiali scuri. Devo pensare in grande. Se Roberto vuole che lo prenda di nuovo in considerazione, dovrà promettere ben più dell’abbonamento a Internet!
Il becco della ruspa è sollevato a mezz’aria. Incrostazioni di sabbia striano i tozzi denti d’acciaio. Nessuno è seduto al posto di guida. A giudicare dalla polvere sul sedile, sono giorni che la ruspa è lasciata a se stessa.
Gli operai saranno in vacanza. Strano però. Questi lavori di solito non li fermano ad agosto, anzi ne approfittano perché c’è meno traffico. Supero la ruspa e lo spiazzo disegnato dalla creatura di ombra si distende davanti a me. Un circolo di terra smossa grande quanto una piazza. L’imbocco della galleria si apre proprio al centro. Coppie di cavi scorrono sui gradini che conducono all’entrata della caverna. Scendo un paio di scalini e spio all’interno. Buio. Una corda è tesa lungo la volta; a intervalli regolari sono appese delle lampade. Spente.
Appoggio la mano allo stipite di roccia. Mi sporgo in avanti finché l’oscurità gelida non mi pizzica le spalle. Buio pesto.
Là sotto non scendo.
«Non c’è bisogno.»
L’oscurità si gonfia e si protende verso di me. Scatto all’indietro. Tentacoli neri si avvinghiano alle gambe. Scalcio e l’ombra scivola via. Si rintana tra le pieghe del terreno.
Butto gli occhiali da sole. Arretro, attenta a dove metto i piedi, gli occhi puntati sulle crepe che si intersecano nel fango secco. L’ombra fa capolino dagli anfratti, striscia veloce e cerca riparo tra i cavi.
I cavi nascono da un gabbiotto al confine dello spiazzo. Una casupola con le pareti di lamiera e una singola finestrella. «Seguimi» sibila l’ombra. Zampette nere sbucano dalla creatura. L’ombra corre sotto i cavi, come un millepiedi a testa in giù.
Raggiungo il gabbiotto. L’ombra si insinua nello spiraglio tra le pareti di alluminio e il terreno. Scompare all’interno. Io ho bisogno di una porta. Giro intorno alla casupola.
La porta è bloccata da un divano di tela rossa, addossato contro la lamiera. Roberto siede in un angolo, il capo chino, gli avambracci poggiati sulle cosce. È dimagrito. Molto. La pelle è tirata, le ossa delle braccia e delle dita sono in rilievo. Le vertebre spuntano sotto la maglietta bianca.
«Ciao, Silvia.»
«Cosa ti è successo?»
Alza il viso. Gli occhi sono due cavità vuote.
«Sono stanco di avere un corpo di carne. Questa sarà l’ultima volta.»
Sorride. Non ha più le labbra, i denti sono quelli di un teschio.
Copro l’anulare della sinistra con l’altra mano, per nascondere lo smeraldo. Mi è già passata la voglia di fare una scenata.
Lui si tira in piedi, reggendosi alla spalliera del divano. Allarga le braccia. «Vieni qui, dai.»
Indietreggio. Dietro Roberto si annidano le ombre. Decine di creature pigiate le uno contro le altre, che fremono e sibilano.
«Forse è meglio se non ci vediamo più» balbetto.
Roberto scuote piano la testa e ho paura che il collo sottile si spezzi. «Il mio Padrone non ha gradito come ti sei comportata. Sei stata molto scortese ad andartene così, senza salutare.»
«Be’, avevo fretta.»
«Ma è disposto a mettere da parte la propria collera. È ancora pronto ad accoglierti. Il mondo degli uomini è condannato, tu hai una possibilità di salvarti. Non sprecarla.»
«Il mondo non è condannato. Posso fermare gli invasori.»
Roberto snuda i denti, sogghigna. «Come farai?»
«Il Conte mi sta insegnando.»
«E tu stai imparando? Non credo.»
L’ombra accucciata sulle mie ciabatte. Chissà da quanti giorni mi sorvegliava.
«Te lo dico una volta sola, se trovo un’altra creatura schifosa in camera mia, ti giuro che–»
«Non fidarti del coniglio. Prova a chiedergli come passava il tempo prima di incontrare te. Chiedigli chi era.»
«Prima mi cercava. Così ha detto.»
Roberto ciondola il capo. Annuisce? Nega? «Il mio Padrone è un umile cercatore di verità. Lui non ha secondi fini, non nasconde segreti. Dagli la possibilità di aiutarti.»
Sono uscita con ragazzi che avevano dei problemi e ne ho ricavato solo rogne. Roberto sarà almeno una settimana che non mangia e non voglio sapere con quale porcheria si è fatto. Senza contare le persone che frequenta. Che non sono neanche persone.
«Non penso di poter accettare.»
Lui si rimette seduto. Batte una mano scheletrica sul tessuto sfilacciato del divano. «Quando deciderai di accomodarti accanto a me, io sarò qui ad aspettarti.»
«Non cambierò idea.»
«Il mio Padrone saprà convincerti.»
Il disco del Sole si dilata. Il bianco mi abbaglia e devo proteggermi il volto con il dorso della mano.
Le scarpe scivolano sulla sabbia e cado con il sedere per terra.
Un rombo meccanico scuote il mondo. Ombre mi avvolgono. Abbasso la mano, stringo gli occhi. Sopra di me si erge il becco della ruspa. Rivoli di terriccio sfuggono ai denti e mi piovono addosso. Tossisco e sputo. Cerco di rialzarmi, i palmi affondano nella sabbia. Sono finita in una buca.
«Ti sei fatta male?»
Un tizio a torso nudo con in testa un casco giallo mi offre la mano. Non è solo, lo spiazzo si è riempito di gente. Due operai portano in spalla un tubo di cemento; un gruppetto impila mattonelle; qualcuno spala palta grigia. Altri sono fermi e mi guardano.
Stringo la mano sudaticcia del tizio e mi tiro fuori dalla buca. Il cigolio di una porta che si apre. Dal gabbiotto sbucano due uomini. «E questa chi cazzo è?» chiede quello con la camicia a scacchi al tipo accanto.
«Scusate, mi sono persa» mormoro.
Poi scappo via.
* * *
La mamma mi aspetta seduta al tavolo della cucina.
Per carità, non oggi! Devo ignorarla. Un bel respiro profondo e tirare dritto. Non guardarla, tirare dritto, fare come se non ci fosse.
Sono alla porta della camera, quando la voce di mamma mi raggiunge. «Non hai niente da dirmi?»
Giro la maniglia. «No!»
Ma la porta non si apre. Provo con entrambe le mani. Niente.
«Ho chiuso a chiave. Vieni qui e parliamone.»
Cristo!
Strascicando i piedi arrivo in cucina. «Mamma, ti scongiuro, non oggi. Ti prego.»
«Dove sei stata?»
Sospiro e mi lascio scivolare su una delle sedie di plastica nera. «Ho fatto una passeggiata.»
«Hai i capelli sporchi di sabbia. Anche le braccia.»
«Sono caduta. Ma non mi sono fatta niente.»
«Da quanti giorni vai a letto tardi e ti alzi alle cinque del mattino?»
Ma Santo Cielo! Non posso più neppure dormire poco?
«Non lo so. Un po’ di giorni. Fa caldo e non ho molto sonno.»
Mamma stringe qualcosa tra le dita. Qualcosa che scricchiola. Lo depone sul tavolo: è un pacchetto di sigarette accartocciato. Quello che ieri notte si è fumato il Conte. Con la storia dell’ombra mi sono scordata di farlo sparire.
«E non sono più solo sigarette, vero?»
Devo stare zitta. È l’unica soluzione.
«Ho telefonato a tuo padre. Non ti vede da settimane. Chi ti dà i soldi?»
Granelli di sabbia sporcano le piastrelle intorno alla sedia. Cerco di contarli. Non devo muovere un muscolo o ne cadono altri.
Mamma si alza. Esce dalla cucina. Un colpo secco. Dev’essere il chiavistello della porta di ingresso. Rumore di una chiave che gira nella serratura.
Mamma rientra. Rimane in piedi. Tiene in mano un mazzo di chiavi. «Se vuoi rimanere su quella sedia in eterno, fai pure. Se vuoi uscire di casa o nasconderti in camera tua, prima devi darmi delle risposte.»
Non ci credo. Così da stronza non si era mai comportata. Chi si crede di essere? È lì impalata con ancora addosso la vestaglia, e non si è neanche pettinata. E quello, vicino alla tempia, non è un capello bianco? Sta diventando una vecchia sciatta e stupida. Ogni giorno che passa più stupida. Se davvero sapesse…
Stai calma, stai calma, tanto è inutile. E di casini da sistemare ne hai già abbastanza.
«Non possiamo proprio parlarne un altro giorno? Hai visto anche tu che mi sono alzata prestissimo. Sono stanca. Ti prego.»
«Quale altro giorno, Silvia?» Mamma afferra la spalliera di una sedia. Le dita stridono sulla plastica. «Quale altro giorno? Quando saranno finite le vacanze e dovrò tornare in ufficio? A cena mi dirai che va tutto bene e io ci crederò, perché sarò distrutta e con ancora i lavori di casa da fare.»
È cominciata la lagna, un film noioso che conosco a memoria: chiacchiere sull’aiuto reciproco, sulle responsabilità in famiglia, sulle scelte importanti. Fuffa che ha copiato da qualche rivista idiota. Papà ha fatto benissimo ad andarsene a gambe levate.
«… non sei più una bambina piccola. Hai un’età che…»
Riprendo a contare i granelli di sabbia. Sono arrivata a cinquantuno. Un po’ di sabbia si è anche infilata tra l’anello e il dito. L’anello! Mi sono dimenticata di togliermelo!
Se mamma se ne accorge… ma in fondo, cosa me ne frega? Il giorno stesso che compio diciotto anni sono fuori di casa. Sempre che non crepi prima.
Scosto la sedia e mi alzo. «Vuoi sapere la verità?»
«… è anche responsabilità tua fare in modo… come?»
«Vuoi sapere cosa ho fatto stamattina? Stamattina avevo un appuntamento con un uomo.»
Mamma sgrana gli occhi. Io sorrido. «Mi ha proposto di andare a vivere da lui. Una cosa a tre con lui e il suo padrone.»
«Silvia, cosa stai–»
«Non ti sto prendendo in giro. Guarda, mi aveva anche regalato un anello.» Sfilo il gioiello e lo lancio a mamma. Lei lo prende al volo e lascia cadere sul tavolo le chiavi.
«Ma ho rifiutato.» Stacco dal portachiavi la chiave della mia camera. «Non tanto per lui, ma per gli amici che frequenta. Non mi piacciono proprio.»
Chiudo la porta della stanza e mi appoggio con la schiena al battente. Tiro un sospiro di sollievo. Se sono fortunata, mamma rimarrà sotto shock almeno un paio di giorni. Poi mi inventerò che Roberto mi molestava o altre balle del genere, così divento la vittima che ha bisogno di comprensione – sarebbe anche vero.
Un’ombra si allunga da dietro il monitor del PC. Mi stacco dalla porta. Un musino grigio spunta a fianco dello schermo. Una sigaretta pende dalle labbra del coniglietto.
«Non ti avevo detto di lasciare sempre la tapparella un po’ sollevata? Sono dovuto passare per il balcone e c’è mancato poco che tua madre mi scoprisse.»
«Scusa. È che mi stavo vestendo e–»
«Devo ripetertelo per l’ennesima volta? Non siamo a scuola. Non c’è un premio per l’impegno. Non sono tollerabili gli errori. Niente errori e niente scuse. Non devi sbagliare e basta.»
Siamo ancora incazzati per lo scherzetto con la gravità di ieri sera, o sbaglio?
Mi stringo nelle spalle. «Va bene, va bene, starò più attenta.»
Il coniglietto accende la sigaretta. «Piuttosto, si può sapere dove sei stata?»