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	<title>Il Blog di Silvia</title>
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		<title>Il blog riapre</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 22:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Silvia]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[Chiara ha deciso di riapre il blog, vedi qui. Così riapro anch’io! Ho aggiunto ai download il testo in formato ePub, visto che adesso questo formato lo supportano molti lettori di ebook. Già che c’ero ho fatto un po’ di line editing ai vari capitoli. Non faccio previsioni su quando uscirà il prossimo capitolo, ma [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Chiara ha deciso di riapre il blog, vedi <a href="http://fantasy.gamberi.org/2010/10/10/il-blog-riapre/">qui</a>.</p>
<p>Così riapro anch’io! Ho aggiunto ai download il testo in formato ePub, visto che adesso questo formato lo supportano molti lettori di ebook. Già che c’ero ho fatto un po’ di <em>line editing</em> ai vari capitoli.</p>
<p>Non faccio previsioni su quando uscirà il prossimo capitolo, ma ribadisco la promessa di concludere la storia.</p>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/x02_coniglio.jpg" alt="Coniglietto bianco che spia i progressi del romanzo!" title="Coniglietto bianco che spia i progressi del romanzo!" /></p>
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		<title>Il blog chiude chiudeva</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 16:21:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Silvia]]></category>
		<category><![CDATA[tristezza]]></category>

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		<description><![CDATA[EDIT del 10 ottobre 2010. Il blog riapre, vedi qui. http://fantasy.gamberi.org/2010/02/01/il-blog-chiude/]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>EDIT del 10 ottobre 2010.</strong> Il blog riapre, vedi <a href="http://silvia.gamberi.org/2010/10/il-blog-riapre/">qui</a>.</p>
<hr />
<a href="http://fantasy.gamberi.org/2010/02/01/il-blog-chiude/">http://fantasy.gamberi.org/2010/02/01/il-blog-chiude/</a></p>
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		<title>Capitolo 12</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 20:21:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; Il ghiaccio incrosta il telaio della finestra. La neve copre il davanzale. Dietro i vetri, i fiocchi scendono lenti. Una coltre bianca avvolge la collina. Soffio sulla tazza di cioccolata. Non fa freddo nella casetta, ma tenere le mani intorno alla porcellana calda è lo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
<table style="width: 100%; background-color: #EFEEC7; border-style: solid; border-width: 1px; border-color: #dfdeb7;">
<tr>
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<td style="text-align: right">Capitolo successivo»</td>
</tr>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">Il ghiaccio incrosta il telaio della finestra. La neve copre il davanzale. Dietro i vetri, i fiocchi scendono lenti. Una coltre bianca avvolge la collina.</p>
<p>Soffio sulla tazza di cioccolata. Non fa freddo nella casetta, ma tenere le mani intorno alla porcellana calda è lo stesso piacevole. Il tepore che risale dalle dita è delizioso. Anche il profumo della cioccolata non è male. Accosto le labbra alla tazza e assaggio con la punta della lingua. Dolce al punto giusto. Forse un po’ troppo liquida, ci vorrebbe la panna montata per compensare.</p>
<p>Sulla cioccolata ci vorrebbe sempre la panna montata!</p>
<p>Torno a sedermi al tavolo. «Non abbiamo la panna, vero?»</p>
<p>La ragazza, seduta di fronte a me, si stringe nelle spalle. E ti pareva. È casa sua e non ha idea di quello che contengono gli scatoloni. Il cacao, lo zucchero e la farina li ho dovuti cercare io, rovistando dentro uno scatolone dopo l’altro. Ho impiegato tutto il pomeriggio.</p>
<p>Va bene, rinunciamo alla panna. Per fortuna ho trovato le cialde. Ne immergo una a forma di sigaro nella tazza. Mangio la cialda in due bocconi. Non male, non male davvero, solo un pizzico di farina in più e ci siamo.</p>
<p>«La cioccolata non è venuta male, non vuoi almeno assaggiarla?»</p>
<p>La ragazza piega la testa di lato. Socchiude gli occhi verdi. Il fumo caldo che sale dalla sua tazza le ha arrossato le guance. «La cioccolata è buona» dichiara.</p>
<p>Lo dice solo per farmi contenta, lo so. Sospiro e intingo un altro biscotto.</p>
<p>Sgranocchio la cialda. L’enorme ragno smeraldo si sovrappone ai disegni floreali della tovaglia. L’immagine del mostro mi è rimasta impressa negli occhi. Sono sveglia da ore e il sogno è sempre vivido. È stato un incubo terrificante. E non vuole andar via, non vuole sparire dalla mente.</p>
<p>Le zampe del ragno si arrampicano sulla superficie della tazza. Strisciano lungo la porcellana, sinuose come ombre. Scatto all’indietro, i gommini sotto le gambe della sedia stridono. Il ragno si ritrae, sguscia sotto il tavolo.</p>
<p>La ragazza non muove un muscolo, indifferente.</p>
<p>«Devi aiutarmi» dico. «Tu sai quello che sta succedendo, ti prego dimmelo. Non voglio più soffrire come ieri notte.»</p>
<p>«Non credo di poterti aiutare.» L’espressione della ragazza è mogia. «Non senza la parola chiave che hai scelto tu.»</p>
<p>«Ma io non la so! Non la ricordo. Dannazione, aiutami! Ti <em>prego</em>!»</p>
<p>La ragazza si china. Raccoglie dal pavimento la confezione del cacao in polvere. Appiattisce la scatola, quindi strappa il cartoncino; una linea frastagliata taglia in orizzontale le parole “cacao in polvere”.</p>
<p>«Questo è quello che so.» La ragazza solleva la mano destra, dove tiene la metà della scatola con la parte superiore della scritta. «E questa è la parola chiave.» Solleva la sinistra, che regge l’altra metà della scatola.</p>
<p>Fa combaciare i due pezzi e la scritta si ricompone. «Solo con la parola chiave posso aiutarti.»</p>
<p>Non sono sicura di aver capito. «Ma questa parola chiave quanto è lunga? Posso indovinarla? Quante lettere sono?»</p>
<p>«Dieci alla ventidue.»</p>
<p>«Dieci alla&#8230;»</p>
<p>La ragazza annuisce. «È un numero grandissimo.» Allarga le braccia. Esita. Le allarga ancora di più, come ad abbracciare l’intera stanza. «È un uno seguito da ventidue zeri.»</p>
<p>«Mi stai prendendo in giro?» Sto per dare una manata alla tazza e rovesciare la cioccolata, ma ho schifo a toccare dove si sono posate le zampe del ragno. «Come posso ricordare una parola chiave del genere? Come posso pronunciarla?»</p>
<p>«Sei tu che hai scelto la parola chiave.»</p>
<p>Le lancette dell’orologio appeso alla parete raggiungono la mezzanotte. Il vento scuote la finestra. I fiocchi di neve picchiettano contro il vetro. Mezzanotte. È ora di tornare. È ora di dormire e sognare.</p>
<p>Mi aspettano nuovi incubi. Non è giusto!</p>
<p>La porta dietro di me scricchiola. Il vento urla più forte. Spifferi gelidi si intrufolano da sotto il battente e mi pizzicano le caviglie.</p>
<p>«Senti, posso rimanere qui? Solo per questa notte?»</p>
<p>«Fai pure.»</p>
<p>La ragazza tira su il cappuccio. L’ombra nasconde i capelli dorati, copre i grandi occhi da cartone animato. Il respiro si spegne. La ragazza è immobile.</p>
<p>La porta sbatacchia. Spruzzi di neve spargono tracce bianche sul pavimento. Adesso la casetta è gelida. Scalcio la sedia e indietreggio verso gli scatoloni, le braccia strette al petto.</p>
<p>Il vento ruggisce, la neve martella la finestra. Crepe solcano i vetri. Frammenti di intonaco si staccano intorno al telaio. Qualcosa di pesante si scaglia contro la porta. I cardini schizzano via, il battente divelto piomba a terra. Il boato riverbera nella stanza.</p>
<p>La testa mostruosa del ragno si affaccia all’interno. Gli otto lucidi occhi di cristallo esplorano l’ambiente. La bestia allunga una delle zampe. L’artiglio colpisce le assi del pavimento e scava nel legno. Il ragno fa forza sulla zampa per trascinarsi dentro. I fianchi di smeraldo raschiano la vernice dagli stipiti; un’altra zampa scatta in avanti e uncina le assi.</p>
<p>Respiro sempre più in fretta. L’aria si condensa davanti alla bocca. Le dita sono ghiacciate, i piedi non si vogliono muovere. Sono paralizzata. Non anche qui. Non quando sono sveglia. No!</p>
<p>Il ragno arretra e riparte all’assalto. Le pareti della casetta tremano. L’intelaiatura della porta cede. I mattoni si sbriciolano. Il mostro entra sotto una pioggia di calcinacci.</p>
<p>Gli ingranaggi d’ombra ticchettano.</p>
<p>«Il mio Padrone saprà convincerti.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">«Come stai?» Il coniglietto è chino su di me. Gli occhietti neri si confondono con il pelo. La camera è buia. «Ti ho preso un succo di frutta. Su, bevi.»</p>
<p>Mi offre la cannuccia. Socchiudo le labbra screpolate. Il coniglietto inclina il cartoccio del succo. Gocce al sapore di pesca mi bagnano la lingua. </p>
<p>Il ventilatore non ha smesso di ronzare. La ragnatela è scomparsa nell’oscurità, ma io so che è ancora lì. E il ragno è marchiato a fuoco nelle retine. Sogno e realtà sono orribili allo stesso modo. Non esiste via di fuga.</p>
<p>«Ce la fai ad alzarti?»</p>
<p>Spingo con i gomiti e mi metto seduta sulla sponda del letto. Il Conte mi lascia il succo di frutta e salta sul comodino. Accende la lampada. «Hai dormito più di dodici ore. Sono le dieci di sera passate.»</p>
<p>Acqua sporca. Puzza di detersivo. Piastrelle frantumate. Mamma e papà in fila per entrare al cinema. Papà. Papà sarà a casa. Lo immagino seduto in soggiorno, i gomiti sul tavolo, la testa tra le mani. «Devo avvertire papà. Devo dirgli che sto bene.»</p>
<p>Il Conte ha recuperato da sotto la pancia un pacchetto di sigarette. Ne estrae una e la porta alle labbra. «Ci ho pensato io.»</p>
<p>«Ci hai pensato&#8230;»</p>
<p>Ci sarà la polizia a casa? Magari papà sta male. Dovrei essere con lui. E lui dovrebbe stare con me perché io mi sento malissimo. Il succo di frutta mi sfugge di mano, rotola sulle ginocchia, cade sulla moquette.</p>
<p>Il coniglietto unisce le zampette a coppa. La fiamma dell’accendino brilla di rosso intenso. «Non ti preoccupare. Ho sistemato io. Fidati.» La punta della sigaretta brucia. Volute di fumo grigio nascondono il musino del Conte.</p>
<p><em>Non fidarti del coniglio. Prova a chiedergli come passava il tempo prima di incontrare te. Chiedigli chi era.</em></p>
<p>«Chi sei? Chi sei veramente?»</p>
<p>Il Conte posa la cicca sul bordo del posacenere. Granelli di cenere si adagiano sul disegno di una casetta tra i monti. «Io sono solo un coniglietto parlante.»</p>
<p>Le mie dita stringono il tessuto dei jeans. «Rivoglio indietro la mamma. Subito. Se sono il Mago che dici, posso farlo.»</p>
<p>«Ci sono limiti al potere di un Mago. Neanche un Mago può ricostruire l’informazione alla base di una coscienza. Non c’è alcun modo per riportare indietro la mamma.»</p>
<p>«Capisco.» Le unghie spezzate graffiano il cotone. «Io ho il potere di salvare l’Universo, ma non posso salvare la mamma. E tu sei solo un coniglietto.» Tiro su col naso. «Non è vero. Sei un bugiardo, sei solo un bugiardo!»</p>
<p>«Quando una creatura dotata di coscienza muore, le informazioni che la definiscono come essere individuale sono perse per sempre.» Il coniglietto salta giù a raccogliere la cannuccia. Fa cadere una goccia di liquido arancione sul palmo di una zampetta. «Immagina che ogni coscienza sia una goccia. Quando moriamo, la goccia si unisce al mare. Non la si può più separare dalle altre. Neanche un Mago può farlo.»</p>
<p>Serro le labbra. Mamma ha la bocca spalancata. Urla in silenzio. Il sangue scorre dalla ferita allo stomaco. <em>Non hai fatto niente per aiutarmi. Niente. Mi hai lasciata morire. Non vuoi aiutarmi neanche adesso!</em></p>
<p>«Puoi modellare una nuova persona che somigli alla mamma. Avrà il suo aspetto fisico e i suoi ricordi, ma non sarà lei.»</p>
<p>Il Conte riprende la sigaretta. Dà lunghi tiri. Il fumo vela la luce della lampada. «Non lasciare che la morte della mamma sia stata invano. Non soffocare la rabbia. Non avere paura dei tuoi sentimenti.»</p>
<p>«Io non so cosa provo. Sto male.»</p>
<p>«Vedrai che presto ti sentirai meglio.»</p>
<p>Il coniglietto spegne la sigaretta sulla porticina della baita. «Finora ti ho insegnato come usare la Magia per modificare la realtà. Ma la Magia può essere usata anche per distruggere. È la Magia più difficile e potente che un Mago possa compiere.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Le ginocchia molli non mi reggono. Crollo sulla moquette. Non distinguo più niente, il mondo è rosso sangue. La testa mi martella. Ogni giuntura del corpo è sul punto di spezzarsi. Tengo la bocca socchiusa, se i denti si sfiorano tra loro, si sbriciolano.</p>
<p>«La prima volta è sempre molto dura.» Il coniglietto è una macchia indistinta. La macchia asciuga il sudore che mi bagna il viso con un lembo del lenzuolo. «Ma sei stata bravissima.»</p>
<p>Batto le palpebre. Metto a fuoco il ventilatore. Sono sdraiata supina per terra. La schiena rigida, pronta a rompersi al minimo movimento. «Ho bisogno», biascico, la gola è in fiamme, «ho bisogno di riposare per qualche minuto.»</p>
<p>«Prenditi tutto il tempo che ti serve.» Il coniglietto si ritrae. Il tonfo attutito delle zampette sul comodino; il fruscio della plastica attorno al pacchetto di sigarette. Dita di fumo strisciano verso le pale del ventilatore.</p>
<p>Calmo i respiri.</p>
<p>Nessuna Magia era stata tanto dolorosa. Mille mani mi hanno afferrata e trascinata sott’acqua. Non potevo riaffiorare, per quanto mi agitassi. Ho spinto e scalciato. Le ossa scricchiolavano. Sono scesa sempre più in profondità. La pressione mi ha schiacciata. L’acqua si è tinta di rosso.</p>
<p>Giro la testa verso il comodino. Il posacenere non esiste più. Al suo posto è rimasta una impronta nell’aria. Un intreccio di linee che sbiadiscono lentamente.</p>
<p>Il coniglietto passa la zampetta attraverso il fantasma del posacenere. «Non è sparito del tutto perché è ancora nei nostri ricordi.» Le linee si accorciano. Rimpiccioliscono a ogni battito di ciglia. «Per fortuna gli altri osservatori della stanza non hanno memoria.»</p>
<p>Mi puntello con un gomito e sollevo la testa. Il collo manda una fitta. «Quali altri osservatori? Chi c’è con noi?»</p>
<p>«Il comodino, la cannuccia, la lampada, il letto.» Il Conte rigira la sigaretta tra le zampette. «Questa sigaretta, l’accendino e ogni altro oggetto. Ogni oggetto contribuisce a rendere concreta la realtà. Ma gli osservatori che non hanno memoria sono molto più propensi ad accettare un cambiamento radicale.»</p>
<p>Riappoggio la nuca alla moquette. «Non ho capito.»</p>
<p>«La realtà è fluida. Appare concreta grazie al continuo accordo tra gli osservatori. Per esempio ci aspettiamo che le leggi della fisica siano immutabili, e per questa ragione lo sono.»</p>
<p>«Ho sete.»</p>
<p>«Per questo distruggere la realtà è la Magia più difficile. Perché nessun altro osservatore è disposto a negare l’esistenza della realtà stessa. Nessuno tranne il Mago.»</p>
<p>Il coniglietto zampetta fino alla finestra. Balza sul davanzale, torna con un cartoccio di succo di frutta. «Bevi.»</p>
<p>Questa volta è albicocca. Preferivo la pesca.</p>
<p>«Ti sei mai chiesta perché è così faticosa una Magia cosciente rispetto a una Magia involontaria?»</p>
<p>Mi pulisco la bocca con il dorso della mano. «No. Non lo so.»</p>
<p>«Una Magia involontaria porta in superficie un accordo già esistente. Una Magia cosciente deve imporre la volontà del Mago. È come scegliere un quadro da una galleria d’arte invece di dipingerlo da zero.»</p>
<p>Le parole del Conte hanno uno strano eco. Le ho già sentite. Le ha già pronunciate in passato. <em>Ti sei mai chiesta perché ho l’aspetto di un coniglietto?</em></p>
<p>«Ti sei mai chiesta perché sono un coniglietto?»</p>
<p>«Forse.»</p>
<p>«Perché già miliardi di osservatori concordavano sulla mia esistenza. Io sono protagonista di favole, romanzi, cartoni animati. I coniglietti parlanti sono ovunque, appena al di sotto della soglia per esistere.» Il Conte osserva la punta della sigaretta. La carta brucia e annerisce. «Tu mi hai fatto superare la soglia.»</p>
<p>«Chi sei veramente?»</p>
<p>Due tiri e il coniglietto finisce la sigaretta. Butta via la cicca. «Bevi un altro po’ di succo, poi riprenderemo gli esercizi.»</p>
<p>Chiudo gli occhi.</p>
<p>«Sono stanca. E sono esercizi inutili. Per uccidere con la Magia non ho bisogno di annientare la realtà.»</p>
<p>«Ne avrai bisogno per uccidere le ombre.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Le lunghe e sottili zampe del ragno cercano i punti più adatti dove far presa tra la ghiaia. L’insetto scavalca un sassolino e passa davanti alla punta della scarpa. Sollevo il piede e lo schiaccio.</p>
<p>Il sudore scende lungo le guance e il collo, mi pizzica la nuca. Le nuvole nascondono il Sole, ma l’afa è lo stesso atroce. Non spira un alito di vento. Il fumo della sigaretta è un filo grigio senza interruzioni.</p>
<p>Il coniglietto spegne la sigaretta contro il ferro della panchina e mi sale in spalla. «Hai capito quale finestra? Puoi anche farlo da qui.»</p>
<p>Il palazzo di sei piani vibra nel caldo, sembra un miraggio. La facciata bianca sfuma nel cielo color latte. Le finestre e i balconi si susseguono a breve distanza. Gli appartamenti devono essere monolocali. Le cellette di un alveare.</p>
<p>L’autobus parcheggiato davanti ai giardinetti riparte. Una nube si solleva dalla strada polverosa e vela i primi due piani del palazzo. Da una delle finestre arriva il mormorio di una radio.</p>
<p>«Sei sicuro che la dottoressa abiti qui?»</p>
<p>«Il balcone con i vasi, quasi all’angolo. Abita nell’appartamento di sopra. E non è più un medico da anni, è stata radiata dall’ordine.»</p>
<p>Scorro le cellette. Individuo i vasi di plastica nera e i fiori appassiti. Alzo lo sguardo. Le finestre dell’appartamento di sopra sono chiuse, le tapparelle abbassate. La dottoressa starà ancora dormendo. <em>Vado a prendere le siringhe con l’agente di contrasto</em>. È stata lei a farmi le iniezioni nel sotterraneo della chiesa.</p>
<p>«Vive da sola?»</p>
<p>Il coniglietto batte il fondo del pacchetto di sigarette contro la spalliera della panchina. Sfila una nuova sigaretta. «Sì.»</p>
<p>«Non credo di riuscirci.»</p>
<p>«Sai perché è stata radiata? Si faceva pagare cifre astronomiche dai malati di leucemia. Per curarli con il bicarbonato.» Il coniglietto dà un tiro. «Questa è una delle persone che hanno ucciso la mamma.»</p>
<p>Il volto di mamma che urla. Le sue mani insanguinate si chiudono sull’artiglio che le squarcia lo stomaco. Le dita scivolano sul sangue. <em>Non mi hai aiutata! Mi hai lasciata morire!</em></p>
<p>Una morsa mi stringe il petto.</p>
<p><em>Non vuoi aiutarmi neanche adesso!</p>
<p></em>«Però la dottoressa&#8230; lei non è un’ombra»</p>
<p>«Non ha importanza, è lo stesso responsabile. Ha scelto lei di servire le ombre. Non merita pietà, e tu non meriti di continuare a soffrire.»</p>
<p>Ma il dolore al petto non si attenua al pensiero di usare la Magia. Non voglio usare la Magia. Non voglio uccidere. Non voglio niente. Voglio solo smettere di soffocare. «Oggi. Oggi non ci riesco. Andiamo via.»</p>
<p>«No, Silvia, devi farlo adesso.»</p>
<p>Un secondo autobus rallenta e si accosta alla fermata. Non sale e non scende nessuno. Il mezzo riparte. L’onda di polvere rimane sospesa nell’aria umida. Si disperde pian piano, al rallentatore. Batto le palpebre. Il mondo è finto, un dipinto senza profondità.</p>
<p>«Andiamo via.»</p>
<p>Il coniglietto sospira. «Va bene, se vuoi ce ne andiamo. Ma prima voglio dirti la verità.» Salta giù dalla spalla. Posa la sigaretta non ancora accesa. «La verità è che la mamma è morta per colpa tua.»</p>
<p>«Cosa&#8230;»</p>
<p>«Sai benissimo che è così. È morta perché non sei riuscita a difenderla. Perché sei una vigliacca.»</p>
<p>Le zanne del ragno strappano la carne dalla pancia di mamma. Lei urla. Il sangue picchietta sui cocci. Io sono immobile. Il cuore batte così veloce. Non è colpa mia!</p>
<p>«Se tu non fossi una vigliacca, avresti imparato a controllare la Magia. E la mamma sarebbe ancora viva.»</p>
<p>«Non è vero.»</p>
<p>Mordo il labbro inferiore. La morsa al petto mi stritola, il dolore è insopportabile.</p>
<p>«No? Non è vero? E ti metterai a piangere per dimostrarlo?» Il coniglietto mi sfiora un ginocchio con la zampetta.</p>
<p>«Non toccarmi. Vattene!»</p>
<p>Il Conte riprende la sigaretta. La accende. Dà un tiro e soffia via una nuvoletta grigia. «Sei brava ad alzare la voce con un coniglietto.»</p>
<p>«Tu non capisci. Non puoi capire e basta.»</p>
<p>Non è stata colpa mia. Io ho provato a salvare la mamma. Lo giuro, ci ho provato!</p>
<p>«Non c’è niente da capire, basta annusare.» Il Conte si tocca il nasino con la punta della zampetta. «Quando ti ho trovata, ieri mattina, puzzavi. Puzzavi di urina. Ti sei fatta la pipì addosso mentre la mamma moriva.»</p>
<p>Il visino del coniglietto si scioglie. Il mondo è distorto dalle lacrime. «Perché devi dirmi queste cose? Vai via!»</p>
<p>«Per carità, è naturale. Succede alle persone vigliacche.»</p>
<p>Il cuore rimbomba. Stringo i pugni. Mamma non ha più forze, le braccia penzoloni. Il ragno addenta gli intestini. Il sangue scende a rivoli. Non è vero, non sono una vigliacca. Ho provato, non è colpa mia. Non sono una vigliacca. Non è vero!</p>
<p>«O sbaglio? Dimostrami che sbaglio. Adesso!»</p>
<p>Colpisco con il pugno lo schienale della panchina. Le nocche graffiano la ruggine e attraversano il metallo. Spire di polvere nera mi avvolgono. L’Universo si disgrega.</p>
<p><em>Dimostrami che sbaglio</em>.</p>
<p>La Magia dura un singolo battito.</p>
<p>Un vortice di forme e colori si innalza dal lago di polvere, il mondo riprende subito consistenza.</p>
<p>Scivolo sulla ghiaia. Non respiro. Ho la bocca spalancata e non entra aria. Grido e non scalfisco il silenzio. Non ci sono suoni. Annaspo. Inspiro e soffoco.</p>
<p>Il coniglietto è rimasto sulla panchina. Mi osserva tranquillo.</p>
<p>Aiutami!</p>
<p>Ti scongiuro, aiutami!</p>
<p>Muovo le labbra, sillabo le parole, c’è solo silenzio.</p>
<p>Il boato mi ferisce le orecchie. Il vento mi inchioda al suolo, disperde i ciottoli intorno a me. L’aria, l’aria è tornata. Riempio i polmoni con avidità.</p>
<p>«Cosa», ci sento, sono tornati anche i suoni, «cosa è successo?»</p>
<p>Il Conte mi guarda dall’alto in basso. Riaccende la sigaretta che si era spenta. «Un piccolo inconveniente dovuto all’inesperienza. Devi stare attenta a non distruggere l’atmosfera intorno a te.»</p>
<p>Oltre la panchina si estende una distesa incolore. Gli alberi, l’erba, le aiuole, lo scivolo per i bambini, la fontanella, la ringhiera, il cartello che segna la fermata degli autobus. Non esistono più. Il palazzo sfuma, i contorni sbiadiscono.</p>
<p>Mi tiro in piedi. Giro su me stessa. Anche gli altri edifici sono scomparsi. E le strade, i lampioni, le auto. La devastazione si estende fin dove arrivo con lo sguardo. L’intero quartiere è stato cancellato.</p>
<p>Ho le vertigini. Ricado seduta sulla panchina.</p>
<p>«Cosa ho fatto» mormoro.</p>
<p>«Per la prima volta ti sei comportata come un vero Mago. Ti sei lasciata guidare dalla rabbia e dall’istinto. Senza remore.»</p>
<p>Le cellette di un alveare. Solo in quel palazzo abitavano centinaia di persone. Sparite. Morte. Le ho uccise io.</p>
<p>«Oggi hai imparato una lezione importante, e possiamo passare alla successiva.» Il coniglietto prende una sigaretta dal pacchetto e me la porge. «Ti insegnerò a fumare.»</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c12_coniglio.jpg" alt="Coniglietto cospiratore" title="Coniglietto cospiratore" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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		<title>Capitolo 11</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 13:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>
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</table>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">Il lampadario brucia di luce gialla, mi ferisce gli occhi. Il pigiama intriso di sudore mi soffoca. E mamma non la smette un attimo di camminare avanti e indietro fuori della camera. Il battere senza sosta delle pantofole mi dà la nausea.</p>
<p>Mi rigiro nel letto, nella trincea che ho scavato tra le lenzuola. Mi volto verso il comodino, sfioro con le dita umide il quadrante della sveglia. Le quattro e dieci minuti. È la terza notte di fila che non chiudo occhio.</p>
<p>Copro la faccia con il cuscino. Non sono abituata a dormire con la luce accesa, mi dà fastidio, mi sembra di essere rinchiusa in una stanzetta bianca sempre illuminata. Una stanzetta con le pareti imbottite, come quelle dei manicomi nei film. Una stanzetta sorvegliata ventiquattro ore su ventiquattro.</p>
<p>E poi mi gratta dappertutto. Mi prude la nuca, mi prude la schiena tra le scapole, mi prude dietro le ginocchia, mi prude in mezzo alle dita dei piedi. Che strazio! Devo rassegnarmi: dormire imbacuccata con tanto di calze è impossibile in pieno agosto.</p>
<p>Allento il primo bottone della giacca del pigiama.</p>
<p>Non pensare ai tentacoli di tenebra. Non pensare alle ombre.</p>
<p>La luce le terrà lontane.</p>
<p>Non pensarci.</p>
<p>Mi sporgo oltre la sponda del letto per controllare la situazione. Tengo la lampada del comodino sdraiata sul pavimento, in modo che possa scacciare il buio sotto il letto. Inclino il collo di plastica della lampada un po’ più verso destra. I centoventi watt della lampadina investono la tana dell’Uomo Nero. Lì le ombre non potranno più nascondersi.</p>
<p>I passi fuori della porta si fermano. «Silvia, sei ancora sveglia? Va tutto bene?»</p>
<p>«Sì, sì, non ti preoccupare.»</p>
<p>L’andirivieni ricomincia.</p>
<p>Quando mamma mi ha chiesto dell’anello, dovevo rimanere zitta.</p>
<p>Invece sono bastati pochi accenni innocenti per creare un casino.</p>
<p>Mamma mi vuole trascinare dai carabinieri, e se domani non l’accompagno, ci va da sola. Dobbiamo denunciare Roberto. Il bastardo mi ha rapita e violentata. O qualcosa del genere, mi venisse un accidente se lo so. Mamma invece crede di aver capito tutto. Nel suo mondo fantastico ogni particolare combacia: dormo con la luce accesa perché sono terrorizzata dopo il trauma subito; non voglio coinvolgere papà perché mi vergogno a raccontare quello che mi è successo a un uomo.</p>
<p>Spingo più forte il cuscino contro la faccia. Sì, mi vergogno a coinvolgere papà, mi vergogno io per mamma, per quanto è stupida ed egoista. È sempre stata un’egoista. Prima, se le cose non giravano per il verso giusto, era colpa di papà; adesso, se la cara figlia non si comporta da bigotta cretina come lei vorrebbe, è colpa di Roberto che l’ha plagiata. Se non l’avesse cacciato, sono sicura darebbe responsabilità persino al Conte. Sbagliano tutti. Tranne lei. Proprio.</p>
<p><em>Toc</em>, <em>toc</em>, <em>toc</em>, <em>toc</em>. I tacchi di gomma delle pantofole.</p>
<p>«Mamma, ti prego! Vai a letto, mi dà <em>fastidio</em> che cammini avanti e indietro.»</p>
<p>I passi si allontanano. Il cigolio di una porta. Tintinnio di stoviglie e posate. Rintocchi sul vetro. Acqua che scorre. Gorgoglii. Mamma si sta mettendo a lavare i piatti. Che ha già lavato. Come se così facesse meno baccano.</p>
<p>Scuoto la testa. Mi fa quasi pena quando recita la parte della mamma preoccupata. Crede che ci caschi? Di me non gliene frega niente, lo so, le importano solo le sue fisime.</p>
<p>Mi tiro seduta con la schiena contro la spalliera. Finisco di sbottonare la giacca del pigiama. La sensazione di fresco sulla pelle dura appena un attimo. L’alito di vento che entra dalla finestra è caldo; sembra il fiato tiepido di un cane.</p>
<p>Inutile insistere, anche questa notte non si dorme.</p>
<p>Domani dovrò procurarmi dei sonniferi.</p>
<p>Apro l’anta del comodino. La ciotola della frutta candita è piena di sassi: il risultato dell’ultima lezione di Magia. Potrei esercitarmi un altro po’, magari mi affatico abbastanza per prendere sonno.</p>
<p>Capovolgo la ciotola sul materasso. Dispongo le pietre a semicerchio. Il primo sasso dello schieramento l’ha raccolto in cortile il coniglietto. Ha le dimensioni e la forma di un uovo. Un capo è leggermente schiacciato e una cicatrice attraversa la pancia della pietra. Il colore è grigio cenere punteggiato da grigio più chiaro; i bordi della cicatrice sono marrone. Sotto lo sfregio, un grumo di sabbia bianca si è fuso con il sasso. Faccio scorrere i polpastrelli lungo il profilo del ciottolo. La superficie è irregolare, come la scorza di un mandarino.</p>
<p>Lancio in aria il sasso e lo riprendo al volo.</p>
<p>È un comunissimo sasso.</p>
<p>Che non sono riuscita a replicare.</p>
<p>Gli altri sassi sono i miei tentativi falliti. Il Conte mi ha chiesto di creare una copia del suo sasso usando la Magia. Io ho ottenuto sassi sbilenchi, sassi che somigliano a feti abortiti, sassi troppo gonfi o troppo allungati. E non ho neanche provato a riprodurre la cicatrice o l’incrostazione di sabbia.</p>
<p>Sono negata a modellare con la Magia come sono negata a disegnare. Anche quando ricalco i manga combino pasticci, non ho la mano abbastanza sensibile per seguire bene le curve, e poi la matita mi sfugge sempre.</p>
<p>Il coniglietto si è pure arrabbiato. <em>Quante volte te lo devo ripetere, Silvia? Non devi guardare il sasso. Non devi toccare il sasso. Non devi affidarti ai cinque sensi, un vero Mago non ha bisogno dei sensi!</em> Secondo lui, un vero Mago percepisce direttamente l’informazione alla base della realtà.</p>
<p>Insomma non importa se divento cieca o sorda. O non dormo più.</p>
<p>Questo casino non poteva capitare ad Angela?</p>
<p>Poso il sasso del Conte sul palmo della mano. Se riuscissi in questo esercizio sarebbe meraviglioso, non avrei bisogno di ricattare nessuno, né di scommettere sulle partite: potrei copiare le banconote!</p>
<p>Chiudo gli occhi. Il battito accelera. La realtà vibra e si scioglie in un lago di polvere nera. Il sasso si sfalda in una spirale di minuscoli granelli. Non esiste più, ma l’informazione in grado di generarlo è ancora presente. <em>Non copiare quello che vedi, non copiare quello che tocchi, copia l’informazione</em>, ha spiegato il Conte. <em>L’informazione è scritta sulla superficie dell’Universo</em>.</p>
<p>E dove se no? Scema io a chiedere indicazioni.</p>
<p>Se penso al sasso, increspature turbano la calma del lago di polvere. Forme incerte si contorcono e assumono l’aspetto della pietra. Ma non è il sasso originale, è solo il mio ricordo del sasso.</p>
<p>Stupida Magia!</p>
<p>Riapro gli occhi. Il sasso è scivolato sul fianco. La cicatrice è una bocca socchiusa, il grumo di sabbia un pizzetto: la pietra è una faccia che sogghigna. La scaglio fuori dalla finestra.</p>
<p>Forse mi manca lo stimolo giusto. Apro il cassetto del comodino e ci frugo dentro. Una moneta da cinquanta centesimi è accucciata sotto il fazzoletto.</p>
<p>Meglio che niente, e meglio del sasso.</p>
<p>Sistemo la moneta al centro del palmo. Inspiro. I battiti del cuore si susseguono sempre più rapidi.</p>
<p>Fracasso di piatti che si rovesciano sul pavimento.</p>
<p>Congratulazioni, mamma.</p>
<p>Brava. Davvero, brava. Non facevi abbastanza baccano, vero? Dovevi sfasciare i piatti per essere contenta.</p>
<p>L’eco del frastuono si spegne. Rimane in sottofondo lo scorrere dell’acqua. Nessun altro suono. I passi di mamma? Non si lamenta? Si è sentita male? Sarà tutta una sceneggiata, così riesce a tirar dentro papà anche se io non voglio.</p>
<p>Ributto la moneta nel cassetto e raggiungo in punta di piedi la porta.</p>
<p>Adesso sentirò il raspare della scopa e il tintinnio dei cocci spinti contro la paletta.</p>
<p>Il fruscio dell’acqua. Nessun altro suono.</p>
<p>Socchiudo la porta e mi affaccio sul corridoio.</p>
<p>«Mamma?»</p>
<p>I piatti erano impilati male e saranno caduti da soli mentre mamma era fuori per buttare la pattumiera. Alle quattro di notte?</p>
<p>«Mamma? È successo qualcosa?»</p>
<p>Una lama di luce taglia il buio del corridoio dove si apre il vano della cucina. «Mamma?»</p>
<p>Picchiettio, gocce di pioggia sulle piastrelle. L’acqua deve aver superato il bordo del lavello e ora cola sul pavimento.</p>
<p>Sbuffo. Mi tocca andare a controllare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">«Mamma, si può sapere che diamine–»</p>
<p>Rimango immobile sulla soglia della cucina.</p>
<p>Il tavolo è rovesciato sul fianco. Piatti e bicchieri sono in frantumi. Le schegge galleggiano in un lago di acqua sporca e schiuma di detersivo. La stanza puzza di detergente all’arancio.</p>
<p>«Mamma?»</p>
<p>Un mugolio.</p>
<p>Alzo il viso.</p>
<p>Mamma è inchiodata al soffitto, accanto al lampadario. È imprigionata in un intrico di filamenti spugnosi. Un artiglio le trapassa la pancia. Le altre zampe del mostro perforano l’intonaco.</p>
<p>Il ragno di smeraldo è enorme, occupa un intero quarto del soffitto. La testa della creatura è china su mamma. Il sangue scorre dalla ferita allo stomaco e disegna il profilo della zampa. Gocce rosse cadono sui cocci, battono contro il fondo di una pentola.</p>
<p>Mamma spalanca la bocca. Non può urlare, la sostanza spugnosa le riempie la gola. Il ragno ruota la testa verso di me. La mia immagine si riflette deformata negli otto occhi di cristallo, poi la creatura torna a dedicarsi a mamma. Lo scrosciare che viene dal lavello non copre gli altri suoni. Il rumore dei tessuti che si lacerano, delle zanne che affondano nella carne.</p>
<p>Il ragno sta divorando mamma.</p>
<p>Stringo il legno dello stipite. Le unghie si spezzano. Mi tremano le gambe. Non so cosa fare. Il cuore batte veloce. <em>Troppo veloce</em>. Non posso usare la Magia se non mi calmo.</p>
<p>Scintille avvolgono i bracci del lampadario. Le lampadine affievoliscono e si spengono. La stanza piomba nel buio. L’addome gonfio del ragno pulsa di fosforescenza verde.</p>
<p>Mamma geme piano. Il viso terreo, gli occhi sbarrati. Le gocce di sangue sono diventate rivoli. Il rumore della carne strappata mi rimbomba nelle orecchie, è un frastuono che stordisce. Le gambe cedono, cado in ginocchio.</p>
<p>Tengo lo sguardo basso, sull’acqua che si tinge di rosso. Il cuore non rallenta. I battiti si susseguono violenti, si accavallano, non riesco a separarli. Mamma muore e non sono capace di dare inizio alla Magia, non sono capace di fare niente. Niente. Lacrime mi pungono gli occhi.</p>
<p>Il lago di acqua e sangue mi scorre tra le dita. Mamma geme con voce soffocata. Premo i palmi contro le orecchie. Non voglio più sentire, voglio solo che tutto questo finisca.</p>
<p>&nbsp;Schizzi di sangue caldo mi bagnano le guance. Sollevo il viso. Mamma è caduta dal soffitto. Il corpo è stato tranciato in due all’altezza dello stomaco. Le gambe sono finite dietro il piano rovesciato del tavolo, il tronco è rotolato davanti a me.</p>
<p>Scaglie di vernice piovono sulle spalle di mamma. Il mostro si muove; ogni volta che sposta una zampa, si staccano dal soffitto frammenti di intonaco.</p>
<p>Il ragno raggiunge la parete più lontana. Le due zampe anteriori schiantano le ante della credenza. La creatura scende rasente il muro. Devasta la cassettiera più in basso. Scivola giù dalla parete, si rimette dritta sul pavimento.</p>
<p>Deglutisco. La gola è secca, brucia a ogni respiro. Devo scappare, ma i muscoli sono indolenziti, i tendini rigidi. E gli occhi di mamma mi paralizzano. Dietro i capelli impiastricciati di muco e sangue, le iridi azzurre sono fisse su di me.</p>
<p>Mamma, ci ho provato. Sul serio, ho provato, ho cercato di aiutarti. Ci ho provato! Ma non potevo fare niente. Niente. Niente. Niente.</p>
<p>Le zampe del ragno sbriciolano le piastrelle. Un artiglio d’oro fracassa una sedia. Un secondo artiglio si abbatte sulla testa di mamma; trafigge la tempia e fuoriesce dalla bocca socchiusa, frantumando i denti.</p>
<p>Mamma non mi fissa più.</p>
<p>Sgattaiolo all’indietro, spingendo con i talloni e i gomiti. I cocci dei piatti strappano le calze e mi feriscono i piedi. Il mostro scatta in avanti. Le zampe colpiscono la parete ai lati della porta e sfondano il muro. Incrocio le braccia davanti al viso per proteggermi dai calcinacci. Un tanfo dolciastro mi invade le narici e mi torce lo stomaco.</p>
<p>Il ragno incombe su di me, il muso bavoso a un palmo dalla faccia. Dietro la superficie levigata di smeraldo, ingranaggi d’ombra stridono e ticchettano. Ruote dentate nel collo del ragno compiono un giro completo. La creatura piega la testa di lato. Le fauci si dischiudono.</p>
<p>«Non sei stufa di dover sempre chiedere i soldi a tua mamma?»</p>
<p>La voce è quella di Elena.</p>
<p>«Cosa&#8230;» Le lacrime mi velano la vista. «Cosa vuoi da me!»</p>
<p>«Il mio Padrone saprà convincerti» dice la voce di Roberto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">L’asciugamano mi bagna le labbra secche, pulisce le guance e la fronte. «Quelli del piano di sopra devono essere in vacanza» sussurra il Conte, accovacciato sulla mia spalla. «Ma presto l’acqua filtrerà attraverso il pavimento. Devi metterti qualcosa addosso e dobbiamo andarcene.»</p>
<p>Le gambe non mi appartengono. Sono sciolte nella melma. L’acqua lurida si è mescolata con il sangue, il detersivo per i piatti, il muco del ragno e il cervello di mamma che cola fuori dal cranio fracassato.</p>
<p>Stringo gli occhi per trattenere le lacrime. Schegge di luce irrompono dalla finestra. La cucina luccica. Migliaia di frammenti e schegge scintillano. Anche il ragno risplende, alla deriva nel liquame. Si è ritrasformato in anello.</p>
<p>«Voglio chiamare papà» mormoro.</p>
<p>Il musino del Conte mi carezza l’incavo del collo. «No, non capirebbe. E metteresti in pericolo anche lui. Andiamo via. È ancora presto, non ci vedrà nessuno uscire.»</p>
<p>«Non sono stata capace di fare niente.»</p>
<p>«Non è stata colpa tua.» Il coniglietto si cala sul pavimento. «Vado in camera a prenderti i vestiti.»</p>
<p>Le gambe di mamma galleggiano contro lo sportello spalancato del frigorifero. Un filo bianco scende dal cartone del latte a lunga conservazione. Il latte gocciola sulle caviglie gonfie, macchia le pantofole.</p>
<p>Mamma è morta per colpa mia.</p>
<p>«Le prime cose che ho trovato.» Il coniglietto molla la presa sulla manica di una maglietta. La distende sulle piastrelle ai margini del lago di poltiglia. «Corro a prenderti anche le scarpe e i pantaloni.»</p>
<p>Sfioro il cotone della maglietta con le dita. <em>Dammela che è da lavare</em>, dice mamma.</p>
<p>Tiro su con il naso. Singhiozzo. Mamma è morta per colpa mia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">I gradini delle scale si confondono gli uni negli altri. Mi gira la testa; mi aggrappo al corrimano per non svenire. Affronto uno scalino alla volta, come le vecchie. Quando arrivo al pianterreno, mi appoggio al portone. Ansimo e non riesco a riprendere fiato.</p>
<p>Lasciarmi scivolare a terra. Stringermi le ginocchia al petto e piangere forte. Non desidero altro. Ma non posso farlo. Non qui.</p>
<p>La cabina dell’ascensore traballa. Qualcuno sta scendendo. <em>Come stai ti senti bene è successo qualcosa se hai bisogno basta che lo dici adesso chiamo aiuto se posso fare altro</em>. Le porte della cabina cigolano, io spingo il portone ed esco in cortile.</p>
<p>Il Conte zampetta avanti a me sul sentiero di ghiaia. «Seguimi.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Le pale del ventilatore girano lente. Rivelano e nascondono la ragnatela cresciuta sul soffitto. Un intrico di filamenti grigi. Un intrico che cerco di studiare in ogni dettaglio, anche se mi dà la nausea. Non posso distrarmi. Se mi distraggo rivedo la faccia di mamma; la faccia pallida, la bocca spalancata, i capelli imbrattati di sangue.</p>
<p>Artiglio la coperta azzurra, lacrime scendono lungo le guance.</p>
<p>Un tintinnio alla mia destra. Il Conte ha buttato sul comodino la chiave della stanza. «Qui saremo al sicuro. Per un po’.»</p>
<p>Riprendo a fissare l’intonaco sporco. Il ventilatore ronza, le pale ruotano piano, la ragnatela appare e scompare. Mamma urla, ma non giunge alcun suono, perché i filamenti grigi le hanno invaso la gola.</p>
<p>«Purtroppo non ho trovato molti soldi in casa» continua il coniglietto. «Possiamo permetterci questa fogna di pensione per due, tre giorni, non di più.»</p>
<p>«Voglio chiamare papà.»</p>
<p>Voglio alzarmi in punta di piedi dietro mamma e papà, mentre siamo in fila per entrare al cinema, un giorno di dicembre. Voglio tirare l’impermeabile di mamma e trascinarla dove vendono le bambole di Himiko. Mamma ha promesso che me ne comprava una. Ha promesso di regalarmi Himiko in abito da sposa, come nella scena del ballo a corte. <em>Va bene, allora i biglietti li faccio io</em>, dice papà.</p>
<p>Il Conte balza sul letto, le zampette affondano nella fodera del cuscino. «Adesso devi solo chiudere gli occhi e cercare di dormire. Questa sera ti voglio in forma. Avremo molto da fare.»</p>
<p>«Basta esercizi. Basta Magia.» Mamma fruga nel portamonete, le mancano venti centesimi. Intanto io già cerco di strappare la plastica trasparente che avvolge la bambola. «Non voglio diventare un Mago.»</p>
<p>Il coniglietto recupera il pacchetto di sigarette da sotto la pancia. Prende una sigaretta e la infila in bocca. «Tu <em>sei</em> un Mago. Non soffrire inutilmente. Un Mago non piange, sono i suoi nemici a versare le sue lacrime.»</p>
<p>La punta della sigaretta arde di rosso. Il fumo si alza in spirali che si disperdono intorno al ventilatore. «Roberto continuerà a farti del male finché non accetterai la sua proposta. Vuoi continuare a soffrire?»</p>
<p>«Forse&#8230;» <em>Questo però è l’ultimo capriccio</em>, dice mamma. Mi prende per mano e torniamo da papà, che ha raggiunto la biglietteria. «Forse dovevo acconsentire. L’ho fatto arrabbiare. È colpa mia.»</p>
<p>«Strappagli il cuore.» Gli occhietti carbone del coniglietto luccicano. «Strappagli il cuore, se ne ha ancora uno. Chi è morto non può più essere arrabbiato con te.»</p>
<p>La camera puzza di sudore, l’aria è impregnata di polvere. Ogni respiro costa fatica. Vorrei smettere di respirare, smettere di vivere. Vorrei tornare davanti alla biglietteria con mamma e papà.</p>
<p>Una zampetta mi scosta i capelli appiccicati dalla fronte. «Ne riparleremo dopo che ti sarai riposata. Su, chiudi gli occhi e cerca di dormire un pochino. D’accordo?»</p>
<p>Accenno di sì con la testa.</p>
<p>Papà scosta la tenda amaranto. <em>Cerchiamo dei posti vicini</em>, dice mamma. <em>Non troppo davanti</em>. Mentre camminiamo tra le file di poltroncine, si abbassano le luci. Il proiettore frulla, lo schermo si illumina.</p>
<p>Il coniglietto salta giù dal cuscino e si arrampica sul davanzale della finestra. Si aggrappa alla corda della tapparella. Le stecche di legno scricchiolano e si sollevano di una spanna.</p>
<p>«Riposati, io penserò a requisire i soldi che ci servono. Devo anche verificare un indirizzo.» Il Conte dà un lungo tiro, poi getta via la cicca. «Quando sarò tornato, ti insegnerò a uccidere.»</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c11_coniglio.jpg" alt="Coniglietto e ragno" title="Coniglietto e ragno" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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		<title>Capitolo 10</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 19:25:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; «Prima il mio sogno ricorrente era di perdermi in metropolitana.» La ragazza con gli occhi verdi ascolta immobile, le dita intorno alla tazzina di caffè. Ormai sarà freddo. Non l’ha neanche assaggiato. Devo farle notare che è maleducazione? Ho perso ore a frugare negli scatoloni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
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</table>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">«Prima il mio sogno ricorrente era di perdermi in metropolitana.»</p>
<p>La ragazza con gli occhi verdi ascolta immobile, le dita intorno alla tazzina di caffè. Ormai sarà freddo. Non l’ha neanche assaggiato. Devo farle notare che è maleducazione? Ho perso ore a frugare negli scatoloni per recuperare le tazzine, i cucchiaini, la tovaglia a fiori, lo zucchero, il caffè liofilizzato e i biscotti alle mandorle. Ho persino cucinato: ho aperto il rubinetto dell’acqua calda del lavello in cucina e ho preparato il caffè. Non era cattivo. E poi cosa diavolo pretende? Abita in mezzo al nulla, non ha diritto a fare la schizzinosa.</p>
<p>«Forse volevi un altro cucchiaino di zucchero? Meno zucchero?»</p>
<p>La ragazza batte una volta le palpebre. Sì? No? Valla a capire.</p>
<p>«Dicevo, qualche volta sono sola nei tunnel della metropolitana. Altre volte mi accompagna Elena. O Angela. Vaghiamo nel sottosuolo, al buio, finché non vediamo le luci di qualche stazione. Allora ci affrettiamo, ma&#8230;»</p>
<p>Allungo la mano e prendo un biscotto a forma di elefantino dal piatto della ragazza. «Dato che tu non li mangi.» Sgranocchio le zampe dell’elefantino. «Quando ci accorgiamo di essere vicine a una stazione corriamo verso le luci, ma arrivate lì scopriamo che non passa nessun treno. Le luci sono accese, la gente aspetta, ma i treni non passano.»</p>
<p>Ingoio la testa e il corpo dell’elefantino. Per essere rimasti miliardi di anni sul fondo di uno scatolone, i biscotti sono ancora freschi. Profumano come appena sfornati. «Angosciante, non è vero?»</p>
<p>Divoro un altro paio di biscotti. Mi pulisco la bocca con il fazzoletto di carta. Sul fondo della mia tazzina sono rimaste le ultime gocce di caffè. Le bevo con una smorfia. Il caffè freddo fa schifo.</p>
<p>«Non prenderla come un’offesa, ma a volte, quando parlo con te, mi sembra di parlare con una bambola.»</p>
<p>Un movimento lieve. La ragazza annuisce? Forse dondola la testa perché è mezza addormentata. Al solito.</p>
<p>«Se ti sto annoiando, dimmelo, eh?»</p>
<p>Mi lecco le dita sporche di zucchero. Sollevo il viso. L’orologio tondo appeso alla parete segna la mezzanotte. Conta le ore al contrario, dunque è il momento di svegliarsi.</p>
<p>«Ho paura che anche questa notte sia trascorsa. La prossima volta magari preparo la cioccolata?»</p>
<p>La ragazza inclina la testa di lato e socchiude i grandi occhi da cartone animato.</p>
<p>Mi alzo e raggiungo la porticina. Stringo la maniglia. Il risveglio è doloroso, ogni notte. È il prezzo da pagare per uscire dalla casetta.</p>
<p>Spalanco la porta.</p>
<p>Il Sole splende di fronte a me; il disco incandescente riempie il vano. Chino il capo, accecata dalla luce. Spirali di fuoco si staccano dalla superficie della stella, le fiamme mi abbracciano. I vestiti bruciano, le scarpe si fondono con la pelle. La puzza di carne bruciata mi riempie le narici. Non provo dolore, ma sono scossa dai brividi. Mi accascio sull’erba secca che ricopre la collina.</p>
<p>L’erba avvampa. Fumo nero mi entra in gola, tossisco, e non riesco più a respirare. Graffio la porticina della casetta. Non si apre. La maniglia si è sciolta, è una pozza di metallo liquido sullo zerbino.</p>
<p>Gli occhi lacrimano, spingono contro gli zigomi, si gonfiano. Il calore intenso li spappola.</p>
<p>Scende il buio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il cielo è blu scuro. L’azzurro dell’alba è ancora nascosto dietro i cornicioni dei palazzi. Giro la testa verso il comodino. Le lancette fosforescenti della sveglia si tengono compagnia accanto alle cinque.</p>
<p>Mi siedo sulla sponda del letto e distendo le gambe. Nessuna scottatura. Ogni mattina controllo. Da giorni ho il terrore che quello che succede sulla collina possa filtrare nella realtà.</p>
<p>Mi stiracchio e sbadiglio. Non ho dormito più di tre ore. Un’altra volta. <em>I Maghi non dormono mai</em>, secondo il Conte.</p>
<p>Che razza di fregatura.</p>
<p>L’unico vantaggio di alzarsi all’alba è che mamma non può più accusarmi di essere pigra. <em>Anche se domani non hai scuola, non ti puoi alzare a mezzogiorno.</em> Perché, sentiamo? Non ci sono spiegazioni, ci sono solo fisime cretine.</p>
<p>Cammino a piedi nudi sul pavimento. Dove ho messo le ciabatte?</p>
<p>Mi chino a sbirciare sotto il letto. Mi metto a quattro zampe e allungo una mano nel buio. <em>Cosa ci fai per terra? Non sei più una bambina! E poi tieni in ordine la tua stanza!</em> Anche se mamma non c’è, i suoi rimproveri aleggiano nell’aria. Vivo in una camera infestata dai rimproveri.</p>
<p>Le dita sfiorano il tessuto rosa della ciabatta più vicina. Le maledette sono andate ad accucciarsi nell’angolo più lontano, contro il muro, dove ha la tana l’Uomo Nero. Da bambina ero convinta che lui abitasse proprio lì. Ma quando sono cresciuta abbastanza per spostare rete e materasso, l’Uomo Nero ha traslocato. Non lo ho mai incontrato. </p>
<p>Tendo allo spasimo le dita. Se non mi fossi tagliata le unghie&#8230; Niente da fare. Chiudo gli occhi. Un profondo respiro. Mi concentro sul battito cardiaco, aspetto la pulsazione che darà inizio alla Magia. La realtà vibra. Gli oggetti si disgregano in torrenti di polvere, come se un forte vento spazzasse un castello di sabbia.</p>
<p>Ma i muscoli sono già rigidi e ho mal di testa. Mai che riesca a compiere Magie prima di colazione. La polvere nera ricompone il mondo. Premo i palmi contro il pavimento e mi rimetto in piedi. Afferro la spalliera del letto, la tiro verso di me.</p>
<p>L’Uomo Nero è acquattato all’imbocco della tana, gli artigli serrati intorno alle mie ciabatte.</p>
<p>Il corpo della creatura freme e si srotola lungo la parete. L’ombra si contorce, si dibatte dal pavimento al soffitto, incapace di mantenere una forma fissa. Arretro di un passo. Come ha fatto ad arrivare da&#8230;</p>
<p>«Lui ti vuole parlare.» La voce dell’ombra è un sibilo che comprendo senza sentirlo; un fruscio al di sotto della soglia di ascolto cosciente.</p>
<p>«Esci subito dalla mia stanza!»</p>
<p>L’ombra si arrampica sul soffitto. Compone un abbozzo di muso, un viso demoniaco con lunghe corna e il lampadario come unico occhio. «Lui ti vuole parlare.»</p>
<p>«Be’, può telefonarmi, il numero lo conosce.»</p>
<p>La creatura cola dal soffitto sulla scrivania, scavalca i quaderni e i libri di scuola, sfiora il monitor del PC, striscia giù seguendo le gambe del tavolo. Tentacoli scuri saettano sulle piastrelle del pavimento. I viticci si protendono verso le dita dei miei piedi. Balzo all’indietro, inciampo nel letto e ci cado sopra di schiena.</p>
<p>L’ombra riforma la faccia. «Lui ti vuole vedere.»</p>
<p>Filamenti sottili quanto un capello nascono dai confini incerti della creatura. I capelli si intersecano gli uni agli altri, con la precisione dei pixel su uno schermo. L’ombra sta tessendo un disegno sulla parete dietro al letto.</p>
<p>Uno spiazzo circolare. Fango. Sabbia. Mozziconi di alberi. Gradini di cemento al centro della spianata. I gradini spariscono nel buio di una galleria. Cavi serpeggiano lungo gli scalini e sono inghiottiti dall’oscurità. Lampade ondeggiano all’ingresso della galleria. Un cartello è attaccato alla parete di roccia, appena all’interno dell’antro. È una mappa della rete metropolitana. Intanto i capelli d’ombra definiscono il paesaggio: edifici sullo sfondo e, intorno allo spiazzo, asfalto, semafori, strisce pedonali, automobili ferme.</p>
<p>Devono essere i lavori di prolungamento della linea 2 della metropolitana. La nuova stazione dalle parti di Garate. Mi ricordo quando hanno cominciato, perché hanno stravolto il percorso della 94. Così sono stata costretta ad alzarmi venti minuti prima per arrivare a scuola in orario.</p>
<p>L’immagine sbiadisce. I capelli si arruffano e modellano una scena diversa: una collina tonda, un ciuffo d’erba su un lato. Nuvole stilizzate ai piedi di uno spicchio di Luna.</p>
<p>In cima alla collina, un animaletto è ritto sulle zampette posteriori. Lunghe orecchie ricadono flaccide ai lati del musino, contratto in una smorfia di disapprovazione. </p>
<p>«Lui non desidera che siano presenti conigli» sibila l’ombra.</p>
<p>I primi raggi del Sole filtrano tra i tetti dei palazzi. L’onda di luce entra dalla finestra, costringe l’ombra a tornare sul soffitto. La creatura rimpicciolisce ed è assorbita dall’intonaco.</p>
<p>Con cautela mi alzo in punta di piedi sul materasso. Il soffitto è pulito, senza alcuna traccia dell’essere. Per sicurezza accendo la lampada sul comodino e le piego il collo verso l’alto.</p>
<p>Lui mi vuole parlare. Mi vuole vedere. Da sola.</p>
<p>Pensa che io sia scema? Dopo quello che ha cercato di farmi. Se abbocco sono una cretina.</p>
<p>Ma adesso conosco la Magia.</p>
<p>Un po’.</p>
<p>Le ciabatte sono ancora lì, nell’angolo. L’unica ombra che le copre è quella della gamba del letto. Chissà per quanto tempo la creatura è rimasta rintanata in agguato, i tentacoli avvinghiati alle mie ciabatte. Dovrò bruciarle.</p>
<p>E mentre dormivo? Al tramonto le ombre acquisiscono consistenza. I tentacoli possono essere risaliti da sotto il letto. Mi sfrego le braccia, e ho timore a guardare le mani: non vorrei che i palmi fossero umidi di muco nero.</p>
<p>Dio, che schifo!</p>
<p>A piedi nudi corro in bagno e mi ficco sotto la doccia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">I fori nelle stecche della tapparella bruciano di luce. Mentre mi asciugo i capelli non capisco se sono ancora bagnata o se già sudo per il caldo. Forse sto sudando per la tensione, come in classe prima delle interrogazioni di Storia.</p>
<p>Forse sono nervosa per colpa dell’anello. Sono andata a prenderlo in fondo all’armadio. Lo tengo nascosto dentro uno scrigno di plastica, in mezzo ai mattoncini per le costruzioni, le teste di vecchie bambole, le pedine della dama e le altre cianfrusaglie di quando andavo alle elementari.</p>
<p>L’anello però non è bigiotteria. In penombra l’oro scintilla e lo smeraldo brilla di verde intenso. Non ne capisco granché di gioielli, ma deve valere una fortuna. Per quello non lo metto quasi mai. Se mamma lo scoprisse sarebbe l’ennesimo tormento. <em>Chi te l’ha dato? Perché? Cosa ti è venuto in mente di accettare un regalo così costoso?</em></p>
<p>Ma saranno affari miei, o no?</p>
<p>Lo smeraldo è incastonato in una culla d’oro. Minuscoli artigli gialli lo tengono in posizione. Zampe. Questa mattina lo smeraldo sembra l’addome gonfio di un ragno e i filamenti d’oro sono piccole zampe.</p>
<p>Glielo restituisco. Non lo sto neanche ad ascoltare, vado lì e, davanti ai suoi occhi, mi sfilo l’anello e lo butto per terra. Voglio vederlo <em>strisciare</em> per raccoglierlo. Così impara.</p>
<p>E se poi me lo restituisce e mi chiede di perdonarlo?</p>
<p>Rigiro l’anello tra pollice e indice. È stato così carino a regalarmelo&#8230; Magari non intendeva quello che ha detto, magari si è trattato di un malinteso. Quando ci si trova in situazioni complicate è facile dire o fare cose che non si pensano davvero.</p>
<p>Infilo l’anello e distendo le dita. La pietra preziosa risplende di fuoco verde. È un anello meraviglioso. E quando l’ho fatto vedere ad Angela è schiattata d’invidia.</p>
<p>Se Roberto mi compra l’abbonamento a Internet lo perdono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">La gente mi lancia occhiate perplesse, perché sono da dieci minuti impalata davanti alla vetrina del bar sotto la stazione della metropolitana di Porta Pisa. Fisso il televisore appeso sopra il bancone. Mentre passavo ho scorto un’immagine di sfuggita e mi sono bloccata. Scorreva il sommario del telegiornale regionale e sono sicura di non essermi sbagliata: l’immagine era quella di un sacchetto della spesa con le rotelle.</p>
<p>L’inutile vecchia aggredita in casa settimana scorsa è morta; è stato scarcerato l’assessore accusato di corruzione; prosegue la visita dell’ambasciatore del Giappone. In un angolo dello schermo ritorna il sacchetto della spesa. Mi intrufolo nel bar per sentire il servizio.</p>
<p>Il furgoncino bianco si è schiantato contro un tetto. È rimasto incastrato tra le tegole; la fiancata con il sacchetto rivolta al cielo. Il tetto si è deformato, piegato verso il furgoncino. Come un lenzuolo sul quale butti lo zaino pieno di libri. <em>Come lo spazio-tempo deformato dalla massa di una stella</em>, direbbe il Conte.</p>
<p>Mentre il giornalista chiacchiera, i pompieri si aggirano tra i calcinacci. Due poliziotti osservano le lamiere accartocciate. A fianco dell’edificio è parcheggiata un’ambulanza con i lampeggianti blu accesi.</p>
<p>Il giornalista sostiene che non ho ammazzato nessuno, però ci sono alcuni feriti lievi per colpa delle schegge: l’impatto ha frantumato le finestre nell’intero quartiere. E ho sfasciato il negozio di abbigliamento di un cinese. <em>L’ennesimo atto intimidatorio</em>, dichiara un tipo in giacca e cravatta, un pezzo grosso dell’associazione commercianti.</p>
<p>Erba verde ricopre il tetto. Il tribunale ha respinto il ricorso della Santordese. La squadra di San Tordo non potrà iscriversi al campionato di Serie B.</p>
<p>Esco dal bar.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Salgo i gradini verso l’uscita della stazione. Intanto mordicchio la stecca degli occhiali da sole.</p>
<p>Potrei farmi pagare.</p>
<p>Non c’è bisogno che faccia del male a nessuno. La mia sarebbe una specie di assicurazione: in cambio di una cifra modesta, fornisco la garanzia che non cadranno altri furgoni. O potrei manipolare i risultati delle partite e scommetterci sopra. Chissà se devo andare allo stadio o posso usare la Magia attraverso la televisione. Non ho mai provato.</p>
<p>Infilo gli occhiali scuri. Devo pensare in grande. Se Roberto vuole che lo prenda di nuovo in considerazione, dovrà promettere ben più dell’abbonamento a Internet!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il becco della ruspa è sollevato a mezz’aria. Incrostazioni di sabbia striano i tozzi denti d’acciaio. Nessuno è seduto al posto di guida. A giudicare dalla polvere sul sedile, sono giorni che la ruspa è lasciata a se stessa.</p>
<p>Gli operai saranno in vacanza. Strano però. Questi lavori di solito non li fermano ad agosto, anzi ne approfittano perché c’è meno traffico. Supero la ruspa e lo spiazzo disegnato dalla creatura di ombra si distende davanti a me. Un circolo di terra smossa grande quanto una piazza. L’imbocco della galleria si apre proprio al centro. Coppie di cavi scorrono sui gradini che conducono all’entrata della caverna. Scendo un paio di scalini e spio all’interno. Buio. Una corda è tesa lungo la volta; a intervalli regolari sono appese delle lampade. Spente.</p>
<p>Appoggio la mano allo stipite di roccia. Mi sporgo in avanti finché l’oscurità gelida non mi pizzica le spalle. Buio pesto. </p>
<p>Là sotto non scendo.</p>
<p>«Non c’è bisogno.»</p>
<p>L’oscurità si gonfia e si protende verso di me. Scatto all’indietro. Tentacoli neri si avvinghiano alle gambe. Scalcio e l’ombra scivola via. Si rintana tra le pieghe del terreno.</p>
<p>Butto gli occhiali da sole. Arretro, attenta a dove metto i piedi, gli occhi puntati sulle crepe che si intersecano nel fango secco. L’ombra fa capolino dagli anfratti, striscia veloce e cerca riparo tra i cavi.</p>
<p>I cavi nascono da un gabbiotto al confine dello spiazzo. Una casupola con le pareti di lamiera e una singola finestrella. «Seguimi» sibila l’ombra. Zampette nere sbucano dalla creatura. L’ombra corre sotto i cavi, come un millepiedi a testa in giù.</p>
<p>Raggiungo il gabbiotto. L’ombra si insinua nello spiraglio tra le pareti di alluminio e il terreno. Scompare all’interno. Io ho bisogno di una porta. Giro intorno alla casupola.</p>
<p>La porta è bloccata da un divano di tela rossa, addossato contro la lamiera. Roberto siede in un angolo, il capo chino, gli avambracci poggiati sulle cosce. È dimagrito. Molto. La pelle è tirata, le ossa delle braccia e delle dita sono in rilievo. Le vertebre spuntano sotto la maglietta bianca.</p>
<p>«Ciao, Silvia.»</p>
<p>«Cosa ti è successo?»</p>
<p>Alza il viso. Gli occhi sono due cavità vuote.</p>
<p>«Sono stanco di avere un corpo di carne. Questa sarà l’ultima volta.»</p>
<p>Sorride. Non ha più le labbra, i denti sono quelli di un teschio.</p>
<p>Copro l’anulare della sinistra con l’altra mano, per nascondere lo smeraldo. Mi è già passata la voglia di fare una scenata.</p>
<p>Lui si tira in piedi, reggendosi alla spalliera del divano. Allarga le braccia. «Vieni qui, dai.»</p>
<p>Indietreggio. Dietro Roberto si annidano le ombre. Decine di creature pigiate le uno contro le altre, che fremono e sibilano.</p>
<p>«Forse è meglio se non ci vediamo più» balbetto.</p>
<p>Roberto scuote piano la testa e ho paura che il collo sottile si spezzi. «Il mio Padrone non ha gradito come ti sei comportata. Sei stata molto scortese ad andartene così, senza salutare.»</p>
<p>«Be’, avevo fretta.»</p>
<p>«Ma è disposto a mettere da parte la propria collera. È ancora pronto ad accoglierti. Il mondo degli uomini è condannato, tu hai una possibilità di salvarti. Non sprecarla.»</p>
<p>«Il mondo non è condannato. Posso fermare gli invasori.»</p>
<p>Roberto snuda i denti, sogghigna. «Come farai?»</p>
<p>«Il Conte mi sta insegnando.»</p>
<p>«E tu stai imparando? Non credo.»</p>
<p>L’ombra accucciata sulle mie ciabatte. Chissà da quanti giorni mi sorvegliava.</p>
<p>«Te lo dico una volta sola, se trovo un’altra creatura schifosa in camera mia, ti giuro che–»</p>
<p>«Non fidarti del coniglio. Prova a chiedergli come passava il tempo prima di incontrare te. Chiedigli chi era.»</p>
<p>«Prima mi cercava. Così ha detto.»</p>
<p>Roberto ciondola il capo. Annuisce? Nega? «Il mio Padrone è un umile cercatore di verità. Lui non ha secondi fini, non nasconde segreti. Dagli la possibilità di aiutarti.»</p>
<p>Sono uscita con ragazzi che avevano dei problemi e ne ho ricavato solo rogne. Roberto sarà almeno una settimana che non mangia e non voglio sapere con quale porcheria si è fatto. Senza contare le persone che frequenta. Che non sono neanche persone.</p>
<p>«Non penso di poter accettare.»</p>
<p>Lui si rimette seduto. Batte una mano scheletrica sul tessuto sfilacciato del divano. «Quando deciderai di accomodarti accanto a me, io sarò qui ad aspettarti.»</p>
<p>«Non cambierò idea.»</p>
<p>«Il mio Padrone saprà convincerti.»</p>
<p>Il disco del Sole si dilata. Il bianco mi abbaglia e devo proteggermi il volto con il dorso della mano.</p>
<p>Le scarpe scivolano sulla sabbia e cado con il sedere per terra.</p>
<p>Un rombo meccanico scuote il mondo. Ombre mi avvolgono. Abbasso la mano, stringo gli occhi. Sopra di me si erge il becco della ruspa. Rivoli di terriccio sfuggono ai denti e mi piovono addosso. Tossisco e sputo. Cerco di rialzarmi, i palmi affondano nella sabbia. Sono finita in una buca.</p>
<p>«Ti sei fatta male?»</p>
<p>Un tizio a torso nudo con in testa un casco giallo mi offre la mano. Non è solo, lo spiazzo si è riempito di gente. Due operai portano in spalla un tubo di cemento; un gruppetto impila mattonelle; qualcuno spala palta grigia. Altri sono fermi e mi guardano.</p>
<p>Stringo la mano sudaticcia del tizio e mi tiro fuori dalla buca. Il cigolio di una porta che si apre. Dal gabbiotto sbucano due uomini. «E questa chi cazzo è?» chiede quello con la camicia a scacchi al tipo accanto.</p>
<p>«Scusate, mi sono persa» mormoro.</p>
<p>Poi scappo via.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">La mamma mi aspetta seduta al tavolo della cucina.</p>
<p>Per carità, non oggi! Devo ignorarla. Un bel respiro profondo e tirare dritto. Non guardarla, tirare dritto, fare come se non ci fosse.</p>
<p>Sono alla porta della camera, quando la voce di mamma mi raggiunge. «Non hai niente da dirmi?»</p>
<p>Giro la maniglia. «No!»</p>
<p>Ma la porta non si apre. Provo con entrambe le mani. Niente.</p>
<p>«Ho chiuso a chiave. Vieni qui e parliamone.»</p>
<p>Cristo!</p>
<p>Strascicando i piedi arrivo in cucina. «Mamma, ti scongiuro, non oggi. Ti <em>prego</em>.»</p>
<p>«Dove sei stata?»</p>
<p>Sospiro e mi lascio scivolare su una delle sedie di plastica nera. «Ho fatto una passeggiata.»</p>
<p>«Hai i capelli sporchi di sabbia. Anche le braccia.»</p>
<p>«Sono caduta. Ma non mi sono fatta niente.»</p>
<p>«Da quanti giorni vai a letto tardi e ti alzi alle cinque del mattino?»</p>
<p>Ma Santo Cielo! Non posso più neppure dormire <em>poco</em>?</p>
<p>«Non lo so. Un po’ di giorni. Fa caldo e non ho molto sonno.»</p>
<p>Mamma stringe qualcosa tra le dita. Qualcosa che scricchiola. Lo depone sul tavolo: è un pacchetto di sigarette accartocciato. Quello che ieri notte si è fumato il Conte. Con la storia dell’ombra mi sono scordata di farlo sparire.</p>
<p>«E non sono più solo sigarette, vero?»</p>
<p>Devo stare zitta. È l’unica soluzione.</p>
<p>«Ho telefonato a tuo padre. Non ti vede da settimane. Chi ti dà i soldi?»</p>
<p>Granelli di sabbia sporcano le piastrelle intorno alla sedia. Cerco di contarli. Non devo muovere un muscolo o ne cadono altri.</p>
<p>Mamma si alza. Esce dalla cucina. Un colpo secco. Dev’essere il chiavistello della porta di ingresso. Rumore di una chiave che gira nella serratura.</p>
<p>Mamma rientra. Rimane in piedi. Tiene in mano un mazzo di chiavi. «Se vuoi rimanere su quella sedia in eterno, fai pure. Se vuoi uscire di casa o nasconderti in camera tua, prima devi darmi delle risposte.»</p>
<p>Non ci credo. Così da stronza non si era mai comportata. Chi si crede di essere? È lì impalata con ancora addosso la vestaglia, e non si è neanche pettinata. E quello, vicino alla tempia, non è un capello bianco? Sta diventando una vecchia sciatta e stupida. Ogni giorno che passa più stupida. Se davvero sapesse&#8230;</p>
<p>Stai calma, stai calma, tanto è inutile. E di casini da sistemare ne hai già abbastanza.</p>
<p>«Non possiamo proprio parlarne un altro giorno? Hai visto anche tu che mi sono alzata prestissimo. Sono <em>stanca</em>. Ti prego.»</p>
<p>«Quale altro giorno, Silvia?» Mamma afferra la spalliera di una sedia. Le dita stridono sulla plastica. «Quale altro giorno? Quando saranno finite le vacanze e dovrò tornare in ufficio? A cena mi dirai che va tutto bene e io ci crederò, perché sarò distrutta e con ancora i lavori di casa da fare.»</p>
<p>È cominciata la lagna, un film noioso che conosco a memoria: chiacchiere sull’aiuto reciproco, sulle responsabilità in famiglia, sulle scelte importanti. Fuffa che ha copiato da qualche rivista idiota. Papà ha fatto benissimo ad andarsene a gambe levate.</p>
<p>«&#8230; non sei più una bambina piccola. Hai un’età che&#8230;»</p>
<p>Riprendo a contare i granelli di sabbia. Sono arrivata a cinquantuno. Un po’ di sabbia si è anche infilata tra l’anello e il dito. L’anello! Mi sono dimenticata di togliermelo!</p>
<p>Se mamma se ne accorge&#8230; ma in fondo, cosa me ne frega? Il giorno stesso che compio diciotto anni sono fuori di casa. Sempre che non crepi prima.</p>
<p>Scosto la sedia e mi alzo. «Vuoi sapere la verità?»</p>
<p>«&#8230; è anche responsabilità tua fare in modo&#8230; come?»</p>
<p>«Vuoi sapere cosa ho fatto stamattina? Stamattina avevo un appuntamento con un uomo.»</p>
<p>Mamma sgrana gli occhi. Io sorrido. «Mi ha proposto di andare a vivere da lui. Una cosa a tre con lui e il suo padrone.»</p>
<p>«Silvia, cosa stai–»</p>
<p>«Non ti sto prendendo in giro. Guarda, mi aveva anche regalato un anello.» Sfilo il gioiello e lo lancio a mamma. Lei lo prende al volo e lascia cadere sul tavolo le chiavi.</p>
<p>«Ma ho rifiutato.» Stacco dal portachiavi la chiave della mia camera. «Non tanto per lui, ma per gli amici che frequenta. Non mi piacciono proprio.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Chiudo la porta della stanza e mi appoggio con la schiena al battente. Tiro un sospiro di sollievo. Se sono fortunata, mamma rimarrà sotto shock almeno un paio di giorni. Poi mi inventerò che Roberto mi molestava o altre balle del genere, così divento la vittima che ha bisogno di comprensione – sarebbe anche vero.</p>
<p>Un’ombra si allunga da dietro il monitor del PC. Mi stacco dalla porta. Un musino grigio spunta a fianco dello schermo. Una sigaretta pende dalle labbra del coniglietto.</p>
<p>«Non ti avevo detto di lasciare sempre la tapparella un po’ sollevata? Sono dovuto passare per il balcone e c’è mancato poco che tua madre mi scoprisse.»</p>
<p>«Scusa. È che mi stavo vestendo e–»</p>
<p>«Devo ripetertelo per l’ennesima volta? Non siamo a scuola. Non c’è un premio per l’impegno. Non sono tollerabili gli errori. Niente errori e niente scuse. Non devi sbagliare e basta.»</p>
<p>Siamo ancora incazzati per lo scherzetto con la gravità di ieri sera, o sbaglio?</p>
<p>Mi stringo nelle spalle. «Va bene, va bene, starò più attenta.»</p>
<p>Il coniglietto accende la sigaretta. «Piuttosto, si può sapere dove sei stata?»</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c10_coniglio.jpg" alt="Coniglietto in coppa" title="Coniglietto in coppa" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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<tr>
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</tr>
</table>
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		<title>Capitolo 9</title>
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		<comments>http://silvia.gamberi.org/2009/11/capitolo-9/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 18:28:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; I freni del tram stridono, il mezzo si ferma con uno scossone, le porte a soffietto si aprono. Una vecchietta si affaccia sul predellino; dita rachitiche stringono la sbarra verticale di metallo in mezzo ai due scalini. Mentre la vecchietta si arrampica, scatta il rosso [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
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<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">I freni del tram stridono, il mezzo si ferma con uno scossone, le porte a soffietto si aprono. Una vecchietta si affaccia sul predellino; dita rachitiche stringono la sbarra verticale di metallo in mezzo ai due scalini. Mentre la vecchietta si arrampica, scatta il rosso all’incrocio. Elena ne approfitta per chinarsi a raccogliere lo zaino. Abbassa la cerniera di una tasca laterale e ci fruga dentro finché non trova il pacchetto di sigarette. Ne prende una e accenna a infilarsela in bocca.</p>
<p>«Guardi, signorina, che non si può fumare in <em>vettura</em>» dice una signora seduta davanti a noi, scandendo bene l’ultima parola. Un’altra stupida, inutile vecchia. Il 37 è il tram che fa capolinea al Cimitero di San Gagliano ed è sempre pieno di <em>cose</em> decrepite. Cose goffe, puzzolenti, cretine.</p>
<p>Un giorno mi ridurrò anch’io così? No, non merito un destino del genere.</p>
<p>Elena rigira la sigaretta tra indice e pollice. «Non sto fumando, non vedi?» Sorride ironica. «Perché non ti compri un paio di occhiali, eh?»</p>
<p>Le rughe intorno agli occhi della vecchia si contraggono; arretra la testa contro lo schienale del sedile, quasi Elena l’avesse presa a schiaffi. Tipico dei vecchi sentirsi offesi per un nonnulla.</p>
<p>Un relitto è seduto a fianco della signora. Forse è il marito. Spelacchiato, smunto, la testa macchiata da chiazze marroni, come se si fosse rovesciato addosso il caffelatte; stringe allo spasimo il pomo del bastone da passeggio.</p>
<p>Sorrido anch’io. Hai qualcosa da dire, nonno? Cosa vuoi fare con quel bastone, sentiamo? Devi solo provarci ad alzare le mani. Dopo l’interrogazione di inglese ho proprio voglia di sfogarmi con qualcuno e se credi che mi trattenga perché sei un vecchio, hai scelto la giornata sbagliata.</p>
<p>La signora sfiora la spalla dell’uomo. Lui si rilassa sotto la giacca troppo grande. Il colletto della camicia è sporco e ingiallito, i polsini sono unti. Che schifo di persona.</p>
<p>I freni stridono. Il tram si ferma. La coppia di vecchi si alza a fatica e arranca verso l’uscita dietro di noi. Quando la signora passa accanto a Elena, la mia amica le mostra la sigaretta. «Hai visto adesso? Non sto fumando.»</p>
<p>Ci sediamo sui sedili di legno lasciati liberi dai due.</p>
<p>«Vecchi idioti» dice Elena. Cerca l’accendino nello zaino. Non lo trova e comincia a tastare le tasche del cappotto.</p>
<p>«Quante fermate mancano?» le chiedo.</p>
<p>«Una o due. Non lo ricordo di preciso, ma è la prossima dopo che passiamo il palazzo in costruzione.»</p>
<p>Ha recuperato l’accendino. Lancia uno sguardo verso la cabina del tram. «Dici che il conducente riesce a vedermi?» Sembra decidere di sì, perché tira indietro la testa e rimette l’accendino in tasca. «Hai già pensato a come spendere i soldi? Se finiamo in fretta possiamo passare in centro, lunedì hanno finito i lavori di ristrutturazione al centro commerciale.»</p>
<p>«Ma pagheranno di nuovo anche te? Non hai già fatto il test?»</p>
<p>«L’ho già fatto due volte. Questa sarebbe la terza. In certi casi devono ripetere l’esperimento per essere sicuri.»</p>
<p>«Sicuri di cosa?»</p>
<p>«Sicuri di quello che vogliono essere sicuri.» Elena allarga le braccia. «Certo che oggi sei proprio una lagna. Non sei stufa di dover sempre chiedere i soldi a tua mamma?»</p>
<p>Infatti quando posso li chiedo a papà, che non fa mai tante storie. Mamma ha questa politica assurda: ti do i soldi, ma devi dirmi cosa intendi farne. Mi servono per la scuola, no? E non ci crede. È proprio deficiente se pensa che vada a raccontarle quello che faccio.</p>
<p>La condensa appanna i vetri del finestrino. Pulisco un angolo per spiare fuori. Stiamo percorrendo la sopraelevata che scavalca i binari della stazione di Porta Augusta. Le coppie di binari si perdono all’orizzonte, spariscono nella nebbia. Nessun treno è in arrivo o in partenza. Una carrozza è abbandonata sul binario più a sinistra; erbacce soffocano la vettura, sotto il verde marcio c’è solo ruggine.</p>
<p>Il tram rallenta mentre scende il cavalcavia. Un paio di palazzoni con le facciate scrostate lasciano spazio a una rete metallica, alta diversi metri. Dietro la rete montagnole di terra, cataste di tubi di cemento, pile di mattoni. Un camion ha il pianale inclinato e rovescia una cascata di pietrisco in un fossato. Sullo sfondo, gru arancioni attorniano lo scheletro di un grattacielo.</p>
<p>Premo l’indice contro il vetro. «È questo il palazzo in costruzione?»</p>
<p>Elena gira la testa. «Sì, ci siamo quasi.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il vento ci aggredisce. Incasso la testa nelle spalle e mi metto dietro a Elena. Sono intirizzita. Avrei dovuto mettermi la sciarpa, anche se è aprile. Acceleriamo il passo e attraversiamo la piazza. Ci infiliamo in una stradina. Nel vicolo i vecchi edifici arginano le ondate di aria gelida.</p>
<p>«La chiesa è più avanti.» Elena allunga il braccio.</p>
<p>«Certo che è strano che facciano questi esperimenti in una chiesa.»</p>
<p>«Non è più una vera chiesa. È sconsacrata, è colpa dei satanisti o qualcosa del genere.»</p>
<p>La stradina diviene così stretta che anche se volessi non potrei affiancare Elena. Un frusciare di ali mi fa alzare il viso. Corvi attraversano la striscia di cielo grigio e si posano sui cornicioni dei tetti. Gli uccelli neri piegano i becchi verso di noi e lanciano versi striduli.</p>
<p>Bestiacce.</p>
<p>La chiesa si confonde con le case accanto, non fosse per un piccolo crocefisso di rame appeso sopra la porta. Elena picchia il batacchio a forma di testa di leone contro il legno. Due colpi. Al terzo scatta la serratura e la porta si socchiude.</p>
<p>Scendiamo i gradini di ferro di una scala a chiocciola. Sbuchiamo in un corridoio illuminato da luci al neon. Quando raggiungiamo lo sportello dell’accettazione, Elena mi fa cenno di fermarmi. Dietro il vetro è seduto un impiegato dall’aria sonnolenta, una mano a reggere il mento.</p>
<p>«Siamo qui per i test» dice la mia amica.</p>
<p>«Dovete compilare i moduli.» Il tizio sposta appena la testa, a indicare una pila di carta su una panca. «Avete una penna?»</p>
<p>Elena apre lo zaino e prende il suo modulo. Io faccio altrettanto. «Li abbiamo già preparati.»</p>
<p>L’impiegato solleva un sopracciglio. «La sala d’aspetto è in fondo al corridoio.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Seggiole pieghevoli di plastica circondano un tavolino. Un termosifone elettrico ronza contro la parete. Ci togliamo i cappotti e ci sediamo. Sul tavolino sono sparse riviste di medicina. Sfoglio <em>Gastroenterologia Oggi</em>. Mi blocco a pagina cinque, davanti a un fegato pieno di cicatrici e noduli giallastri. “I rischi della cirrosi” è il titolo dell’articolo. Il rischio è di vomitare il panino salsa rosa che ho mangiato uscita da scuola. E c’è gente che paga per leggere porcherie del genere.</p>
<p>«Dovremo aspettare tanto?» chiedo a Elena.</p>
<p>Lei mugugna qualcosa che potrebbe essere sì, no, forse. È alle prese con il cellulare, ma non sembra esserci campo qui sotto, come se fossimo scese in una caverna.</p>
<p>Il soffitto a volta è molto basso. È stato imbiancato di recente. Un lavoro fatto da schifo, tanto che in alcuni punti si notano ancora i vecchi mattoni. L’umidità gonfia l’intonaco delle pareti. Il pavimento è di pietra. Una volta ho visto in TV una specie di documentario sui satanisti che rubavano le ossa dai sotterranei delle chiese. Perché c’era l’abitudine di seppellire i morti sotto le chiese.</p>
<p>Chissà se c’erano dei corpi qui, dove siamo sedute.</p>
<p>E i satanisti hanno disturbato i morti.</p>
<p>Sfioro il calorifero. Il metallo è bollente, ma in questo antro si gela.</p>
<p>Scalpiccio. Tacchi sulla pietra. Una dottoressa in camice bianco entra nella saletta. Elena si alza per salutarla.</p>
<p>La dottoressa le sorride. «Elena, giusto?»</p>
<p>Elena annuisce. Mi indica. «Lei è Silvia, sa la mia amica? La volta scorsa mi aveva chiesto se&#8230;»</p>
<p>«Ah, certo.» La tipa mi offre la mano. La stretta è lieve, umida, viscida.</p>
<p>«Qui ci sono i nostri moduli» dice Elena. La dottoressa non li degna di uno sguardo. «Hai spiegato alla tua amica come funziona?»</p>
<p>«Sì.»</p>
<p>«Vado a prendere le siringhe con l’agente di contrasto.»</p>
<p>«Cos’è un agente di contrasto?» sussurro a Elena, mentre la dottoressa sparisce nel corridoio.</p>
<p>«La roba che ti iniettano, ma non senti niente, te l’ho già spiegato. Rilassati.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">È stata un’infermiera a fare l’iniezione, mentre la dottoressa scarabocchiava sul retro del mio modulo. Ho sentito un lieve pizzicore, poi l’infermiera ha buttato via la siringa vuota.</p>
<p>Adesso sono seduta in una piccola stanza, una celletta scavata nella roccia. Sul ripiano davanti a me sono disposti un mazzo di carte e una telecamera, puntata verso il mio viso. Mi hanno attaccato alle tempie due elettrodi. I fili scendono sotto il tavolo e sono inghiottiti dalla parete, proprio sotto lo specchio. Che ho il sospetto sia come quello dei film: dietro lo specchio c’è gente che ti spia. Vorrei girarmi per controllare che la porticina dietro di me sia ancora aperta – non l’ho sentita chiudersi –, ma ho paura di tirare i fili.</p>
<p>«Puoi cominciare» dichiara una voce. La voce viene da un altoparlante montato sul soffitto.</p>
<p>Prendo la prima carta. È plastificata, un po’ più grande e spessa delle carte che usa la nonna per giocare a ramino. Il dorso è blu chiaro. La volto: un cerchio nero su fondo bianco.</p>
<p>Studio la carta e conto fino a dieci. La voce tace. Devo metterci più impegno? Esamino il disegno geometrico per qualche altro secondo.</p>
<p>«Va bene così?»</p>
<p>«Prendi un’altra carta» acconsente la voce.</p>
<p>Giro la seconda carta. Cerchio nero su fondo bianco.</p>
<p>La terza carta è identica alle prime due. Che sia un mazzo di carte tutte uguali? Ha senso?</p>
<p>Tengo la mano sul mazzo, il palmo premuto sul dorso della carta in cima alla pila, le dita distese. Volto la carta di scatto: ancora cerchio nero su fondo bianco.</p>
<p>Il polso comincia a farmi male, come l’anno scorso, quando mi ero messa in mente di imparare a giocare a tennis. La quinta carta la prendo con la sinistra. Le dita mi mandano una fitta quando le piego.</p>
<p>Respiro sempre più in fretta. Il tanfo del fegato sfigurato dalla cirrosi impregna la stanza. Mi viene vomito. Cosa mi sta succedendo?</p>
<p>«Non&#8230;» Ho un capogiro. «Non mi sento bene.»</p>
<p>La trama di pietre del pavimento pulsa, sempre più vicina. Il cuore mi martella in petto. Afferro il bordo del tavolo. Il mazzo di carte frana. Le carte si spandono a terra.</p>
<p>Cerchio nero su fondo bianco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il Conte sporge il musino da sopra la mia testa. Alzo gli occhi e incontro i suoi. «Hai smesso di contare» dice il coniglietto. «Come ti senti? Ce la fai a parlare?»</p>
<p>Ho la gola secca e non so cosa significhi “parlare”. Socchiudo la bocca. Un filo di saliva mi cola dalle labbra.</p>
<p>Parlare.</p>
<p>Mugolo. Emetto un lamento, il verso di un animale ferito.</p>
<p>Parlare? Come si fa a parlare?</p>
<p>Il coniglietto ritrae il musino.</p>
<p>Tintinnio metallico contro l’osso del cranio. Gli aghi sfregano il bordo del buco. Un lampo dietro gli occhi.</p>
<p>«Cosa&#8230; eh? Sì, sì, parlo. Credo.»</p>
<p>«Avevi smesso per quasi un minuto.»</p>
<p>«Ho rivissuto un ricordo. Ma era prima. Prima che ti incontrassi.»</p>
<p>«Quanto prima?»</p>
<p>«Aprile.»</p>
<p>Le zampette del Conte ballano sulla mia fronte. Altri aghi scintillano ai limiti del mio campo visivo. «Forse ci siamo» dice il coniglietto. «Riprendi a contare.»</p>
<p>«Uno&#8230; Due&#8230; Tre&#8230; Quattro&#8230;»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">La spada descrive un arco con la velocità del fulmine. Dietro la lama rimane una scia palpitante di energia magica. Sulle squame che coprono il collo del demone si disegna un tratto netto, nero di sangue.</p>
<p>Volto pagina e nella vignetta successiva la testa cornuta del mostro piomba nella polvere. La principessa Himiko stringe l’impugnatura della spada con entrambe le mani. Punta l’arma contro la nuca della bestia; la cala verticale e trafigge il terzo occhio del demone. Il mostro urla. Dalle fauci spalancate strisciano via le anime dei prodi guerrieri uccisi nei capitoli precedenti.</p>
<p>Noia.</p>
<p>Minimo adesso resuscita anche il monaco Obudan, e se c’è un personaggio antipatico è lui. Apro la mano, il manga scivola via tra le dita e mi cade sulla faccia. Scrollo la testa e il volumetto scivola giù dal viso. Una macchia grigia incorona il corpo di Himiko, dove la carta ha toccato la mia fronte sudata.</p>
<p>L’afa è atroce. Finestra aperta e tapparella alzata: non arriva un filo d’aria. Sotto di me il lenzuolo è fradicio. Sono sdraiata, immobile, e sono in un bagno di sudore. Riprendo il manga, lo agito davanti alla faccia, come fosse un ventaglio. La sveglia sul comodino pigola. Piego la testa. Mezzanotte in punto.</p>
<p>La porta della camera si apre. Mamma entra, senza bussare.</p>
<p>«Non è il caso che spegni la luce e ti metti a dormire?»</p>
<p>Mi hai tolto Internet. Non mi lasci andare in vacanza. Hai buttato il Conte in strada. Non è il caso di farti almeno gli affari tuoi?</p>
<p>Mostro la copertina del manga a mamma. «Non posso più neanche leggere adesso?»</p>
<p>«Stai sicura che i soldi per comprare certe stupidate non li vedi più. Non devi leggere niente per scuola? Non hai compiti per le vacanze?»</p>
<p>Mi giro verso il muro e le do le spalle.</p>
<p>«Rispondi, Silvia!»</p>
<p>Altrimenti?</p>
<p>Sfoglio la pagina successiva del fumetto, la faccio frusciare apposta perché si senta il rumore. Le dita sudate lasciano aloni grigi sulle zone nere dei disegni. Giro un’altra pagina. Sbadiglio.</p>
<p>Un tonfo. Mamma è uscita e ha sbattuto la porta.</p>
<p>«Non si sbattono le porte» urlo.</p>
<p>Un secondo tonfo: mamma si è ritirata in camera sua. Scendo dal letto, in punta di piedi raggiungo la porta e spio in corridoio. Buio. Un riquadro giallo circonda il battente della stanza di mamma. Due minuti dopo si spegne anche quella luce.</p>
<p>Rientro in camera, prendo la lampada dal comodino, la accendo e la metto sul davanzale della finestra. Inclino la testa della lampada verso il basso. Illumino un circolo di erba rinsecchita in giardino.</p>
<p>Mi siedo sulla sponda del letto; sbadiglio di nuovo, questa volta senza farlo apposta. Speriamo che lui si sbrighi, o me ne vado a nanna sul serio. Tasto il copriletto dietro di me, a cercare il manga.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">All’ultima pagina, il raspare sul cemento mi fa alzare la testa. Il Conte è balzato sul davanzale, una sigaretta tra le labbra. «Non hai idea di quanto sia difficile trovare un tabaccaio aperto la sera ad agosto.»</p>
<p>Unisce le zampette a coppa intorno all’accendino e una fiamma rossa accende la punta della sigaretta. Inspira a fondo. «Hai preparato il latte? E la frutta candita?»</p>
<p>Sbuffo. «Sì, sì, è tutto pronto.» Apro l’anta del comodino e tiro fuori il termos, poi scoperchio una ciotola che ho chiuso con la carta stagnola. La ciotola è piena di pezzettini di frutta candita.</p>
<p>Il coniglietto finisce di fumare. Spegne la cicca contro il davanzale e la butta di sotto. Salta sul letto. Fruga con una zampetta tra i bocconcini dolci. «Non c’era solo albicocca? Non mi piacciono ananas e banana.» Sgranocchia una fetta di albicocca incrostata di zucchero.</p>
<p>«C’era solo la confezione mista. Ringrazia che sono riuscita a prenderla, ormai mamma è insopportabile, mi controlla persino i centesimi.»</p>
<p>Il Conte annuisce. Svita il termos ed estrae il biberon. Beve un sorso di latte; rovista nella ciotola e si caccia in bocca gli altri pezzetti di albicocca. Si pulisce il pelo con il copriletto. «Come va?»</p>
<p>Come vuoi che vada?</p>
<p>Roberto è in piedi sulla piattaforma, sfocato nel ricordo. Le fiamme lambiscono i pilastri. Fumo rovente rende l’aria irrespirabile, l’onda di calore che si sprigiona dall’incendio mi costringe ad arretrare. Tra il fuoco spuntano zanne di acciaio, lunghe quanto il mio braccio. </p>
<p>Scuoto la testa.</p>
<p>«Ho smesso di piangere, se è questo che intendi.»</p>
<p>«Era ora. Hai fatto gli esercizi che ti ho assegnato?»</p>
<p>«Forse.»</p>
<p>«Silvia, sono <em>stufo</em> di ripeterti sempre le stesse co–» Gli occhietti carbone del Conte si dilatano. L’espressione sul musino passa dalla consueta disapprovazione allo stupore. Il coniglietto agita le zampette verso la ciotola, sfiora il bordo, la rovescia, non riesce ad aggrapparsi.</p>
<p>Sta volando.</p>
<p>Filamenti traslucidi convergono verso un punto in mezzo alla stanza, dove ho creato una sfera di massa enorme, ma delle dimensioni di un coriandolo.</p>
<p>Il Conte galleggia verso la sfera. Dietro di lui si solleva il copriletto, come fosse il lenzuolo di un fantasma. La ciotola si ribalta e sparge nell’aria frammenti di frutta candita, che rimangono in sospensione. Crepe corrono lungo il soffitto. Scaglie di intonaco si staccano dalle pareti. Il lampadario piega il lungo collo, catturato dal campo gravitazionale della sfera.</p>
<p>Ho un pochino esagerato.</p>
<p>Dissolvo il coriandolo, lo trasformo in polvere nera. Il Conte cade, ma prima che tocchi il letto, creo accanto a lui una nuova sfera. La sposto fino all’angolo opposto della stanza, il coniglietto al traino.</p>
<p>Guido dita invisibili alla libreria. Sfilo una manciata di CD. Le confezioni vorticano intorno a me, scelgo quella con in primo piano l’immagine di un’orchestra sinfonica. Per l’occasione ci vuole musica classica.</p>
<p>«Puoi anche mettermi giù!» strilla il coniglietto, premuto contro il soffitto.</p>
<p>La confezione di plastica distende le ali. Il CD rotola fuori. Lo prendo in mano e lo infilo nello stereo. Non voglio rischiare di sfasciare qualcosa schiacciando i tasti con la gravità.</p>
<p>La musica avvolge la stanza. Abbasso un pochino il volume per non svegliare mamma. Rivolgo un breve inchino alla platea che non esiste. «Lo spettacolo ha inizio!» annuncio.</p>
<p>Muovo le mani, con gesti ampi e decisi, imitando un direttore d’orchestra. Lancio il coniglietto verso la parete, lo fermo prima che si spiaccichi; lo faccio levitare fino al lampadario. Al suono dei violini, gira intorno alle quattro lampadine disposte a rombo. Sempre più veloce!</p>
<p>Lo lascio andare. Lo riprendo a meno di un centimetro dal pavimento.</p>
<p>Il coniglietto annaspa, come se potesse nuotare nell’aria. Il pelo gli ha coperto gli occhietti. «Mettimi giù! Mettimi giù <em>subito</em>!»</p>
<p>Lo porto davanti a me.</p>
<p>«Sai? Avevi ragione. Riesco a <em>vedere</em> la gravità.»</p>
<p>«Questa me la paghi» ringhia la bestiola.</p>
<p>Mentre la musica si attenua, conduco il coniglietto alla finestra aperta. «Non vuoi fare un giretto fuori?»</p>
<p>«No!»</p>
<p>Lo riporto al letto, facendolo volare a testa in giù.</p>
<p>«Ti credevo più avventuroso.»</p>
<p>Lo adagio sul cuscino. Il Conte cerca subito di rimettersi dritto, ma non è saldo sulle zampette. Si accascia sul fianco. «Mi gira la testa. Mi viene nausea. Ho bisogno di una sigaretta.»</p>
<p>Per una volta sono io a fissarlo con una smorfia di disapprovazione. «È colpa tua.» Gli agito l’indice davanti al musino. «Non dovresti volare subito dopo cena.» </p>
<p>Il coniglietto si trascina fino al pacchetto di sigarette. Con zampette tremanti si porta una sigaretta alla bocca. «Questa me la paghi» ripete.</p>
<p>Lo prendo in braccio. Gli carezzo il pelo arruffato, gli liscio le lunghe orecchie. «Cosa ne dici? A me sembra di aver imparato.» </p>
<p>Il coniglietto tossisce. Ha l’aria di chi stia per vomitare anche l’anima, ma tiene duro. Inspira una boccata di fumo. «Vedremo se hai imparato.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il Conte si è ripreso in fretta. Ha mangiato i rimasugli di frutta candita e si è scolato il latte. Siede sul davanzale, fuma e scruta la Luna. Il disco color argento domina il cielo.</p>
<p>«Così pensi di aver imparato a controllare la gravità.» Spegne la sigaretta contro lo stipite della finestra. «Io dico che imbranata come sei hai solo imparato a dar fastidio ai coniglietti.»</p>
<p>«Io dico che ti dà solo fastidio perché non puoi rimproverarmi come al solito.»</p>
<p>«Vieni qui e verifichiamo subito.»</p>
<p>Mi affaccio alla finestra. Il coniglietto indica la strada con una zampetta. «Lo vedi quel furgoncino bianco?»</p>
<p>Il furgoncino è parcheggiato sotto un lampione; sul fianco del mezzo è dipinto un sacchetto della spesa sorridente. Con le rotelle. Dev’essere il furgoncino per la consegna a domicilio di qualche supermercato.</p>
<p>Accenno di sì con la testa.</p>
<p>«Mandalo sulla Luna.»</p>
<p>«Stai scherzando?»</p>
<p>«Hai sentito. Spediscilo sulla Luna. Se hai davvero padronanza della gravità non dovrebbe essere un problema. Tormentare me, lanciare nello spazio un furgoncino o far collassare una stella sono operazioni identiche, è solo questione di attenzione e controllo.»</p>
<p>«Non sarà pericoloso?»</p>
<p>Il coniglietto soffia via un alito di fumo. «In effetti trasformare le stelle in buchi neri richiede una certa prudenza. Non dovrebbero esserci grossi rischi con il furgoncino.»</p>
<p>«Ok. Ci provo.»</p>
<p>Ombre si incrociano sopra il sorridente sacchetto della spesa, mentre sale oltre il cono di luce del lampione. L’intero furgoncino è adesso una macchia scura nel cielo nero. La forma indistinta si sovrappone al profilo della Luna. Il puntamento è giusto. Manca solo una delicata spinta.</p>
<p>«La soluzione più semplice è che deformi lo spazio-tempo fino a far combaciare Luna e furgoncino» spiega il Conte. «Come ti ho insegnato l’altro giorno con gli origami e gli elastici.»</p>
<p>E io facevo solo finta di ascoltarti. Ma credo di ricordare abbastanza.</p>
<p>Inspiro a fondo. Al successivo battito del mio cuore la realtà si sgretola in un oceano di polvere nera. Turbini di polvere si concentrano in un singolo punto. La gravità inizia ad alterare lo spazio-tempo. Luna e furgoncino sono agli estremi di una corda, e io la sto tirando nel mezzo, per spingere i due capi a toccarsi.</p>
<p>Il furgoncino vibra. Il parabrezza esplode in una nube di schegge.</p>
<p>Calma. Non devo avere fretta o lo disintegro.</p>
<p>Lunghi respiri.</p>
<p>Ho il battito accelerato. Non riesco a mantenere stabile la nuova struttura dello spazio-tempo. La polvere si disperde di continuo e torna spontaneamente ad aggregarsi, ricrea una realtà che io <em>voglio</em> diversa.</p>
<p>Lo <em>voglio</em>!</p>
<p>Il cielo avvampa di bianco. Il Sole sorge e tramonta. Spettri invadono il paesaggio. Personaggi eterei riempiono i marciapiedi. Camminano attraverso i muri delle case. Alcuni sono sospesi a mezz’aria. Di altri spunta dall’asfalto solo la testa. I fantasmi si lasciano dietro una scia formata da copie di loro stessi. I palazzi si disgregano e tornano a essere materiali da costruzione. Gli alberi rimpiccioliscono e sono assorbiti nel terreno.</p>
<p>Non perdere il controllo, non adesso!</p>
<p>Ma mi sono distratta.</p>
<p>Gli spettri evaporano.</p>
<p>Il furgoncino piomba a terra. L’onda d’urto scuote i vetri della finestra. Uno sbuffo di fumo grigio si alza all’orizzonte. La sirena di un’ambulanza urla, sempre più vicina. Si svegliano gli antifurto delle macchine. Nel palazzo di fronte si accendono le luci; un tizio in canottiera si sporge dal balcone.</p>
<p>Indietreggio di un passo, le ginocchia non mi reggono, mi accascio sul letto. I suoni giungono attutiti. Sfioro l’orecchio e il sangue scorre sulle dita. Cerco a tentoni il fazzoletto sul comodino. La mano trema.</p>
<p>Lo raccoglie il Conte e me lo passa.</p>
<p>«Non ci siamo.»</p>
<p>«Lo so.» Aiutandomi con i gomiti mi rimetto seduta. Mi pulisco le orecchie. «È come con le altre Magie. Finché sono giochetti semplici non ho problemi, ma appena&#8230;» Il fazzoletto si è tutto sporcato di sangue. Altre rogne con mamma se lo scopre. «Ma appena provo con qualcosa di più complesso&#8230;»</p>
<p>«Credo di sapere perché succede.»</p>
<p>Sollevo il viso. «Perché?»</p>
<p>«Perché non sei come gli altri Maghi.» Il coniglietto mi sale sulle ginocchia. «Se ci fosse stato qualcuno dentro il furgoncino, avresti provato lo stesso a lanciarlo sulla Luna?»</p>
<p>«Che razza di domanda, no.»</p>
<p>Il Conte si arrampica in spalla. «È questo il problema. Il problema è che in fondo sei una brava persona. Ma un Mago non può mettere niente al di sopra della propria volontà. Non devi frenare i tuoi desideri, non ci devono essere differenze tra quello che desideri e la realtà. Questo è il potere di un vero Mago.»</p>
<p>«Non sono sicura di aver capito.»</p>
<p>«Per modellare la realtà a tuo piacimento devi essere disposta a distruggerla. Un vero Mago non considera mai le conseguenze, perché nessuna conseguenza ha senso rispetto alla sua volontà. Un Mago è l’incarnazione dell’istinto di sopravvivenza dell’intero Universo. Un Mago è la tempesta, il bruciare di una stella, la nascita e la morte delle galassie. Un Mago non ragiona, non calcola, non riflette. Un mago desidera!»</p>
<p>Gli occhietti del coniglietto luccicano. Ma ancora non è che il concetto mi sia proprio chiaro. «Io non desidero uccidere nessuno. Be’, sì, qualcuno sì, ma non riuscirei mai a farlo a sangue freddo. E comunque non capisco perché non possa imparare a usare la Magia senza far del male. Anche se ho delle difficoltà, ho già imparato molto.»</p>
<p>«No, Silvia, non stai imparando. Non stai imparando un bel niente! Dannazione!»</p>
<p>Il Conte balza giù e acchiappa il pacchetto di sigarette. «Qualche stupido giochetto da prestigiatore.» Batte il pacchetto contro il palmo della zampetta, ne esce solo polvere di tabacco. «Ecco tutto quello che hai imparato!» Stringe più forte il pacchetto, il cartoncino scricchiola. Il Conte tira il pacchetto contro il calorifero.</p>
<p>«Stai sfiorando l’acqua con la punta delle dita, invece di immergerti. Hai troppa paura delle conseguenze.»</p>
<p>«Non lo faccio apposta.»</p>
<p>Il coniglietto salta sul davanzale. Gli angoli della boccuccia sono piegati all’ingiù. Non disapprovazione, tristezza. «Hai diritto ad aver paura. E avresti diritto a un destino migliore. Per oggi la lezione è finita, vado a cercare un altro tabaccaio aperto.»</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c09_coniglio.jpg" alt="Coniglietti affamati" title="Coniglietti affamati" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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		<title>Capitolo 8</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 17:14:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>
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<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">Appena scendiamo in strada riprende a piovere. Sollevo il bavero del cappotto, una palandrana nera lunga fino ai piedi. L’ho trovato nell’armadio, ripiegato in un angolo; il Conte non mi ha voluto spiegare cosa ci facesse lì.</p>
<p>Una bicicletta è rovesciata sul marciapiede, davanti al portone. La ruota dietro gira a vuoto, silenziosa. Dalla borsa legata al fianco della bicicletta sono scivolati fuori dépliant e buste. La pioggia riduce la carta in poltiglia grigia. I sacchi della spazzatura sono ancora lì, ammucchiati alla base del lampione.</p>
<p>Il vento fa vibrare i cavi elettrici per i filobus. Ma non passano mezzi pubblici, né macchine. Le auto parcheggiate sono annerite, mancano dei pneumatici, hanno il parabrezza sfasciato, puzzano di gomma bruciata. Le serrande dei negozi sono abbassate. Non c’è in giro anima viva.</p>
<p>Nubi scure soffocano il cielo, tanto basse da nascondere gli ultimi piani dei palazzi più alti. Sono da poco passate le nove di mattina, ma è già sera.</p>
<p>«La città sembra abbandonata» mormoro. «Io speravo di trovare un posticino aperto per fare colazione.»</p>
<p>Il coniglietto spunta dalle falde del cappotto. «Là.» Indica con la zampetta alla mia destra. L’insegna luminosa di un bar si distingue tra la nebbia.</p>
<p>«Ma sbrighiamoci.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Nessuno è seduto ai pochi tavolini, e nessuno è alla cassa. </p>
<p>Al termine del bancone, un’insalatiera di vetro capovolta protegge una mezza torta già tagliata. Cioccolato e pere.</p>
<p>«C’è qualcuno?»</p>
<p>Conto fino a dieci.</p>
<p>Se il proprietario del bar non vuole guadagnare, sono problemi suoi. </p>
<p>Prendo una fetta. Do un morso. «Vecchia di giorni.» Ma ho dimenticato l’ultima volta che ho messo qualcosa sotto i denti: mangio la porzione in tre bocconi, senza badare alla pera acida e alla pasta frolla stopposa. Divoro una seconda fetta e mi infilo in tasca quel che rimane della torta.</p>
<p>Il Conte balza giù da una mensola. Tiene tra le zampette un accendino nuovo, di acciaio lucido. «Andiamo.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Le ciabatte che il coniglietto ha fregato all’ospedale sono fradice. Brividi di freddo salgono dai piedi a ogni passo. Mi stringo di più nel cappotto; continuo a tremare. Mi sta venendo un accidente.</p>
<p>«Manca ancora molto?»</p>
<p>«Superata l’edicola ci siamo quasi.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">L’edicola è chiusa, la saracinesca bloccata da un lucchetto grosso quanto un pugno. Pacchi di quotidiani, tenuti assieme con lo spago, sono accatastati contro la serranda. Il giornale in cima alla pila titola a tutta pagina: “LA FINE DEL MONDO?”. Più in basso: “Oggi chiuse le scuole. I sindacati confermano lo sciopero generale. Appello alla calma del Presidente della Repubblica. L’Arcivescovo della Città celebrerà una messa speciale nella cattedrale di Santa Cristina.”</p>
<p>Il cielo tuona. La pioggia cresce di intensità. Diluvia.</p>
<p>«Diamoci una mossa» dice il coniglietto. Scuote la testolina; l’acqua gli ha appiccicato le orecchie al musino. Sia io sia il Conte siamo inzuppati.</p>
<p>Se sopravvivo alla fine del mondo, la polmonite non me la leva nessuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">La saracinesca del ferramenta è abbassata a metà. Mi chino e provo lo stesso a girare la maniglia della porta. Spingo il battente e trilla un campanello.</p>
<p>«Siamo chiusi!» grida una voce.</p>
<p>Mi infilo dentro. Le luci sono spente. Alti scaffali, pieni di arnesi appuntiti e taglienti, incombono intorno a me. Mi faccio strada nel labirinto. Le pareti traboccano di tronchesi, cacciavite, cesoie, coltelli, spatole, roba inutile.</p>
<p>Un brusio mi guida verso il fondo del negozio.</p>
<p>Il televisore, un quindici pollici, è in cima a una piramide di fusti di vernice. L’apparecchio borbotta in latino; le immagini sono un susseguirsi di gente in ginocchio, affreschi di santi, un tizio che suona l’organo.</p>
<p>«Siamo chiusi.»</p>
<p>Mi volto in direzione della voce. Un signore in piedi tra le ombre, dietro il bancone. Tiene le braccia conserte e fissa lo schermo. Sulle lenti degli occhiali si riflettono due riquadri azzurri.</p>
<p>Mi metto tra lui e il televisore. «È un’emergenza!»</p>
<p>«Senza dubbio. Ma lo sapevo già.»</p>
<p>«No, non la fine del mondo. Cioè, anche. Oh, insomma.» Frugo nelle tasche e offro al tipo un foglietto stropicciato. Il Conte ci ha scarabocchiato sopra marca e modello del trapano che gli serve. «La prego, può cercarmelo? E ho bisogno anche di una punta a corona da quindici millimetri.»</p>
<p>Il tipo sbuffa. Accende una lampada a muro e sparisce nel retrobottega. Torna e sbatte sul bancone una scatola di metallo con la maniglia, simile a una ventiquattrore. Una fascia di cartoncino avvolge la confezione. Sulla fascia è disegnato un falegname che perfora con il trapano un’asse di compensato. Trucioli schizzano via dal buco nel legno e formano parole: dodici velocità, grande potenza, prolunga cinque metri, otto punte omaggio, batterie incluse.</p>
<p>Cosa potrebbe desiderare di più un coniglietto pazzo?</p>
<p>Il tipo si china; rovista sotto il bancone. Trova la punta a corona, la infila in una busta e la posa sulla ventiquattrore. Non ritrae la mano.</p>
<p>Be’, cosa vuole adesso? Non ho tempo da buttare!</p>
<p>Sbottono il cappotto e prendo il portafoglio. Lo apro a mostrare le banconote. «Non si preoccupi, posso pagare.»</p>
<p>«A cosa ti serve il trapano, ragazzina?»</p>
<p>A parte che <em>io</em> non ne ho idea, saranno pure affari miei, no? Ma chissà che impressione faccio con addosso questo cappotto da uomo troppo largo, senza scarpe e bagnata fradicia dalla testa ai piedi. Starà pensando che sono una squilibrata. Non io, furbone, è il coniglietto quello matto!</p>
<p>Dalla televisione giunge un coro. Angeli che cantano.</p>
<p>Va bene, chi se ne importa.</p>
<p>«Devo salvare il mondo.»</p>
<p>Lui preme l’indice contro l’attaccatura degli occhiali, li spinge più su sul naso. Solleva l’altra mano.</p>
<p>«Buona fortuna.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">«No, non se ne parla neanche!» urlo.</p>
<p>«Un attimo» risponde il coniglietto, senza alzare gli occhietti dalla carcassa del palmare. Appena tornati a casa, il Conte ha sbudellato il piccolo computer. Dal cadavere ha recuperato una scheda verde coperta da componenti elettronici, poi si è messo a saldare fili qui e là.</p>
<p>Intanto mi ha spiegato come intende usare il trapano.</p>
<p>Si è bevuto il cervello se crede che accetti una cosa del genere!</p>
<p>«Un attimo, un’ora, un giorno, non cambia niente! È un’idea cretina e basta!»</p>
<p>Dalla punta incandescente del microsaldatore sale uno sbuffo di fumo. Il Conte tiene lo strumento a contatto con la scheda per meno di un secondo, quindi passa a saldare pochi millimetri più in là. «E anche questo è a posto» borbotta. Posa il saldatore sopra una tazzina a testa in giù, attento a evitare che la punta sfiori il legno del tavolo. Picchietta contro il palmo di una zampetta un pacchetto di sigarette e ne sfila l’ultima rimasta. Se la mette in bocca.</p>
<p>«Non avrai sul serio intenzione di fare i capricci?» Accende la sigaretta.</p>
<p>«Nessun capriccio. Semplicemente tu un buco in testa non me lo fai. Fine della discussione.»</p>
<p>Il coniglietto inspira e soffia via un anello di fumo. «Silvia, forse non hai capito. Io sono troppo piccolo e debole per maneggiare il trapano, sarai tu a usarlo. Io mi occuperò dell’anestetico e di tagliare la pelle.»</p>
<p><em>Io</em> dovrei maneggiare il trapano? Non si è bevuto il cervello, non l’ha mai avuto un cervello!</p>
<p>«Non. Se. Ne. Parla.»</p>
<p>«Sai cosa succederà tra poche ore?»</p>
<p>«Sì, sì, moriremo tutti. Ma voglio crepare tra poche ore, non fra dieci minuti!»</p>
<p>Il coniglietto depone la cicca accanto al microsaldatore. Si gira per fissarmi con i suoi occhietti carbone. «Tra poche ore moriranno i più fortunati. Quelli che saranno ammazzati dall’onda di calore delle esplosioni. Gli altri, gran parte della popolazione terrestre, moriranno nel giro dei due, tre giorni successivi, a causa delle radiazioni.»</p>
<p>«E allora?»</p>
<p>«Hai mai visto qualcuno morire in quella maniera? Io sì. Non è un bello spettacolo: vomito, diarrea, sanguinamento, disidratazione, delirio, coma, morte. Potrebbe capitare a te. O ai tuoi genitori. Magari a Elena. A Roberto?»</p>
<p>«Brutto coso peloso!» Zoppico verso il tavolo, strappo via un mattone dalla gamba più vicina. Lo soppeso. È abbastanza pesante da maciullare il cranio del maledetto coniglio.</p>
<p>Quello che avrei dovuto fare il primo giorno.</p>
<p>E magari se lo ammazzo spariscono tutti i miei problemi.</p>
<p>Scaglio il mattone. Il Conte balza di lato e schiva il colpo.</p>
<p>Il coniglietto riprende la sigaretta. «Non ho intenzione di pregarti. Devi decidere tu, Silvia. Se vuoi morire, se vuoi che le persone che ti sono più care muoiano, è una tua scelta.»</p>
<p>«Quali persone care? <em>Quali</em>? Non ho più persone care! Dove sono i miei genitori? Dov’è Roberto? Cos’è successo in questi tre mesi?»</p>
<p>Il Conte indica con la cicca il palmare sventrato. «Sottoponiti all’operazione e lo saprai.»</p>
<p>Lampi azzurri illuminano il riquadro della finestra. Il tuono che segue scuote le pareti. Frammenti di intonaco si staccano dal soffitto e mi cadono tra i capelli. La fiamma della lampada a gas si ripiega su se stessa. La notte di mezzogiorno invade la stanza.</p>
<p>«Io ho quasi finito» dice il coniglietto. «Tu intanto vai in bagno, lavati con lo shampoo che ho preso e tagliati i capelli. Devi rasarti bene intorno alla fronte.»</p>
<p>«Non hai sentito proprio niente di tutto quello che ti ho detto? Non lo faccio!»</p>
<p>Il coniglietto sospira. «Come sospettavo fin dall’inizio. Sei una vigliacca.»</p>
<p>«Non è vero!»</p>
<p>«No? Allora, cosa ti spaventa? Non sarà un’esperienza piacevole, ma è niente in confronto a quello che ci aspetta, se non interveniamo subito.»</p>
<p>Mi lascio cadere sulla seggiola bianca. Non mi sono tolta il cappotto e ho freddo lo stesso. Non riesco a tenere ferme le mani. Le premo contro le ginocchia, ma tremano.</p>
<p>«Ho paura» mormoro.</p>
<p>«È normale, ma devi superarla. Se starai attenta non c’è alcun rischio. Procederemo con calma.»</p>
<p>Lancio un’occhiata al trapano, posato sul tavolo. Il Conte ha verificato che funzionasse e ha già montato la punta a corona. Sull’impugnatura dell’apparecchio è appiccicato un adesivo giallo a forma di fulmine, a metà della saetta si legge: <em>35.000 giri al minuto!</em></p>
<p>Deglutisco.</p>
<p>«Non potrebbe aiutarmi Elena? Lei ha sangue freddo&#8230; qualche volta. La chiamo da una cabina, poi la faccio venire qui, le mostro che tu parli, le spieghia–»</p>
<p>«Silvia! Non c’è tempo! Potrebbe essere già troppo tardi.»</p>
<p>Chino il capo.</p>
<p>Quando mamma mi butta giù dal letto e mi costringe ad andare a scuola vorrei gridarle di lasciarmi in pace, che non ha nessun diritto di trattarmi così, o la prossima volta sarò io a prenderla a sberle. Quando mi obbliga a sedermi al tavolo della cucina per sorbirmi le sue stupide prediche, vorrei alzarmi di scatto e rovesciarle addosso il tavolo. Quando il prof di storia mi chiama per rispondere alle domande cretine su Napoleone vorrei solo sputargli in faccia. Quando Elena mi trascina in qualche casino vorrei urlarle che è una scema, che non siamo amiche, non lo siamo mai state! Vorrei proprio vedere che faccia farebbe!</p>
<p>Ma non ho il coraggio di fare niente del genere.</p>
<p>Ogni volta ingoio la rabbia e cerco di non pensarci. Esco, bevo, mi distraggo con un sacco di stupidaggini.</p>
<p>Sono una vigliacca.</p>
<p>E non voglio più esserlo.</p>
<p>«Non c’è altra soluzione?»</p>
<p>Il coniglietto fa cenno di no con la testolina. «Mi spiace.»</p>
<p>«Ho capito.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Taglio una ciocca di capelli. La butto nel lavandino, pieno a metà di acqua gelida; credo si sia intasato lo scarico, non che me ne freghi niente. Lo specchio davanti a me è crepato, velato dalla polvere, unto lungo i bordi. La mia faccia non è ridotta meglio.</p>
<p>Sbatto le forbici nell’acqua. Gocce fredde mi bagnano le braccia.</p>
<p>Dannazione!</p>
<p>Sto per morire. E ho sprecato la mia vita.</p>
<p>Non mi sono mai preoccupata di niente. Non ho mai fatto progetti oltre la settimana successiva. Me ne sono sempre fregata del futuro, di quello che avrei combinato “da grande”. Adesso il mio futuro è un buco in testa. Se mi va bene.</p>
<p>La festa da Angela.</p>
<p>L’ultima volta che mi sono trovata di fronte a uno specchio è stato prima di uscire per andare alla festa. Sarei dovuta rimanere a casa. È tutta colpa di Angela, ecco, solo colpa sua!</p>
<p>«Sei pronta?» mi chiama il coniglietto.</p>
<p>«Un minuto, un <em>minuto</em>.»</p>
<p>Riprendo le forbici e strappo via un’altra ciocca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il Conte mi ha ordinato di togliere il materasso da sotto la finestra, al suo posto ho piazzato la seggiola bianca. Fuori continua a piovere, dietro il vetro il mondo è sommerso dall’acqua. Le luci dei palazzi vicini si intravedono appena.</p>
<p>«Avanti, metti la lampada sul comodino, qui, che ti illumini la testa.»</p>
<p>Obbedisco. «Va bene, così?»</p>
<p>Il coniglietto annuisce. Rigira tra le zampette un pennarello nero a punta fine. «Su, siediti.»</p>
<p>Mi sistemo sulla seggiola. Anche se non era necessario, ho deciso di rasarmi tutta la testa. Non aveva senso lasciare una frangia di capelli, come se mi fossi beccata qualche malattia strana. Se devo morire, morirò con un aspetto dignitoso.</p>
<p>Il Conte mi sale in spalla. «Per prima cosa devi trattenere il respiro, fin quasi a soffocare.»</p>
<p>«Cosa?»</p>
<p>«Così si evidenziano le vene della fronte. Le ferite alla testa sanguinano molto, conviene trovare un punto dove ci siano meno capillari.»</p>
<p><em>Le ferite alla testa sanguinano molto.</p>
<p></em>Avevo proprio bisogno di sentirmelo dire.</p>
<p>Mi chiudo il naso tra pollice e indice.</p>
<p>Trascorrono i secondi. È assurdo come mezzora duri un istante quando ti devi alzare la mattina, e invece un solo minuto sembri trascinarsi all’infinito quando trattieni il fiato.</p>
<p>Le zampette del Conte mi sfiorano la fronte, l’animaletto mi si è arrampicato sulla testa. La punta del pennarello preme contro la pelle. «Basta così» dice il coniglietto.</p>
<p>Respiro.</p>
<p>Finora non è stato doloroso.</p>
<p>«Adesso?»</p>
<p>Il Conte balza sul tavolo. Ritorna con una siringa. «Anestetico locale e farmaco vasocostrittore.»</p>
<p>Non so bene cosa voglia dire, preferisco non indagare.</p>
<p>Il coniglietto sparisce dal mio campo visivo. L’ago della siringa mi punge.</p>
<p>«Ahi!»</p>
<p>«Aspettiamo qualche minuto che l’anestetico faccia effetto, intanto preparo gli altri strumenti.»</p>
<p>Gli altri strumenti oltre al trapano. Il trapano lo ho già a portata di mano, sul comodino, vicino alla lampada.</p>
<p>Mio Dio, lo sto facendo sul serio!</p>
<p>Non devo pensarci, non devo pensarci, <em>non devo pensarci</em>, non adesso, altrimenti mi tremano le mani e se mi tremano le mani mentre&#8230;</p>
<p>Non. Devo. Pensarci.</p>
<p>Il coniglietto si strofina le zampette con l’alcool, poi libera il bisturi monouso dall’involucro di plastica.</p>
<p>«Ti spiego come procederemo: farò un’incisione circolare, un po’ più grande del diametro della punta del trapano, quindi taglierò via lo strato superficiale di pelle.»</p>
<p>Le fette di torta mi risalgono in gola.</p>
<p>«Messo a nudo l’osso, procederai con il trapano. Faremo sessioni di pochi minuti, tra una e l’altra potrai riposare le braccia e io mi occuperò di togliere la polvere d’osso e asciugare il sangue. Sarà spiacevole, ma non proverai alcun dolore.»</p>
<p>«Quanto tempo ci vorrà?»</p>
<p>«Procedendo in sicurezza, penso che ce la caveremo in un’ora.»</p>
<p><em>Un’ora!</p>
<p></em>«Devo&#8230; devo andare a vomitare.»</p>
<p>Il coniglietto allarga le zampette. «Fai pure.»</p>
<p>Corro in bagno. Mi piego sulla tazza del water, rigetto una poltiglia marrone. Un altro conato. Bile e pezzetti mangiucchiati di pera. Lacrime mi rigano le guance. Non riesco a respirare, e ancora mi chino e vomito.</p>
<p>Torno alla sedia barcollando, la vista velata. Mi pulisco il mento con il dorso della mano.</p>
<p>«Tutto bene?» chiede il coniglietto.</p>
<p>«No.»</p>
<p>«Non importa. Procediamo.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">La lama incide la carne. La pelle si stacca dalla fronte, seguendo il movimento del bisturi. Il sangue scende piano, caldo e denso. Cola tra le ciglia e mi costringe a chiudere gli occhi; mi bagna le labbra, ha il sapore di quando inciampi e picchi la faccia per terra.</p>
<p>Nel buio, la stanza ondeggia.</p>
<p>Non devo svenire.</p>
<p><em>Cling</em>! Il Conte deve aver buttato il bisturi nella bacinella di metallo. Mi sfiora la guancia con le zampette pelose. Mi sfrega qualcosa sul naso e sulle palpebre. Arrischio a socchiudere gli occhi. Il coniglietto mi pulisce il viso con una garza. Finisce di tamponarmi e getta via la garza tra la spazzatura.</p>
<p>Riprende il bisturi.</p>
<p>La lama preme più a fondo, graffia l’osso. Stringo le mani sudate a pugno. Vorrei gridare, ma le labbra sono incollate. Calma. Respira con calma.</p>
<p>Quanto diavolo ci vuole per tagliare un dannato centimetro di pelle?</p>
<p>La lama non si ferma. Traccia ghirigori sulla mia testa, disegni contorti da un orecchio all’altro. Non lo vedo ma lo so. Lo so perché il coniglietto è pazzo da legare. E io sono stata più pazza di lui a permettergli&#8230;</p>
<p>«Bene, l’osso è scoperto. Ti asciugo il sangue e possiamo iniziare con il trapano.»</p>
<p>Il Conte balza sul tavolo. Si sfrega le zampette con l’alcool. È striato di rosso, il sangue imbratta il musino. Raccoglie altre garze e si arrampica in spalla. Mi pulisce il viso.</p>
<p>«Prendi il trapano.»</p>
<p>Una goccia di sangue scende lungo la radice del naso. Il coniglietto la asciuga.</p>
<p>«Ti sbrighi o preferisci rimanere a sanguinare tutto il pomeriggio?»</p>
<p>Afferro il manico del trapano. L’impugnatura è di gomma ruvida. Lubrificante luccica intorno all’asta di metallo che termina con la punta a corona. Alzo il trapano, in verticale sopra la testa. Il Conte mi guida la mano, finché non allineo la punta con l’osso scoperto. </p>
<p>Non riuscirò a vedere niente di quello che succederà.</p>
<p>Meglio.</p>
<p>Il coniglietto ruota di un quarto la manopola sul fianco del trapano.</p>
<p>«Cominciamo a velocità tre.»</p>
<p>Una zampetta mi tocca le dita, preme delicatamente. Spingo in basso il trapano. Un tocco lieve e la punta è a contatto con l’osso. Irrigidisco i muscoli delle braccia per non tremare. La bile mi risale nell’esofago. Serro le labbra.</p>
<p>«Una volta acceso il trapano, devi solo spingere. <em>Piano</em>. Ti dirò io quando fermarti. Non è pericoloso se segui le mie istruzioni, perciò rimani tranquilla. Non sentirai niente.»</p>
<p>«Va&#8230; va bene.»</p>
<p>«In molte culture questa operazione era chiamata apertura del terzo occhio. Un onore a cui potevano aspirare solo i più saggi della comunità. Dovresti sentirti lusingata.»</p>
<p>Non hai idea quanto.</p>
<p>Due profondi respiri.</p>
<p>Premo il grilletto del trapano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il ronzio riempie le orecchie. Tremiti mi scuotono la testa, come se cercassi di dormire con la fronte appoggiata a una lavatrice in funzione.</p>
<p>Sono sotto una cascata. L’acqua è pompata dentro le ossa, e le fa vibrare. Per quanto cerchi di tenere la bocca chiusa, batto i denti.</p>
<p>Sangue dappertutto.</p>
<p>Scorre sul naso, riga le guance e il mento, gocciola sui pantaloni del pigiama, impregna il tessuto, cola fino alle ciabatte.</p>
<p>Respiro la polvere d’osso del mio cranio. </p>
<p>La punta del trapano è luminosa, è una lama incandescente che scava senza difficoltà. Non riuscirò a fermarla. La punta mi trapasserà il cervello. I dentini acuminati sbucheranno dalla nuca.</p>
<p>Il coniglietto mi batte sulle dita.</p>
<p>Pausa.</p>
<p>Ho provato a contarle ma si confondono le une con le altre.</p>
<p>Forse questa è la prima o la centesima.</p>
<p>Nelle pause è peggio. Senza il ronzio del trapano, ogni suono è amplificato. Il dibattersi degli insetti tra i rifiuti lo sento martellare contro le tempie. La pioggia che percuote il vetro della finestra mi stordisce.</p>
<p>Il coniglietto mi sfiora la mano.</p>
<p>Chiudo gli occhi.</p>
<p>Premo di nuovo, fino in fondo, il grilletto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">«Abbiamo finito» mi sussurra il Conte. Lascio cadere il trapano. Il tonfo esplode e io digrigno i denti. Non posso più aprire gli occhi. Il sangue ha appiccicato le palpebre.</p>
<p>I muscoli sono gelatina. Se solo accennassi a muovermi, mi accascerei sul pavimento. Il buco pulsa. Si espande nel buio. Lo immagino enorme, ampio quanto la fronte; se sollevassi una mano per palparmi la testa, le dita sparirebbero all’interno.</p>
<p>Metallo contro le labbra.</p>
<p>«Bevi.»</p>
<p>Un filo di limonata mi scende in gola. È tiepida e dolciastra.</p>
<p>Almeno non è sangue.</p>
<p>Bevo un altro sorso.</p>
<p>«Come ti senti?»</p>
<p>«Vorrei morire» biascico.</p>
<p>«Sei stata molto coraggiosa.»</p>
<p>«Già, già.»</p>
<p>Ma è la prima volta che qualcuno mi chiama <em>coraggiosa</em>. È bello, ha un buon sapore.</p>
<p>«Vuoi rimanere seduta o preferisci stenderti sul materasso?»</p>
<p>Socchiudo gli occhi. Il Conte mi è salito in spalla. È un batuffolo di pelo cremisi.</p>
<p>«Rimango seduta.»</p>
<p>Il coniglietto balza giù e atterra sul tavolo. Si lava le zampette e raccoglie il palmare. Mentre mi tagliavo i capelli lo ha rimesso assieme. Da un foro nella plastica si dipanano lunghi fili di rame. Al termine dei fili sono saldati gli aghi.</p>
<p>Il coniglietto accende l’apparecchio. Lo schermo scintilla di verde.</p>
<p>«Non ti preoccupare, il cervello umano non prova dolore. Non ti accorgerai di niente. Però tu continua sempre a contare a voce alta, d’accordo?»</p>
<p>«Perché?»</p>
<p>«Perché così saprò se sto affondando gli aghi dove non dovrei. Se non riesci più a parlare o ti metti a fare versi strani, vuol dire che sto stimolando le aree sbagliate.»</p>
<p>«Grandioso.»</p>
<p>Il Conte mi si arrampica sulla testa. Tira a sé lo strascico di fili; le punte degli aghi mi pizzicano il braccio.</p>
<p>«Pronta?»</p>
<p>«Sì.»</p>
<p>La luce della lampada fa brillare il corpo argento di uno degli aghi. Lo intravedo appena, sopra il naso.</p>
<p>Inspiro a fondo e inizio a contare.</p>
<p>«Uno&#8230; Due&#8230; Tre&#8230; Quattro&#8230;»</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c08_coniglio.jpg" alt="Coniglietto falegname" title="Coniglietto falegname" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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</tr>
</table>
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		<title>Capitolo 7</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 17:57:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; Il sifone del lavandino è gelido contro la guancia. Il freddo mi impedisce di addormentarmi. Devo avere ancora in corpo la porcata che mi ha fatto bere la dottoressa, perché, non appena il coniglietto è uscito dal bagno, il sonno mi ha aggredita; le gambe [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
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</tr>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">Il sifone del lavandino è gelido contro la guancia. Il freddo mi impedisce di addormentarmi. Devo avere ancora in corpo la porcata che mi ha fatto bere la dottoressa, perché, non appena il coniglietto è uscito dal bagno, il sonno mi ha aggredita; le gambe molli hanno ceduto, e mi sono seduta per terra.</p>
<p>Il tubo perde. L’acqua goccia dal gomito della tubatura sulle piastrelle. La pozza sfiora la stoffa del pigiama. Odio i vestiti bagnati, ma ho paura a muovermi. Ho i brividi al solo pensiero che il piede malato possa picchiare contro qualcosa. Ho disteso la gamba sull’altra, in modo che la caviglia non tocchi il pavimento, ma il sollievo è minimo. Il dolore è costante. Striscia su e giù, raggiunge il tallone e le dita, risale fino al ginocchio; scava nella carne e si ritrae.</p>
<p>Dio, che male!</p>
<p>È colpa del Conte. Se sono in questo casino è per colpa sua. Solo sua. Non poteva tampinare qualcun’altra? Doveva trascinare proprio me nella sua pazzia? L’ho creato io? Sì, bene, d’accordo, se io l’ho creato, io lo ammazzo!</p>
<p><em>Vado a prenderti dei vestiti</em>, ha detto.</p>
<p>È passata un’eternità. Potrebbe almeno sbrigarsi!</p>
<p>Colpisco con il pugno il pavimento. La porta si socchiude.</p>
<p>Il coniglietto fa capolino, si volta, spinge con la schiena contro il battente per allargare lo spiraglio. Con i dentoni trascina dentro un sacchetto della spesa giallo. La porta si richiude dietro di lui.</p>
<p>Il Conte ansima. Cerca una sigaretta sotto la pancia; le zampette tremano. «Sai cosa succede ai coniglietti», riprende fiato, si infila in bocca la sigaretta, «quando fanno certi sforzi?»</p>
<p>«No.»</p>
<p>«Muoiono d’infarto.»</p>
<p>«Meglio. Hai trovato qualcosa?»</p>
<p>Il coniglietto indica il sacchetto con la punta della cicca. «Ti ho preso un camice e un paio di pantofole. Dovrebbe bastare per uscire. Passeremo per il pronto soccorso, se è come le ultime sere sarà affollato e nessuno baderà a te.» Accende la sigaretta. «Ma dobbiamo sbrigarci, qualcuno stanotte lo ricovereranno qui in reparto di sicuro.»</p>
<p>«Non riesco ad alzarmi. La caviglia mi fa troppo male.»</p>
<p>«Ho pensato anche a questo.» Il Conte fruga nel sacchetto, ne tira fuori una scatoletta di cartoncino. All’interno, un astuccio di plastica trasparente protegge cinque fialette. «Sono passato all’ambulatorio di oncologia. Questo antidolorifico lo iniettano per calmare il dolore dopo le operazioni.»</p>
<p>«Iniettano?»</p>
<p>Il coniglietto posa la sigaretta, torna a rovistare nel sacchetto. Toglie il cappuccio a una siringa. «Me ne occupo io.»</p>
<p>«Non voglio altre punture!» Artiglio il bordo del lavandino. I muscoli del braccio si tendono, le dita rischiano di scivolare sulla ceramica umida; stringo i denti, e mi tiro su. «Ce la faccio.»</p>
<p>Il coniglietto riprende la sigaretta. Soffia via una nuvoletta grigia. «Non puoi andare in giro zoppicando.»</p>
<p>«Ho detto che ce la faccio.»</p>
<p>Poso il piede malconcio.</p>
<p>Lacrime mi riempiono gli occhi. «Va bene, va bene, fammi la dannata puntura!»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il camice è due misure più largo, le pantofole mi stanno strette. La caviglia ha smesso di tormentarmi, ma ho perso sensibilità. A ogni passo ho il timore di premere con troppa forza: immagino il piede piegarsi e sfasciarsi in un ammasso di sangue e pus. Come nei film degli zombie, quando la gente perde i pezzi. Ci mancherebbe solo quello.</p>
<p>Stringo la maniglia, apro di un dito la porta e spio il corridoio.</p>
<p>«Sai la strada?» chiedo al Conte.</p>
<p>Il coniglietto si arrampica sulla spalla, sparisce sotto il camice. Il musino spunta dalla scollatura. «Sì. Ma comunque è semplice: gira a destra, sempre dritto fino all’ascensore. Piano terra. Segui la striscia rossa per il pronto soccorso.»</p>
<p>Do un’ultima occhiata a destra e a sinistra. Via libera. Provo a camminare in modo naturale, ma la visione del moncherino sanguinolento è sempre nitida. Oh, al diavolo, è solo un’impressione! Spero. Mi affretto a superare una sala con le pareti di vetro; dietro il cristallo zigrinato un gruppo di persone sedute e il riflesso azzurro di un televisore acceso.</p>
<p>«Che ore sono?» sussurro al coniglietto.</p>
<p>«Le dieci e mezza. Fra poco inizia la festa.»</p>
<p>Arriviamo all’ascensore. Premo il pulsante con la freccia verso il basso e le porte scivolano di lato. Scelgo il piano terra.</p>
<p>«Quale festa?»</p>
<p>«Molti non hanno creduto alla versione ufficiale, hanno paura che le comete ci colpiscano e sia la fine del mondo. Nelle ultime notti ci sono stati sempre più suicidi e violenze. È in atto il coprifuoco, ma non lo rispetta nessuno.»</p>
<p>Il Conte ritrae il musino: l’ascensore si è bloccato. È illuminato il pulsante del quinto piano.</p>
<p>Rimani calma e nessuno ti dirà niente. Liscio il camice, rimbocco con cura le maniche. Non abbassare lo sguardo, non guardarti i piedi, se non ci fai caso tu, non se ne accorge nessuno<em>.</em></p>
<p>Le porte non si aprono. Una leggera scossa. L’ascensore riparte.</p>
<p>«La cosa buffa è che i disperati hanno ragione», continua il coniglietto, «anche se non sanno perché. Quando la flotta raggiungerà l’orbita, bombarderà l’intera superficie del pianeta. Poi sbarcheranno per cercarti.»</p>
<p>Terzo piano. «Splendido.»</p>
<p>«Ma forse abbiamo una speranza. Se non ti sei comportata da vigliacca.»</p>
<p>Primo piano. «Vigliacca? Cosa significa? Stai di nuovo girando la frittata, vero? Come con i furti: tu rubi e poi dai la colpa a me. Troppo comodo!»</p>
<p>Il Conte non ribatte, perché la T del piano terra si è accesa di verde.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">La lettiga adagiata contro la parete copre per metà il vano dell’ascensore. Un ragazzo è disteso sul lettino, la camicia hawaiana sollevata fino alle ascelle, i jeans intrisi di sangue. Un signore con i capelli brizzolati tiene premuta una garza contro l’addome del ragazzo, appena sopra la cintura. Una donna piange, le mani posate sui piedi scalzi del ferito.</p>
<p>Esco dalla cabina attenta a non sfiorare il lettino. Il ragazzo geme. I capelli gli hanno coperto il viso. Il signore alza il capo, schiude le labbra, sta per dire qualcosa.</p>
<p>Io allungo il passo. Magari mi ha scambiata per un dottore, e non ho tempo da perdere in spiegazioni. Una dozzina di altri visi si voltano nella mia direzione: la corsia è piena di gente, imbottigliata tra due ali di lettighe che costeggiano le pareti. Conto almeno dieci letti.</p>
<p>Il brusio è assordante; un misto di preghiere, lamenti, chiacchiericcio. Alla mia sinistra sento il raspare di chi sta vomitando bile. Evito di girarmi. Dal fondo del corridoio giungono grida e rumore di passi concitati.</p>
<p>Testa alta. Non ti fermare per nessuna ragione<em>.</em></p>
<p>Spintono chi ho davanti. Mani cercano di afferrare i lembi del camice. Volti sconosciuti mi rivolgono la parola. Io scuoto il capo, senza rispondere. Le persone malate sono contagiose. Non solo per le malattie, ma per la rogna che si portano appresso. Di guai ne ho già abbastanza senza bisogno di immischiarmi con questi sfigati.</p>
<p>Il sudore mi appiccica il camice alle braccia, impregna il colletto. Soffoco nella calca. Il maniglione dell’uscita spunta dietro la pancia di un grassone.</p>
<p>Un’ultima spinta e lascio la bolgia.</p>
<p>La sala d’aspetto del pronto soccorso è altrettanto affollata, ma le porte sono spalancante. Con poche falcate sono all’aria aperta, sotto la tettoia del parcheggio per le ambulanze.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Le auto ferme intasano la strada, i fari disegnano un fiume di lucciole. La pioggia cade incessante, tambureggiando sulla carrozzeria delle macchine; dai cofani ancora caldi si alzano spirali di vapore. Sulla facciata del palazzo di fronte una scritta a caratteri cubitali lacrima vernice rossa. I lampioni illuminano a chiazze le enormi lettere, che occupano l’intero primo piano. Credo che il messaggio dica: “Pagate i vostri debiti!”</p>
<p>Indietreggio e mi ritiro all’ombra di uno dei piloni di cemento che reggono la volta del parcheggio. Stringo le braccia al petto. Fa un freddo cane.</p>
<p>«Come torniamo a casa? Anche se riesco a chiamare un taxi, con un ingorgo simile non si va da nessuna parte.»</p>
<p>Il coniglietto spunta dal camice. «Andiamo a piedi. Vedrai che a camminare ti scaldi.»</p>
<p>«Non so neanche dove sono. E non ho nessuna voglia di attraversare mezza città sotto la pioggia con un piede malato.»</p>
<p>«Con il coprifuoco la metropolitana è chiusa e i mezzi pubblici non circolano dopo il tramonto. Inoltre ho bisogno di passare da una farmacia e da un negozio di elettronica. Qualcosa l’ho preso in ospedale, ma non basta.» Il coniglietto si contorce e mi mostra una custodia di plastica bianca, lunga e stretta.</p>
<p>«Che sarebbe quell’affare?»</p>
<p>«Bisturi monouso.»</p>
<p>«Si può sapere a cosa ti serve?»</p>
<p>Il Conte fa sparire il bisturi sotto la pancia. «Non ha importanza. Adesso dobbiamo darci da fare. Dobbiamo trovare i negozi giusti.»</p>
<p>«Non troveremo mai un negozio di elettronica aperto a quest’ora.»</p>
<p>«Che sia aperto o chiuso non è un problema.» Il coniglietto si rintana sotto il camice, striscia dentro la canottiera. «Su, su, muoviti.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Abbiamo rapinato un negozio di giocattoli e modellismo. La farmacia l’abbiamo trovata aperta e abbiamo pagato – dopo che il Conte ha fregato il portafoglio a un tizio svenuto su una panchina.</p>
<p>Poi ci siamo diretti in periferia, dove grappoli di palazzoni anonimi sorgono da oasi di fango. Non ci ero mai stata, ma avevo visto qualche volta i servizi del telegiornale regionale: sono i nuovi quartieri costruiti per gli immigrati e per gli scansafatiche. Mentecatti che non hanno neppure i soldi per comprarsi la casa.</p>
<p>Ci siamo fermati davanti a un caseggiato di cinque piani; i muri senza intonaco, i mattoni in vista. Le finestre al primo piano sono protette da sbarre, alcune sono addirittura sprangate con tavole incrociate. Un solo lampione brilla vicino al portone, gli altri lungo la via sono spenti. Alla base del lampione sono accatastati sacchi neri della spazzatura. La pioggia ha trasformato i sacchi lasciati aperti in melma, che cola sul marciapiede. Mi chiudo il naso con due dita, perché le zaffate di cibo putrido fanno venire nausea.</p>
<p>Il Conte fa capolino. «Da un po’, abitiamo qui.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Tre porte si affacciano sul pianerottolo del secondo piano. Una è scardinata, quella più a destra è nascosta da una lastra di ferro saldata allo stipite. “Le case popolari sono per tutti” è scritto con vernice spray sul metallo.</p>
<p>Il Conte balza dalla spalla alla maniglia della terza porta. Il battente si apre con un gemito. Il coniglietto salta a terra, allunga una zampetta. «Prego.»</p>
<p>L’interno è tenebra. D’istinto faccio correre la mano lungo la parete accanto allo stipite, in cerca dell’interruttore.</p>
<p>«Non abbiamo luce elettrica» spiega il Conte. Scatta in avanti nel buio. «Vado ad accendere la lampada.»</p>
<p>Rimango sulla soglia. Il neon del pianerottolo, incassato nel soffitto, contrasta l’oscurità per meno di un passo. Non distinguo alcun dettaglio, tranne il pavimento di piastrelle color neve sporca.</p>
<p>«Vieni, vieni.» Una sfera gialla sboccia al centro della stanza; tratteggia i contorni di un tavolo, due sedie, un armadio, il profilo di una finestra chiusa. Il Conte ha sistemato una lampada a gas, di quelle da campeggio, sul ripiano di legno del tavolo. Il sibilo del gas è l’unico suono, oltre il ruggire del temporale.</p>
<p>Il tavolo ha le gambe formate da pile di mattoni. Le sedie sono spaiate: una è laccata di bianco, piena di graffi; l’altra ha il sedile di paglia, sfilacciato. Scelgo la sedia bianca. Butto sul tavolo il sacchetto pieno delle cianfrusaglie che si è procurato il Conte. Mi strizzo i capelli bagnati.</p>
<p>«Non abbiamo un asciugamano?»</p>
<p>«Sono tutti sporchi.»</p>
<p>«Fantastico.»</p>
<p>Anche il tavolo è sporco: cenere, briciole, roba appiccicosa che sembra marmellata; in un angolo sono ammonticchiati piatti di plastica unti e incrostati. L’olio cola da scatolette vuote di carne pressata e sgombri. Una mosca beve le ultime gocce di limonata rimaste lungo il bordo di una lattina. Mozziconi debordano da un posacenere scheggiato. L’intera stanza puzza. Peggio della catasta di spazzatura, fuori.</p>
<p>«Così noi vivremmo in questa fogna? Si può sapere perché?»</p>
<p>Il coniglietto si siede sulle zampette posteriori, accanto alla lampada. Si infila in bocca una sigaretta, la accende. «Dopo quello che è successo non volevi più tornare a casa. Così abbiamo occupato questo monolocale.» Il Conte soffia via il fumo, le spire grigie danzano intorno alla luce, si dissolvono nel buio. «Io te l’ho detto di mettere un po’ in ordine, ma tu non hai voluto, neanche con la Magia. Perché eri stanca. Perché eri depressa. Problemi tuoi. Per quanto mi riguarda, ho vissuto in posti che fanno sembrare questo appartamento una reggia.»</p>
<p>Un ragnetto si dibatte tra le venature del legno. Due lunghe zampe sono invischiate nell’olio denso. Agita le altre zampe a vuoto. Seguo i movimenti convulsi dell’insetto finché non si calma.</p>
<p>Che morte orribile lo attende.</p>
<p>«Ok. Ora devi dirmi una volta per tutte cos’è successo.»</p>
<p>«No.» Il Conte spegne la sigaretta in una macchia di passata di pomodoro. «Sarebbe inutile. Non possiamo sprecare le poche ore che ci rimangono in chiacchiere, e non ho tempo per insegnarti di nuovo l’uso della Magia. L’unica possibilità è che tu riesca a ricordare quello che già sai.»</p>
<p>Solleva una zampetta, a prevenire la mia replica. «I casi sono due. Potresti aver usato i tuoi poteri per cancellarti la memoria. È già capitato ad altri Maghi codardi, spaventati dallo scoprire la propria vera natura. Non è grave, è solo una perdita di tempo. Peccato che noi di tempo non ne abbiamo. Oppure, a causa della distorsione entropica, la te stessa del passato si è sovrapposta alla te stessa attuale. Se è questo secondo caso, forse si può rimediare.»</p>
<p>Rimediare alla distocosa. Niente di più banale. «Cosa possiamo fare?»</p>
<p>«Ti faccio vedere.» Il coniglietto sfila un piatto dalla pila. «Non entrerò in particolari tecnici perché non capiresti.» Piazza il piatto davanti a me. «Immagina che questo piatto sia un frammento della tua memoria. Il cervello lo interroga e gli chiede di che colore è. Tu cosa risponderesti?»</p>
<p>Quando è così facile, c’è sotto il trucco. Però a me il piatto pare bianco. Un piatto di plastica bianco, un po’ impataccato, ma niente di che. «Mi sembra bianco.»</p>
<p>«Infatti. Non era difficile, persino per te.» Il Conte strattona una scatoletta vuota di tonno, attento a non far cascare la montagna di rifiuti. Inclina la scatoletta. Un filo di olio giallo si spande sul piatto.</p>
<p>«Adesso di che colore è?»</p>
<p>«Giallo schifezza.»</p>
<p>«Giusto.»</p>
<p>Il coniglietto rovista tra le lattine e i cartoni di latte. Fa gocciolare una cola sul piatto. L’olio si mischia con la bevanda nerastra e assume una tonalità cenere. Anticipo la domanda. «Adesso il colore è grigio.»</p>
<p>«Sì. Però, se osservi, il bordo del piatto è ancora bianco e ai margini la macchia d’olio è ancora gialla. Lo stesso accade nella memoria: quando nuovi ricordi sostituiscono quelli vecchi, i vecchi ricordi rimangono. Sono troppo deboli perché coscientemente ci si accorga di loro, ma esistono. Ed è possibile recuperarli.»</p>
<p>«Come?»</p>
<p>«Stimolando direttamente l’ippocampo e altre zone dell’encefalo.»</p>
<p>L’ippocampo? Un cavallo alato con il becco di aquila si alza in volo nella mia testa.</p>
<p>«Te l’ho già ripetuto più di una volta, parla in italiano!»</p>
<p>Il coniglietto fa cenno di no con la zampetta. «Non adesso. Mi conviene approfittare del buio per requisire un altro paio di cose che mi sono dimenticato. Domani mi dovrai dare di nuovo una mano, dubito di riuscire a trasportare il trapano a batterie.»</p>
<p>«Quale trapano?»</p>
<p>Il Conte si infila tra le labbra una sigaretta. «Chiuditi dentro, questo è un brutto quartiere.»</p>
<p>Saltella fino alla porta. La apre di un palmo e sgattaiola fuori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Rimango seduta. La fiammella della lampada ogni tanto si piega verso di me, incoraggiata da uno spiffero. L’acqua frusta la tapparella abbassata, i tuoni scuotono l’edificio.</p>
<p>In tre mesi mi sono ridotta come una barbona.</p>
<p>Magnifico.</p>
<p>Passo due dita nell’anello di ferro che spunta sopra la lampada. Esploro la stanza. Rifiuti ovunque. A un comodino manca il cassetto e tre piedini su quattro. Mi accovaccio per sbirciare all’interno: una montagnola di portafogli e portamonete. Ne scuoto alcuni, ma non trovo neppure un centesimo.</p>
<p>Sotto la finestra è sistemato un materasso coperto da una cerata. La frangia di un lenzuolo azzurro sparisce tra confezioni sventrate di merendine. Davvero dormo in mezzo al lerciume? Io? Perché? Dio, <em>perché</em>?</p>
<p>In fondo alla stanza un vano in ombra. Ma il tanfo di urina che viene da quella direzione non invoglia a indagare. Vado alla porta. Nella toppa c’è una chiave, la giro due volte.</p>
<p>Torno a sedermi. Sposto i piatti. Sul materasso, per terra, non ci dormo. Incrocio le braccia e chino la testa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Erano passate un paio di settimane da quando papà se n’era andato via. Mi ero alzata di soprassalto, in piena notte, svegliata dal tramestio. In casa erano accese tutte le luci. Mio fratello stava aiutando mamma, che non si reggeva in piedi; si era sentita svenire in bagno. Io avevo sgranato gli occhi, i palmi sudati, la testa che mi ronzava.</p>
<p>Mamma mi ha rassicurata, mi ha detto di tornare a dormire. La mattina dopo, quando mi sono svegliata, non c’era nessuno. Un biglietto sul tavolo del soggiorno: mamma e mio fratello erano andati al pronto soccorso.</p>
<p>È stata l’unica occasione in cui ho rischiato di piangere. Di piangere sul serio. Non per intenerire qualcuno o per dare fastidio o per sfogare un dolore. Però quella mattina ho tenuto duro. Verso mezzogiorno mamma è rientrata. Niente di grave, per fortuna. E si era fermata in pasticceria a comprare la crostata di fragole.</p>
<p>Tiro su col naso. Le lacrime scendono lungo le guance. Non ho più una casa; mamma, papà, Roberto, tutti spariti. Non arriverà nessuno con la torta. Lo so.</p>
<p>Sono sola.</p>
<p>Chiudo gli occhi, stringo le palpebre. Ma al buio è peggio. Al buio l’intero mondo scompare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Risollevo la testa, intontita. Mi scosto i capelli ancora umidi dal viso. Forse ho dormito un po’. Le braccia sono indolenzite; le dita, chiuse a pugno, insensibili.</p>
<p>Dietro le stecche della tapparella il cielo è striato di blu scuro, non manca molto all’alba. Richiudo gli occhi. Meglio dormire ancora e non pensare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il Conte è rincasato al sorgere del Sole, un pacchetto avvolto in carta stagnola tra le zampette. Ha ripulito il tavolo e disposto sul ripiano il bottino della caccia notturna.</p>
<p>Ci siamo dati da fare più di quanto mi sia resa conto. Abbiamo recuperato: un rotolo di bende; forbici per le unghie e forbici con la lama dentata da parrucchiere; bisturi monouso; disinfettante; un paio di medicinali con l’etichetta piena di nomi complicati; un rocchetto di filo elettrico e altra paccottiglia elettronica; cacciavite; una torcia a stilo; un <em>coso</em> che sembra una pistola uscita da un film di fantascienza – lo prendo in mano. «E questo cosa sarebbe?»</p>
<p>«Microsaldatore» risponde il coniglietto. Sta cercando l’accendino, una sigaretta gli pende dalle labbra.</p>
<p>Rimetto a posto il microsaldatore e passo in rassegna gli altri oggetti: un computer palmare ancora imballato tra due ali di polistirolo; una serie di aghi molto sottili, lunghi una ventina di centimetri; una bacinella; sapone; una manciata di rasoi usa e getta; shampoo – speciale antibatterico; pile di varie dimensioni.</p>
<p>Non c’è più spazio libero sul ripiano. Raccolgo le forbicine per le unghie. Le rigiro tra le dita. «E questi oggetti dovrebbero farmi recuperare la memoria? Come funziona? Ognuno è associato a qualche esperienza che ho scordato?»</p>
<p>«Non proprio. E manca il trapano con la punta a corona.» Il coniglietto balza sul comodino sghembo, si protende all’interno, preme il fondo del mobile con una zampetta. <em>Clic</em>. Un tassello di compensato casca giù. Dietro è nascosto un rotolo di banconote, tenute assieme da un elastico.</p>
<p>«Dovrebbero bastare. C’è un ferramenta qui vicino, andremo insieme e ti dirò quale modello prendere.»</p>
<p>Ho sollevato a metà la tapparella. Nubi basse e gonfie ancora coprono il cielo, ma non piove più. Il Sole si intravede appena, come una lampadina velata da uno straccio.</p>
<p>Prendo i soldi e li infilo in un portafoglio di pelle nera. «Io non ho ancora capito cosa me ne dovrei fare di un trapano.»</p>
<p>«Meglio così.»</p>
<p>«Non potevi rubare anche un cellulare? Voglio chiamare casa.»</p>
<p>Il Conte scuote la testolina. «Non risponderebbe nessuno.»</p>
<p>«Perché?»</p>
<p>«Credo siano già le nove passate. Muoviamoci, i negozi sono aperti.»</p>
<p>Va bene. Il trapano. È il momento della fisima per il trapano. Va bene, sono proprio curiosa di vedere che diavolo ci vuole fare!</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c07_coniglio.jpg" alt="Coniglietto con occhio rosso" title="Coniglietto con occhio rosso" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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</tr>
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		<title>Capitolo 6</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 14:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; La figura spunta da dietro il battente. Si stringe nella giacca a vento e gira il capo per guardarsi attorno. La brezza le scompiglia i capelli neri. Lei li scosta dal viso con una mano. Indossa guanti rosa di lana. «Elena?» Cosa diavolo ci faceva [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
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</table>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">La figura spunta da dietro il battente. Si stringe nella giacca a vento e gira il capo per guardarsi attorno. La brezza le scompiglia i capelli neri. Lei li scosta dal viso con una mano. Indossa guanti rosa di lana.</p>
<p>«Elena?»</p>
<p>Cosa diavolo ci faceva la mia amica nella camera di Roberto? Vestita come fosse pieno inverno? Oggi si scoppia dal caldo!</p>
<p>Ma non è vero.</p>
<p>Non si scoppia dal caldo.</p>
<p>Sto tremando, ho la pelle d’oca. Il vento gelido mi morde le braccia nude, mi graffia il viso. Mi sfioro le labbra: sono screpolate, bruciano. Ogni volta che apro la bocca per respirare, artigli di ghiaccio mi raschiano la gola.</p>
<p>Sono debole sulle gambe. Scivolo e cado in ginocchio. Picchio i palmi contro il pavimento per non accasciarmi. Sotto di me non ci sono più le mattonelle sbrecciate. Cemento grigio, incrostato di brina e neve sporca.</p>
<p>Alzo gli occhi. Sono all’aperto. Enormi nubi scure soffocano il cielo. Le nuvole sono basse, gonfie, aggrovigliate tra loro; strisciano e si contorcono. La distesa di cemento sfuma nella nebbia. Tra la foschia spuntano camini e antenne per la TV; i comignoli sbuffano fumo nero. Tetti. Sto osservando dei tetti dall’alto in basso. Vuol dire che sono finita sulla sommità di un edificio di almeno dieci piani.</p>
<p>Elena mi corre incontro. La neve compatta scricchiola sotto gli stivali. Si china verso di me, mi cinge il fianco con un braccio e mi aiuta a rimettermi in piedi. Mi abbraccia, stringe forte. I suoi capelli, profumati di shampoo alla pesca, mi carezzano le guance. È un pochino imbarazzante, ma il tepore è delizioso.</p>
<p>Rimaniamo così per cinque lunghi respiri. Elena si stacca pian piano da me. Ha gli occhi arrossati, di chi ha appena finito di piangere. Si asciuga un’ultima lacrima con la nocca dell’indice. «Ero appena arrivata, quando ho visto lì sul letto&#8230; Ho avuto paura che&#8230; Ho avuto paura.»</p>
<p>Io ed Elena su un tetto. D’inverno. Lei ha pianto e io muoio di freddo. Quando è successo? Forse ero ubriaca? Strafatta? Ma non sarei mai salita su un tetto, soffro di vertigini. Mi devo essere sentita male, Elena si è preoccupata e, scampato il pericolo, non me l’ha mai raccontato. No, non ha senso. Perché avrebbe dovuto far finta di niente?</p>
<p>Lampi azzurri scuotono le nuvole, la luce tanto intensa da dipingere di blu la neve. Il tuono rimbomba; vibra nelle ossa, mi lascia sorda. Anche Elena ha sgranato gli occhi, ha la faccia spaventata. «Cosa succede?» le chiedo, ma non sono sicura di aver parlato. Non ho sentito la mia voce.</p>
<p>Lei scuote la testa. Mi prende per mano. Mi trascina verso la porta aperta. Gocce d’acqua mi bagnano le spalle, picchiettano sul cemento. Si scatena il temporale. La pioggia scende a scrosci e martella il tetto. Ragnatele di fulmini illuminano il cielo. </p>
<p>Ci rifugiamo all’interno.</p>
<p>Non è la camera di Roberto.</p>
<p>È un pianerottolo. Elena si affaccia sulla tromba delle scale. «L’ho trovata!» grida.</p>
<p>Frastuono di tacchi sui gradini di marmo. Mi sporgo anch’io: un gruppo di persone sale di corsa. Sono in quattro. No, cinque. Un tizio indossa una divisa verdina, come la guardia giurata fuori dalla banca vicino a casa. Un paio sono in camice bianco.</p>
<p>Elena mi stringe di nuovo la mano tra le dita calde. Fa strada mentre scendiamo. Al termine della rampa, incontriamo il gruppo che stava salendo. Una donna guida il drappello. Allarga le braccia per tenere dietro gli altri. Al petto ha appuntato il badge con la foto e il nome: “Dott. Anna Salici”.</p>
<p>Non credo di averla mai vista. Avrà l’età di mamma, forse qualche anno di più. Il volto è serio, di quella serietà pedante tipica dei professori. <em>Si ricordi sempre: ‘sennonché’ con l’accento acuto, non grave.</em> E un “chi se ne frega” non lo mettiamo?</p>
<p>In più la dottoressa ha i capelli in disordine, le borse sotto gli occhi, il camice tutto spiegazzato. Sai cosa? La mattina bisogna lavarsi la faccia, pettinarsi, stirare i vestiti. È una vergogna presentarsi in maniera tanto sciatta.</p>
<p>«Stai bene, Silvia?» Parla piano, scandendo le parole.</p>
<p>«Sì, più o meno, al solito.»</p>
<p>La tensione si allenta. Persino Elena tira un sospiro di sollievo.</p>
<p>Sono al pronto soccorso e l’ho scordato? Ma quando può essere successo? I guanti rosa sono un regalo di Marco. Quell’idiota era stato così imbranato da sbagliare di una settimana la data del compleanno. Io ed Elena l’abbiamo preso in giro per mesi. In ogni caso era novembre. Perciò questo è un giorno tra novembre e aprile, poi è arrivata la primavera.</p>
<p>Può essere il primo dell’anno? Sono stata malissimo a capodanno, ma&#8230;</p>
<p>«Vuoi tornare in camera?»</p>
<p>La dottoressa me l’ha chiesto già da qualche secondo e tutti aspettano in silenzio la mia risposta. Elena incrocia le dita con le mie, per darmi coraggio, come se fosse arrivato il mio turno dal dentista.</p>
<p>«Penso di sì.»</p>
<p>La dottoressa si sposta e gli altri la imitano, lasciano liberi i gradini davanti a me. Elena mi precede, e io la seguo. La guardia giurata borbotta qualcosa che non colgo alla Salici, poi si accoda. La dottoressa chiude il corteo.</p>
<p>Scendiamo due rampe. Attraversiamo una porta a vetri. Percorriamo un corridoio largo, con le pareti dipinte di celeste smorto. Sul pavimento è tracciata una spessa riga blu, che stiamo costeggiando. Odore di disinfettante, di aspirina, di quello schifo di minestra che ti servono per pranzo. Sì, è un ospedale.</p>
<p>«Ce la fai a camminare?» Elena ha aumentato la stretta, non si è ancora tolta i guanti. «Altrimenti se sei stanca vado a cercarti una sedia a rotelle.»</p>
<p>Perché mi tratta come un gattino bagnato? Perché non dovrei farcela a camminare?</p>
<p>Ma zoppico. Abbasso lo sguardo: ho un piede fasciato. Ho perso le scarpe. E non ho più i vestiti! Indosso solo i pantaloni di un pigiama marrone che non è mio, e una canottiera.</p>
<p>«Ce la faccio. Muoviamoci.»</p>
<p>Elena mi conduce a una stanza con due letti. Uno è vuoto, l’altro è in disordine; coperte e lenzuola sono scivolate per terra. Sul comodino è posata una bottiglia di acqua minerale; un bicchiere di plastica è rovesciato, l’acqua gocciola sul pavimento. In un angolo sono impilati un paio di blister. Non mi sembra che sia rimasta neppure una pastiglia.</p>
<p>La pioggia frusta il vetro dell’unica finestra, alta e stretta. Il crepitio sommerge la camera. È lo stesso rumore di fondo che mi ha riempito le orecchie quando ho sperimentato per la prima volta gli effetti della distocosa topica. È la stessa allucinazione sonora di quando sballi con la trielina.</p>
<p>Elena mi fa sedere sul letto sfatto. Mi aiuta a distendere le gambe. Mi copre con il lenzuolo bianco. Rassetta le coperte. Prende una seggiola di plastica e si sistema al mio capezzale.</p>
<p>La dottoressa Salici aspetta sulla soglia. Scambia un’occhiata con Elena. «Passo a controllare dopo.» Esce e si chiude la porta alle spalle.</p>
<p>Bene.</p>
<p>Butto via le coperte e mi rimetto seduta. «Elena! Dove siamo? Che razza di storia è? Che giorno è oggi? È un’altra delle tue trovate cretine? Da quanto sono qui? A mamma cosa racconto?»</p>
<p>Elena si sfila i guanti, li mette nella tasca della giacca. Rimane in silenzio, gli occhi bassi, le mani sulle cosce.</p>
<p>Sospiro. «Ok. Cominciamo dall’inizio.»</p>
<p>«Non vorresti prima dormire un po’?»</p>
<p>Elena svita il tappo dalla bottiglia. Raddrizza il bicchiere e lo riempie fino a metà. Fruga tra i blister, trova una compressa. Con uno schiocco la libera dalla confezione. Mi porge bicchiere e pastiglia.</p>
<p>Ho una gran voglia di darle una sberla.</p>
<p>«Che giorno è oggi?»</p>
<p>«Mercoledì.»</p>
<p>Grazie tante! Elena non è mai stata la persona più brillante che abbia mai conosciuto, ma di solito non è così ottusa. «Giorno? Mese? Anno?»</p>
<p>«Il ventisette. Ventisette ottobre.»</p>
<p>No. Non è possibile. Sta mentendo. Non può avere i guanti prima di novembre.</p>
<p>«Non è vero. Di quale anno? E poi come fa a essere ottobre? Sembra gennaio!» Il vento mi ha sentita: scuote la finestra, i vetri tremano. La pioggia picchia come grandine. Esplode il fragore di un altro tuono. Le lampade al neon sfrigolano, le luci si attenuano, poi tornano fulgide.</p>
<p>«Alla televisione dicono che è colpa delle comete. O degli asteroidi.» Elena mi offre di nuovo il bicchiere. «Sai che non ci capisco niente di queste cose.»</p>
<p>«Non voglio un sonnifero! Voglio sapere perché sono in ospedale!»</p>
<p>Elena esita. Rimette a posto il bicchiere. Stringe le labbra. Non un filo di rossetto, non è da lei. «Non ricordi più niente?»</p>
<p><em>Cosa</em> devo ricordare?</p>
<p>«Sono ubriaca?»</p>
<p>«No. Senti, vado a chiamare la dottoressa. Tu però mi prometti di rimanere tranquilla?» Elena si alza. Dalla tasca dei pantaloni spunta un lembo di carta. Si accorge del mio sguardo e subito indietreggia, inciampa nella sedia e ricade seduta.</p>
<p>Impedita.</p>
<p>Allungo la mano e prendo il foglio.</p>
<p>È una pagina strappata da un quaderno a quadretti. La dispiego sulle ginocchia. Due frasi in stampatello. Riconosco la mia calligrafia: scrivo sempre in stampatello, perché il mio corsivo non riesce a leggerlo nessuno, me compresa.</p>
<p><em>Chiedo perdono a tutti.</em></p>
<p><em>Ho trovato il modo per non fare più male a nessuno.</em></p>
<p>Volto il foglio, ma non c’è scritto altro. «Che significa?»</p>
<p>«Non lo so&#8230; ma quando ti ho vista sul tetto.» Elena singhiozza. Tira su col naso. «Non è colpa tua, Silvia. Non è colpa tua» piagnucola.</p>
<p>Certo che non è colpa mia. Sei <em>tu</em> quella che mi spinge sempre in questi casini!</p>
<p>Elena si pulisce le guance con il fazzoletto. Mi carezza la mano che stringe il foglio. «Vado a chiamare la dottoressa. Rimani tranquilla, me lo prometti?»</p>
<p>Annuisco. Lei scansa la seggiola. Corre alla porta.</p>
<p>È l’esperienza di distocosa più vivida delle tre. E non riesco a individuare il ricordo: quando sono stata ricoverata? In un paio di occasioni. Niente di grave, però. Elena non dovrebbe essere così disperata.</p>
<p>Apro il cassetto del comodino. Due monete da un euro, un flacone di pasticche con l’etichetta scritta a mano, un biglietto del tram usato. Un quaderno con la copertina lilla. Le prime pagine sono bianche, le altre mancano, sono state strappate.</p>
<p>Sul fondo del cassetto è annidato il cellulare. Lo accendo. Masako è fuori di sé: ci sono più di venti messaggi non letti e cinque appuntamenti che ho segnato sul calendario e non mi sono preoccupata di marcare come “rispettati”. Il riquadro tra le zampe del gatto indica la data e l’ora. Sono le 15 e 10 del 27 ottobre.</p>
<p>La porta cigola. Entrano Elena e la Salici. La dottoressa si siede accanto a me sul materasso. «Ti va di parlare oggi, Silvia? Tua nonna è sempre qui al reparto. La faccio venire?»</p>
<p>La nonna? Ho chiamato la nonna per non spaventare mamma? Assurdo. E non servirebbe a niente: la nonna è spiona e pettegola per natura.</p>
<p>«No. Voglio solo sapere cosa mi è successo.»</p>
<p>La dottoressa solleva un sopracciglio, si volta verso Elena, che si stringe nelle spalle.</p>
<p>«Qual è l’ultima cosa che ricordi, Silvia?»</p>
<p>L’appartamento di Roberto devastato e un coniglietto parlante che disdegna la pizza tranne quella con le acciughe. Uhm, meglio evitare questi particolari. Non mi pare di essere nel reparto psichiatrico e non ci tengo a raggiungerlo.</p>
<p>«Era estate. Mi ricordo il caldo di luglio. Forse l’ho sognato.»</p>
<p>«Capisco. Sei sicura di non voler vedere la nonna? È molto preoccupata per te.»</p>
<p>Quanti minuti sono passati da quando Elena è uscita dalla camera di Roberto? Almeno venti. Le prime due distocose non sono durate più di un quarto d’ora, questa invece non accenna a terminare.</p>
<p>Il piede mi manda una fitta. È una storta? Sono ferita? Sfioro la fasciatura: umida e sporca di una sostanza unta e giallastra. Siero. Pus. Ma che schifo!</p>
<p>«Come mi sono fatta male?»</p>
<p>La dottoressa si piega sulle ginocchia. Inforca gli occhiali. Scruta il piede, stando attenta a non toccare le bende. «Non ce l’hai voluto dire. Pensiamo sia il morso di qualche animale. Ti fa ancora molto male?»</p>
<p>«Un po’.»</p>
<p>«Ti prendo un antidolorifico.» Torna alla porta. Si affaccia sul corridoio, la sento rivolgersi a qualcuno, ma non distinguo le parole. Esce dalla stanza.</p>
<p>Distendo il piede. La caviglia è gonfia e puzza di carne andata a male.</p>
<p>Il Conte. Il morso del maledetto coniglio ha fatto infezione. Ma allora&#8230; Il ventisette ottobre non dell’anno scorso. È il ventisette ottobre di <em>quest’anno</em>.</p>
<p>«Elena!» La mia amica sobbalza, sorpresa dal tono deciso. «Cosa mi stavi dicendo delle comete o gli asteroidi o com’era?»</p>
<p>«Non c’è niente da temere. L’hanno detto più volte al telegiornale: gli scienziati hanno calcolato le traiettorie e non saremo colpiti.»</p>
<p>A meno che le astronavi non cambino rotta. «Quanto manca? Fra quanto tempo arriveranno le comete?»</p>
<p>«Non lo so. Mi pare un paio di giorni.»</p>
<p>Mi tiro in piedi. «Devo tornare subito a casa. Dov’è il coniglietto? Ero con un coniglietto, giusto? Pelo corto grigio, orecchie basse, grande come il gatto di Angela e dispettoso uguale. Dov’è finito?»</p>
<p>Elena si morde un’unghia. «Quale coniglietto? Silvia, ho paura. Mi fai paura, non sembri neanche più tu! Quello che è successo è terribile ma&#8230;»</p>
<p>«Non adesso! Dove sono i vestiti?» L’armadio è accanto alla finestra. Infilo due dita tra le ante socchiuse. Un ombrello a coste blu. Un asciugamano. Un paio di jeans che non ho idea di chi siano, non importa, li butto sopra il letto. Le scarpe. Possibile che sia arrivata senza scarpe? Mi chino per rovistare nei cassetti in basso. Ciabatte da doccia di gomma verde nel cassetto più a destra. Nel cassetto al centro&#8230;</p>
<p>«&#8230; vuole tornare a casa.»</p>
<p>Mi giro. La dottoressa è appena rientrata, Elena le sta parlando sottovoce.</p>
<p>«Silvia, cerca di ragionare» mi dice la Salici. «Non posso obbligarti, però sarebbe meglio se rimani qualche altro giorno in osservazione.»</p>
<p>«Non ho qualche giorno.» Zoppico fino al comodino, raccolgo il cellulare. Seleziono il numero di casa. Suona a vuoto. Chiamo papà. Nessuna risposta. Mio fratello. Spero di avere in memoria il suo numero nuovo.</p>
<p>Intanto il piede è diventato un grumo di dolore sordo, simile a un mal di denti. Ho l’impressione che la caviglia si sia ingrossata a dismisura. Non oso verificare.</p>
<p>«Prendi almeno l’antidolorifico.»</p>
<p>«Un attimo.»</p>
<p>Sì, il numero di Francesco è nella rubrica. Tocco lo schermo.</p>
<p>Forza, rispondi. Almeno tu. Avanti!</p>
<p>Masako scuote la testa per la terza volta.</p>
<p>Dannazione!</p>
<p>«Elena! Hai i numeri dei taxi?»</p>
<p>«Io, non&#8230;»</p>
<p>Sollevo la testa. La dottoressa mi porge il bicchiere. «Bevi questo.»</p>
<p>Scolo la medicina in un sorso. Subito la vista si appanna. Le palpebre sono pesanti. «Oh, cristo.» </p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">I cadaveri delle stelle punteggiano la spiaggia. Sulla sommità della collina, scorgo la casetta con le finestre illuminate. Se cerco di raggiungerla camminando dritta verso la cima, me ne allontano. L’unica soluzione è seguire un tortuoso percorso a spirale.</p>
<p>Il terreno è fangoso, cosparso di alghe, ninfee marce, corpi decomposti di rospi e altra roba putrida. A ogni passo i piedi affondano fino alle caviglie nella melma.</p>
<p>A metà della salita, il sentiero si allarga. Tra il fango spuntano decine di biglietti da visita. Ne raccolgo uno: “BACIAMI. SONO UN PRINCIPE.” Segue un numero di telefono. Mi infilo in tasca il biglietto e proseguo ad arrancare.</p>
<p>Trascorre l’eternità.</p>
<p>Mi pulisco le scarpe sul tappetino davanti alla porta.</p>
<p>«Entra, entra. Ti aspettavo» mi chiama una voce.</p>
<p>La ragazza incappucciata è ancora ferma al centro della stanza. È passato un intero giorno e non ha mosso un dito per mettere in ordine. Va bene che hai appena traslocato, ma ti sembra il modo di ricevere ospiti?</p>
<p>«Avvicinati» mi dice.</p>
<p>«No. Non ci casco più. La cosa che hai fatto l’altra volta con le dita che scivolano dentro la testa non mi è piaciuta. E poi sai già chi sono, sono io, Silvia.»</p>
<p>La ragazza si scopre il capo. Mi squadra con i suoi occhi verdi, da cartone animato. «Hai ordini?»</p>
<p>«No.»</p>
<p>Accenna a rimettersi il cappuccio.</p>
<p>«Aspetta. Aspetta, ti prego.»</p>
<p>Si ferma a metà del movimento. «Hai ordini?»</p>
<p>«Vorrei solo farti qualche domanda.»</p>
<p>La ragazza è immobile. Non respira. Non batte le ciglia. Io mi siedo su uno scatolone chiuso con nastro da imballaggio. Anche se non vuole parlare con me non intendo uscire, non mi va di incontrare altri mostri.</p>
<p>«Va bene» risponde finalmente la ragazza.</p>
<p>Mi guardo attorno. «Dove siamo?»</p>
<p>«A casa mia.»</p>
<p>«Che si trova?»</p>
<p>La ragazza fa spallucce. «Non saprei dirlo, non esistono più punti di riferimento da molto tempo.»</p>
<p>«Quanto tempo?»</p>
<p>«Sono trascorsi miliardi di anni da quando le stelle hanno smesso di brillare. Miliardi di anni da quando l’ultimo buco nero è evaporato. La densità della materia nell’Universo è così bassa, che è quasi impossibile per due particelle venire in contatto.» La ragazza mi sorride. «Hai scelto tu questo momento! Perché le previsioni dell’Oracolo divengono incerte all’approssimarsi della fine.»</p>
<p>I buchi neri evaporano e io ne sono felice perché l’Oracolo si potrebbe sbagliare. <em>Ovvio</em>. «Non credo di aver capito. Chi sarebbe questo Oracolo? E tu, tu chi sei?»</p>
<p>«Non sono sicura di poter rispondere a queste domande senza ordini.»</p>
<p>«Te lo sto ordinando adesso!»</p>
<p>Bussano alla porta.</p>
<p>Scocciatori persino in un sogno al termine dell’Universo.</p>
<p>«È aperto!» grido.</p>
<p>Il bussare si ripete. La ragazza è impassibile come sempre, devo andare io a controllare. Sbircio dallo spioncino. Il nero della notte senza stelle. Spalanco la porta. «Ma si può sapere chi–»</p>
<p>Una gigantesca zampa pelosa si abbatte su di me.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Apro gli occhi. La stanza è buia, tranne per una lucina rossa incassata nel muro sopra la spalliera del letto. Una zampetta mi sta facendo il solletico al naso. Il Conte mi è salito sul petto. Sfrega il musino contro la mia guancia. «Sei sveglia?» sussurra.</p>
<p>«Sì.»</p>
<p>Il coniglietto porta una zampetta alle labbra. «Ssh.» Un punto bianco illumina il cuscino alla mia destra: il Conte ha acceso una torcia a stilo; scherma la luce con il palmo. Conduce il fascio luminoso giù dal letto, gli fa percorrere il profilo ondulato di una gonna: qualcuno seduto che mi sta vegliando.</p>
<p>«Tua nonna. Sta dormendo, meglio non disturbarla.»</p>
<p>Il coniglietto tira indietro le coperte con i dentoni. Fa cenno di scendere dal letto dal lato opposto rispetto alla nonna. «Fai piano» mormora.</p>
<p>Quando poso il piede fasciato sul pavimento, è come dare un morso a una tavoletta di cioccolato con i denti cariati. Non devo urlare, non devo urlare, non devo urlare. Artiglio le lenzuola finché l’ondata di sofferenza non si ritrae.</p>
<p>Piego la gamba ferita. Seguo il Conte saltellando. Per fortuna il rumore si confonde con il tambureggiare della pioggia. Giriamo intorno al letto. Il coniglietto angola la torcia per far brillare il metallo di una maniglia tonda.</p>
<p>La afferro e tiro verso di me. Sgusciamo fuori dalla stanza, in corridoio. Il Conte scatta in avanti. Io cerco di stargli dietro. Ci intrufoliamo in un bagno.</p>
<p>Il coniglietto si arrampica dentro il lavandino. Dirige il fascio di luce dritto contro la mia faccia. «Silvia, ti scongiuro, vuoi ascoltarmi per l’ultima volta? Vuoi tornare a casa con me?»</p>
<p>Da quando è diventato così gentile?</p>
<p>«Certo che voglio tornare a casa. Anzi, era proprio quello che stavo per fare prima che quella stronza di dottoressa&#8230;» Il Conte mi è balzato in spalla. Mi lecca l’orecchio. Preme il musino nell’incavo del collo.</p>
<p>«Sono orgoglioso di te! Hai fatto la scelta giusta» dice. «Lo so che hai passato giorni orribili, ma riuscirai a metterteli alle spalle.»</p>
<p>Prende da sotto la pancia un pacchetto di sigarette. «Non ho fumato venendo qui. Ero troppo preoccupato.» Sfila una sigaretta, se la mette in bocca. Ne prende una seconda, me la porge. «Tieni.»</p>
<p>«Lo sai che non fumo.»</p>
<p>Lui rimane con la zampetta protesa. «Be’, se vuoi smettere, d’accordo.»</p>
<p>«Veramente non ho mai cominciato.»</p>
<p>Si accende la sua sigaretta. «Ne riparliamo a casa. Andiamo.»</p>
<p>«Non posso uscire così. Ho bisogno di vestiti, e dobbiamo chiamare un taxi. Certo che se non mi mordevi in quella maniera la caviglia era meglio.» Indico il piede, ormai gonfio come un melone.</p>
<p>«Io ti avrei morso la caviglia? E poi quante storie, sistematela e andiamo.»</p>
<p>«La sistemo <em>come</em>?»</p>
<p>«Con la Magia, o hai–» si interrompe. Butta via la cicca, salta giù, raccoglie la torcia, che ha lasciato appoggiata al rubinetto dell’acqua calda. Mi punta il fascio di luce negli occhi.</p>
<p>«Ehi!»</p>
<p>«Silvia, qual è l’ultima cosa che ricordi?»</p>
<p>Giuro che se oggi un’altra persona mi fa questa domanda la strangolo!</p>
<p>«Eravamo nell’appartamento di Roberto. Stavamo per andarcene in pizzeria quando la porta della camera da letto si è aperta. È cominciata un’altra di quelle distocose topiche o come le hai chiamate. Credo di esserci ancora dentro.»</p>
<p>Le zampette del Conte sono scosse da un tremito. La torcia gli sfugge, rotola lungo il bordo del lavandino, si ferma sopra il buco dello scarico. Il coniglietto mi fissa quasi avesse di fronte un fantasma.</p>
<p>«Ho detto qualcosa di sbagliato?»</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c06_coniglio.jpg" alt="Coniglietto triste" title="Coniglietto triste" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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		<title>Capitolo 5</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Aug 2009 16:26:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; Elena si sfila lo zaino dalle spalle e lo posa sui gradini della scalinata. Poi lo trascina più vicino a sé, perché siamo proprio davanti all’ingresso della scuola e c’è il rischio che qualcuno inciampi. «Guarda» mi dice. Piega il capo in avanti, i capelli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
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<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">Elena si sfila lo zaino dalle spalle e lo posa sui gradini della scalinata. Poi lo trascina più vicino a sé, perché siamo proprio davanti all’ingresso della scuola e c’è il rischio che qualcuno inciampi.</p>
<p>«Guarda» mi dice. Piega il capo in avanti, i capelli neri le ricadono intorno al viso. «Vedi niente?»</p>
<p>Mi porto alle sue spalle e le esamino la nuca. La pelle è liscia, senza macchie o segni, solo un po’ arrossata per il freddo – è una mattina gelida, per essere inizio aprile. Vorrei palparle il collo, per assicurarmi che non ci siano imperfezioni che sfuggono alla vista. Meglio di no: ho le dita ghiacciate e farei sobbalzare Elena. Unisco le mani a coppa davanti alla bocca e soffio per scaldarle. Il respiro si condensa in arabeschi bianchi.</p>
<p>«Dunque?» Elena si è rimessa dritta e ha raccolto lo zaino.</p>
<p>«Be’, sì, non si vedeva niente.»</p>
<p>«Appunto. Perciò non c’è niente da aver paura. È una puntura minuscola, non senti niente, non rimane alcun segno, in pratica non te ne accorgi neanche.»</p>
<p>«Non so.»</p>
<p>Elena sbuffa, scuote la testa. Sale gli ultimi gradini che ci separano dal portone. Mi affretto a seguirla. Il gargoyle accovacciato sopra l’ingresso osserva i nostri movimenti con occhi di granito.</p>
<p>«Ma hai almeno compilato il modulo?»</p>
<p>I nostri passi risuonano nitidi nell’atrio. La campanella è appena suonata e sono tutti in classe; nessun ritardatario oggi. Tranne noi: abbiamo deciso di entrare con qualche minuto di ritardo, sperando che siano già stati scelti i volontari per l’interrogazione di matematica.</p>
<p>«L’hai compilato sì o no?» insiste Elena.</p>
<p>«No. In prima pagina c’era scritto che in caso di minorenni era richiesta l’autorizzazione dei genitori. Mamma non sarebbe mai d’accordo.»</p>
<p>Elena si appoggia al corrimano delle scale per il secondo piano. Mi rivolge un’occhiata indulgente, di chi fa appello a tutta la propria pazienza perché alle prese con una ritardata. «Fregatene, no? Fai uno scarabocchio e basta. Tanto non controllano. Te lo posso garantire, nessuno andrà mai a verificare.»</p>
<p>Saliamo. Tormento il bottone del cappotto sotto il bavero. Non mi fa né caldo né freddo imitare la firma di mamma o mentirle, ormai è un’abitudine, sono io che ho dei dubbi su questa faccenda. «Ripetimi un’altra volta quello che dovremmo fare.»</p>
<p>«Te l’ho già detto mille volte. È semplicissimo. Ti fanno sedere su queste poltroncine finché non arriva un’infermiera per l’iniezione al collo, che è una cosa da niente. Poi passati dieci minuti, un quarto d’ora, ti accompagnano in una stanza, ti siedi su una seggiola con davanti un tavolino. L’infermiera ti mette degli elettrodi alle tempie, e–»</p>
<p>«Fa male?»</p>
<p>«Cosa, gli elettrodi? Ma figurati. Ti fa male metterti un cerotto? Ecco, uguale. Non senti <em>niente</em>. Dopo gli elettrodi piazzano una telecamera e un mazzo di carte sul tavolino. Le carte hanno il dorso grigio, mentre le figure sono cerchi bianchi o neri. Tu prendi una carta per volta e la guardi.»</p>
<p>Imbocchiamo il corridoio verso la nostra classe. I finestroni che si affacciano sul cortile sono velati dalla foschia. Nelle aule la luce è accesa, filtra da sotto le porte chiuse. Invece le lampade appese al soffitto sono spente.</p>
<p>«Tutto qui? Non devi indovinare quale carta sia prima di voltarla?»</p>
<p>«Non devi fare niente. Devi solo girare la carta e guardare la figura. Penso che la telecamera segua il movimento degli occhi. Comunque non ti chiedono nient’altro, solo di prendere una carta alla volta, girarla, guardare la figura e continuare così finché non si è esaurito il mazzo. Ci vogliono venti minuti o giù di lì.»</p>
<p>Siamo quasi arrivate. Elena rallenta apposta il passo e io la affianco. È un po’ più bassa di me, ma cammina sempre con foga. «Dopo, quando hai guardato tutte le carte, torna l’infermiera e ti riporta alla sala d’aspetto con le poltroncine. Ti offre un tè o un’altra bevanda calda e una brioche. Quindi passi a uno sportello e ti pagano. Nessuna formalità, intaschi i soldi e te ne vai. Soldi facili.»</p>
<p>Raggiungiamo l’aula. Elena accosta l’orecchio al battente per saggiare la situazione. Porta l’indice davanti alla bocca. «Ancora troppo presto» bisbiglia. Fa cenno di riprendere a camminare. Ci dirigiamo ai bagni.</p>
<p>«Comunque se proprio non vuoi, pazienza. Chiederò ad Angela o a qualcun altro. Non c’è problema.»</p>
<p>«Onestamente questa cosa di fare la cavia non mi piace tanto. Però se mi dici che non ci sono rischi&#8230; ok, accetto.»</p>
<p>Elena mi sorride, ha i canini pronunciati, affilati. «Perfetto! Facciamo così: durante l’ora di storia ti aiuto io a compilare il modulo. Così possiamo subito andare alla chiesa, questo pomeriggio.»</p>
<p>«Va bene.»</p>
<p>«Allora ti posso svelare un segreto.» Avvicina il viso al mio, per sussurrare all’orecchio. «L’altro giorno, dopo la seduta, non è passata l’infermiera. Il caffè me l’ha offerto un ragazzo, un tipo strano. Si è presentato come Roberto e se fossimo in un film dell’orrore ti giuro che–»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">«Ma che hai, ti sei addormentata?»</p>
<p>Batto le palpebre. Ho artigliato la maniglia, la stringo così forte che le dita e i muscoli del braccio mi fanno male. Ho la bocca secca e il cuore mi martella nel petto. Un rumore, simile a uno scrosciare, mi riempie le orecchie.</p>
<p>Cosa mi è successo? Non ho mai vissuto un’esperienza del genere. Non è stato un semplice ricordo, ero di nuovo lì, nel corridoio in penombra della scuola, tre mesi fa. Occupavo il mio corpo e, allo stesso tempo, lo osservavo distaccata. Come nei film, quando il moribondo si accorge che la propria anima sta per lasciare il mondo.</p>
<p>I gradini di ferro dietro di me cigolano: qualcuno sta salendo le scale. Riconosco la voce di Elena che bisbiglia parole incomprensibili. Una seconda voce le risponde: è la mia. Trattengo il respiro. Il vociare si avvicina. Ho due fantasmi alle spalle, e uno dei due sono io. O mi sto davvero riducendo il cervello in poltiglia oppure sono <em>morta</em>.</p>
<p>Mi tremano le ginocchia, ma devo sapere.</p>
<p>Mi volto di scatto.</p>
<p>Nessuno.</p>
<p>Il Conte mi pungola la guancia con una zampetta. «Silvia, stai bene?»</p>
<p>«Sto bene, sto bene. Credo. Ho fatto un sogno a occhi aperti o qualcosa del genere. Era molto intenso.»</p>
<p>Distendo e ripiego le dita indolenzite. La spiegazione più logica è che sono così in ansia per Roberto da avere le allucinazioni. Ma lui sta bene, è a letto con l’influenza e nient’altro.</p>
<p>Apro la porta.</p>
<p>Un’ondata di polvere invade il pianerottolo. Mi piego in due, tossisco. Indietreggio fino a picchiare la schiena contro il parapetto delle scale.</p>
<p>Copro la bocca con il dorso della mano e rialzo il viso: le spirali di polvere grigia si adagiano sulla superficie di un lago di nebbia che mi arriva alle caviglie. Il vano della porta è un riquadro di oscurità. Stringo gli occhi, ma il muro di tenebra oltre la soglia è impenetrabile.</p>
<p>Procedo a tentoni. Cerco l’interruttore della luce sulla parete accanto allo stipite. Sotto i polpastrelli il muro è ruvido, come se l’intonaco si fosse sgretolato. Trovo il rettangolo di plastica, spingo la levetta verso l’alto.</p>
<p>Due lampadine avvampano di giallo. Subito si spengono.</p>
<p>La finestra. Ho una vaga idea di dove si trovi. Torno un attimo sul pianerottolo per riempirmi i polmoni di aria pulita, poi mi inoltro nel buio. Le mani protese colpiscono la parete; mi sposto di lato, tastando il muro con i palmi. Mi sembra di essere uno stupido mimo. Il freddo del vetro. Ancora un po’ più a sinistra. Afferro la maniglia della finestra. Si sbriciola tra le dita.</p>
<p>Dev’essere ricoperta di ruggine. Provo lo stesso a girarla: la maniglia stride, fa resistenza. Giro con più forza e tiro verso di me. Il ferro arrugginito mi graffia il palmo. Il sudore – non sarà mica sangue? – scorre dal polso fino al gomito. Gocciola sul pavimento.</p>
<p>La finestra si spalanca con uno schiocco.</p>
<p>Spingo in fuori le persiane. Alcune delle stecche orizzontali scivolano via dalla loro sede e precipitano in strada.</p>
<p>Il Sole di mezzogiorno si riversa nella stanza.</p>
<p>Mi guardo attorno, confusa. «Cos’è successo qui?» mormoro.</p>
<p>L’intonaco è scrostato. Rimangono solo poche chiazze di vernice bianca a coprire i mattoni messi a nudo. Profonde crepe solcano il pavimento, le mattonelle non combaciano più. Il legno del tavolo e della credenza è marcio e annerito. La ruggine incrosta la maniglia della finestra, il lampadario, le cornici con le stampe di Bosch.</p>
<p>Mi avvicino alla cornice appesa sopra il divano. La stampa è ridotta a una poltiglia color paglia accumulatasi lungo il bordo inferiore del telaio. Il vetro è incrinato, e ho il timore che vada in frantumi se lo sfioro. È un peccato, mi piaceva quel quadro, era bizzarro: c’era un tizio con un imbuto come copricapo che trapanava un disperato, gli apriva un buco in fronte. A osservarli una signora con un libro rosso. In equilibrio sopra la testa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Mentre cammino, le scarpe sollevano sbuffi di polvere. La polvere è ovunque, è un manto steso sull’intera stanza. «Cos’è successo?»</p>
<p>«Non ne sono sicuro.»</p>
<p>Giro il viso verso il Conte, appollaiato in spalla. È la prima volta che lo sento incerto. Il coniglietto rigira una sigaretta tra le zampette, con movimenti nervosi.</p>
<p>«Posso azzardare alcune ipotesi.» Infila la sigaretta in bocca. «Ma prima devo ragionarci sopra.» La fiammella dell’accendino brilla per un istante. Il Conte dà un lungo tiro.</p>
<p>Sono tentata di chiedere al coniglietto di passarmi una cicca. Non ho mai fumato, ma forse è il momento di iniziare. Una sigaretta mi aiuterebbe a rilassarmi, a pensare con calma – lo assicurano tutte le fumatrici nei forum. L’appartamento di Roberto è in rovina e lui&#8230; Fisso la porta chiusa della camera da letto, a pochi passi da me.</p>
<p>Ho paura. Ho paura di quello che potrei scoprire.</p>
<p>È solo a letto con l’influenza. Sta bene, non è gli successo niente. Sta bene.</p>
<p>E se non è vero? Non ce la faccio più da sola: devo chiamare Elena, raccontarle tutto e farla venire qui.</p>
<p>Prendo il cellulare.</p>
<p>Ma se non dovesse rispondere? Non le parlo da ieri pomeriggio, non mi ha più richiamata dopo che è caduta la linea. Se fosse sparita anche lei? Ho la netta sensazione che Elena sia in un limbo: è salva finché io non scopro se è sparita o no. Silvia, se cominci a pensare idiozie del genere sei pronta per lo strizzacervelli.</p>
<p>Compongo il numero. La sensazione diviene più reale, palpabile, ha lo stesso sapore della Magia. Spengo il telefono. Mi appoggio allo schienale del divano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">«No, rimani sdraiata ancora qualche minuto, potresti sentirti di nuovo male.» Una mano preme contro la spalla e mi costringe a stendermi. Non che io sia contraria: mi gira la testa, e dubito che riuscirei a stare in piedi.</p>
<p>Osservo il soffitto. È dipinto di fresco e non vedo lampade al neon. Non sono al pronto soccorso. La luce è troppo bassa, nessuno si lamenta per il dolore. No, niente pronto soccorso. Questa volta.</p>
</p>
<p>Piego la testa di lato. Davanti a me ho una finestra; oltre i vetri nuvoloni grigi coprono il cielo. Un lampione lontano è già acceso. Pomeriggio inoltrato.</p>
<p>«Dove sono?» biascico.</p>
<p>Non ricordo niente di quello che mi è successo oggi. Ma so che è un giorno feriale, e che sarei dovuta andare a scuola – ci manca solo che sia in giro da ieri sera, sarebbe la volta buona che mamma mi ammazza.</p>
<p>«Sei a casa mia» risponde la voce di prima. Chi ha parlato? La stanza mi sembra vuota. «È stata la tua amica Elena a insistere per venire qui invece di chiamare i tuoi genitori.»</p>
<p>Elena.</p>
<p>I ricordi si ricompongono, come fotografie sfocate che diventano via via più nitide. A scuola ci sono andata. L’ora di storia. Ho passato l’ora di storia a riempire un modulo&#8230; Il vento gelido ci ha costrette a chinare il capo, appena scese dall’autobus. Ci siamo infilate in una stradina così stretta da non poter camminare una a fianco all’altra. I corvi ci spiavano dai tetti&#8230; La facciata della chiesa si confondeva con i palazzi accanto. Un piccolo crocefisso era inchiodato sulla porticina di legno. Elena ha bussato con il batacchio a forma di testa di leone&#8230; Una goccia incolore scintilla sulla punta dell’ago. L’infermiera mi strofina la pelle con un batuffolo di cotone idrofilo&#8230;</p>
<p>«Ti sto preparando una tisana, ricetta speciale» riprende la voce incorporea. «Vedrai che ti sentirai subito meglio.»</p>
<p>Sollevo appena la testa e il collo manda una fitta. Il dolore si irradia da un punto preciso, in cima alla colonna vertebrale. Stringo i denti e mi metto seduta. Nella stanza non c’è nessuno. Un rumore di stoviglie giunge da un vano di ombra.</p>
<p>«Dov’è la mia amica?»</p>
<p>«È andata via, aveva un appuntamento urgente.»</p>
<p>Che razza di scusa cretina! Neanche prendersi la briga di inventare una giustificazione decente. Prima insiste per trascinarmi&#8230; dove mi ha portata? Premo le dita contro le tempie, ma le foto rimangono sfocate. Mi sta venendo un mal di testa atroce.</p>
<p>«In ogni caso io devo tornare a casa. Chiamami un taxi.»</p>
<p>«Aspetta.» E quando rialzo il viso lui mi è di fronte. In mano una tazza per caffelatte bianca, decorata da scritte nere. Mi porge la tazza e una scia di fumo si disegna nell’aria. «Attenta, ché è bollente!»</p>
<p>Stringo la tazza con entrambe le mani. Il calore intorpidisce le dita, ma è gradevole. La bevanda ha un colore rosato e profuma di pesca. Accosto le labbra al bordo, bevo un piccolo sorso. Con la coda dell’occhio colgo le scritte nere che si dibattono sulla superficie bianca. Sono formiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">La tazza cade. Colpisce il pavimento e va in frantumi. Le schegge si dissolvono. Il liquido bollente schizza ovunque, ma evapora prima di bagnare la stoffa scolorita del divano.</p>
<p>Ho gli occhi sgranati: ho appena assistito a un evento <em>impossibile</em>. Un frammento del ricordo di tre mesi fa si è materializzato nel presente. Oppure sono ancora allucinazioni.</p>
<p>«Hai visto anche tu, vero?» chiedo al coniglietto. «Cosa. Diavolo. Succede?»</p>
<p>Il Conte butta la sigaretta. «A questo punto direi che l’ipotesi più probabile è che si tratti di una distorsione entropica.»</p>
<p>«Una distocosa? In italiano, se non ti spiace.»</p>
<p>«È un’alterazione dello spazio-tempo. Prova a immaginare lo spazio-tempo come un fluido, poi–»</p>
<p>«Ho detto in italiano!»</p>
<p>«Non esiste un modo semplice per spiegarlo.»</p>
<p>Sono in classe, seduta al mio posto – il terzo a partire dal fondo, accanto alla finestra. Sto sudando, anche se più per la tensione che non per il caldo. Rileggo per la nona volta la fotocopia con i quesiti per il compitino di fisica. So rispondere a una, massimo due delle dieci domande. Mi sono dimenticata che era oggi il compito e non ho ripassato. Dannazione!</p>
<p>Cerco Elena con lo sguardo. Troppo lontana per scroccarle suggerimenti. Angela invece è dietro di me, peccato che io, da perfetta imbecille, ci abbia appena litigato, giusto l’ora prima. Se questo compito in classe va male&#8230; No! Non voglio rivivere quella mattinata schifosa!</p>
<p>Picchio la mano aperta contro la parete. «Come si sistema questa cosa entropica?»</p>
<p>«Bisogna trovarne la causa. Ed è quello che <em>non</em> devi fare. Non stiamo parlando di un fenomeno naturale. Questo genere di alterazioni sono artificiali, e l’umanità non dispone della tecnologia necessaria per manipolare lo spazio-tempo.»</p>
<p>«Perciò cosa dovrei fare?»</p>
<p>«Andiamocene finché siamo in tempo.»</p>
<p>Faccio cenno di no con la testa. «Dov’è Roberto?»</p>
<p>«Non lo so. Ma dovunque sia non lo puoi aiutare. Silvia, non sto scherzando, questo posto è pericoloso. Molto pericoloso. Andiamo via. Adesso.»</p>
<p>Mi mordo il labbro inferiore. «Non sarei una vigliacca se scappo?»</p>
<p>«Saresti una stupida se rimani.»</p>
<p>È come in quel manga, quello del lupo solitario, che ho scaricato credendolo una romantica storia di licantropi e invece c’erano solo samurai che si sbudellavano. Il bambino figlio del protagonista può scegliere la spada o la palla colorata. Se sceglie l’arma lo aspetta una vita infernale di sangue e morte; se sceglie il giocattolo, il padre lo ucciderà.</p>
<p>La porta spalancata sul pianerottolo o la porta della camera di Roberto? Quale delle due è la spada? Quale la palla? Perché devo scegliere? Non è giusto!</p>
<p>«Non voglio lasciare Roberto» mormoro.</p>
<p>«Davvero vale la pena rischiare la vita per un ragazzo? Silvia, ricordati, devi sempre essere sincera, e non con me, con te stessa.»</p>
<p>«Se io&#8230; se io imparo a usare la Magia, poi potrò tornare e&#8230;»</p>
<p>«Certo!»</p>
<p>Stringo i pugni. Roberto, non ti sto abbandonando! Ti prometto – ti giuro – che tornerò a cercarti. Qualunque cosa ti sia successa, ti troverò! E tu sai che io mantengo sempre le mie promesse. Per le questioni importanti. Se posso.</p>
<p>«Allora, possiamo andarcene.» Do le spalle alla camera di Roberto. Ho i muscoli ancora tesi, ma il sollievo per la decisione presa ha il gusto di una bella birra ghiacciata.</p>
<p>«Ti va di pranzare fuori?» chiedo al coniglietto. Non ho voglia di tornare subito a casa, mamma sarà ancora incazzata per la storia del fumo e io sono troppo stanca per litigare. «Qui vicino c’è una pizzeria buonissima. Ti piace la pizza?»</p>
<p>Lui sospira. «No, non mi piace la pizza. Tranne quella con le acciughe. Ma va bene lo stesso, basta che ci sbrighiamo.»</p>
<p>Un cigolio, dietro di me.</p>
<p>Non ti voltare, non ti voltare.</p>
<p>Il cigolio diviene un lamento. Si interrompe. Rumore di passi.</p>
<p>Roberto?</p>
<p>Mi volto. La porta della camera è spalancata. Un alone di luce gialla si spande sullo strato di polvere davanti all’uscio. Un’ombra si allunga fino alla parete opposta. Il proprietario dell’ombra è nascosto dal battente.</p>
<p>«Roberto? Roberto sei tu?»</p>
<p>L’ombra esita. Quindi cresce, sale fino al soffitto. La punta di una scarpa sbuca da dietro la porta aperta.</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c05_coniglio.jpg" alt="Coniglietto vicino alla stufa" title="Coniglietto vicino alla stufa" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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<tr>
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</tr>
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		<title>Capitolo 4</title>
		<link>http://silvia.gamberi.org/2009/08/capitolo-4/</link>
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		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 14:28:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>
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</table>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">Masako scuote la testa, il numero chiamato non risponde. Rigiro il cellulare tra le dita, lo appoggio al mento. Ho chiamato Roberto ogni tre minuti durante il tragitto fino al quartiere universitario e non ha mai risposto. Almeno venti telefonate a vuoto. Non è da lui ignorare la sua principessa, per nessun motivo.</p>
<p>«Hai intenzione di camminare o dobbiamo fermarci a ogni passo?» </p>
<p>Mi sono abituata al peso del Conte sulla spalla. Molto meno al suo atteggiamento insensibile e maleducato.</p>
<p>«Scusa tanto se sono in ansia per il mio ragazzo, ok?»</p>
<p>Il Conte mi stringe più forte la spalla con una zampetta; con l’altra prende una sigaretta e se la infila in bocca. «Già, già.» Accende la sigaretta. «Basta che ci diamo una mossa, non devi perdere un’intera mattinata di allenamenti solo perché puccipucci ha il cellulare spento.»</p>
<p>«Non capisci. Non è da lui comportarsi così. Ho controllato», per scrupolo ordino un’altra volta a Masako di mostrare l’elenco dei messaggi ricevuti, «ieri sera non mi ha inviato l’sms della buonanotte, né l’sms del buongiorno questa mattina. Da quando siamo insieme non si era mai scordato. Ho paura che gli sia successo qualcosa.»</p>
<p>«Toglimi una curiosità, da quanto tempo conosci questo tipo?»</p>
<p>«Novantatre giorni. Contando oggi.»</p>
<p>Il Conte mi soffia in faccia una nuvoletta di fumo grigio. «È proprio l’amore di una vita.»</p>
<p>Sì lo è! Per esserne sicura ho chiesto nei forum online, e tutte le commentatrici sono state concordi: non importano i giorni o gli anni, importa quanto siano puri e profondi i sentimenti. E i nostri sentimenti sono profondissimi, è Amore con la A maiuscola.</p>
<p>«Almeno <em>io</em> ho qualcuno che mi vuole bene.»</p>
<p>Il coniglietto mi scruta con i suoi occhietti carbone. «Silvia, sono parole molto dolci, ma temo che tu stia equivocando il nostro rapporto.»</p>
<p>Caccio fuori la lingua. «Non mi riferivo a te, mostriciattolo peloso!»</p>
<p>«Non sai cosa ti perdi» borbotta lui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il Sole fa brillare il groviglio di tubi in agguato sul tetto del Dipartimento di Fisica e Matematica; riflessi argento disegnano il profilo delle condutture, tracce di condensa luccicano intorno ai bocchettoni. Secondo la spiegazione di Roberto, sarebbe l’impianto di refrigerazione per la sala server. A me pare più un calamaro gigante, con lunghi e grassi tentacoli. Un mostro schifoso uscito dalle pagine di un <em>hentai</em>.</p>
<p>Gli è successo qualcosa.</p>
<p>Non voglio pensarci.</p>
<p>«Allora, cosa stiamo aspettando? Entriamo.» Il coniglietto spegne il mozzicone contro il muro dipinto di bianco, lasciando un cerchietto di cenere. Butta la cicca per terra.</p>
<p>Rimetto in tasca il cellulare – le mani mi tremano un pochino. «Andiamo.»</p>
<p>Le porte a vetri scivolano di lato, silenziose. Il tocco gelido dell’aria condizionata mi punge la pelle e mi dà i brividi.</p>
<p>«Da che parte?» chiede il Conte.</p>
<p>«Se Roberto è in Dipartimento sarà in laboratorio, all’ultimo piano.»</p>
<p>Per raggiungere gli ascensori attraversiamo un salone occupato da file e file di terminali. L’enorme aula è deserta; l’unico suono è il ronzio di pochi PC lasciati accesi. Le luci al neon splendono intense, sembrano le lampade di una sala operatoria. Non le ricordavo così feroci.</p>
<p>Cavi grigi nascono dal retro di ogni computer, percorrono canaline scavate nei tavoli e si agganciano a quattro colonne rivestite di prese. Mi danno una sensazione di nausea, come fossero matasse di vermi intente a divorare la carne rimasta attaccata a gambe scheletriche.</p>
<p><em>Squish</em>.</p>
<p>Un suono organico, lo strisciare di <em>qualcosa</em>. Mi fermo con il piede alzato, a metà del passo. Una goccia di sudore scende lungo la spina dorsale. «Hai sentito?» sussurro al Conte.</p>
<p>«Sì. Sono le tue scarpe da tennis sul pavimento lucido.»</p>
<p>Finisco il passo. <em>Squish</em>.</p>
<p>«Non me ne ero accorta.»</p>
<p>«Male. Non ti devi mai distrarre.»</p>
<p>«Scusa, va bene?»</p>
<p>Il Conte contrae il musino in una smorfia di disapprovazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Premo il pulsante per chiamare l’ascensore. La parete ai lati del vano è coperta da annunci, appuntati a due bacheche di legno. Qualcuno vende una chitarra elettrica, usata pochissimo; altri cercano aiuto per l’esame di Matematica del Discreto – che cavolo di nome; una pizzeria offre lo sconto del dieci percento agli universitari.</p>
<p>Perché l’ascensore non si sbriga?</p>
<p>Il Conte accenna agli annunci con una zampetta. «Se non fossi una Maga, cosa ti sarebbe piaciuto studiare?»</p>
<p>«Come? Non so. Veterinaria?»</p>
<p>Per una volta il musino del coniglietto si rilassa. L’espressione non è più così seria, affiora una sfumatura di tenerezza. «Davvero?»</p>
<p>Ma certo! Dopo averti conosciuto ho proprio voglia di dedicare l’esistenza a curare gli animali. «No.»</p>
<p>«Immaginavo.»</p>
<p>Le porte dell’ascensore si aprono con un sibilo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il quinto piano è un intrico di corridoi. Gli uffici e i laboratori si susseguono anonimi, identificati da targhette di cinque caratteri che non vogliono dir niente. Scommetto che è solo un modo per darsi arie e nient’altro, così i vecchi professori bavosi del Dipartimento possono illudersi di lavorare in un qualche centro di ricerca segreto, uscito da un film di James Bond.</p>
<p>Per fortuna ho ben presente come arrivare al laboratorio di Elettrodinamica. È in fondo a un corridoio che attraversa l’intero piano, a pochi passi da uno slargo dove sono ospitate due macchinette, una per il caffè, l’altra per le bibite fresche.</p>
<p>Un paio di volte ho aspettato lì che Roberto finisse la bevanda al gusto di cioccolato – la sua preferita –, e la smettesse di chiacchierare con compagni di corso o professori. Lo rivedo mentre mescola la cioccolata con il cucchiaino di plastica, solleva il viso, mi sorride e poi <em>continua a blaterare di matematica con qualche persona inutile</em>. Invece di precipitarsi ad abbracciare la sua principessa. Sono quei momenti in cui proprio non lo capisco – dovrò chiedere nei forum.</p>
<p>Svoltiamo a sinistra e ci troviamo davanti uno sgabuzzino per le scope.</p>
<p>«Ma&#8230;» Sono sicura di non aver sbagliato strada. Indietreggio fino all’incrocio. Segno sulla punta delle dita: il secondo corridoio a destra dall’ascensore, svoltare a sinistra, sempre dritto. E siamo finiti in un vicolo cieco. Il Dipartimento è cambiato?</p>
<p>«Non mi hai detto di essere già stata qui?»</p>
<p>«Sì. Ma devono aver ristrutturato i locali o qualcosa del genere.»</p>
<p>«Riesci a trovare la strada con la mappa?» Il Conte indica un riquadro appeso accanto alla porta con targhetta 01408.</p>
<p>Studio la planimetria. Non ricordo la sigla del laboratorio di Elettrodinamica, ma individuo lo slargo delle macchinette: è l’unico punto dove la geometria di linee rette dei corridoi è interrotta.</p>
<p>Imbocco il corridoio a destra. «Per di qua.»</p>
<p>Come hanno fatto a stravolgere il Dipartimento in così poco tempo? Non vedo tracce di lavori, eppure hanno rivoltato l’intero piano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Riconosco la porta dipinta di rosso: a quanto pare il laboratorio è rimasto vicino alle macchinette. Meno male. Mi accosto al battente, da dietro viene un vociare sommesso. Busso. Le voci tacciono.</p>
<p>«Av&#8230; avanti» balbetta qualcuno.</p>
<p>Il laboratorio è una stanzetta. Un tavolo di metallo è addossato alla parete di destra. Sul tavolo è posata un’apparecchiatura che somiglia a un forno a microonde – forse lo è. Quaderni e fasci di fotocopie sono impilati intorno al forno, un libro ad anelli è aperto davanti allo sportello dell’affare. La parete opposta è occupata da una lavagna: il gesso ha disegnato spirali bianche e una sfilza di equazioni.</p>
<p>Di fronte a me, in fondo al locale, mi aspetta una scrivania. Il ripiano è invaso da cartacce, tranne un angolo, dove è sistemato un monitor. Il PC è sul pavimento, sotto il mobile. In piedi, accanto alla scrivania, due ragazzi.</p>
<p>Il primo è mingherlino e porta gli occhiali; nonostante il caldo indossa un maglione verde marciume. Storco il naso: puzza di sudore. Il secondo sfigato è più basso, ha il viso tondo e due occhi infossati che suggeriscono demenza. Si sta pulendo le dita su una maglietta che ritrae un vampiro con le ali spiegate e la testa di polipo.</p>
<p>Essere sotto lo sguardo di questa coppia di imbecilli mi dà l’impressione che un ragnetto mi risalga lungo il corpo. Quando l’interesse dei due si concentra sul Conte, gli carezzo piano la schiena, per tranquillizzarlo.</p>
<p>«Io volevo solo sapere se c’era Roberto.»</p>
<p>I due si scambiano un’occhiata. «Vorrei proprio saperlo anch’io!» sbotta il ragazzo puzzolente. «Sono quindici giorni che non si fa vedere e non risponde alle mail, se pensa che stia–»</p>
<p>«De Gregorio!» Una voce rauca, alle mie spalle. Mi scosto dal vano della porta per lasciar passare un signore in giacca e cravatta, un po’ gobbo, con i capelli brizzolati. Facile identificarlo: Vecchio Professore Bavoso. Il professore regge tra le dita chiazzate di vecchiaia un bicchierino di plastica.</p>
<p>«De Gregorio», continua il professore, «quante volte le ho già ripetuto che non gradisco quando si alza la voce nel mio ufficio?»</p>
<p>«Mi scusi.»</p>
<p>Il professore poggia il bicchierino sul tavolo di metallo. Una goccia di caffè sfugge oltre il bordo e macchia la pagina di un quaderno. Sporca la parola “decoerenza”. «E lei, signorina? Desidera? Guardi che anche se oggi è il mio giorno di ricevimento, io sono ufficialmente in vacanza da settimana scorsa.»</p>
<p>«No, no, io ero passata solo per vedere se c’era Roberto.»</p>
<p>«Il Lanzi?»</p>
<p>«Sì.»</p>
<p>«Capisco.» Il professore riprende il bicchierino e assaggia il caffè. «Lei è parente?»</p>
<p>Deglutisco. Perché me lo chiede? Perché solo a un parente si possono dare brutte notizie? <em>Orribili</em> notizie? «Sono&#8230; sono la sua fidanzata.»</p>
<p>«Interessante. Se le capita di vederlo, gli dica che aspetterò fino a venerdì. Poi intendo avvertire il consiglio di facoltà e le autorità competenti. Stiamo parlando di&#8230; quante ore, Biasi?»</p>
<p>«Trecent&#8230; trecent&#8230; trecentonovantaquattro» risponde il ragazzo con le dita unte.</p>
<p>«&#8230; di trecentonovantaquattro ore di elaborazione su <em>Blue Sakura</em>. Ore di affitto del supercomputer regolarmente pagate dal Dipartimento. Sono migliaia di euro di cui il Lanzi deve rendere conto.»</p>
<p>«Non credo di aver capito. Roberto avrebbe truffato l’università? Ma non è possibile! Non lui. Dev’esserci un malinteso.»</p>
<p>«Lei mi sembra una brava ragazza.» Il professore mi rivolge uno sguardo viscido, degno di un pervertito che offre caramelle alle bambine. «E possiede uno splendido coniglietto.»</p>
<p>Muovo un passetto all’indietro. «Grazie.»</p>
<p>«Dunque non si preoccupi, vedrà che si sistemerà tutto. Però, se incontra il Lanzi, riferisca il mio messaggio.» Il professore si protende verso di me, giurerei che il collo gli si è allungato. «Siamo d’accordo?»</p>
<p>«Certo, certo.»</p>
<p>Mi affretto a chiudermi la porta alle spalle. Mentre mi allontano, sento ancora la voce rauca del professore. «Gli avete dato da mangiare sì o no? O volete che scorrazzi affamato per il Dipartimento come l’ultima volta?»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Rimugino sulle parole del vecchio bavoso finché non mi accorgo che il tram è inchiodato da una vita alla fermata di via Garrotta.</p>
<p>Perché deve salire una tizia con le stampelle. </p>
<p>La tizia prima deve porgere le stampelle a qualche buonanima. Poi deve farsi aiutare da altri due per issarsi sui gradini. E a quel punto è scattato il rosso all’incrocio.</p>
<p>Mi rimetto seduta, scuotendo la testa.</p>
<p>Siccome ti sei rotta un piede devono essere tutti al tuo servizio, vero? No, carina, non è giusto. Se non puoi camminare rimani a casa, ok? Non è un concetto difficile da comprendere.</p>
<p>Io le persone egoiste non le sopporto. Sono cieche e meschine. Vedono solo loro stesse e non capiscono che altri possono avere problemi ben più gravi delle loro fisime. Per questo litigo sempre con mamma. Non c’è verso di farle capire che non c’è solo lei al mondo.</p>
<p>Il tram riparte con uno scossone. Piego l’anulare della destra. Mancano ancora tre fermate per piazza Savona, dove abita Roberto. Provo a chiamarlo per l’ennesima volta. Niente da fare.</p>
<p>Forse è a letto con l’influenza, ha lasciato in giro il cellulare e non riesce ad alzarsi per andarlo a prendere. A letto con l’influenza? In pieno luglio? <em>Gli è successo qualcosa</em>.</p>
<p>Liscio il pelo sulla schiena del Conte, che mi si è acciambellato in grembo. Il coniglietto, appena salito, ha fatto il pazzo, balzando tra le gambe della gente e saltando sopra gli schienali dei sedili, poi di colpo si è calmato, come un giocattolo a molla che esaurisca la carica.</p>
<p>Il Conte piega la testolina e mi lecca le dita. Lo gratto tra le orecchie. In fondo è un bravo animaletto, quando non si lascia trasportare dalle sue paranoie squinternate.</p>
<p>Fermata di via Nicoletti. Un gruppo di ragazzi ha il naso appiccicato alle vetrine della fumetteria. Il pomeriggio del nostro ventiduesimo giorno, Roberto mi ha accompagnata e mi ha comprato tutti i volumetti di <em>Video Girl Ai</em>, che volevo tanto leggere. Non ho dovuto neanche insistere tanto, meno di dieci minuti di capricci. Roberto è davvero dolcissimo.</p>
<p>Sfila il cinema <em>Belati</em>, chiuso da anni.</p>
<p>Manca una fermata.</p>
<p>Mi alzo. Davanti all’uscita è piantata una signora grassoccia, china sulla propria borsa. Ci rovista dentro con la stessa foga dei barboni che frugano tra la spazzatura del mercato comunale.</p>
<p>Il tram rallenta.</p>
<p>Sospiro. Perché sono circondata da mentecatti? «Io dovrei scendere.»</p>
<p>La signora solleva il grugno sudato. Mi rivolge uno sguardo bovino. «Scusa» biascica. Si sposta di lato.</p>
<p>Le concedo un’ultima occhiata sprezzante. Non te l’hanno insegnato che non bisogna mai scusarsi?</p>
<p>I freni del tram stridono. Le porte a soffietto ansimano e si aprono. Scendo con un saltello. Il tram riparte. Colgo la signora immobile dietro a un finestrino. Mi osserva con espressione dubbiosa.</p>
<p>Sfigata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Seguiamo il perimetro di piazza Savona fino a un negozio di ferramenta. Svoltiamo in una stradina con il selciato in pavé. «Fermati un attimo» dice il Conte.</p>
<p>Il coniglietto balza sopra un cassonetto dei rifiuti. Da sotto la pancia estrae un borsellino; lo capovolge e con una zampetta ne cava fuori poche banconote. Ripiega con cura i soldi e li nasconde tra il pelo. Spinge il borsellino nel cassonetto, infilandolo nello spiraglio lasciato libero dal coperchio, non del tutto chiuso.</p>
<p>Rimango a bocca aperta. «Ma allora&#8230;»</p>
<p>«Allora cosa?»</p>
<p>«La signora, poco fa&#8230; Cercava il borsellino che <em>tu</em> le hai rubato!»</p>
<p>«Sì, esatto. Cosa credevi? Che avessi il marsupio di Doraemon? Le sigarette non me le danno gratis.» Il Conte ne prende una e se la mette in bocca. «Vedi? Ne parlo e mi viene subito voglia.» La accende. «E comunque, se ti dà fastidio, quando avrai imparato a usare la Magia potrai restituire con gli interessi tutto quello che ho requisito per necessità operative.»</p>
<p>«Non c’era bisogno di rubare. Bastava che mi chie-»</p>
<p>«Silvia» mi interrompe lui. «Seconda regola: conosci te stessa.»</p>
<p>«Ma che significa?»</p>
<p>«Significa che devi sempre essere onesta con te stessa. Per usare il tuo rozzo modo di esprimersi: puoi combinare immensi casini senza neanche accorgertene. Non deve succedere. Un Mago non può permettersi un inconscio. Non può permettersi di avere emozioni e desideri al di fuori del proprio controllo razionale.»</p>
<p>Che bel discorsetto! Sembra preso dal quaderno di Angela, quello dove trascrive tutte le scuse più assurde che hanno funzionato con i prof. Giustificazioni del tipo: <em>non posso fare il disegno, sono allergica all’elettricità statica dei righelli</em> oppure <em>le macchie solari mi hanno cancellato i compiti</em>. </p>
<p>Ma i nostri prof sono dei vecchi storditi. Io no.</p>
<p>«Si può sapere cosa c’entra?»</p>
<p>Il Conte mi risale in spalla, mi sfiora la guancia con il nasino umido. «Sii sincera, davvero ti interessa se la grassona ha perso il borsellino?»</p>
<p>«Veramente sarebbe una questione di principio.»</p>
<p>«Non esistono principi. Esiste solo ciò che tu desideri.» </p>
<p>Vuol dire che sarebbe colpa <em>mia</em> se <em>lui</em> è uno scippatore? È peggio di discutere con mamma! Pazzo, permaloso, paranoico, ladro. E la responsabilità è mia, proprio. «Non credo che–»</p>
<p>«La lezione è finita» taglia corto il coniglietto. «Ora muoviamoci.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Proseguiamo in silenzio fino al civico 12. Indietreggio di un passo e alzo lo sguardo. La finestra della camera da letto di Roberto è chiusa, le persiane accostate.</p>
<p>Ho un bruttissimo presentimento.</p>
<p>«È qui?» chiede il Conte.</p>
<p>«Sì.»</p>
<p>Spingo il portone. L’atrio è in penombra. L’unica luce filtra dal vetro unto del lucernaio. Non c’è portineria, né ascensore. Poche cassette delle lettere sono allineate all’interno di un armadio senza ante. Il mobile separa due rampe di scale: una sale, l’altra scende verso le cantine.</p>
<p>Saliamo.</p>
<p>I gradini di ferro cigolano quando ci poso i piedi. Il corrimano oscilla, come se si fossero dimenticati di stringere i bulloni. L’umidità gonfia l’intonaco delle pareti. Rampicanti di muffa decorano i muri.</p>
<p>«Che topaia» constata il Conte. Incastra la cicca appena fumata in una crepa. Uno scarafaggio sguscia fuori dal pertugio e zampetta via. Sparisce tra le ombre.</p>
<p>«Non è facile trovare un appartamento a poco, gli affitti sono carissimi in questo periodo» spiego. «E Roberto non vuole pesare sulla famiglia, oltre a studiare lavora part-time per la segreteria di facoltà.»</p>
<p>«Commovente.»</p>
<p>Giusto il ladro deve fare sarcasmo sulle persone oneste!</p>
<p>«All’interno l’appartamento è carino. Roberto lo ha arredato con molto gusto.»</p>
<p>«Sul serio?» Il Conte è già alle prese con una nuova sigaretta. «Se mi dici così, non sto più nella pelle dalla curiosità.»</p>
<p>Sul pianerottolo, faccio due lunghi respiri, per calmarmi. Premo il pulsantino bianco del campanello. Il trillo echeggia dietro la porta. Rimango con il dito sul campanello per un intero minuto, ma nessuno viene ad aprire.</p>
<p>«È fuori o è morto» dice il Conte. «Noi la buona volontà ce l’abbiamo messa, possiamo andarcene.»</p>
<p>«Non ancora.» Prendo dalla tasca dei pantaloncini il portachiavi di Pikachu e scorro le chiavi appese alla coda a forma di fulmine. Scelgo quella che ho segnato con un minuscolo cuoricino rosso. La mostro al coniglietto. «Malfidente che non sei altro.»</p>
<p>Infilo la chiave. Giro a destra, a sinistra. Forse è già aperto. Provo la maniglia, ma è rigida. Tolgo la chiave e sbircio nel buco della serratura: magari è ostruito. Calma, devo restare calma. Reinserisco la chiave e la giro con più forza. Le dita sudaticce scivolano sul metallo e perdo la presa.</p>
<p>«È strano. Roberto ha cambiato la serratura per qualche ragione.»</p>
<p>«Per non farti più entrare?»</p>
<p>«No. Non lo farebbe mai. È successo qualcosa, forse ha ragione il prof dell’università, dobbiamo chiamare la polizia.»</p>
<p>«Come se avessimo tempo da buttare.» Il Conte sbuffa. «Devo sempre pensare a tutto io. Hai una spilla per capelli? Una graffetta? Fil di ferro?»</p>
<p>«Non credo. Ma per farne cosa?»</p>
<p>«Dammi il portafoglio.»</p>
<p>«Come? Ti pare il caso di metterti a rubare a me? Adesso?»</p>
<p>Il coniglietto posa sul corrimano la cicca non ancora fumata del tutto, attento a che stia in equilibrio. «Avanti, voglio solo una delle patacche che ci hai appiccicato sopra.»</p>
<p>Porgo il portafoglio al Conte. Lui strappa via una spilla tonda rosa con Hello Kitty in spiaggia. Disfa il fermaglio, scarta la copertura di plastica e il sottostante disco di metallo. Distende per bene il lungo ago. Lo conficca nel solco tra due mattonelle del pavimento. Facendo leva piega l’arnese, dando all’ultimo tratto una sagoma a L.</p>
<p>«Tienimi sollevato all’altezza della serratura.»</p>
<p>Stringo il coniglietto per i fianchi e lo avvicino alla porta. Lui sfila la chiave e inserisce al suo posto l’affare appena creato, con il piedino della L rivolto verso l’alto.</p>
<p>Mi chino per osservare meglio quello che combina il Conte.</p>
<p>Il coniglietto fa scorrere più volte l’arnese per la lunghezza della serratura, spingendo in su e applicando una leggera torsione. Dopo il secondo passaggio, interrompe l’operazione per scostarsi un ciuffo di pelo dagli occhi. Al terzo passaggio dà uno strattone. <em>Clic</em>! Il Conte si divincola dalla mia presa e si abbranca alla maniglia. La porta si socchiude.</p>
<p>«Non dirmi che hai anche l’abitudine di svaligiare gli appartamenti.»</p>
<p>Il coniglietto riprende la sigaretta. «Diciamo che in gioventù ho fatto le mie esperienze.» Mi indica il battente. «Dopo di te.»</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c04_coniglio.jpg" alt="Coniglietto acculturato" title="Coniglietto acculturato" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
<table style="width: 100%; background-color: #EFEEC7; border-style: solid; border-width: 1px; border-color: #dfdeb7;">
<tr>
<td style="text-align: left">«<a href="http://silvia.gamberi.org/2009/08/capitolo-3/">Capitolo precedente</a></td>
<td style="text-align: center"><a href="http://silvia.gamberi.org/smq-info/">Scarica i Capitoli finora pubblicati</a></td>
<td style="text-align: right"><a href="http://silvia.gamberi.org/2009/08/capitolo-5/">Capitolo successivo</a>»</td>
</tr>
</table>
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		<title>Coniglietti Quantici</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 15:37:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Extra]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[Un piccolo interludio in attesa del capitolo quarto! Nonostante il romanzo di cui sono protagonista non abbia solide basi scientifiche, forse a qualcuno potrebbe lo stesso interessare saperne di più riguardo al collasso della funzione d&#8217;onda delle particelle.Di testi introduttivi alla meccanica quantistica ce ne sono a bizzeffe, uno però merita particolare attenzione, perché in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un piccolo interludio in attesa del <a href="http://silvia.gamberi.org/2009/08/capitolo-4/">capitolo quarto</a>!
</p>
<p>Nonostante il romanzo di cui sono protagonista non abbia solide basi scientifiche, forse a qualcuno potrebbe lo stesso interessare saperne di più riguardo al <em>collasso della funzione d&#8217;onda delle particelle</em>.<br/>Di testi introduttivi alla meccanica quantistica ce ne sono a bizzeffe, uno però merita particolare attenzione, perché in copertina vi sono dei coniglietti! – un sentito ringraziamento al <a href="http://www.steamfantasy.it/blog/">Duca</a> per avermelo segnalato tempo fa.
</p>
<p>Sto parlando di <strong><em>I Conigli di Schrödinger. Fisica Quantistica e Universi Paralleli</em></strong> di Colin Bruce. <a href="http://www.ibs.it/code/9788860300508/bruce-colin/conigli-di-schr-ouml-dinger-fisica.html">Qui</a> la scheda presso la libreria online iBS.it. Per chi non ha problemi con l&#8217;inglese, l&#8217;edizione in lingua originale, <strong><em>Schrödinger&#8217;s Rabbits: The Many Worlds of Quantum</em></strong>, è facilmente reperibile in Rete.</p>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/x01_libri.jpg" alt="Copertine dei due volumi" title="Copertine dei due volumi" /></p>
</p>
<p><strong><em>I Conigli di Schrödinger</em></strong> propone l&#8217;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Oxford_interpretation">interpretazione di Oxford</a> o &#8220;molti mondi&#8221; della meccanica quantistica, mentre <strong><em>S.M.Q.</em></strong> si basa maggiormente sull&#8217;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Wigner%27s_interpretation_of_quantum_mechanics">interpretazione di Wigner</a>. Tuttavia questi sono dettagli. Il libro di Colin Bruce rimane una lettura piacevole e affascinante, che consiglio a tutti – non è richiesta nessuna previa conoscenza di fisica o matematica, solo un po&#8217; di curiosità e attenzione. E poi ci sono degli <strong>adorabili</strong> coniglietti in copertina!</p>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/x01_coniglio.jpg" alt="Coniglietto quantico!" title="Coniglietto quantico!" /></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Capitolo 3</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Aug 2009 20:35:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; Le stelle brillano tanto vicine che so di poterle catturare. Mi alzo in punta di piedi sulla sabbia e strappo una stella dal firmamento. Stringo la sfera di fuoco tra le dita: la luce è abbagliante; fiamme bianche mi lambiscono il braccio. Lascio cadere l’astro: [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
<table style="width: 100%; background-color: #EFEEC7; border-style: solid; border-width: 1px; border-color: #dfdeb7;">
<tr>
<td style="text-align: left">«<a href="http://silvia.gamberi.org/2009/08/capitolo-2/">Capitolo precedente</a></td>
<td style="text-align: center"><a href="http://silvia.gamberi.org/smq-info/">Scarica i Capitoli finora pubblicati</a></td>
<td style="text-align: right"><a href="http://silvia.gamberi.org/2009/08/capitolo-4/">Capitolo successivo</a>»</td>
</tr>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">Le stelle brillano tanto vicine che so di poterle catturare. Mi alzo in punta di piedi sulla sabbia e strappo una stella dal firmamento. Stringo la sfera di fuoco tra le dita: la luce è abbagliante; fiamme bianche mi lambiscono il braccio. Lascio cadere l’astro: si spegne sfrigolando a contatto con il terreno.</p>
<p>Salto e sfioro con i polpastrelli una seconda stella, piccola e rossa. La stella, infastidita, si ritrae dietro la volta celeste.</p>
<p>Così sono nati due buchi neri, sopra di me. Dev’essere quello lo scopo del gioco. Mi impegno a spaventare le stelle. Quelle con i riflessi più lenti le acchiappo e le lancio tra la sabbia. Presto il cielo diviene una distesa oscura. Allora mi accorgo che all’orizzonte sorge una casetta, con le finestre illuminate.</p>
<p>Raggiungere la casetta non è facile. La spiaggia è ormai ricoperta dai cadaveri delle stelle, e devo stare attenta a dove metto i piedi. Inoltre se cammino in linea retta verso la piccola abitazione me ne allontano, per avvicinarmi devo compiere un percorso a spirale.</p>
<p>Arranco a piedi nudi nella sabbia grigia. La casetta diviene più nitida a ogni passo: è una casetta minuscola, una casa delle bambole. Tegole color mattone tappezzano il tetto spiovente, i muri sono dipinti di rosa, tendine ornate da fiorellini velano le finestre.</p>
<p>Quando raggiungo la porticina, mi rendo conto di essermi rimpicciolita, di non essere più alta di un soldatino. La porticina è socchiusa, intagliata in un riquadro di luce gialla.</p>
<p>«Entra, entra. Ti aspettavo» mi chiama una voce.</p>
<p>Spingo il battente e mi intrufolo nel pertugio. La casetta è composta da un’unica stanza. Il proprietario dev’essersi trasferito da poco, perché lungo le pareti sono ancora accatastati scatoloni pieni di piatti e bicchieri, e altri scatoloni con le pentole, e sedie imballate, una credenza smontata, il rotolo di una tapparella.</p>
<p>Al centro del locale mi aspetta in piedi una figura incappucciata, immobile. Una palandrana nera copre lo sconosciuto, il viso è nascosto dalle ombre del copricapo.</p>
<p>«Avvicinati.»</p>
<p>Accenno di sì con la testa. Mi fermo davanti allo sconosciuto. E lui, con un movimento fulmineo, mi afferra il polso. Dita invisibili mi pizzicano le braccia, risalgono il collo, strisciano sulla guancia, mi entrano nella testa, passando per l’orbita degli occhi. Con uno strattone mi libero dalla presa.</p>
<p>Lo sconosciuto abbassa il cappuccio. Una cascata di capelli dorati gli ricade sulle spalle. Lo sconosciuto alza il viso: è una ragazza.</p>
<p>«Ciao, Silvia!» La ragazza piega di lato il capo, socchiude i grandi occhi verdi. «Io sono pronta, ma ho bisogno di ordini scritti.»</p>
<p>«Ordini?»</p>
<p>«Mi hai detto tu di rifugiarmi qui e aspettare nuovi ordini.»</p>
<p>Ho il sospetto di aver combinato qualche stupidata di troppo alla festa di Angela. Però non ricordo accordi con misteriose ragazze dagli occhi verdi.</p>
<p>«Non so di cosa stai parlando.»</p>
<p>«Ma se non hai ordini&#8230;» La ragazza torna a coprirsi la testa con il cappuccio. Non muove più un muscolo, è pietrificata.</p>
<p>Le giro intorno. Le tocco una spalla con l’indice. Do una leggera spinta: la ragazza ha la rigidità di un manichino. Magari ha solo il sonno molto profondo.</p>
<p>Esco dalla casetta. Acqua limacciosa mi arriva all’altezza delle ginocchia. I piedi affondano in uno strato di melma gelida. Alghe viscide mi carezzano le gambe. Enormi libellule mi ronzano attorno. Mentre discutevo con la ragazza incappucciata, la spiaggia si è tramutata in uno stagno.</p>
<p>Le stelle galleggiano alla deriva, tra le ninfee. Su una nana bianca è accovacciato un rospo. Il rospo ha un cartello legato al collo con una cordicella. Mi faccio strada nel fango, mi chino verso il ranocchio e leggo il messaggio: “BACIAMI. SONO UN PRINCIPE.”</p>
<p>La pelle del rospo è color verde muffa, chiazzata da macchie giallastre, degne di un malato di cirrosi. La testa bitorzoluta luccica come se fosse ricoperta di muco. Gli occhi sembrano quelli di un pesce morto. È una creatura disgustosa. Però è solo un sogno. Accosto le labbra al muso dell’anfibio.</p>
<p>Premo appena. È una sensazione nauseante. È leccare la carne putrida di un cane in decomposizione. Mi pulisco la bocca più volte con il dorso della mano. Sto per rigettare.</p>
<p>Il rospo si gonfia. I tessuti si lacerano, rivoli di sangue nero e pus colano nello stagno. Spuntano gambe, e dita nascono dalle gambe, un occhio si spalanca sulla coscia, un braccio cresce dal ginocchio, ossa si distendono a ventaglio dal gomito, unghie affilate rompono vene e muscoli della spalla.</p>
<p>«Che schifezza» mormoro.</p>
<p>Dietro il rospo, l’intrico di carne e organi freme e si dirama, si espande, assume la forma di un uovo. Le pareti dell’uovo si sgretolano, qualcosa di peloso striscia verso l’esterno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Colpisco con una manata il mostro peloso, facendolo volare giù dal letto.</p>
<p>La camera rotea intorno a me, come se fosse il cestello di una lavatrice in funzione. Se la stanza non si ferma subito, vomito la cena. Artiglio il lenzuolo, chiudo gli occhi. Rallento il respiro.</p>
<p> Conto fino a venti. Riapro con cautela gli occhi: la camera non balla più, anche se i muri ondeggiano ancora. Un libro cade dal ripiano più alto della libreria.</p>
<p>Il mostro peloso risale sul materasso e si accuccia dietro il cuscino. Solleva il capo e mi spia con occhietti carbone da sopra il guanciale. Il muso è contratto in una smorfia di disapprovazione.</p>
<p>Non è un mostro, è il Conte.</p>
<p>«Ben svegliata. Esuberante fin dal mattino» dice il coniglietto. «Meglio così. Su, forza, alzati.»</p>
<p>Mi drizzo a sedere, la schiena contro la parete. Sono immersa in un bagno di sudore, la testa mi scoppia, ho la nausea. E ho sete – il caldo è asfissiante. Mi sento a pezzi proprio come ieri mattina, ma non sono reduce da una festa. Ci mancavano giusto gli incubi nel cuore della notte<em>.</em></p>
<p>Dalla finestra aperta si insinua una luce ovattata. È una luce troppo smorta per dare nitidezza ai dettagli, è più simile a un drappo grigio, steso a coprire il mondo.</p>
<p>«Ma che ore sono?» biascico. La lingua è attaccata al palato e ho difficoltà a parlare.</p>
<p>«Quasi le sei.»</p>
<p>«Le sei? Le sei del mattino?» Per forza sono intontita. «Io non posso alzarmi prima delle dieci, me lo vieta la mia religione.»</p>
<p>Il Conte zampetta verso di me. «Alzati! E non farmelo ripetere.»</p>
<p>«Dopo, adesso non–» colgo con la coda dell’occhio il coniglietto che si infila sotto il lenzuolo. Il pelo mi solletica i piedi. Una fitta alla caviglia.</p>
<p>«Ahia!»</p>
<p>Scatto in piedi, ricado, scalcio. Il Conte è abbrancato al mio piede. I dentoni hanno strappato il pigiama, scompaiono nel rosa della carne. Un filo di sangue disegna il profilo del tallone.</p>
<p>«Mi&#8230; mi hai morso!» Lacrime mi riempiono gli occhi. «Mi fa male!»</p>
<p>Il coniglietto molla la presa, arretra con un saltello. «Posso farti ben più male. Alzati! Subito!»</p>
<p>Stringo la caviglia martoriata con entrambe le mani. Il sangue scorre tra le dita, tinge di rosso il lenzuolo. Non sono mai stata morsa in vita mia, è un’esperienza atroce! «Che male, che male, che male!»</p>
<p>Le lacrime mi rigano le guance. «Non voglio diventare un coniglio mannaro!»</p>
<p>«Non lo diventerai, non te lo meriti» risponde il Conte.</p>
<p>Il coniglietto torna di fronte a me. Mi annusa, con la stessa malizia di un leone che sceglie la sua preda tra le gazzelle più deboli del branco. Indietreggio. Il Conte accenna un nuovo attacco. Sgattaiolo verso il fondo del letto, sotto i palmi non trovo più il materasso: rotolo giù e picchio il sedere per terra.</p>
<p>Il coniglietto mi scruta dall’alto in basso. Si infila in bocca una sigaretta. «Adesso.» Accende la sigaretta. «Adesso sbrigati a lavarti e vestirti. Ti voglio pronta in un quarto d’ora, capito?»</p>
<p>Tremo. Per il dolore lancinante alla caviglia, per la paura e per la rabbia. Giuro che se mi sveglia un’altra volta così lo vendo a un circo! Ma non ho il coraggio di pensarlo a voce troppo alta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Non riesco a smettere di sbadigliare. Mi stiracchio. Starnutisco. Il Conte mi ha trascinata fuori di casa senza lasciarmi neppure il tempo per asciugare i capelli dopo la doccia. Mi sono risparmiata l’umiliazione di guardarmi allo specchio prima di uscire, ma so bene di avere un aspetto miserabile.</p>
<p>Se incontro il signor Belardi minimo mi scambia per una clandestina appena scampata a un naufragio. Per fortuna alle sei del mattino non c’è in giro anima viva.</p>
<p>Alzo il viso verso il Sole. Socchiudo gli occhi, mi proteggo con il dorso della mano. Il cielo è sgombro, neanche l’ombra di una nube. Si prospetta una giornata caldissima. Forse evito di buscarmi il raffreddore.</p>
<p>«Seguimi» mi ordina il Conte, saltellando avanti a me.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Ci fermiamo all’ingresso dei giardinetti pubblici di via Torino, una traversa di viale Gozzini. I giardinetti, un ovale di verde ampio quanto un campo da calcio, sono deserti. Panchine di ferro, scolorite e arrugginite, si alternano a lampioni spenti. L’edicola in fondo alla via è chiusa; sulle serrande qualcuno ha tracciato graffiti inneggianti all’anarchia. È chiuso anche il chiosco delle bibite. Una brezza leggera solleva i lembi del telone che copre una catasta di tavolini e seggiole pieghevoli.</p>
<p>Tiro un calcio a una lattina di birra vuota. È così presto che non sono ancora neanche passati gli spazzini a ripulire i vialetti di ghiaia. «Ho sonno. Mi fa male la testa. Sono stanca.»</p>
<p>«Di fiato ne hai, e questo è l’importante.»</p>
<p>«Non ho fatto colazione.»</p>
<p>«La farai dopo. Ora comincia a correre.» Il coniglietto indica con la zampetta la pista in terra battuta che segue il perimetro dei giardinetti.</p>
<p>«Correre?»</p>
<p>«Correre. Compiere Magie coscienti richiede un enorme sforzo fisico. Se non sei in perfetta forma, rischi di non essere in grado di sopportare la fatica. Perciò devi allenarti, almeno finché non sarai abbastanza abile da manipolare il tuo stesso corpo con la Magia.»</p>
<p>«Non ho voglia.»</p>
<p>Il Conte mi balza tra i piedi. Annusa il cerotto che copre la caviglia ferita, sfodera i dentoni.</p>
<p>Schizzo in avanti e comincio a correre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Dopo il secondo giro intorno ai giardinetti sono debole sulle ginocchia, il respiro mi esce a rantoli, il sudore mi vela gli occhi. La fontanella mi appare come un miraggio. Mi trascino verso l’apparizione, mi aggrappo al becco di un’aquila di ferro, dal quale sgorga un filo d’acqua. Bevo avidamente, ficco la testa sotto il rivolo di acqua fresca.</p>
<p>«Non ti ho detto di fermarti» mi rimprovera il Conte.</p>
<p>«Non&#8230;» Ho il fiato corto, parlare è un’impresa. «Non&#8230; non ce la faccio. Non ce la faccio.»</p>
<p>Il coniglietto scala la fontanella con due agili balzi. «Sei in condizioni pietose. Sei patetica. Sei vergognosa.»</p>
<p>«Gra&#8230; grazie.»</p>
<p>Il Conte si accende una sigaretta. «Non mi avevi accennato al fatto che frequenti una piscina? Questo è il risultato?»</p>
<p>Sono una persona di buon senso: frequento la piscina perché mamma ha lo sconto al bar e per guardare i ragazzi, non per nuotare. E poi lo sanno tutti che il cloro è velenoso.</p>
<p>«Avanti, riprendi a correre. Fai un altro giro, io ti aspetto qui. Vedi di tornare prima che abbia finito la sigaretta, oppure saranno <em>guai</em>.»</p>
<p>Fisso il coniglietto, inebetita.</p>
<p>«Muoviti!» sbraita lui.</p>
<p>Strascico i piedi, ma riprendo a correre. Devo tenere una mano premuta contro il fianco, oppure il dolore alle reni mi uccide. Lo vendo a un circo, giuro lo vendo a un circo!</p>
<p>Il sentiero si restringe, ostacolato dai tronchi di due platani. Rallento il passo. Lancio un’occhiata alle spalle: fontanella e coniglietto sono spariti, nascosti dalle fronde.</p>
<p>Se io non posso vedere lui, lui non può vedere me. Per sicurezza metto tra me e il Conte l’albero di destra. Mi siedo all’ombra delle foglie, le gambe distese sull’erba, la schiena posata contro il tronco. Il sollievo è tale che mi avvolge un profumo delizioso: la torta paradiso della nonna, appena sfornata.</p>
<p>Il piano è tanto semplice quanto efficace: mi riposo un paio di minuti, poi sguscio dietro la fontanella e faccio credere al coniglietto di aver completato il giro. Sorrido tra me e me. La luce calda del Sole, filtrata dall’intrico dei rami, mi carezza il viso.</p>
<p>La torta paradiso inizia a puzzare di tabacco.</p>
<p>«Comincio a sospettare che tu sia sul serio stupida.»</p>
<p>Spalanco gli occhi. Il Conte è davanti a me, la sigaretta pendula tra le labbra. «E adesso sono costretto a morderti.»</p>
<p>«No! No, no, no, ti prego! Scusa, scusa!»</p>
<p>«Nessuno ti ha insegnato la prima regola? Non si chiede mai scusa. Perché mai ci si deve trovare nella posizione di deludere i propri maestri.»</p>
<p>Il coniglietto butta la cicca. Volto la testa in una direzione, nell’altra. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. E sono troppo stanca per alzarmi. Non ho vie di fuga.</p>
<p>Il Conte mi azzanna il polpaccio.</p>
<p>Il dolore risale al cervello. Diviene rabbia. Il mondo implode.</p>
<p>Erba, alberi, panchine, ghiaia, i palazzi lontani: ogni cosa si disgrega in una pioggia di coriandoli. I coriandoli si sfaldano in frammenti più piccoli. I frammenti si decompongono in pezzetti ancora più minuscoli. I colori sbiadiscono, il paesaggio si sbriciola in un lago di sabbia nera.</p>
<p>L’aria è scomparsa e con lei il Sole e il cielo. Non esiste nient’altro tranne la sconfinata distesa di sabbia nera. Non posso più respirare, ma non provo fastidio. Quanti minuti può rimanere senza ossigeno il cervello? Inutile contare il tempo, il tempo stesso è sabbia.</p>
<p>L’onda attraversa la realtà con rapidità infinita. Dietro di lei il mondo rinasce: colori, suoni, edifici, l’azzurro del cielo, una panchina, l’aria. Ma quando l’onda sparisce all’orizzonte, ogni cosa si ritrasforma in sabbia. Onda, sabbia. Onda, sabbia. Onda, sabbia. C’è un ritmo nella distruzione e nella creazione. Il battito del mio cuore.</p>
<p>Il fantasma sfocato della me stessa di ieri entra in un bar. Posa dieci euro sul bancone. Il suo cuore e il mio cuore aumentano il ritmo dei battiti. La frequenza dell’onda cresce in proporzione. Tornano le sensazioni, torna il dolore alla gamba.</p>
<p>Abbasso lo sguardo. Il Conte mi si è attaccato addosso come una sanguisuga. Ho visto in tanti film qual è il modo giusto per liberarmene. Quando il coniglietto diventa sabbia, prima che l’onda successiva lo ricostruisca, dipingo con il pensiero alte fiamme sul pelo cinerino.</p>
<p>L’onda si infrange sul Conte. I capillari dei miei occhi esplodono, il sangue invade i polmoni, il cuore si ferma.</p>
<p>Sono anch’io sabbia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Un tocco umido alla guancia. Incontro gli occhietti carbone del Conte. Il coniglietto mi è salito in spalla e mi sta leccando. Preme il nasino contro il mio. «Ti ho detto che compiere Magie coscienti è faticoso» sussurra. «Potevi farti male sul serio.»</p>
<p>«Io&#8230;» Ho i muscoli rigidi, le mani strette a pugno. Distendo le dita, osservo i palmi sudati. Non ho desiderato un gelato, ho desiderato incenerire il Conte. Ho immaginato le fiamme avvolgerlo e non ho provato alcun rimorso. Volevo uccidere un coniglietto! Be’, una carogna di coniglietto, ma pur sempre un coniglietto. «Io&#8230; mi dispiace.»</p>
<p>Il Conte mi salta in grembo. «Non ti preoccupare, non è così semplice togliere la vita a qualcuno con la Magia. E sono orgoglioso che tu ci abbia provato, temevo di aver a che fare con una smidollata incapace.»</p>
<p>«Mi dispiace lo stesso.»</p>
<p>«Va bene, va bene, non fare la lagna.» Il Conte sfila dalla tasca dei miei pantaloncini il fazzoletto. Mi fascia la gamba, stringe il nodo tirando con i dentoni. «Alzati, dai. Andiamo a fare colazione, sarai affamata.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il chiosco ha appena aperto, ci sediamo ai tavolini. Il Conte aveva ragione: ho i crampi allo stomaco, come se non mangiassi da una settimana.</p>
<p>Ordino una brioche all’albicocca e una limonata. Sbrano la brioche in tre bocconi, e ne chiedo subito un’altra. Poi prendo due girelle, due bomboloni, una terza brioche, una coppetta di gelato preconfezionato alla stracciatella e un sacchetto di caramelle gommose ai frutti tropicali. Il coniglietto si accontenta di un bicchierone di latte.</p>
<p>«Cosa mi è successo?» gli chiedo.</p>
<p>«Hai cercato di usare la Magia. In pochi secondi è probabile che il tuo cervello abbia consumato più energie che non durante l’intero anno scolastico. Per questo devi essere in perfetta forma. Poteva venirti un infarto.»</p>
<p>Annuisco. Mi caccio in bocca una caramella al mango. Succhiare le caramelle mi aiuta a pensare. Il coniglietto parlante e questa fame assurda sono fatti incontestabili, ma la soluzione più semplice è che mi sia sentita male per ragioni naturali. Mi sono messa a correre la mattina presto, sotto il Sole, dopo essere stata morsa da un animale selvatico. Chiunque avrebbe avuto un mancamento.</p>
<p>Bevo l’ultimo sorso di limonata e mi rilasso contro lo schienale della seggiola. I giardinetti si stanno popolando: due mamme che spingono carrozzine e chiacchierano fra loro, una coppia di pensionati, un ciclista, un signore che porta a spasso il cane. Il titolare del chiosco ha acceso la televisione, dal baracchino arrivano le note della sigla di un cartone animato. <em>Sailormoon</em>, se non sbaglio.</p>
<p>Sovrappongo al paesaggio l’immagine del lago di sabbia nera. <em>Hai cercato di usare la Magia.</em> Che stupidaggine. Porto una mano alla bocca, per coprire uno sbadiglio. «Possiamo tornare a casa? Io non mi reggo in piedi.»</p>
<p>«No. Non abbiamo tempo da perdere, guarda qui.» Il Conte mi porge un foglio A4 spiegazzato. Lo distendo sul tavolino. Il foglio è coperto da macchioline nere, tonde; alcune sono poco più di un puntino, altre hanno il diametro di una moneta da due euro. Ci sono macchie slabbrate e altre dal contorno netto. Le macchie non sono distribuite in maniera uniforme: verso il centro del foglio sono raggruppate, ai bordi sono isolate.</p>
<p>«L’ho stampato questa notte con il portatile di tua madre» continua il coniglietto.</p>
<p>«Sei entrato in camera di mamma?» Se mamma avesse colto il Conte in flagrante lo avrebbe fatto arrosto, seduta stante, magia o non magia!</p>
<p>«Tu non hai una stampante, comunque non importa. Dimmi cosa vedi.»</p>
<p>Squadro il foglio da cima a fondo. Non ci vedo niente, a parte le macchie. Giro il foglio in verticale. In diagonale. Lo capovolgo. Distinguo solo macchie nere. Macchie nere&#8230; ma certo! Dev’essere quel test dal nome strano, quello dove bisogna dimostrarsi intelligenti individuando le forme nascoste nelle macchie.</p>
<p>«Vedo&#8230; uhm&#8230; dunque, qui delle farfalle, intorno ai fiori.» Sposto il dito a indicare più in basso. «Queste sono le ruote di un treno, di quelli vecchi, a vapore. E questo è il vapore.»</p>
<p>Il Conte sospira. «Non è un test di Rorschach, razza di svampita. È un’elaborazione NASA di immagini appena giunte dal telescopio Hubble. Gli astronomi impiegheranno mesi per scoprire la vera natura di queste immagini e quando capiranno sarà troppo tardi. Perché qui», il coniglietto muove una zampetta per racchiudere in un ovale le ruote del presunto treno, «non parliamo di stelle, pianeti, comete o asteroidi. Queste sono tracce di propulsione di motori sub-luce. Una flotta di navi da guerra è appena uscita dall’iperspazio e converge verso il Sistema Solare.»</p>
<p>Faccio scorrere il polpastrello lungo il profilo del bicchiere, per raccogliere le gocce di limonata rimaste appiccicate al bordo. Infilo il dito in bocca. «È grave?»</p>
<p>«La flotta punta a raggiungere la Terra. Per ucciderti.»</p>
<p>«Oh.» Sì, certo. Come no<em>.</em></p>
<p>Dev’essere la solitudine. Dubito esistano molti altri coniglietti parlanti, il Conte deve sentirsi sempre solo. Isolato. Così per attirare l’attenzione si inventa queste storie strampalate. Si comporta allo stesso modo di un bambino piccolo.</p>
<p>«Tu non ti rendi conto» riprende lui. «Quando un Mago modifica la realtà, è come se lanciasse un sasso in uno stagno, le onde si propagano fino alle sponde. Ma le onde di una Magia non sono limitate dalla velocità della luce. Gli effetti si propagano in maniera istantanea. Nell’attimo in cui io sono apparso, le creature dell’abisso lo hanno saputo. E hanno ordinato ai loro servi di ucciderti. Non abbiamo molto tempo, secondo i miei calcoli l’avanguardia della flotta raggiungerà la Terra in dieci, dodici settimane.»</p>
<p>Riprendo in mano il foglio. Più lo studio, più mi appare chiaro che la risposta “treno a vapore + farfalle” è quella giusta. Però il Conte ha appena parlato con tale convinzione&#8230; Non era neanche un tono serio in maniera forzata, di chi stia tendendo la trappola di uno scherzo. Fisso il coniglietto e lui si affretta a pulirsi un baffo di latte. Sei un coniglietto paranoico o mi stai dicendo la verità?</p>
<p>«Devo discuterne con il mio ragazzo. Lui di queste cose se ne intende.»</p>
<p>«No. Non hai più tempo da buttare con i ragazzi o sciocchezze del genere. Meglio se te lo scordi fin da subito.»</p>
<p>«Lasciare Roberto? Non ci penso neppure. Anzi, adesso vado in Università a trovarlo.»</p>
<p>Il Conte mi guarda in cagnesco. «No.»</p>
<p>«Sì.»</p>
<p>«No.»</p>
<p>Mi alzo di scatto, rovesciando la seggiola. «E invece sì!»</p>
<p>Il brontolare in sottofondo della televisione si spegne.</p>
<p>È alle mie spalle e non posso vederlo, ma <em>so</em> che il tizio del chiosco si è girato verso di me e mi sta osservando. Afferro per la collottola il Conte. Con passo deciso mi dirigo al baracchino.</p>
<p>«Non che siano affari tuoi, ma lavoro in teatro.» Sbatto sul bancone il portafoglio. Le spille di <em>Hello Kitty</em> che ci ho attaccato sopra tintinnano. «Quanto ti devo?»</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c03_coniglio.jpg" alt="Coniglietto afferrato per la collottola" title="Coniglietto afferrato per la collottola" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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		<title>Capitolo 2</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2009 21:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; «Sono tornata» annuncio, entrando. Ho passato la giornata a stuzzicare mamma, sperando di farla incazzare. Adesso mi auguro di non esserci riuscita: l’incontro con il Conte è stata un’esperienza estenuante, peggio di ballare fino all’alba in discoteca; sono distrutta. «Fuga veloce, eh?» giunge la voce [...]]]></description>
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<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">«Sono tornata» annuncio, entrando.</p>
<p>Ho passato la giornata a stuzzicare mamma, sperando di farla incazzare. Adesso mi auguro di non esserci riuscita: l’incontro con il Conte è stata un’esperienza estenuante, peggio di ballare fino all’alba in discoteca; sono distrutta.</p>
<p>«Fuga veloce, eh?» giunge la voce di mamma. Suona tranquilla. «Il semifreddo è pronto, ne vuoi una fetta?» Offerta di pace: ottimo!</p>
<p>Corro in cucina.</p>
<p>Mamma chiude lo sportello del frigo. In mano regge una vaschetta coperta da carta stagnola. «Prendi i cucchia–» si irrigidisce. «Che diamine è quell’affare? Cos’hai sulla spalla? Silvia! È&#8230; è un <em>grosso topo</em>?»</p>
<p>Il Conte salta giù. Atterra sul tavolo della cucina. Scivola sulla pancia lungo il ripiano nero e lucido. Prima di capitombolare oltre il bordo preme con le zampette contro la superficie di plastica e si ferma. Si ricompone. Squadra la mamma con quella seria espressione di disapprovazione.</p>
<p>La mamma indietreggia di un passo. «Silvia!»</p>
<p>Cosa le racconto?</p>
<p>«No, no, non ti devi preoccupare. Non è un topo, credo sia un coniglietto che si è perso. Non è pericoloso.» Gratto il Conte sulla testa, tra le orecchie. Non ho mai avuto un coniglietto, neanche un gatto – tanto per cambiare mamma non vuole –, però ho visto il film di Garfield e due volte <em>Babe, maialino coraggioso</em>. Carezzo il collo del coniglietto, adagio adagio. I coniglietti mordono?</p>
<p>«Visto? È molto buono. Non ha una medaglietta. Pensavo di tenerlo.»</p>
<p>Mamma posa il semifreddo sul tavolo. Mi guarda di traverso, quello sguardo dice: <em>Lo sapevo! Io non cedo sulla storia delle vacanze, e tu, solo per ripicca, trovi qualcos’altro di fastidioso.</em> Non provo neanche a inventarmi qualche scusa, anche se giurassi che non l’ho fatto apposta non mi crederebbe.</p>
<p>«Lo terrò in camera mia, ok? Non ti darà fastidio.»</p>
<p>Mamma lancia un’occhiata al Conte, che con una zampetta cerca di sollevare la carta stagnola. «Mi sta <em>già</em> dando fastidio.» Allontana la vaschetta dalle grinfie del coniglietto. «Primo, vedi subito di togliere questo topo o coniglio o quello che è dal tavolo della cucina. Secondo, non potevi portare a casa qualcosa di un po’ più carino? Questa bestiaccia qui è brutta come la peste. E che colore orribile! Sembra un grumo di sporcizia.»</p>
<p>Il Conte si blocca. Solleva il musino. Lentamente. Se il coniglietto si offende e aggredisce la mamma, <em>io</em> sono nei guai. Acchiappo il Conte. Me lo stringo forte al petto.</p>
<p>«Non sarà bellissimo» ammetto. «Però ha un faccino grazioso, e poi è simpatico e davvero intelligente.»</p>
<p>«Per quanto possa esserlo un grumo di sporcizia.» Mamma alza le mani. «D’accordo, d’accordo, se proprio vuoi, puoi tenerti il coniglietto. Ma se faccio uno strappo alle regole per Grumo, poi la finisci con i capricci riguardo le vacanze, intese?»</p>
<p>«Ma, mamma!»</p>
<p>«L’anno prossimo. L’anno prossimo potrai andare dove ti pare, con chi ti pare e io non metterò lingua.»</p>
<p>Dovrei insistere? Posso aspettare un anno, e un coniglietto parlante può rivelarsi spassoso. Spero. Se mi annoia lo vendo a un circo e ci guadagno sopra un bel gruzzolo. Per me è sempre uno scenario vincente.</p>
<p>«Ok.»</p>
<p>Mamma sorride. «E adesso facciamo merenda. Chissà, magari anche Grumo apprezza il semifreddo cioccolato e caffè.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Sono seduta a gambe incrociate sul letto, in camera mia. Tengo il Conte in braccio, lo imbocco con un biberon. Il coniglietto succhia avido il latte caldo, mordicchia la tettarella con i lunghi denti; gli occhietti carbone brillano di piacere.</p>
<p>Avevo sperato che il Conte a cena avrebbe mangiato la sbobba di mamma, ma si è rifiutato. Be’, pazienza, non mi spiace coccolarlo, perché ora è sul serio <em>kawaii</em>. E non ha più detto una parola da quando l’ho portato a casa. Forse l’allucinazione non è lui, ma che sappia parlare.</p>
<p>Gli liscio un ciuffo di peli appena sopra il nasino. Il Conte allontana le dita con una zampetta. «Tieni le manacce a posto, chiaro? E sono stufo di poppare.» Scalcia via il biberon, afferra un lembo del copriletto e si pulisce la bocca.</p>
<p>«Ehi!»</p>
<p>«Tanto non lo lavi tu.» Si pulisce anche le zampette. «Dammi una sigaretta.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Il coniglietto si è appartato in un angolo del letto a fumare. Io pian piano sono arretrata verso l’angolo opposto. Lo sguardo severo del Conte, quella sua espressione di disapprovazione che non ammette repliche, mi mettono sempre più a disagio. Non dovevo togliermi i jeans. Chiudo le gambe per nascondere le mutandine, tento di scivolare sotto il copriletto, ma non posso tirare troppo la sovraccoperta, oppure lo disturbo.</p>
<p>Sono così in soggezione che ho paura a disturbare un coniglietto!</p>
<p>«Non c’è dubbio che tu sia quella che stavo cercando» bofonchia lui, tra un tiro e l’altro.</p>
<p>«Mi cercavi?» Perché io ho avuto l’impressione che te ne stavi a crogiolarti al Sole, in attesa del primo passante al quale scroccare una sigaretta.</p>
<p>«Ma non mi aspettavo di trovare una ragazzina. Non sei come gli altri, questo è certo.»</p>
<p>«Quali altri?»</p>
<p>Il coniglietto spegne il mozzicone contro la spalliera del letto e lo lancia in mezzo alla catasta di peluche cresciuta sotto la finestra – non posso tenere animali domestici, mi sono accontentata di quelli di stoffa, non c’è niente di strano. La cicca colpisce la proboscide di un elefantino rosa, rotola giù dal grugno di un draghetto, ruzzola lungo lo stomaco peloso di un orsacchiotto, si ferma sulla testa piatta di un kappa.</p>
<p>Il Conte sembra meditare sulla scia di cenere che il mozzicone si è lasciato dietro. <em>I peluche li devo pulire io</em>, sto per dirgli, quando lui balza giù dal letto. Con un secondo balzo raggiunge la scrivania. Spinge via con una zampetta i quaderni e i libri di scuola, ancora sparsi sul ripiano. Si piazza davanti alla tastiera del PC.</p>
<p>«Funziona questo catorcio?»</p>
<p>«Sì.»</p>
<p>Il coniglietto accende il computer. Mentre il sistema operativo si carica, ne approfitto per infilarmi i pantaloni del pigiama. Adesso ho le gambe coperte da fragoline. Non saprei dire perché, ma mi sento più in imbarazzo di prima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Nel Reame dei Coniglietti Parlanti, devono essere tutti laureati in Informatica, o qualcosa del genere. Le zampette del Conte danzano sulla tastiera. Apre e chiude applicazioni e finestre così velocemente che non riesco neppure a leggere le barre dei titoli. La spia sul modem ADSL che indica “trasferimento dati in corso” non sta spenta un attimo.</p>
<p>Mi chino verso lo schermo. Il coniglietto è tanto concentrato in quello che sta facendo che ho timore a distrarlo. «Ehm, scusa, <em>cosa</em> stai facendo?»</p>
<p>«Aggiorno il mio diario con gli avvenimenti di oggi» risponde, senza staccare le zampette dalla tastiera. «L’esperienza mi ha insegnato che non è tempo perso mantenere un diario delle operazioni.»</p>
<p>«Vuoi dire che hai un blog?»</p>
<p>«No. I blog sono per gente che non ha niente da fare da mattino a sera. Quello che aggiorno è un database privato.»</p>
<p>«Io invece ho un blog, è silvia.gamberi.org. Mi pare di capire che te ne intendi di computer, forse mi puoi dare una mano. Ho un problema nella gestio–» Il Conte batte con rabbia il tasto invio, lo schermo annerisce.</p>
<p>Ma che diavolo? Se non mi vuoi aiutare basta dirlo, non c’è bisogno di sfasciarmi il computer!</p>
<p>«Forse non ti è ancora chiaro chi sei» dice il coniglietto.</p>
<p>«Sentiamo, chi sarei? E comunque se mi hai rotto il PC me lo ripaghi!»</p>
<p>«Tu sei l’ultima dei Maghi.»</p>
<p>Torno a sedermi sulla sponda del letto. Il coniglietto non solo parla, è anche pazzo come un cavallo. «Io una maga? Ma se sono negata! Il Natale di tre anni fa papà mi ha regalato uno di quei manuali, non so se hai presente, quelli del tipo <em>50 trucchi di magia per principianti</em>. Non sono riuscita a imparare neppure i giochi di prestigio più semplici.»</p>
<p>«Sto parlando di vera Magia. Non di trucchi.»</p>
<p>«Vera Magia&#8230; intendi la magia che non esiste?» Sorrido. Non so se sarà più divertente contrariarlo o assecondarlo. Scommetto la seconda. «Ma mettiamo esistesse. Cosa potrei fare con la Vera Magia? Volare?»</p>
<p>Il Conte si mette tra le labbra l’ennesima sigaretta. «No. Non direttamente.»</p>
<p>«Allora posso lanciare palle di fuoco o dardi di ghiaccio, come nei videogiochi?»</p>
<p>«No.»</p>
<p>«Guarire i malati? Resuscitare i morti? Distruggere i non-morti?»</p>
<p>«No.»</p>
<p>«Prevedere il futuro?»</p>
<p>«No.»</p>
<p>Mi stringo nelle spalle. «C’è <em>qualcosa</em> che posso fare con la Vera Magia?»</p>
<p>«Puoi controllare in maniera cosciente il collasso della funzione d’onda delle particelle. Tu sei l’ultima Maga Quantica!»</p>
<p>«Tradotto in italiano? Sembra di sentir parlare il mio ragazzo.» Mi lascio cadere sul letto, le braccia aperte. Dovrei rivelare a Roberto del Conte? Lui mi crederebbe, ma&#8230; già vedo il coniglietto legato con cinghie di cuoio a un tavolo operatorio, circondato da professori in camice bianco. Un dottore affila il bisturi, un altro cerca la presa alla quale attaccare l’alimentazione di un trapano.</p>
<p>Mi mordo il labbro inferiore. Detesto non essere sincera con Roberto. Sono sempre stata onesta con lui, almeno per quanto riguarda le questioni più importanti. È un problema di fiducia: se manca la fiducia, non ci può essere Amore. Non lo sostengo solo io, lo sostengono tutte le riviste del settore.</p>
<p>«In altri termini», riprende il Conte, «tu hai la capacità di tramutare il pensiero in realtà. È probabile che già usi il tuo potere da molto tempo, solo non lo fai in maniera cosciente. Modifichi la realtà senza rendertene conto.»</p>
<p>Tramutare il pensiero in realtà? Che idiozia. Ma provare non costa niente. Aiutandomi con i gomiti, mi rimetto dritta. Apro la mano destra. Desidero, dunque&#8230; desidero una tazza di gelato al gusto vaniglia. Con guarnizioni di cioccolato e amarena. E sopra la panna montata.</p>
<p>Immagino il calice colmo di gelato, il rosso scuro dell’amarena, le piccole scaglie di cioccolato fondente, il profumo della panna. Immagino anche un cucchiaino dal lungo stelo, appoggiato al vetro freddo: non ho voglia di mangiare con le mani.</p>
<p>Non succede niente.</p>
<p>Non che ci avessi sperato.</p>
<p>«Ho paura che stai parlando con la persona sbagliata.»</p>
<p>«No, non credo proprio. La Magia di oggi è stata fenomenale, solo un vero Mago sarebbe stato in grado di incidere così a fondo nel tessuto della realtà.»</p>
<p>«Oggi?» Cosa ho combinato oggi? Mi sono alzata tardi, con la testa che mi scoppiava e lo stomaco in disordine. La festa di ieri sera da Angela dev’essere stata fantastica, peccato che non ricordi niente. Mi sono trascinata in piscina, ma non ho nuotato neanche una vasca, mi sono solo rintanata al bar a bere gazzose e aranciate per rimettermi in sesto la pancia. A pranzo ho litigato una prima volta con mamma per la storia delle vacanze – il fatto che mi abbiano riaccompagnata a casa alle cinque del mattino mezza svenuta non significa che io sia una persona irresponsabile! Dopo ho giocato un po’ online con l’RPG di <em>Haruhi Suzumiya</em> – che sia quello a provocare le allucinazioni? Poi il nuovo screzio con mamma. Sono uscita e&#8230;</p>
<p>«Non è possibile!»</p>
<p>«Perché, secondo te è possibile che un coniglietto sappia parlare?» Il Conte butta via la sigaretta ancora accesa. «Inconsciamente hai desiderato incontrarmi e hai piegato la realtà al tuo volere! Ed eccomi qui.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">«Silvia!» La porta della camera si spalanca. Mamma è ferma sulla soglia, ha un’espressione di disapprovazione peggio di quella del Conte. «Si sente la puzza fino in corridoio! Cos’è questa novità? Non ti sarai mica messa a fumare?»</p>
<p>«Mamma, quante volte ti ho detto di non entrare in camera mia sen–»</p>
<p>«Ma piantala, signorina.» La mamma punta decisa alla scrivania. Raccoglie il filtro dell’ultima cicca fumata dal Conte; tiene il mozzicone all’ingiù, reggendolo tra pollice e indice, come fosse la coda di un topo morto. La testa della sigaretta arde ancora di rosso. «Brava. Davvero. <em>Brava</em>.»</p>
<p>«Non è come–»</p>
<p>«Non è come cosa? Non ti ho ripetuto fino alla nausea che il fumo fa male? Che devi stare lontana dalle sigarette?»</p>
<p>Infatti bevo, sniffo porcate chimiche, qualche pasticca, ma non ho mai fumato sigarette. Glielo vorrei gridare in faccia, ma mi trattengo. Intanto mamma esplora con lo sguardo la camera. Trova gli altri mozziconi che il Conte ha lasciato in giro. Con un fazzoletto di carta li prende uno a uno e li butta nel cestino della carta straccia.</p>
<p>«Silvia, questa volta non la passi liscia.» Mamma si pulisce con cura le dita, butta via anche il fazzoletto. «So che gli ultimi anni sono stati difficili, ma un comportamento del genere non me lo sarei mai aspettato. Sono delusa. Molto delusa.»</p>
<p>Affari tuoi, no? Anch’io sono delusa dall’avere una madre rompiscatole, ma non ti tormento tutti i giorni.</p>
<p>«E in più hai il coraggio di lamentarti per le vacanze. Te le farò vedere io le vacanze!» Senza aggiungere altro, mamma esce dalla camera. Sbattendo la porta.</p>
<p>«Dammi una sigaretta» dice il Conte. «L’ultima non me la sono goduta.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Sollevo a metà la tapparella e apro la finestra, per far uscire il fumo. Il Conte stringe le zampette a coppa, a proteggere la fiammella dell’accendino dalla brezza notturna.</p>
<p>«So a cosa stai pensando» dice il coniglietto. «Se sono stata io a crearlo, non potrei farlo sparire? Lui, le sigarette, l’incazzatura della mamma.»</p>
<p>Non lo sto ascoltando. Sono tornata con la mente in una stanza d’ospedale: lo zio Carlo è smagrito, respira a fatica, non riesce ad alzarsi dal letto. Ha un tumore al polmone inoperabile e gli rimane poco da vivere. Lo zio ha cominciato a fumare a sedici anni e non ha mai smesso, neppure quando si è ammalato. Sono andata a trovarlo perché mi ha trascinata mamma, a me non frega niente se crepa, è solo un vecchio bavoso – come del resto lo sono tutti i vecchi. Invece mamma è sconvolta, e da lì nasce l’ossessione per il fumo assassino.</p>
<p>«Purtroppo non è così semplice.» Il Conte soffia via una nuvoletta grigia. «Avrai bisogno di un intenso addestramento per usare in maniera cosciente la Magia. E qui finiscono le buone notizie.»</p>
<p>«Buone notizie? Se ho capito bene, ho il potere di combinare immensi casini senza neppure accorgermene. Non mi pare una gran bella notizia.»</p>
<p>«La cattiva notizia. Sai perché sei l’ultima dei Maghi? Perché gli altri sono stati uccisi.»</p>
<p>«Oh, davvero? Uccisi apposta?»</p>
<p>«No, figurati. Sterminati <em>per sbaglio</em>. Fossi in te farei meno la spiritosa.»</p>
<p>«Non pretenderai mica che prenda sul serio queste stupidaggini? Non ho più dieci anni.»</p>
<p>«Non sono stupidaggini! Esistono luoghi», il coniglietto ha abbassato la voce, il tono è divenuto cupo, «esistono luoghi nell’Universo dove non giunge mai la luce delle stelle. Abissi di tenebra e ghiaccio, abitati da creature antiche e potenti. Creature dotate di un’intelligenza vasta e maligna, creature che rifuggono il calore e odiano ogni forma di vita cosciente. Il loro scopo è uccidere tutti i Maghi Quantici, perché solo un Mago è in grado di sopravvivere alla morte termica dell’Universo e gettare il seme per la rinascita. Se le creature delle tenebre dovessero riuscire nel loro proposito, questo ciclo sarà l’ultimo. Quando l’Universo morirà, morirà anche ogni scintilla di vita. Per sempre.»</p>
<p>Scosto il copriletto, lascio che scivoli sul pavimento. Mi distendo sul lenzuolo bianco. Attraverso i fori nelle stecche della tapparella, la Luna appare composta da pixel d’argento. «Spero che mamma non mi stacchi la connessione a Internet. Sarebbe un’estate orribile» mormoro.</p>
<p>«Ma hai sentito o no quello che ti ho detto?» strilla il Conte.</p>
<p>«Ho sentito, ho sentito. Peccato siano solo un mucchio di stupidaggini. Però come trama per un manga non sono male. Forse c’è un po’ troppa fantascienza per i miei gusti. Io preferisco le spade magiche e i demoni agli alieni.»</p>
<p>Il Conte con un unico balzo piomba sul letto. Mi zampetta lungo le gambe, mi salta sulla pancia, risale finché non incombe su di me. Il musino grigio è a un palmo dal mio viso. Schiude le fauci, i dentoni brillano.</p>
<p>«Proprio perché non credi a una sola parola di quello che ti ho detto siamo in una situazione pericolosa.»</p>
<p>«Sì&#8230; sì?»</p>
<p>Il coniglietto si ritrae. «Ora dormi, domani sarà una giornata lunga e faticosa.»</p>
<p>Balza via e lo perdo di vista. Tiro un sospiro di sollievo. È un coniglietto parlante pazzo e pure permaloso. Ma non posso negare che abbia fantasia da vendere.</p>
<p>E se dicesse la verità?</p>
<p>Individuo il Conte sulla cassapanca, accanto all’interruttore della luce. <em>Clic.</em> Scende il buio.</p>
</div>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c02_coniglio.jpg" alt="Un coniglietto carino" title="Un coniglietto carino" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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<tr>
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</tr>
</table>
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		<title>Capitolo 1</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2009 20:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitoli]]></category>
		<category><![CDATA[S.M.Q.]]></category>
		<category><![CDATA[coniglietti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Capitolo precedente Scarica i Capitoli finora pubblicati Capitolo successivo» &#160; «La verità è che non vuoi mai che mi diverta. Pensi sempre a chissà cosa&#8230; e poi avevi promesso. Uffa!» Appoggio la schiena contro la parete; ficco le mani in tasca; con il tacco picchietto il battiscopa, dove so che è già un po’ scollato. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>
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</table>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align:justify; text-indent:16.0pt; font-size:14.0pt; font-family:"Times New Roman","serif";">
<p style="text-indent:0.0pt;">«La verità è che non vuoi mai che mi diverta. Pensi sempre a chissà cosa&#8230; e poi avevi <em>promesso</em>. Uffa!» Appoggio la schiena contro la parete; ficco le mani in tasca; con il tacco picchietto il battiscopa, dove so che è già un po’ scollato.</p>
<p>Sono tre cose che mamma non sopporta.</p>
<p><em>Il muro si regge anche da solo</em>, mi ripete sempre. E poi: <em>togli le mani dalle tasche</em>. Il motivo? Mai capito, è una fisima cretina e nient’altro. <em>Non devi sporcare i muri con le scarpe</em>. Giusto. I muri, non il battiscopa. Se non ci vedi bene, comprati un paio di occhiali.</p>
<p>Ma la mamma non mi sta guardando. È intenta a rimestare nella pentola con un cucchiaio di legno; il tanfo di cipolle e asparagi impregna la cucina. Preparare qualcosa di commestibile mai, eh?</p>
<p>«Ho promesso che ci avrei pensato» dice, senza voltarsi. «Ci ho pensato e la risposta è no. Com’era no ieri e sarà no domani. Dobbiamo proprio discuterne tutti i giorni?»</p>
<p>E continua a mescolare come se niente fosse.</p>
<p>Quando ha quell’atteggiamento indifferente la <em>odio</em>. Dovrebbe incazzarsi e mettersi a urlare, lasciarsi sfuggire qualche insulto che possa rinfacciarle per mesi.</p>
<p>Lavorare sui sensi di colpa è l’ideale per ottenere ciò che si vuole. Come quando papà era appena andato via: mamma si era sentita responsabile per la separazione e io ne approfittavo il più possibile. Bei tempi quelli. Mi bastavano cinque minuti di capricci per spuntarla ogni volta.</p>
<p>Mi stacco dalla parete. Punto il muro di fronte, colpisco con la scarpa da tennis appena sopra il battiscopa. <em>Tump</em>! La scarpa lascia una mezzaluna di sporco sul bianco panna delle piastrelle.</p>
<p>«La risposta è no. D’accordo. Allora sai cosa faccio?»</p>
<p>Mamma sospira. «No, Silvia, non lo so.»</p>
<p>«Me ne vado da casa anch’io. Così sarai finalmente contenta!»</p>
<p>Lei stringe forte il cucchiaio. Lo ributta dentro la pentola. «Silvia! Non ti permettere di dire certe cose.»</p>
<p>Era ora. Gongolo.</p>
<p>«Altrimenti?»</p>
<p>Mamma si gira verso di me. Ha i capelli in disordine, la faccia arrossata, le occhiaie. Socchiude la bocca.</p>
<p>Altrimenti? Altrimenti? Altrimenti?</p>
<p>Riprende il cucchiaio. «Piantala di dire stupidate. E se esci cerca di tornare per cena. Non ho voglia di buttare via il risotto come lunedì scorso. Capito?»</p>
<p>«Va bene, va bene.»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Sul pianerottolo, il caldo di metà luglio mi assale. Passare dal fresco dell’aria condizionata all’afa del pomeriggio mi stordisce. Accosto la porta di casa senza ragionare. <em>Un’occasione sprecata</em>, penso, la mano ancora sulla maniglia. Avrei dovuto sbattere la porta, <em>forte</em>. Perché è un altro gesto che manda mamma fuori dai gangheri. Secondo lei bisognerebbe sempre accompagnare il battente. Come fossimo in un convento, o in biblioteca, o chessò io. Non vedo l’ora di compiere diciotto anni per andarmene da casa sul serio. Non sopporto più di dovermi districare tra mille stupide fisime.</p>
<p>Tanto per cambiare, l’ascensore è fermo quattro piani più sopra. Sono quelle care vecchiette dell’ultimo piano: sempre a chiacchierare, mai a muoversi. Sono capaci di tenere ferma la porta dell’ascensore per intere mezz’ore, in attesa che si raduni al completo la comitiva di rincitrullite.</p>
<p>Imbocco le scale, scendo i gradini a due a due. Il caldo è allucinante, non ricordo un’estate del genere da <em>mai</em>. I capelli si appiccicano sulla fronte e mi coprono gli occhi. Scosto una ciocca rosa; se continua con questo caldo mi rapo a zero. La maglietta si incolla alla schiena. Due rampe e sudo come se avessi infilato la testa nel forno.</p>
<p>Un gattino ruggisce.</p>
<p>Recupero il cellulare dalla tasca dei jeans. Masako, il micio che abita nel telefonino, ha occupato l’intero schermo. Tiene la zampetta sinistra alzata, gli artigli infilzano una busta. Sfioro con l’indice la busta e il messaggio sms si allarga a riempire il display.</p>
<p>Lo ha inviato Elena, il testo dice: “Tua madre?”</p>
<p>Mia madre, niente. È andata male anche oggi. Conto sulla punta delle dita le alternative che mi restano. Non sono molte. Potrei mendicare da papà: sarebbe facile convincerlo a darmi il permesso per andare in vacanza, e sono sicura che in più riuscirei a scucirgli un bel po’ di soldi. Ma poi mamma lo verrebbe a sapere. E allora, apriti cielo! Già mi vedo i mesi successivi a litigare per ogni minuzia, e sorbirmi prediche e autocommiserazione e rancore e una continua rottura di scatole. Non ne vale la pena. Non potevo nascere in una famiglia normale? A quanto pare no.</p>
<p>L’altra soluzione è fregarmene del permesso di mamma e partire lo stesso. Però non ho un soldo, e mi scoccia chiedere sempre a Elena. È imbarazzante. Se devo passare tre settimane a vergognarmi tanto vale andare alle Terme di Bontasco con la nonna, come tutti gli anni.</p>
<p>La nonna, vecchia spilorcia. Se sapesse dei miei problemi so già cosa mi direbbe: <em>Cara, sei grandicella. Potresti guadagnare i soldi per le vacanze con qualche lavoretto. Io a quattordici anni lavoravo già al calzaturificio.</em></p>
<p>Sì, nonna, ma tu hai finito a fatica le elementari. Io studio, ho un ragazzo, devo gestire il mio blog: quando arriva l’estate non ho la minima voglia di mettermi a lavorare, chiaro? Piuttosto mi prendo un anticipo sul regalo di compleanno, tanto il numero del bancomat di mamma lo conosco. Non è rubare, se detraggo dai regali futuri.</p>
<p>Il gattino ruggisce di nuovo.</p>
<p>Ancora Elena, questa volta in voce.</p>
<p>«Allora, com’è andata con tua madre? Sei riuscita a convincerla? Io devo prenotare l’albergo, non possiamo organizzare tutto all’ultimo momento.»</p>
<p>«Niente da fare. La solita litania: non si fida a lasciarmi andare da sola se non è presente un adulto.»</p>
<p>«Ma io diciotto anni li ho compiuti!» protesta Elena.</p>
<p>«La mamma per adulto intende una persona responsabile.»</p>
<p>«Tuo fratello?»</p>
<p>«Figurati! Poi adesso che ha preso a lavorare continua a dire che vuole godersi le vacanze e andare in Thailandia o in Giappone o sa solo lui dove. Ad accompagnare me non ci pensa neanche.»</p>
<p>«Neppure per finta?»</p>
<p>«Non lo conosci. Non mi farebbe un favore a piangere. È un bastardo.»</p>
<p>«Però è cari–» La replica di Elena muore in un borbottio.</p>
<p>Masako è inquieto. Tra le orecchie a punta del felino scorre la scritta: “Rete non raggiungibile”. Sollevo il viso: come volevasi dimostrare. Sono nell’atrio e sopra di me è appollaiato un ragno metallico, un lampadario vittoriano. I bracci di ottone del mostro interferiscono con i segnali dei cellulari, ingarbugliano le frequenze o non so bene cosa. Ogni volta che si passa sotto il lampadario, le comunicazioni si interrompono.</p>
<p>Una sera Roberto – il mio ragazzo – ha cercato di spiegarmi perché succede questo casino. Mi ha persino mostrato una pagina di calcoli. Io ho accennato di sì con la testa, per farlo contento. Roberto studia fisica all’Università, ed è convinto che tutti siano dei mezzi geni come lui. Lui è il tipo che si <em>diverte</em> a risolvere problemi di matematica. Non capisce che alle persone normali non frega niente della termodinamica, della teoria dei numeri o magari di quell’altro tizio, Gödel o Goebbels o come si chiama.</p>
<p>Ma è un piccolo prezzo da pagare per avere accanto un ragazzo bellissimo, dolcissimo e intelligentissimo. L’unico ragazzo che mi ha sempre trattata come una vera principessa. Potessi passare con lui l’estate! Invece niente. Bloccato da giugno a settembre in Università, per star dietro a non saprei dire quale esperimento. Trascorre intere giornate in laboratorio, addirittura si ferma a dormire lì. Da settimane ci vediamo pochissimo, e spesso sembra distratto, sovrappensiero, quasi il dannato esperimento contasse più della sua principessa.</p>
<p>Impossibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Esco dal palazzo. In cortile, mentre percorro il vialetto verso il cancello, il cellulare torna online. Richiamo Elena. Non risponde. Mi stringo nelle spalle e rimetto via il telefonino.</p>
<p>Passo accanto al gabbiotto del portinaio. Il signor Belardi siede immobile. Gli ultimi capelli bianchi sono agitati dal flusso d’aria del ventilatore posato accanto a lui. Fissa inebetito la rastrelliera con le cassette della posta.</p>
<p>«Buon pomeriggio» lo saluto.</p>
<p>Lui non risponde, non distoglie lo sguardo, come se non mi avesse neanche vista. Meglio così: mi ricordo ancora quando due anni fa diede fuori di matto dicendo che cercavo di entrare nel palazzo senza essere inquilina. Mi inseguì armato di rastrello. La moglie convinse mamma a non sporgere denuncia. Alla fine l’assemblea di condominio non lo licenziò neanche.</p>
<p>Io voglio morire giovane. Non voglio diventare una vecchia idiota.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Mi chiudo il cancello alle spalle. La città è addormentata, intorpidita dalla canicola. Non spira un filo di vento. Nessuno per strada. I rumori del traffico sono così attutiti che potrebbero venire dalla Luna. Potrei essere l’ultima ragazza rimasta sulla Terra.</p>
<p>Se sono tutti morti soffocati dal caldo, spero in gelateria mi facciano lo sconto, ho giusto bisogno di un sorbetto al limone per rinfrescarmi le idee. Il posto più vicino è dalle parti di piazza Pisa. Sempre che non sia già chiuso per ferie.</p>
<p>Cammino per una cinquantina di metri, svolto al primo incrocio. La strada alberata si allarga fino a diventare un viale ornato da due filari di cipressi. Percorro viale Gozzini all’ombra delle fronde. Alla mia destra scorre l’inferriata verde oliva che protegge il parco di Villa Gozzini. La villa – una reggia su tre piani in stile liberty – si scorge appena, nascosta dalla siepe cresciuta intorno alle sbarre dell’inferriata.</p>
<p>Si dice che i Gozzini siano la famiglia più ricca della città. Se sono così pieni di soldi potrebbero assumere un giardiniere: la siepe è cresciuta senza controllo, come un tumore, e ha riempito ogni pertugio, fino a tracimare sul marciapiede. I più ricchi se ne fregano di aver allevato un mostro vegetale e mamma non vuole installare la parabola perché rovina il decoro del condominio. Proprio.</p>
<p>«Ehi, ragazzina.»</p>
<p>Una voce. Rauca, severa. Sembra quella del prof di Storia. Dio, mi manca solo di incrociare quel deficiente. <em>In che anno è nato Napoleone, su, su?</em> I professori del Liceo li scelgono tra gli ultimi in graduatoria per un posto da spazzino.</p>
<p>Mi volto. Dietro di me, nessuno. Il viale è deserto, tranne per un cane spelacchiato che aspetta alla fermata del filobus 51.</p>
<p>«Sì, proprio tu, ragazzina.»</p>
<p>Ma che diavolo&#8230; alzo il viso e incrocio lo sguardo con una coppia di colombi. I due sono appollaiati su un ramo bitorzoluto. Muovono la testa a scatti, in curioso sincrono. Hanno parlato loro? È possibile? Che razza di domande dementi mi pongo?</p>
<p>«Sono qui, in basso, a destra.»</p>
<p>Mi piego sulle ginocchia. Sbircio tra la siepe.</p>
<p>«Ancora un po’ più a destra.»</p>
<p>Verso destra le fronde si diradano, rivelano una chiazza di terreno invasa dalle erbacce. Tra felci e ortiche è seduto un coniglietto. Il pelo è corto, di color grigio cenerino. Le lunghe orecchie ricadono flaccide. Il musino è quanto di più grazioso abbia mai visto, peccato che sia atteggiato in una smorfia di disapprovazione.</p>
<p>«È una specie di scherzo?» chiedo al coniglietto.</p>
<p>«No» risponde lui, senza scomporsi.</p>
<p>Un coniglietto parlante, e non è uno scherzo. Sì, certo, e io ci casco. Dev’esserci dietro qualche buontempone che se ne intende di <em>ventriloquismo</em>. Ho sempre pensato che fosse necessario un pupazzo, ma forse funziona anche con i coniglietti. O forse ho davanti un peluche. Infilo una mano tra le sbarre e tocco con l’indice il nasino umido dell’animaletto. Lui si ritrae, infastidito. Se è un pupazzo si comporta proprio come un coniglietto vivo.</p>
<p>«Abbiamo parecchio da discutere, ragazzina» dice il coniglietto. «Ma prima ho bisogno di una sigaretta.»</p>
<p>«Io non fumo.»</p>
<p>«Imparerai. Adesso fammi un piacere.» Il coniglietto si porta una zampetta sotto la pancia, e tira fuori una banconota da dieci euro. «Vammi a comprare un pacchetto, d’accordo?»</p>
<p>Prendo i soldi. Frusciano tra le dita. Il coniglietto mi fa cenno con il musino di sbrigarmi.</p>
<p>«Vado» mormoro.</p>
<p>Cammino all’indietro, senza perdere di vista il coniglietto, finché le frasche non lo nascondono. Quando sparisce tiro un sospiro di sollievo.</p>
<p>Palpo la banconota, la osservo in controluce per verificare la presenza del filo di sicurezza. È autentica. Ho ricevuto una vera banconota da un’allucinazione? Oppure sto andando fuori di testa?</p>
<p><em>Non ti devi preoccupare. Non è come drogarsi o bere. Non ci sono effetti collaterali a sniffare la trielina. O la colla. O la vernice.</em> Elena, se mi hai raccontato una balla, giuro che ti strozzo! L’ultima volta che ho sballato è stato due giorni fa. Possibile che ne subisca adesso gli effetti?</p>
<p>C’è un solo modo per saperlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Poso i dieci euro sul bancone. Il cuore rimbomba nel petto, come al primo appuntamento con Roberto. Il barista accetta i soldi senza battere ciglio. Mi passa il pacchetto di sigarette e qualche moneta di resto.</p>
<p>«Ecco qui.»</p>
<p>«Grazie.»</p>
<p>Rigiro il pacchetto tra le dita. Ho scambiato soldi immaginari per sigarette immaginarie? Se è tutta un’illusione, è ben complicata!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-indent:0.0pt;">Ritorno davanti all’inferriata, mi chino verso le sbarre. Tendo il braccio in avanti, il pacchetto in mano. Sono giovane, non ci tengo ad avere già il cervello in poltiglia. Perciò non esistono coniglietti parlanti. Io non ne ho mai incontrati. Non esistono coniglietti parlanti, non esistono coniglietti parlanti, non esistono coniglietti parlanti. Non esistono coniglietti parlanti.</p>
<p>«Alla buon’ora.» Il coniglietto mi sfila il pacchetto dalle dita. Strappa l’involto di plastica trasparente con i dentoni, batte il fondo del pacchetto contro il palmo di una zampa, si porta alla bocca una sigaretta.</p>
<p>Allarga entrambe le zampette. «E il resto dov’è, ragazzina?»</p>
<p>Consegno le monetine. Lui le fa sparire sotto la pancia.</p>
<p>«Hai da accendere?»</p>
<p>«No. Ti ho detto che non fumo.»</p>
<p>Il coniglietto sbuffa. Fruga tra le margherite secche. Raccoglie un accendino di ferro, mezzo arrugginito. Lo apre facendo scoccare una scintilla. Accende la sigaretta.</p>
<p>Inspira a fondo. Le guance si gonfiano: sembra un criceto che ha appena nascosto in bocca una ghianda. Soffia via un anello di fumo.</p>
<p>«Ci voleva proprio.» Il coniglietto dà un altro tiro. «Dì un po’, ragazzina, abiti qui vicino, vero?»</p>
<p>«Sì.»</p>
<p>«Ottimo. Mi devi portare a casa tua, staremo più comodi. Vivi da sola? No, vero? Quanti anni hai?»</p>
<p>Ma da quando i coniglietti hanno l’abitudine di occuparsi dei fatti degli altri?</p>
<p>«Ho diciassette anni. Fra poco ne compio diciotto.»</p>
<p>«Ti ho chiesto quanti anni hai o quanti anni avrai fra poco? Quando ti faccio delle domande, gradirei risposte a tono. Dovrai imparare la formalità, è innanzi tutto una questione di dignità personale.»</p>
<p>Definizione di situazione assurda: essere in imbarazzo per colpa di un coniglietto parlante. Come si permette? Neanche fossi a colloquio nell’ufficio del preside.</p>
<p>«A proposito», continua lui, «io sono il quindicesimo Conte Gozzini. Puoi rivolgerti a me chiamandomi signor Conte o signor Conte Gozzini. Hai capito?»</p>
<p>«Sì, sì, non sono mica scema.»</p>
<p>Il coniglietto scuote la testolina. «Ripeto. Hai capito, sì o no?»</p>
<p>«Sì, te l’ho detto, ho capito.» Si può sapere che vuole?</p>
<p>Lui spegne la cicca contro un sasso. «Sì, ho capito, <em>signor Conte Gozzini</em>. Così avresti dovuto rispondere. Sei sorda o sei stupida?»</p>
<p>«Scusa, va bene? Ho capito, signor Gozzini, contento?»</p>
<p>L’espressione di disapprovazione sul musino del coniglietto non si attenua di una virgola. Mi fissa come se avessi appena mangiato arrosto suo fratello. Elena, se è tutta colpa della trielina, giuro che questa volta me la paghi!</p>
<p>«Lasciamo perdere.» Il Conte sfila dal pacchetto una seconda sigaretta. «Adesso rimani lì. Ferma. Faccio il giro ed esco.»</p>
<p>Con un balzo il coniglietto sparisce, celato dalle circonvoluzioni della siepe. Mi rialzo. Spazzolo via dalle gambe dei pantaloni polvere e foglioline. Controllo l’ora sul cellulare. Be’, posso aspettare.</p>
<p>Trascorre un minuto.</p>
<p>Due minuti.</p>
<p>Tre minuti. Un battito d’ali mi fa alzare la testa: la coppia di colombi vola via.</p>
<p>Quattro minuti. Il cane spelacchiato si allontana dalla fermata.</p>
<p>Cinque minuti.</p>
<p>Manca giusto il suono della campanella, e poi sarebbe come a scuola, al termine dell’ora di Latino. Non sei preparata e passi il tempo a morderti le unghie e a sperare che non ti interroghino. Alla fine, più hai sofferto, maggiore è il sollievo. Cinque minuti e non ci sono coniglietti parlanti. Non ci sono mai stati coniglietti parlanti. Perché io non ho il cervello in poltiglia!</p>
<p>Una sensazione di leggerezza mi invade il cuore. Tornerò subito a casa – al diavolo anche la gelateria –, e penso di scusarmi con mamma. Tutto sommato la prospettiva di andare in vacanza con la nonna non mi appare più così tragica. Meglio la nonna con le sue torte paradiso di Elena e i vapori di trielina.</p>
<p>Un peso preme sulla spalla destra. Giro la testa e scopro il musino del Conte a una piuma dalla guancia. Il coniglietto artiglia la maglietta.</p>
<p>«Che aspetti? Muoviamoci. Se c’è una cosa che odio è perdere tempo. Hai già scelto che nome astrale intendi usare?»</p>
<p>«Nome astrale? Io ho già un nome, mi chiamo Silvia.»</p>
<p>«Silvia. Bah!» Il coniglietto muove una zampetta, ad allontanare da sé il mio nome, disgustato. Voglio vederlo in faccia il prossimo che avrà il coraggio di dare a <em>me</em> della maleducata!</p>
<p>«Non si è mai sentito in seicentomila secoli che un Ma–» si zittisce di botto.</p>
<p>Dal fondo del viale ha fatto capolino il filobus 51. Risale la strada. Supera la fermata senza rallentare. Aumenta di velocità quando ci scorre accanto. La sagoma arancione rimpicciolisce all’orizzonte, nulla più di un miraggio tremolante.</p>
<p>«Stai sempre ben attenta a non dire a nessuno chi sono o che so parlare» riprende il coniglietto. «Potrebbero ascoltare le persone sbagliate, anche se persone non è il termine esatto.» Si accende la terza sigaretta. «Per il nome andrà bene Silvia. Per ora, almeno.»</p>
<p>Grazie tante! «Comunque siamo d’accordo, non dirò niente a nessuno. Anzi, figurati se raccontassi di questa storia a mamma, penserebbe che abbia qualche rotella fuori posto. Non mi lascerebbe andare in vacanza da sola neppure a trent’anni.»</p>
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<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/c01_coniglio.jpg" alt="Ragazza e coniglietto" title="Ragazza e coniglietto" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>
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		<title>Mi presento</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2009 20:03:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Salve! Io mi chiamo Silvia e questo è il mio blog. So che come presentazione non è un granché, ma non posso dire altro, altrimenti svelerai la trama del romanzo di cui sono protagonista. Posso solo aggiungere che il romanzo si intitola S.M.Q., e potete cominciare a leggerlo a partire da qui. Ovviamente, come in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Salve!<br />
Io mi chiamo Silvia e questo è il mio blog. So che come presentazione non è un granché, ma non posso dire altro, altrimenti svelerai la trama del romanzo di cui sono protagonista.<br />
Posso solo aggiungere che il romanzo si intitola <em><strong>S.M.Q.</strong></em>, e potete cominciare a leggerlo a partire da <a href="http://silvia.gamberi.org/2009/08/capitolo-1/">qui</a>.<br />
Ovviamente, come in ogni romanzo che si rispetti, gli avvenimenti sono frutto di fantasia e ogni coincidenza con avvenimenti reali è da considerarsi puramente casuale.</p>
<p>Ah, dimenticavo! <strong>Adoro</strong> i coniglietti!</p>
<p align="center"><img src="http://silvia.gamberi.org/wp-content/uploads/mip_coniglio.jpg" alt="Tre coniglietti" title="Tre coniglietti" /></p>
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