Capitolo 8

domenica, ottobre 11th, 2009

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Appena scendiamo in strada riprende a piovere. Sollevo il bavero del cappotto, una palandrana nera lunga fino ai piedi. L’ho trovato nell’armadio, ripiegato in un angolo; il Conte non mi ha voluto spiegare cosa ci facesse lì.

Una bicicletta è rovesciata sul marciapiede, davanti al portone. La ruota dietro gira a vuoto, silenziosa. Dalla borsa legata al fianco della bicicletta sono scivolati fuori dépliant e buste. La pioggia riduce la carta in poltiglia grigia. I sacchi della spazzatura sono ancora lì, ammucchiati alla base del lampione.

Il vento fa vibrare i cavi elettrici per i filobus. Ma non passano mezzi pubblici, né macchine. Le auto parcheggiate sono annerite, mancano dei pneumatici, hanno il parabrezza sfasciato, puzzano di gomma bruciata. Le serrande dei negozi sono abbassate. Non c’è in giro anima viva.

Nubi scure soffocano il cielo, tanto basse da nascondere gli ultimi piani dei palazzi più alti. Sono da poco passate le nove di mattina, ma è già sera.

«La città sembra abbandonata» mormoro. «Io speravo di trovare un posticino aperto per fare colazione.»

Il coniglietto spunta dalle falde del cappotto. «Là.» Indica con la zampetta alla mia destra. L’insegna luminosa di un bar si distingue tra la nebbia.

«Ma sbrighiamoci.»

 

Nessuno è seduto ai pochi tavolini, e nessuno è alla cassa.

Al termine del bancone, un’insalatiera di vetro capovolta protegge una mezza torta già tagliata. Cioccolato e pere.

«C’è qualcuno?»

Conto fino a dieci.

Se il proprietario del bar non vuole guadagnare, sono problemi suoi.

Prendo una fetta. Do un morso. «Vecchia di giorni.» Ma ho dimenticato l’ultima volta che ho messo qualcosa sotto i denti: mangio la porzione in tre bocconi, senza badare alla pera acida e alla pasta frolla stopposa. Divoro una seconda fetta e mi infilo in tasca quel che rimane della torta.

Il Conte balza giù da una mensola. Tiene tra le zampette un accendino nuovo, di acciaio lucido. «Andiamo.»

 

Le ciabatte che il coniglietto ha fregato all’ospedale sono fradice. Brividi di freddo salgono dai piedi a ogni passo. Mi stringo di più nel cappotto; continuo a tremare. Mi sta venendo un accidente.

«Manca ancora molto?»

«Superata l’edicola ci siamo quasi.»

 

L’edicola è chiusa, la saracinesca bloccata da un lucchetto grosso quanto un pugno. Pacchi di quotidiani, tenuti assieme con lo spago, sono accatastati contro la serranda. Il giornale in cima alla pila titola a tutta pagina: “LA FINE DEL MONDO?”. Più in basso: “Oggi chiuse le scuole. I sindacati confermano lo sciopero generale. Appello alla calma del Presidente della Repubblica. L’Arcivescovo della Città celebrerà una messa speciale nella cattedrale di Santa Cristina.”

Il cielo tuona. La pioggia cresce di intensità. Diluvia.

«Diamoci una mossa» dice il coniglietto. Scuote la testolina; l’acqua gli ha appiccicato le orecchie al musino. Sia io sia il Conte siamo inzuppati.

Se sopravvivo alla fine del mondo, la polmonite non me la leva nessuno.

 

La saracinesca del ferramenta è abbassata a metà. Mi chino e provo lo stesso a girare la maniglia della porta. Spingo il battente e trilla un campanello.

«Siamo chiusi!» grida una voce.

Mi infilo dentro. Le luci sono spente. Alti scaffali, pieni di arnesi appuntiti e taglienti, incombono intorno a me. Mi faccio strada nel labirinto. Le pareti traboccano di tronchesi, cacciavite, cesoie, coltelli, spatole, roba inutile.

Un brusio mi guida verso il fondo del negozio.

Il televisore, un quindici pollici, è in cima a una piramide di fusti di vernice. L’apparecchio borbotta in latino; le immagini sono un susseguirsi di gente in ginocchio, affreschi di santi, un tizio che suona l’organo.

«Siamo chiusi.»

Mi volto in direzione della voce. Un signore in piedi tra le ombre, dietro il bancone. Tiene le braccia conserte e fissa lo schermo. Sulle lenti degli occhiali si riflettono due riquadri azzurri.

Mi metto tra lui e il televisore. «È un’emergenza!»

«Senza dubbio. Ma lo sapevo già.»

«No, non la fine del mondo. Cioè, anche. Oh, insomma.» Frugo nelle tasche e offro al tipo un foglietto stropicciato. Il Conte ci ha scarabocchiato sopra marca e modello del trapano che gli serve. «La prego, può cercarmelo? E ho bisogno anche di una punta a corona da quindici millimetri.»

Il tipo sbuffa. Accende una lampada a muro e sparisce nel retrobottega. Torna e sbatte sul bancone una scatola di metallo con la maniglia, simile a una ventiquattrore. Una fascia di cartoncino avvolge la confezione. Sulla fascia è disegnato un falegname che perfora con il trapano un’asse di compensato. Trucioli schizzano via dal buco nel legno e formano parole: dodici velocità, grande potenza, prolunga cinque metri, otto punte omaggio, batterie incluse.

Cosa potrebbe desiderare di più un coniglietto pazzo?

Il tipo si china; rovista sotto il bancone. Trova la punta a corona, la infila in una busta e la posa sulla ventiquattrore. Non ritrae la mano.

Be’, cosa vuole adesso? Non ho tempo da buttare!

Sbottono il cappotto e prendo il portafoglio. Lo apro a mostrare le banconote. «Non si preoccupi, posso pagare.»

«A cosa ti serve il trapano, ragazzina?»

A parte che io non ne ho idea, saranno pure affari miei, no? Ma chissà che impressione faccio con addosso questo cappotto da uomo troppo largo, senza scarpe e bagnata fradicia dalla testa ai piedi. Starà pensando che sono una squilibrata. Non io, furbone, è il coniglietto quello matto!

Dalla televisione giunge un coro. Angeli che cantano.

Va bene, chi se ne importa.

«Devo salvare il mondo.»

Lui preme l’indice contro l’attaccatura degli occhiali, li spinge più su sul naso. Solleva l’altra mano.

«Buona fortuna.»

 

* * *

 

«No, non se ne parla neanche!» urlo.

«Un attimo» risponde il coniglietto, senza alzare gli occhietti dalla carcassa del palmare. Appena tornati a casa, il Conte ha sbudellato il piccolo computer. Dal cadavere ha recuperato una scheda verde coperta da componenti elettronici, poi si è messo a saldare fili qui e là.

Intanto mi ha spiegato come intende usare il trapano.

Si è bevuto il cervello se crede che accetti una cosa del genere!

«Un attimo, un’ora, un giorno, non cambia niente! È un’idea cretina e basta!»

Dalla punta incandescente del microsaldatore sale uno sbuffo di fumo. Il Conte tiene lo strumento a contatto con la scheda per meno di un secondo, quindi passa a saldare pochi millimetri più in là. «E anche questo è a posto» borbotta. Posa il saldatore sopra una tazzina a testa in giù, attento a evitare che la punta sfiori il legno del tavolo. Picchietta contro il palmo di una zampetta un pacchetto di sigarette e ne sfila l’ultima rimasta. Se la mette in bocca.

«Non avrai sul serio intenzione di fare i capricci?» Accende la sigaretta.

«Nessun capriccio. Semplicemente tu un buco in testa non me lo fai. Fine della discussione.»

Il coniglietto inspira e soffia via un anello di fumo. «Silvia, forse non hai capito. Io sono troppo piccolo e debole per maneggiare il trapano, sarai tu a usarlo. Io mi occuperò dell’anestetico e di tagliare la pelle.»

Io dovrei maneggiare il trapano? Non si è bevuto il cervello, non l’ha mai avuto un cervello!

«Non. Se. Ne. Parla.»

«Sai cosa succederà tra poche ore?»

«Sì, sì, moriremo tutti. Ma voglio crepare tra poche ore, non fra dieci minuti!»

Il coniglietto depone la cicca accanto al microsaldatore. Si gira per fissarmi con i suoi occhietti carbone. «Tra poche ore moriranno i più fortunati. Quelli che saranno ammazzati dall’onda di calore delle esplosioni. Gli altri, gran parte della popolazione terrestre, moriranno nel giro dei due, tre giorni successivi, a causa delle radiazioni.»

«E allora?»

«Hai mai visto qualcuno morire in quella maniera? Io sì. Non è un bello spettacolo: vomito, diarrea, sanguinamento, disidratazione, delirio, coma, morte. Potrebbe capitare a te. O ai tuoi genitori. Magari a Elena. A Roberto?»

«Brutto coso peloso!» Zoppico verso il tavolo, strappo via un mattone dalla gamba più vicina. Lo soppeso. È abbastanza pesante da maciullare il cranio del maledetto coniglio.

Quello che avrei dovuto fare il primo giorno.

E magari se lo ammazzo spariscono tutti i miei problemi.

Scaglio il mattone. Il Conte balza di lato e schiva il colpo.

Il coniglietto riprende la sigaretta. «Non ho intenzione di pregarti. Devi decidere tu, Silvia. Se vuoi morire, se vuoi che le persone che ti sono più care muoiano, è una tua scelta.»

«Quali persone care? Quali? Non ho più persone care! Dove sono i miei genitori? Dov’è Roberto? Cos’è successo in questi tre mesi?»

Il Conte indica con la cicca il palmare sventrato. «Sottoponiti all’operazione e lo saprai.»

Lampi azzurri illuminano il riquadro della finestra. Il tuono che segue scuote le pareti. Frammenti di intonaco si staccano dal soffitto e mi cadono tra i capelli. La fiamma della lampada a gas si ripiega su se stessa. La notte di mezzogiorno invade la stanza.

«Io ho quasi finito» dice il coniglietto. «Tu intanto vai in bagno, lavati con lo shampoo che ho preso e tagliati i capelli. Devi rasarti bene intorno alla fronte.»

«Non hai sentito proprio niente di tutto quello che ti ho detto? Non lo faccio!»

Il coniglietto sospira. «Come sospettavo fin dall’inizio. Sei una vigliacca.»

«Non è vero!»

«No? Allora, cosa ti spaventa? Non sarà un’esperienza piacevole, ma è niente in confronto a quello che ci aspetta, se non interveniamo subito.»

Mi lascio cadere sulla seggiola bianca. Non mi sono tolta il cappotto e ho freddo lo stesso. Non riesco a tenere ferme le mani. Le premo contro le ginocchia, ma tremano.

«Ho paura» mormoro.

«È normale, ma devi superarla. Se starai attenta non c’è alcun rischio. Procederemo con calma.»

Lancio un’occhiata al trapano, posato sul tavolo. Il Conte ha verificato che funzionasse e ha già montato la punta a corona. Sull’impugnatura dell’apparecchio è appiccicato un adesivo giallo a forma di fulmine, a metà della saetta si legge: 35.000 giri al minuto!

Deglutisco.

«Non potrebbe aiutarmi Elena? Lei ha sangue freddo… qualche volta. La chiamo da una cabina, poi la faccio venire qui, le mostro che tu parli, le spieghia–»

«Silvia! Non c’è tempo! Potrebbe essere già troppo tardi.»

Chino il capo.

Quando mamma mi butta giù dal letto e mi costringe ad andare a scuola vorrei gridarle di lasciarmi in pace, che non ha nessun diritto di trattarmi così, o la prossima volta sarò io a prenderla a sberle. Quando mi obbliga a sedermi al tavolo della cucina per sorbirmi le sue stupide prediche, vorrei alzarmi di scatto e rovesciarle addosso il tavolo. Quando il prof di storia mi chiama per rispondere alle domande cretine su Napoleone vorrei solo sputargli in faccia. Quando Elena mi trascina in qualche casino vorrei urlarle che è una scema, che non siamo amiche, non lo siamo mai state! Vorrei proprio vedere che faccia farebbe!

Ma non ho il coraggio di fare niente del genere.

Ogni volta ingoio la rabbia e cerco di non pensarci. Esco, bevo, mi distraggo con un sacco di stupidaggini.

Sono una vigliacca.

E non voglio più esserlo.

«Non c’è altra soluzione?»

Il coniglietto fa cenno di no con la testolina. «Mi spiace.»

«Ho capito.»

 

* * *

 

Taglio una ciocca di capelli. La butto nel lavandino, pieno a metà di acqua gelida; credo si sia intasato lo scarico, non che me ne freghi niente. Lo specchio davanti a me è crepato, velato dalla polvere, unto lungo i bordi. La mia faccia non è ridotta meglio.

Sbatto le forbici nell’acqua. Gocce fredde mi bagnano le braccia.

Dannazione!

Sto per morire. E ho sprecato la mia vita.

Non mi sono mai preoccupata di niente. Non ho mai fatto progetti oltre la settimana successiva. Me ne sono sempre fregata del futuro, di quello che avrei combinato “da grande”. Adesso il mio futuro è un buco in testa. Se mi va bene.

La festa da Angela.

L’ultima volta che mi sono trovata di fronte a uno specchio è stato prima di uscire per andare alla festa. Sarei dovuta rimanere a casa. È tutta colpa di Angela, ecco, solo colpa sua!

«Sei pronta?» mi chiama il coniglietto.

«Un minuto, un minuto

Riprendo le forbici e strappo via un’altra ciocca.

 

Il Conte mi ha ordinato di togliere il materasso da sotto la finestra, al suo posto ho piazzato la seggiola bianca. Fuori continua a piovere, dietro il vetro il mondo è sommerso dall’acqua. Le luci dei palazzi vicini si intravedono appena.

«Avanti, metti la lampada sul comodino, qui, che ti illumini la testa.»

Obbedisco. «Va bene, così?»

Il coniglietto annuisce. Rigira tra le zampette un pennarello nero a punta fine. «Su, siediti.»

Mi sistemo sulla seggiola. Anche se non era necessario, ho deciso di rasarmi tutta la testa. Non aveva senso lasciare una frangia di capelli, come se mi fossi beccata qualche malattia strana. Se devo morire, morirò con un aspetto dignitoso.

Il Conte mi sale in spalla. «Per prima cosa devi trattenere il respiro, fin quasi a soffocare.»

«Cosa?»

«Così si evidenziano le vene della fronte. Le ferite alla testa sanguinano molto, conviene trovare un punto dove ci siano meno capillari.»

Le ferite alla testa sanguinano molto.

Avevo proprio bisogno di sentirmelo dire.

Mi chiudo il naso tra pollice e indice.

Trascorrono i secondi. È assurdo come mezzora duri un istante quando ti devi alzare la mattina, e invece un solo minuto sembri trascinarsi all’infinito quando trattieni il fiato.

Le zampette del Conte mi sfiorano la fronte, l’animaletto mi si è arrampicato sulla testa. La punta del pennarello preme contro la pelle. «Basta così» dice il coniglietto.

Respiro.

Finora non è stato doloroso.

«Adesso?»

Il Conte balza sul tavolo. Ritorna con una siringa. «Anestetico locale e farmaco vasocostrittore.»

Non so bene cosa voglia dire, preferisco non indagare.

Il coniglietto sparisce dal mio campo visivo. L’ago della siringa mi punge.

«Ahi!»

«Aspettiamo qualche minuto che l’anestetico faccia effetto, intanto preparo gli altri strumenti.»

Gli altri strumenti oltre al trapano. Il trapano lo ho già a portata di mano, sul comodino, vicino alla lampada.

Mio Dio, lo sto facendo sul serio!

Non devo pensarci, non devo pensarci, non devo pensarci, non adesso, altrimenti mi tremano le mani e se mi tremano le mani mentre…

Non. Devo. Pensarci.

Il coniglietto si strofina le zampette con l’alcool, poi libera il bisturi monouso dall’involucro di plastica.

«Ti spiego come procederemo: farò un’incisione circolare, un po’ più grande del diametro della punta del trapano, quindi taglierò via lo strato superficiale di pelle.»

Le fette di torta mi risalgono in gola.

«Messo a nudo l’osso, procederai con il trapano. Faremo sessioni di pochi minuti, tra una e l’altra potrai riposare le braccia e io mi occuperò di togliere la polvere d’osso e asciugare il sangue. Sarà spiacevole, ma non proverai alcun dolore.»

«Quanto tempo ci vorrà?»

«Procedendo in sicurezza, penso che ce la caveremo in un’ora.»

Un’ora!

«Devo… devo andare a vomitare.»

Il coniglietto allarga le zampette. «Fai pure.»

Corro in bagno. Mi piego sulla tazza del water, rigetto una poltiglia marrone. Un altro conato. Bile e pezzetti mangiucchiati di pera. Lacrime mi rigano le guance. Non riesco a respirare, e ancora mi chino e vomito.

Torno alla sedia barcollando, la vista velata. Mi pulisco il mento con il dorso della mano.

«Tutto bene?» chiede il coniglietto.

«No.»

«Non importa. Procediamo.»

 

La lama incide la carne. La pelle si stacca dalla fronte, seguendo il movimento del bisturi. Il sangue scende piano, caldo e denso. Cola tra le ciglia e mi costringe a chiudere gli occhi; mi bagna le labbra, ha il sapore di quando inciampi e picchi la faccia per terra.

Nel buio, la stanza ondeggia.

Non devo svenire.

Cling! Il Conte deve aver buttato il bisturi nella bacinella di metallo. Mi sfiora la guancia con le zampette pelose. Mi sfrega qualcosa sul naso e sulle palpebre. Arrischio a socchiudere gli occhi. Il coniglietto mi pulisce il viso con una garza. Finisce di tamponarmi e getta via la garza tra la spazzatura.

Riprende il bisturi.

La lama preme più a fondo, graffia l’osso. Stringo le mani sudate a pugno. Vorrei gridare, ma le labbra sono incollate. Calma. Respira con calma.

Quanto diavolo ci vuole per tagliare un dannato centimetro di pelle?

La lama non si ferma. Traccia ghirigori sulla mia testa, disegni contorti da un orecchio all’altro. Non lo vedo ma lo so. Lo so perché il coniglietto è pazzo da legare. E io sono stata più pazza di lui a permettergli…

«Bene, l’osso è scoperto. Ti asciugo il sangue e possiamo iniziare con il trapano.»

Il Conte balza sul tavolo. Si sfrega le zampette con l’alcool. È striato di rosso, il sangue imbratta il musino. Raccoglie altre garze e si arrampica in spalla. Mi pulisce il viso.

«Prendi il trapano.»

Una goccia di sangue scende lungo la radice del naso. Il coniglietto la asciuga.

«Ti sbrighi o preferisci rimanere a sanguinare tutto il pomeriggio?»

Afferro il manico del trapano. L’impugnatura è di gomma ruvida. Lubrificante luccica intorno all’asta di metallo che termina con la punta a corona. Alzo il trapano, in verticale sopra la testa. Il Conte mi guida la mano, finché non allineo la punta con l’osso scoperto.

Non riuscirò a vedere niente di quello che succederà.

Meglio.

Il coniglietto ruota di un quarto la manopola sul fianco del trapano.

«Cominciamo a velocità tre.»

Una zampetta mi tocca le dita, preme delicatamente. Spingo in basso il trapano. Un tocco lieve e la punta è a contatto con l’osso. Irrigidisco i muscoli delle braccia per non tremare. La bile mi risale nell’esofago. Serro le labbra.

«Una volta acceso il trapano, devi solo spingere. Piano. Ti dirò io quando fermarti. Non è pericoloso se segui le mie istruzioni, perciò rimani tranquilla. Non sentirai niente.»

«Va… va bene.»

«In molte culture questa operazione era chiamata apertura del terzo occhio. Un onore a cui potevano aspirare solo i più saggi della comunità. Dovresti sentirti lusingata.»

Non hai idea quanto.

Due profondi respiri.

Premo il grilletto del trapano.

 

Il ronzio riempie le orecchie. Tremiti mi scuotono la testa, come se cercassi di dormire con la fronte appoggiata a una lavatrice in funzione.

Sono sotto una cascata. L’acqua è pompata dentro le ossa, e le fa vibrare. Per quanto cerchi di tenere la bocca chiusa, batto i denti.

Sangue dappertutto.

Scorre sul naso, riga le guance e il mento, gocciola sui pantaloni del pigiama, impregna il tessuto, cola fino alle ciabatte.

Respiro la polvere d’osso del mio cranio.

La punta del trapano è luminosa, è una lama incandescente che scava senza difficoltà. Non riuscirò a fermarla. La punta mi trapasserà il cervello. I dentini acuminati sbucheranno dalla nuca.

Il coniglietto mi batte sulle dita.

Pausa.

Ho provato a contarle ma si confondono le une con le altre.

Forse questa è la prima o la centesima.

Nelle pause è peggio. Senza il ronzio del trapano, ogni suono è amplificato. Il dibattersi degli insetti tra i rifiuti lo sento martellare contro le tempie. La pioggia che percuote il vetro della finestra mi stordisce.

Il coniglietto mi sfiora la mano.

Chiudo gli occhi.

Premo di nuovo, fino in fondo, il grilletto.

 

«Abbiamo finito» mi sussurra il Conte. Lascio cadere il trapano. Il tonfo esplode e io digrigno i denti. Non posso più aprire gli occhi. Il sangue ha appiccicato le palpebre.

I muscoli sono gelatina. Se solo accennassi a muovermi, mi accascerei sul pavimento. Il buco pulsa. Si espande nel buio. Lo immagino enorme, ampio quanto la fronte; se sollevassi una mano per palparmi la testa, le dita sparirebbero all’interno.

Metallo contro le labbra.

«Bevi.»

Un filo di limonata mi scende in gola. È tiepida e dolciastra.

Almeno non è sangue.

Bevo un altro sorso.

«Come ti senti?»

«Vorrei morire» biascico.

«Sei stata molto coraggiosa.»

«Già, già.»

Ma è la prima volta che qualcuno mi chiama coraggiosa. È bello, ha un buon sapore.

«Vuoi rimanere seduta o preferisci stenderti sul materasso?»

Socchiudo gli occhi. Il Conte mi è salito in spalla. È un batuffolo di pelo cremisi.

«Rimango seduta.»

Il coniglietto balza giù e atterra sul tavolo. Si lava le zampette e raccoglie il palmare. Mentre mi tagliavo i capelli lo ha rimesso assieme. Da un foro nella plastica si dipanano lunghi fili di rame. Al termine dei fili sono saldati gli aghi.

Il coniglietto accende l’apparecchio. Lo schermo scintilla di verde.

«Non ti preoccupare, il cervello umano non prova dolore. Non ti accorgerai di niente. Però tu continua sempre a contare a voce alta, d’accordo?»

«Perché?»

«Perché così saprò se sto affondando gli aghi dove non dovrei. Se non riesci più a parlare o ti metti a fare versi strani, vuol dire che sto stimolando le aree sbagliate.»

«Grandioso.»

Il Conte mi si arrampica sulla testa. Tira a sé lo strascico di fili; le punte degli aghi mi pizzicano il braccio.

«Pronta?»

«Sì.»

La luce della lampada fa brillare il corpo argento di uno degli aghi. Lo intravedo appena, sopra il naso.

Inspiro a fondo e inizio a contare.

«Uno… Due… Tre… Quattro…»

Coniglietto falegname

 

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Capitolo 7

lunedì, settembre 28th, 2009

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Il sifone del lavandino è gelido contro la guancia. Il freddo mi impedisce di addormentarmi. Devo avere ancora in corpo la porcata che mi ha fatto bere la dottoressa, perché, non appena il coniglietto è uscito dal bagno, il sonno mi ha aggredita; le gambe molli hanno ceduto, e mi sono seduta per terra.

Il tubo perde. L’acqua goccia dal gomito della tubatura sulle piastrelle. La pozza sfiora la stoffa del pigiama. Odio i vestiti bagnati, ma ho paura a muovermi. Ho i brividi al solo pensiero che il piede malato possa picchiare contro qualcosa. Ho disteso la gamba sull’altra, in modo che la caviglia non tocchi il pavimento, ma il sollievo è minimo. Il dolore è costante. Striscia su e giù, raggiunge il tallone e le dita, risale fino al ginocchio; scava nella carne e si ritrae.

Dio, che male!

È colpa del Conte. Se sono in questo casino è per colpa sua. Solo sua. Non poteva tampinare qualcun’altra? Doveva trascinare proprio me nella sua pazzia? L’ho creato io? Sì, bene, d’accordo, se io l’ho creato, io lo ammazzo!

Vado a prenderti dei vestiti, ha detto.

È passata un’eternità. Potrebbe almeno sbrigarsi!

Colpisco con il pugno il pavimento. La porta si socchiude.

Il coniglietto fa capolino, si volta, spinge con la schiena contro il battente per allargare lo spiraglio. Con i dentoni trascina dentro un sacchetto della spesa giallo. La porta si richiude dietro di lui.

Il Conte ansima. Cerca una sigaretta sotto la pancia; le zampette tremano. «Sai cosa succede ai coniglietti», riprende fiato, si infila in bocca la sigaretta, «quando fanno certi sforzi?»

«No.»

«Muoiono d’infarto.»

«Meglio. Hai trovato qualcosa?»

Il coniglietto indica il sacchetto con la punta della cicca. «Ti ho preso un camice e un paio di pantofole. Dovrebbe bastare per uscire. Passeremo per il pronto soccorso, se è come le ultime sere sarà affollato e nessuno baderà a te.» Accende la sigaretta. «Ma dobbiamo sbrigarci, qualcuno stanotte lo ricovereranno qui in reparto di sicuro.»

«Non riesco ad alzarmi. La caviglia mi fa troppo male.»

«Ho pensato anche a questo.» Il Conte fruga nel sacchetto, ne tira fuori una scatoletta di cartoncino. All’interno, un astuccio di plastica trasparente protegge cinque fialette. «Sono passato all’ambulatorio di oncologia. Questo antidolorifico lo iniettano per calmare il dolore dopo le operazioni.»

«Iniettano?»

Il coniglietto posa la sigaretta, torna a rovistare nel sacchetto. Toglie il cappuccio a una siringa. «Me ne occupo io.»

«Non voglio altre punture!» Artiglio il bordo del lavandino. I muscoli del braccio si tendono, le dita rischiano di scivolare sulla ceramica umida; stringo i denti, e mi tiro su. «Ce la faccio.»

Il coniglietto riprende la sigaretta. Soffia via una nuvoletta grigia. «Non puoi andare in giro zoppicando.»

«Ho detto che ce la faccio.»

Poso il piede malconcio.

Lacrime mi riempiono gli occhi. «Va bene, va bene, fammi la dannata puntura!»

 

Il camice è due misure più largo, le pantofole mi stanno strette. La caviglia ha smesso di tormentarmi, ma ho perso sensibilità. A ogni passo ho il timore di premere con troppa forza: immagino il piede piegarsi e sfasciarsi in un ammasso di sangue e pus. Come nei film degli zombie, quando la gente perde i pezzi. Ci mancherebbe solo quello.

Stringo la maniglia, apro di un dito la porta e spio il corridoio.

«Sai la strada?» chiedo al Conte.

Il coniglietto si arrampica sulla spalla, sparisce sotto il camice. Il musino spunta dalla scollatura. «Sì. Ma comunque è semplice: gira a destra, sempre dritto fino all’ascensore. Piano terra. Segui la striscia rossa per il pronto soccorso.»

Do un’ultima occhiata a destra e a sinistra. Via libera. Provo a camminare in modo naturale, ma la visione del moncherino sanguinolento è sempre nitida. Oh, al diavolo, è solo un’impressione! Spero. Mi affretto a superare una sala con le pareti di vetro; dietro il cristallo zigrinato un gruppo di persone sedute e il riflesso azzurro di un televisore acceso.

«Che ore sono?» sussurro al coniglietto.

«Le dieci e mezza. Fra poco inizia la festa.»

Arriviamo all’ascensore. Premo il pulsante con la freccia verso il basso e le porte scivolano di lato. Scelgo il piano terra.

«Quale festa?»

«Molti non hanno creduto alla versione ufficiale, hanno paura che le comete ci colpiscano e sia la fine del mondo. Nelle ultime notti ci sono stati sempre più suicidi e violenze. È in atto il coprifuoco, ma non lo rispetta nessuno.»

Il Conte ritrae il musino: l’ascensore si è bloccato. È illuminato il pulsante del quinto piano.

Rimani calma e nessuno ti dirà niente. Liscio il camice, rimbocco con cura le maniche. Non abbassare lo sguardo, non guardarti i piedi, se non ci fai caso tu, non se ne accorge nessuno.

Le porte non si aprono. Una leggera scossa. L’ascensore riparte.

«La cosa buffa è che i disperati hanno ragione», continua il coniglietto, «anche se non sanno perché. Quando la flotta raggiungerà l’orbita, bombarderà l’intera superficie del pianeta. Poi sbarcheranno per cercarti.»

Terzo piano. «Splendido.»

«Ma forse abbiamo una speranza. Se non ti sei comportata da vigliacca.»

Primo piano. «Vigliacca? Cosa significa? Stai di nuovo girando la frittata, vero? Come con i furti: tu rubi e poi dai la colpa a me. Troppo comodo!»

Il Conte non ribatte, perché la T del piano terra si è accesa di verde.

 

La lettiga adagiata contro la parete copre per metà il vano dell’ascensore. Un ragazzo è disteso sul lettino, la camicia hawaiana sollevata fino alle ascelle, i jeans intrisi di sangue. Un signore con i capelli brizzolati tiene premuta una garza contro l’addome del ragazzo, appena sopra la cintura. Una donna piange, le mani posate sui piedi scalzi del ferito.

Esco dalla cabina attenta a non sfiorare il lettino. Il ragazzo geme. I capelli gli hanno coperto il viso. Il signore alza il capo, schiude le labbra, sta per dire qualcosa.

Io allungo il passo. Magari mi ha scambiata per un dottore, e non ho tempo da perdere in spiegazioni. Una dozzina di altri visi si voltano nella mia direzione: la corsia è piena di gente, imbottigliata tra due ali di lettighe che costeggiano le pareti. Conto almeno dieci letti.

Il brusio è assordante; un misto di preghiere, lamenti, chiacchiericcio. Alla mia sinistra sento il raspare di chi sta vomitando bile. Evito di girarmi. Dal fondo del corridoio giungono grida e rumore di passi concitati.

Testa alta. Non ti fermare per nessuna ragione.

Spintono chi ho davanti. Mani cercano di afferrare i lembi del camice. Volti sconosciuti mi rivolgono la parola. Io scuoto il capo, senza rispondere. Le persone malate sono contagiose. Non solo per le malattie, ma per la rogna che si portano appresso. Di guai ne ho già abbastanza senza bisogno di immischiarmi con questi sfigati.

Il sudore mi appiccica il camice alle braccia, impregna il colletto. Soffoco nella calca. Il maniglione dell’uscita spunta dietro la pancia di un grassone.

Un’ultima spinta e lascio la bolgia.

La sala d’aspetto del pronto soccorso è altrettanto affollata, ma le porte sono spalancante. Con poche falcate sono all’aria aperta, sotto la tettoia del parcheggio per le ambulanze.

 

Le auto ferme intasano la strada, i fari disegnano un fiume di lucciole. La pioggia cade incessante, tambureggiando sulla carrozzeria delle macchine; dai cofani ancora caldi si alzano spirali di vapore. Sulla facciata del palazzo di fronte una scritta a caratteri cubitali lacrima vernice rossa. I lampioni illuminano a chiazze le enormi lettere, che occupano l’intero primo piano. Credo che il messaggio dica: “Pagate i vostri debiti!”

Indietreggio e mi ritiro all’ombra di uno dei piloni di cemento che reggono la volta del parcheggio. Stringo le braccia al petto. Fa un freddo cane.

«Come torniamo a casa? Anche se riesco a chiamare un taxi, con un ingorgo simile non si va da nessuna parte.»

Il coniglietto spunta dal camice. «Andiamo a piedi. Vedrai che a camminare ti scaldi.»

«Non so neanche dove sono. E non ho nessuna voglia di attraversare mezza città sotto la pioggia con un piede malato.»

«Con il coprifuoco la metropolitana è chiusa e i mezzi pubblici non circolano dopo il tramonto. Inoltre ho bisogno di passare da una farmacia e da un negozio di elettronica. Qualcosa l’ho preso in ospedale, ma non basta.» Il coniglietto si contorce e mi mostra una custodia di plastica bianca, lunga e stretta.

«Che sarebbe quell’affare?»

«Bisturi monouso.»

«Si può sapere a cosa ti serve?»

Il Conte fa sparire il bisturi sotto la pancia. «Non ha importanza. Adesso dobbiamo darci da fare. Dobbiamo trovare i negozi giusti.»

«Non troveremo mai un negozio di elettronica aperto a quest’ora.»

«Che sia aperto o chiuso non è un problema.» Il coniglietto si rintana sotto il camice, striscia dentro la canottiera. «Su, su, muoviti.»

 

* * *

 

Abbiamo rapinato un negozio di giocattoli e modellismo. La farmacia l’abbiamo trovata aperta e abbiamo pagato – dopo che il Conte ha fregato il portafoglio a un tizio svenuto su una panchina.

Poi ci siamo diretti in periferia, dove grappoli di palazzoni anonimi sorgono da oasi di fango. Non ci ero mai stata, ma avevo visto qualche volta i servizi del telegiornale regionale: sono i nuovi quartieri costruiti per gli immigrati e per gli scansafatiche. Mentecatti che non hanno neppure i soldi per comprarsi la casa.

Ci siamo fermati davanti a un caseggiato di cinque piani; i muri senza intonaco, i mattoni in vista. Le finestre al primo piano sono protette da sbarre, alcune sono addirittura sprangate con tavole incrociate. Un solo lampione brilla vicino al portone, gli altri lungo la via sono spenti. Alla base del lampione sono accatastati sacchi neri della spazzatura. La pioggia ha trasformato i sacchi lasciati aperti in melma, che cola sul marciapiede. Mi chiudo il naso con due dita, perché le zaffate di cibo putrido fanno venire nausea.

Il Conte fa capolino. «Da un po’, abitiamo qui.»

 

Tre porte si affacciano sul pianerottolo del secondo piano. Una è scardinata, quella più a destra è nascosta da una lastra di ferro saldata allo stipite. “Le case popolari sono per tutti” è scritto con vernice spray sul metallo.

Il Conte balza dalla spalla alla maniglia della terza porta. Il battente si apre con un gemito. Il coniglietto salta a terra, allunga una zampetta. «Prego.»

L’interno è tenebra. D’istinto faccio correre la mano lungo la parete accanto allo stipite, in cerca dell’interruttore.

«Non abbiamo luce elettrica» spiega il Conte. Scatta in avanti nel buio. «Vado ad accendere la lampada.»

Rimango sulla soglia. Il neon del pianerottolo, incassato nel soffitto, contrasta l’oscurità per meno di un passo. Non distinguo alcun dettaglio, tranne il pavimento di piastrelle color neve sporca.

«Vieni, vieni.» Una sfera gialla sboccia al centro della stanza; tratteggia i contorni di un tavolo, due sedie, un armadio, il profilo di una finestra chiusa. Il Conte ha sistemato una lampada a gas, di quelle da campeggio, sul ripiano di legno del tavolo. Il sibilo del gas è l’unico suono, oltre il ruggire del temporale.

Il tavolo ha le gambe formate da pile di mattoni. Le sedie sono spaiate: una è laccata di bianco, piena di graffi; l’altra ha il sedile di paglia, sfilacciato. Scelgo la sedia bianca. Butto sul tavolo il sacchetto pieno delle cianfrusaglie che si è procurato il Conte. Mi strizzo i capelli bagnati.

«Non abbiamo un asciugamano?»

«Sono tutti sporchi.»

«Fantastico.»

Anche il tavolo è sporco: cenere, briciole, roba appiccicosa che sembra marmellata; in un angolo sono ammonticchiati piatti di plastica unti e incrostati. L’olio cola da scatolette vuote di carne pressata e sgombri. Una mosca beve le ultime gocce di limonata rimaste lungo il bordo di una lattina. Mozziconi debordano da un posacenere scheggiato. L’intera stanza puzza. Peggio della catasta di spazzatura, fuori.

«Così noi vivremmo in questa fogna? Si può sapere perché?»

Il coniglietto si siede sulle zampette posteriori, accanto alla lampada. Si infila in bocca una sigaretta, la accende. «Dopo quello che è successo non volevi più tornare a casa. Così abbiamo occupato questo monolocale.» Il Conte soffia via il fumo, le spire grigie danzano intorno alla luce, si dissolvono nel buio. «Io te l’ho detto di mettere un po’ in ordine, ma tu non hai voluto, neanche con la Magia. Perché eri stanca. Perché eri depressa. Problemi tuoi. Per quanto mi riguarda, ho vissuto in posti che fanno sembrare questo appartamento una reggia.»

Un ragnetto si dibatte tra le venature del legno. Due lunghe zampe sono invischiate nell’olio denso. Agita le altre zampe a vuoto. Seguo i movimenti convulsi dell’insetto finché non si calma.

Che morte orribile lo attende.

«Ok. Ora devi dirmi una volta per tutte cos’è successo.»

«No.» Il Conte spegne la sigaretta in una macchia di passata di pomodoro. «Sarebbe inutile. Non possiamo sprecare le poche ore che ci rimangono in chiacchiere, e non ho tempo per insegnarti di nuovo l’uso della Magia. L’unica possibilità è che tu riesca a ricordare quello che già sai.»

Solleva una zampetta, a prevenire la mia replica. «I casi sono due. Potresti aver usato i tuoi poteri per cancellarti la memoria. È già capitato ad altri Maghi codardi, spaventati dallo scoprire la propria vera natura. Non è grave, è solo una perdita di tempo. Peccato che noi di tempo non ne abbiamo. Oppure, a causa della distorsione entropica, la te stessa del passato si è sovrapposta alla te stessa attuale. Se è questo secondo caso, forse si può rimediare.»

Rimediare alla distocosa. Niente di più banale. «Cosa possiamo fare?»

«Ti faccio vedere.» Il coniglietto sfila un piatto dalla pila. «Non entrerò in particolari tecnici perché non capiresti.» Piazza il piatto davanti a me. «Immagina che questo piatto sia un frammento della tua memoria. Il cervello lo interroga e gli chiede di che colore è. Tu cosa risponderesti?»

Quando è così facile, c’è sotto il trucco. Però a me il piatto pare bianco. Un piatto di plastica bianco, un po’ impataccato, ma niente di che. «Mi sembra bianco.»

«Infatti. Non era difficile, persino per te.» Il Conte strattona una scatoletta vuota di tonno, attento a non far cascare la montagna di rifiuti. Inclina la scatoletta. Un filo di olio giallo si spande sul piatto.

«Adesso di che colore è?»

«Giallo schifezza.»

«Giusto.»

Il coniglietto rovista tra le lattine e i cartoni di latte. Fa gocciolare una cola sul piatto. L’olio si mischia con la bevanda nerastra e assume una tonalità cenere. Anticipo la domanda. «Adesso il colore è grigio.»

«Sì. Però, se osservi, il bordo del piatto è ancora bianco e ai margini la macchia d’olio è ancora gialla. Lo stesso accade nella memoria: quando nuovi ricordi sostituiscono quelli vecchi, i vecchi ricordi rimangono. Sono troppo deboli perché coscientemente ci si accorga di loro, ma esistono. Ed è possibile recuperarli.»

«Come?»

«Stimolando direttamente l’ippocampo e altre zone dell’encefalo.»

L’ippocampo? Un cavallo alato con il becco di aquila si alza in volo nella mia testa.

«Te l’ho già ripetuto più di una volta, parla in italiano!»

Il coniglietto fa cenno di no con la zampetta. «Non adesso. Mi conviene approfittare del buio per requisire un altro paio di cose che mi sono dimenticato. Domani mi dovrai dare di nuovo una mano, dubito di riuscire a trasportare il trapano a batterie.»

«Quale trapano?»

Il Conte si infila tra le labbra una sigaretta. «Chiuditi dentro, questo è un brutto quartiere.»

Saltella fino alla porta. La apre di un palmo e sgattaiola fuori.

 

Rimango seduta. La fiammella della lampada ogni tanto si piega verso di me, incoraggiata da uno spiffero. L’acqua frusta la tapparella abbassata, i tuoni scuotono l’edificio.

In tre mesi mi sono ridotta come una barbona.

Magnifico.

Passo due dita nell’anello di ferro che spunta sopra la lampada. Esploro la stanza. Rifiuti ovunque. A un comodino manca il cassetto e tre piedini su quattro. Mi accovaccio per sbirciare all’interno: una montagnola di portafogli e portamonete. Ne scuoto alcuni, ma non trovo neppure un centesimo.

Sotto la finestra è sistemato un materasso coperto da una cerata. La frangia di un lenzuolo azzurro sparisce tra confezioni sventrate di merendine. Davvero dormo in mezzo al lerciume? Io? Perché? Dio, perché?

In fondo alla stanza un vano in ombra. Ma il tanfo di urina che viene da quella direzione non invoglia a indagare. Vado alla porta. Nella toppa c’è una chiave, la giro due volte.

Torno a sedermi. Sposto i piatti. Sul materasso, per terra, non ci dormo. Incrocio le braccia e chino la testa.

 

Erano passate un paio di settimane da quando papà se n’era andato via. Mi ero alzata di soprassalto, in piena notte, svegliata dal tramestio. In casa erano accese tutte le luci. Mio fratello stava aiutando mamma, che non si reggeva in piedi; si era sentita svenire in bagno. Io avevo sgranato gli occhi, i palmi sudati, la testa che mi ronzava.

Mamma mi ha rassicurata, mi ha detto di tornare a dormire. La mattina dopo, quando mi sono svegliata, non c’era nessuno. Un biglietto sul tavolo del soggiorno: mamma e mio fratello erano andati al pronto soccorso.

È stata l’unica occasione in cui ho rischiato di piangere. Di piangere sul serio. Non per intenerire qualcuno o per dare fastidio o per sfogare un dolore. Però quella mattina ho tenuto duro. Verso mezzogiorno mamma è rientrata. Niente di grave, per fortuna. E si era fermata in pasticceria a comprare la crostata di fragole.

Tiro su col naso. Le lacrime scendono lungo le guance. Non ho più una casa; mamma, papà, Roberto, tutti spariti. Non arriverà nessuno con la torta. Lo so.

Sono sola.

Chiudo gli occhi, stringo le palpebre. Ma al buio è peggio. Al buio l’intero mondo scompare.

 

Risollevo la testa, intontita. Mi scosto i capelli ancora umidi dal viso. Forse ho dormito un po’. Le braccia sono indolenzite; le dita, chiuse a pugno, insensibili.

Dietro le stecche della tapparella il cielo è striato di blu scuro, non manca molto all’alba. Richiudo gli occhi. Meglio dormire ancora e non pensare.

 

* * *

 

Il Conte è rincasato al sorgere del Sole, un pacchetto avvolto in carta stagnola tra le zampette. Ha ripulito il tavolo e disposto sul ripiano il bottino della caccia notturna.

Ci siamo dati da fare più di quanto mi sia resa conto. Abbiamo recuperato: un rotolo di bende; forbici per le unghie e forbici con la lama dentata da parrucchiere; bisturi monouso; disinfettante; un paio di medicinali con l’etichetta piena di nomi complicati; un rocchetto di filo elettrico e altra paccottiglia elettronica; cacciavite; una torcia a stilo; un coso che sembra una pistola uscita da un film di fantascienza – lo prendo in mano. «E questo cosa sarebbe?»

«Microsaldatore» risponde il coniglietto. Sta cercando l’accendino, una sigaretta gli pende dalle labbra.

Rimetto a posto il microsaldatore e passo in rassegna gli altri oggetti: un computer palmare ancora imballato tra due ali di polistirolo; una serie di aghi molto sottili, lunghi una ventina di centimetri; una bacinella; sapone; una manciata di rasoi usa e getta; shampoo – speciale antibatterico; pile di varie dimensioni.

Non c’è più spazio libero sul ripiano. Raccolgo le forbicine per le unghie. Le rigiro tra le dita. «E questi oggetti dovrebbero farmi recuperare la memoria? Come funziona? Ognuno è associato a qualche esperienza che ho scordato?»

«Non proprio. E manca il trapano con la punta a corona.» Il coniglietto balza sul comodino sghembo, si protende all’interno, preme il fondo del mobile con una zampetta. Clic. Un tassello di compensato casca giù. Dietro è nascosto un rotolo di banconote, tenute assieme da un elastico.

«Dovrebbero bastare. C’è un ferramenta qui vicino, andremo insieme e ti dirò quale modello prendere.»

Ho sollevato a metà la tapparella. Nubi basse e gonfie ancora coprono il cielo, ma non piove più. Il Sole si intravede appena, come una lampadina velata da uno straccio.

Prendo i soldi e li infilo in un portafoglio di pelle nera. «Io non ho ancora capito cosa me ne dovrei fare di un trapano.»

«Meglio così.»

«Non potevi rubare anche un cellulare? Voglio chiamare casa.»

Il Conte scuote la testolina. «Non risponderebbe nessuno.»

«Perché?»

«Credo siano già le nove passate. Muoviamoci, i negozi sono aperti.»

Va bene. Il trapano. È il momento della fisima per il trapano. Va bene, sono proprio curiosa di vedere che diavolo ci vuole fare!

Coniglietto con occhio rosso

 

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Capitolo 6

domenica, settembre 13th, 2009

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La figura spunta da dietro il battente. Si stringe nella giacca a vento e gira il capo per guardarsi attorno. La brezza le scompiglia i capelli neri. Lei li scosta dal viso con una mano. Indossa guanti rosa di lana.

«Elena?»

Cosa diavolo ci faceva la mia amica nella camera di Roberto? Vestita come fosse pieno inverno? Oggi si scoppia dal caldo!

Ma non è vero.

Non si scoppia dal caldo.

Sto tremando, ho la pelle d’oca. Il vento gelido mi morde le braccia nude, mi graffia il viso. Mi sfioro le labbra: sono screpolate, bruciano. Ogni volta che apro la bocca per respirare, artigli di ghiaccio mi raschiano la gola.

Sono debole sulle gambe. Scivolo e cado in ginocchio. Picchio i palmi contro il pavimento per non accasciarmi. Sotto di me non ci sono più le mattonelle sbrecciate. Cemento grigio, incrostato di brina e neve sporca.

Alzo gli occhi. Sono all’aperto. Enormi nubi scure soffocano il cielo. Le nuvole sono basse, gonfie, aggrovigliate tra loro; strisciano e si contorcono. La distesa di cemento sfuma nella nebbia. Tra la foschia spuntano camini e antenne per la TV; i comignoli sbuffano fumo nero. Tetti. Sto osservando dei tetti dall’alto in basso. Vuol dire che sono finita sulla sommità di un edificio di almeno dieci piani.

Elena mi corre incontro. La neve compatta scricchiola sotto gli stivali. Si china verso di me, mi cinge il fianco con un braccio e mi aiuta a rimettermi in piedi. Mi abbraccia, stringe forte. I suoi capelli, profumati di shampoo alla pesca, mi carezzano le guance. È un pochino imbarazzante, ma il tepore è delizioso.

Rimaniamo così per cinque lunghi respiri. Elena si stacca pian piano da me. Ha gli occhi arrossati, di chi ha appena finito di piangere. Si asciuga un’ultima lacrima con la nocca dell’indice. «Ero appena arrivata, quando ho visto lì sul letto… Ho avuto paura che… Ho avuto paura.»

Io ed Elena su un tetto. D’inverno. Lei ha pianto e io muoio di freddo. Quando è successo? Forse ero ubriaca? Strafatta? Ma non sarei mai salita su un tetto, soffro di vertigini. Mi devo essere sentita male, Elena si è preoccupata e, scampato il pericolo, non me l’ha mai raccontato. No, non ha senso. Perché avrebbe dovuto far finta di niente?

Lampi azzurri scuotono le nuvole, la luce tanto intensa da dipingere di blu la neve. Il tuono rimbomba; vibra nelle ossa, mi lascia sorda. Anche Elena ha sgranato gli occhi, ha la faccia spaventata. «Cosa succede?» le chiedo, ma non sono sicura di aver parlato. Non ho sentito la mia voce.

Lei scuote la testa. Mi prende per mano. Mi trascina verso la porta aperta. Gocce d’acqua mi bagnano le spalle, picchiettano sul cemento. Si scatena il temporale. La pioggia scende a scrosci e martella il tetto. Ragnatele di fulmini illuminano il cielo.

Ci rifugiamo all’interno.

Non è la camera di Roberto.

È un pianerottolo. Elena si affaccia sulla tromba delle scale. «L’ho trovata!» grida.

Frastuono di tacchi sui gradini di marmo. Mi sporgo anch’io: un gruppo di persone sale di corsa. Sono in quattro. No, cinque. Un tizio indossa una divisa verdina, come la guardia giurata fuori dalla banca vicino a casa. Un paio sono in camice bianco.

Elena mi stringe di nuovo la mano tra le dita calde. Fa strada mentre scendiamo. Al termine della rampa, incontriamo il gruppo che stava salendo. Una donna guida il drappello. Allarga le braccia per tenere dietro gli altri. Al petto ha appuntato il badge con la foto e il nome: “Dott. Anna Salici”.

Non credo di averla mai vista. Avrà l’età di mamma, forse qualche anno di più. Il volto è serio, di quella serietà pedante tipica dei professori. Si ricordi sempre: ‘sennonché’ con l’accento acuto, non grave. E un “chi se ne frega” non lo mettiamo?

In più la dottoressa ha i capelli in disordine, le borse sotto gli occhi, il camice tutto spiegazzato. Sai cosa? La mattina bisogna lavarsi la faccia, pettinarsi, stirare i vestiti. È una vergogna presentarsi in maniera tanto sciatta.

«Stai bene, Silvia?» Parla piano, scandendo le parole.

«Sì, più o meno, al solito.»

La tensione si allenta. Persino Elena tira un sospiro di sollievo.

Sono al pronto soccorso e l’ho scordato? Ma quando può essere successo? I guanti rosa sono un regalo di Marco. Quell’idiota era stato così imbranato da sbagliare di una settimana la data del compleanno. Io ed Elena l’abbiamo preso in giro per mesi. In ogni caso era novembre. Perciò questo è un giorno tra novembre e aprile, poi è arrivata la primavera.

Può essere il primo dell’anno? Sono stata malissimo a capodanno, ma…

«Vuoi tornare in camera?»

La dottoressa me l’ha chiesto già da qualche secondo e tutti aspettano in silenzio la mia risposta. Elena incrocia le dita con le mie, per darmi coraggio, come se fosse arrivato il mio turno dal dentista.

«Penso di sì.»

La dottoressa si sposta e gli altri la imitano, lasciano liberi i gradini davanti a me. Elena mi precede, e io la seguo. La guardia giurata borbotta qualcosa che non colgo alla Salici, poi si accoda. La dottoressa chiude il corteo.

Scendiamo due rampe. Attraversiamo una porta a vetri. Percorriamo un corridoio largo, con le pareti dipinte di celeste smorto. Sul pavimento è tracciata una spessa riga blu, che stiamo costeggiando. Odore di disinfettante, di aspirina, di quello schifo di minestra che ti servono per pranzo. Sì, è un ospedale.

«Ce la fai a camminare?» Elena ha aumentato la stretta, non si è ancora tolta i guanti. «Altrimenti se sei stanca vado a cercarti una sedia a rotelle.»

Perché mi tratta come un gattino bagnato? Perché non dovrei farcela a camminare?

Ma zoppico. Abbasso lo sguardo: ho un piede fasciato. Ho perso le scarpe. E non ho più i vestiti! Indosso solo i pantaloni di un pigiama marrone che non è mio, e una canottiera.

«Ce la faccio. Muoviamoci.»

Elena mi conduce a una stanza con due letti. Uno è vuoto, l’altro è in disordine; coperte e lenzuola sono scivolate per terra. Sul comodino è posata una bottiglia di acqua minerale; un bicchiere di plastica è rovesciato, l’acqua gocciola sul pavimento. In un angolo sono impilati un paio di blister. Non mi sembra che sia rimasta neppure una pastiglia.

La pioggia frusta il vetro dell’unica finestra, alta e stretta. Il crepitio sommerge la camera. È lo stesso rumore di fondo che mi ha riempito le orecchie quando ho sperimentato per la prima volta gli effetti della distocosa topica. È la stessa allucinazione sonora di quando sballi con la trielina.

Elena mi fa sedere sul letto sfatto. Mi aiuta a distendere le gambe. Mi copre con il lenzuolo bianco. Rassetta le coperte. Prende una seggiola di plastica e si sistema al mio capezzale.

La dottoressa Salici aspetta sulla soglia. Scambia un’occhiata con Elena. «Passo a controllare dopo.» Esce e si chiude la porta alle spalle.

Bene.

Butto via le coperte e mi rimetto seduta. «Elena! Dove siamo? Che razza di storia è? Che giorno è oggi? È un’altra delle tue trovate cretine? Da quanto sono qui? A mamma cosa racconto?»

Elena si sfila i guanti, li mette nella tasca della giacca. Rimane in silenzio, gli occhi bassi, le mani sulle cosce.

Sospiro. «Ok. Cominciamo dall’inizio.»

«Non vorresti prima dormire un po’?»

Elena svita il tappo dalla bottiglia. Raddrizza il bicchiere e lo riempie fino a metà. Fruga tra i blister, trova una compressa. Con uno schiocco la libera dalla confezione. Mi porge bicchiere e pastiglia.

Ho una gran voglia di darle una sberla.

«Che giorno è oggi?»

«Mercoledì.»

Grazie tante! Elena non è mai stata la persona più brillante che abbia mai conosciuto, ma di solito non è così ottusa. «Giorno? Mese? Anno?»

«Il ventisette. Ventisette ottobre.»

No. Non è possibile. Sta mentendo. Non può avere i guanti prima di novembre.

«Non è vero. Di quale anno? E poi come fa a essere ottobre? Sembra gennaio!» Il vento mi ha sentita: scuote la finestra, i vetri tremano. La pioggia picchia come grandine. Esplode il fragore di un altro tuono. Le lampade al neon sfrigolano, le luci si attenuano, poi tornano fulgide.

«Alla televisione dicono che è colpa delle comete. O degli asteroidi.» Elena mi offre di nuovo il bicchiere. «Sai che non ci capisco niente di queste cose.»

«Non voglio un sonnifero! Voglio sapere perché sono in ospedale!»

Elena esita. Rimette a posto il bicchiere. Stringe le labbra. Non un filo di rossetto, non è da lei. «Non ricordi più niente?»

Cosa devo ricordare?

«Sono ubriaca?»

«No. Senti, vado a chiamare la dottoressa. Tu però mi prometti di rimanere tranquilla?» Elena si alza. Dalla tasca dei pantaloni spunta un lembo di carta. Si accorge del mio sguardo e subito indietreggia, inciampa nella sedia e ricade seduta.

Impedita.

Allungo la mano e prendo il foglio.

È una pagina strappata da un quaderno a quadretti. La dispiego sulle ginocchia. Due frasi in stampatello. Riconosco la mia calligrafia: scrivo sempre in stampatello, perché il mio corsivo non riesce a leggerlo nessuno, me compresa.

Chiedo perdono a tutti.

Ho trovato il modo per non fare più male a nessuno.

Volto il foglio, ma non c’è scritto altro. «Che significa?»

«Non lo so… ma quando ti ho vista sul tetto.» Elena singhiozza. Tira su col naso. «Non è colpa tua, Silvia. Non è colpa tua» piagnucola.

Certo che non è colpa mia. Sei tu quella che mi spinge sempre in questi casini!

Elena si pulisce le guance con il fazzoletto. Mi carezza la mano che stringe il foglio. «Vado a chiamare la dottoressa. Rimani tranquilla, me lo prometti?»

Annuisco. Lei scansa la seggiola. Corre alla porta.

È l’esperienza di distocosa più vivida delle tre. E non riesco a individuare il ricordo: quando sono stata ricoverata? In un paio di occasioni. Niente di grave, però. Elena non dovrebbe essere così disperata.

Apro il cassetto del comodino. Due monete da un euro, un flacone di pasticche con l’etichetta scritta a mano, un biglietto del tram usato. Un quaderno con la copertina lilla. Le prime pagine sono bianche, le altre mancano, sono state strappate.

Sul fondo del cassetto è annidato il cellulare. Lo accendo. Masako è fuori di sé: ci sono più di venti messaggi non letti e cinque appuntamenti che ho segnato sul calendario e non mi sono preoccupata di marcare come “rispettati”. Il riquadro tra le zampe del gatto indica la data e l’ora. Sono le 15 e 10 del 27 ottobre.

La porta cigola. Entrano Elena e la Salici. La dottoressa si siede accanto a me sul materasso. «Ti va di parlare oggi, Silvia? Tua nonna è sempre qui al reparto. La faccio venire?»

La nonna? Ho chiamato la nonna per non spaventare mamma? Assurdo. E non servirebbe a niente: la nonna è spiona e pettegola per natura.

«No. Voglio solo sapere cosa mi è successo.»

La dottoressa solleva un sopracciglio, si volta verso Elena, che si stringe nelle spalle.

«Qual è l’ultima cosa che ricordi, Silvia?»

L’appartamento di Roberto devastato e un coniglietto parlante che disdegna la pizza tranne quella con le acciughe. Uhm, meglio evitare questi particolari. Non mi pare di essere nel reparto psichiatrico e non ci tengo a raggiungerlo.

«Era estate. Mi ricordo il caldo di luglio. Forse l’ho sognato.»

«Capisco. Sei sicura di non voler vedere la nonna? È molto preoccupata per te.»

Quanti minuti sono passati da quando Elena è uscita dalla camera di Roberto? Almeno venti. Le prime due distocose non sono durate più di un quarto d’ora, questa invece non accenna a terminare.

Il piede mi manda una fitta. È una storta? Sono ferita? Sfioro la fasciatura: umida e sporca di una sostanza unta e giallastra. Siero. Pus. Ma che schifo!

«Come mi sono fatta male?»

La dottoressa si piega sulle ginocchia. Inforca gli occhiali. Scruta il piede, stando attenta a non toccare le bende. «Non ce l’hai voluto dire. Pensiamo sia il morso di qualche animale. Ti fa ancora molto male?»

«Un po’.»

«Ti prendo un antidolorifico.» Torna alla porta. Si affaccia sul corridoio, la sento rivolgersi a qualcuno, ma non distinguo le parole. Esce dalla stanza.

Distendo il piede. La caviglia è gonfia e puzza di carne andata a male.

Il Conte. Il morso del maledetto coniglio ha fatto infezione. Ma allora… Il ventisette ottobre non dell’anno scorso. È il ventisette ottobre di quest’anno.

«Elena!» La mia amica sobbalza, sorpresa dal tono deciso. «Cosa mi stavi dicendo delle comete o gli asteroidi o com’era?»

«Non c’è niente da temere. L’hanno detto più volte al telegiornale: gli scienziati hanno calcolato le traiettorie e non saremo colpiti.»

A meno che le astronavi non cambino rotta. «Quanto manca? Fra quanto tempo arriveranno le comete?»

«Non lo so. Mi pare un paio di giorni.»

Mi tiro in piedi. «Devo tornare subito a casa. Dov’è il coniglietto? Ero con un coniglietto, giusto? Pelo corto grigio, orecchie basse, grande come il gatto di Angela e dispettoso uguale. Dov’è finito?»

Elena si morde un’unghia. «Quale coniglietto? Silvia, ho paura. Mi fai paura, non sembri neanche più tu! Quello che è successo è terribile ma…»

«Non adesso! Dove sono i vestiti?» L’armadio è accanto alla finestra. Infilo due dita tra le ante socchiuse. Un ombrello a coste blu. Un asciugamano. Un paio di jeans che non ho idea di chi siano, non importa, li butto sopra il letto. Le scarpe. Possibile che sia arrivata senza scarpe? Mi chino per rovistare nei cassetti in basso. Ciabatte da doccia di gomma verde nel cassetto più a destra. Nel cassetto al centro…

«… vuole tornare a casa.»

Mi giro. La dottoressa è appena rientrata, Elena le sta parlando sottovoce.

«Silvia, cerca di ragionare» mi dice la Salici. «Non posso obbligarti, però sarebbe meglio se rimani qualche altro giorno in osservazione.»

«Non ho qualche giorno.» Zoppico fino al comodino, raccolgo il cellulare. Seleziono il numero di casa. Suona a vuoto. Chiamo papà. Nessuna risposta. Mio fratello. Spero di avere in memoria il suo numero nuovo.

Intanto il piede è diventato un grumo di dolore sordo, simile a un mal di denti. Ho l’impressione che la caviglia si sia ingrossata a dismisura. Non oso verificare.

«Prendi almeno l’antidolorifico.»

«Un attimo.»

Sì, il numero di Francesco è nella rubrica. Tocco lo schermo.

Forza, rispondi. Almeno tu. Avanti!

Masako scuote la testa per la terza volta.

Dannazione!

«Elena! Hai i numeri dei taxi?»

«Io, non…»

Sollevo la testa. La dottoressa mi porge il bicchiere. «Bevi questo.»

Scolo la medicina in un sorso. Subito la vista si appanna. Le palpebre sono pesanti. «Oh, cristo.»

 

* * *

 

I cadaveri delle stelle punteggiano la spiaggia. Sulla sommità della collina, scorgo la casetta con le finestre illuminate. Se cerco di raggiungerla camminando dritta verso la cima, me ne allontano. L’unica soluzione è seguire un tortuoso percorso a spirale.

Il terreno è fangoso, cosparso di alghe, ninfee marce, corpi decomposti di rospi e altra roba putrida. A ogni passo i piedi affondano fino alle caviglie nella melma.

A metà della salita, il sentiero si allarga. Tra il fango spuntano decine di biglietti da visita. Ne raccolgo uno: “BACIAMI. SONO UN PRINCIPE.” Segue un numero di telefono. Mi infilo in tasca il biglietto e proseguo ad arrancare.

Trascorre l’eternità.

Mi pulisco le scarpe sul tappetino davanti alla porta.

«Entra, entra. Ti aspettavo» mi chiama una voce.

La ragazza incappucciata è ancora ferma al centro della stanza. È passato un intero giorno e non ha mosso un dito per mettere in ordine. Va bene che hai appena traslocato, ma ti sembra il modo di ricevere ospiti?

«Avvicinati» mi dice.

«No. Non ci casco più. La cosa che hai fatto l’altra volta con le dita che scivolano dentro la testa non mi è piaciuta. E poi sai già chi sono, sono io, Silvia.»

La ragazza si scopre il capo. Mi squadra con i suoi occhi verdi, da cartone animato. «Hai ordini?»

«No.»

Accenna a rimettersi il cappuccio.

«Aspetta. Aspetta, ti prego.»

Si ferma a metà del movimento. «Hai ordini?»

«Vorrei solo farti qualche domanda.»

La ragazza è immobile. Non respira. Non batte le ciglia. Io mi siedo su uno scatolone chiuso con nastro da imballaggio. Anche se non vuole parlare con me non intendo uscire, non mi va di incontrare altri mostri.

«Va bene» risponde finalmente la ragazza.

Mi guardo attorno. «Dove siamo?»

«A casa mia.»

«Che si trova?»

La ragazza fa spallucce. «Non saprei dirlo, non esistono più punti di riferimento da molto tempo.»

«Quanto tempo?»

«Sono trascorsi miliardi di anni da quando le stelle hanno smesso di brillare. Miliardi di anni da quando l’ultimo buco nero è evaporato. La densità della materia nell’Universo è così bassa, che è quasi impossibile per due particelle venire in contatto.» La ragazza mi sorride. «Hai scelto tu questo momento! Perché le previsioni dell’Oracolo divengono incerte all’approssimarsi della fine.»

I buchi neri evaporano e io ne sono felice perché l’Oracolo si potrebbe sbagliare. Ovvio. «Non credo di aver capito. Chi sarebbe questo Oracolo? E tu, tu chi sei?»

«Non sono sicura di poter rispondere a queste domande senza ordini.»

«Te lo sto ordinando adesso!»

Bussano alla porta.

Scocciatori persino in un sogno al termine dell’Universo.

«È aperto!» grido.

Il bussare si ripete. La ragazza è impassibile come sempre, devo andare io a controllare. Sbircio dallo spioncino. Il nero della notte senza stelle. Spalanco la porta. «Ma si può sapere chi–»

Una gigantesca zampa pelosa si abbatte su di me.

 

Apro gli occhi. La stanza è buia, tranne per una lucina rossa incassata nel muro sopra la spalliera del letto. Una zampetta mi sta facendo il solletico al naso. Il Conte mi è salito sul petto. Sfrega il musino contro la mia guancia. «Sei sveglia?» sussurra.

«Sì.»

Il coniglietto porta una zampetta alle labbra. «Ssh.» Un punto bianco illumina il cuscino alla mia destra: il Conte ha acceso una torcia a stilo; scherma la luce con il palmo. Conduce il fascio luminoso giù dal letto, gli fa percorrere il profilo ondulato di una gonna: qualcuno seduto che mi sta vegliando.

«Tua nonna. Sta dormendo, meglio non disturbarla.»

Il coniglietto tira indietro le coperte con i dentoni. Fa cenno di scendere dal letto dal lato opposto rispetto alla nonna. «Fai piano» mormora.

Quando poso il piede fasciato sul pavimento, è come dare un morso a una tavoletta di cioccolato con i denti cariati. Non devo urlare, non devo urlare, non devo urlare. Artiglio le lenzuola finché l’ondata di sofferenza non si ritrae.

Piego la gamba ferita. Seguo il Conte saltellando. Per fortuna il rumore si confonde con il tambureggiare della pioggia. Giriamo intorno al letto. Il coniglietto angola la torcia per far brillare il metallo di una maniglia tonda.

La afferro e tiro verso di me. Sgusciamo fuori dalla stanza, in corridoio. Il Conte scatta in avanti. Io cerco di stargli dietro. Ci intrufoliamo in un bagno.

Il coniglietto si arrampica dentro il lavandino. Dirige il fascio di luce dritto contro la mia faccia. «Silvia, ti scongiuro, vuoi ascoltarmi per l’ultima volta? Vuoi tornare a casa con me?»

Da quando è diventato così gentile?

«Certo che voglio tornare a casa. Anzi, era proprio quello che stavo per fare prima che quella stronza di dottoressa…» Il Conte mi è balzato in spalla. Mi lecca l’orecchio. Preme il musino nell’incavo del collo.

«Sono orgoglioso di te! Hai fatto la scelta giusta» dice. «Lo so che hai passato giorni orribili, ma riuscirai a metterteli alle spalle.»

Prende da sotto la pancia un pacchetto di sigarette. «Non ho fumato venendo qui. Ero troppo preoccupato.» Sfila una sigaretta, se la mette in bocca. Ne prende una seconda, me la porge. «Tieni.»

«Lo sai che non fumo.»

Lui rimane con la zampetta protesa. «Be’, se vuoi smettere, d’accordo.»

«Veramente non ho mai cominciato.»

Si accende la sua sigaretta. «Ne riparliamo a casa. Andiamo.»

«Non posso uscire così. Ho bisogno di vestiti, e dobbiamo chiamare un taxi. Certo che se non mi mordevi in quella maniera la caviglia era meglio.» Indico il piede, ormai gonfio come un melone.

«Io ti avrei morso la caviglia? E poi quante storie, sistematela e andiamo.»

«La sistemo come

«Con la Magia, o hai–» si interrompe. Butta via la cicca, salta giù, raccoglie la torcia, che ha lasciato appoggiata al rubinetto dell’acqua calda. Mi punta il fascio di luce negli occhi.

«Ehi!»

«Silvia, qual è l’ultima cosa che ricordi?»

Giuro che se oggi un’altra persona mi fa questa domanda la strangolo!

«Eravamo nell’appartamento di Roberto. Stavamo per andarcene in pizzeria quando la porta della camera da letto si è aperta. È cominciata un’altra di quelle distocose topiche o come le hai chiamate. Credo di esserci ancora dentro.»

Le zampette del Conte sono scosse da un tremito. La torcia gli sfugge, rotola lungo il bordo del lavandino, si ferma sopra il buco dello scarico. Il coniglietto mi fissa quasi avesse di fronte un fantasma.

«Ho detto qualcosa di sbagliato?»

Coniglietto triste

 

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Capitolo 5

sabato, agosto 29th, 2009

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Elena si sfila lo zaino dalle spalle e lo posa sui gradini della scalinata. Poi lo trascina più vicino a sé, perché siamo proprio davanti all’ingresso della scuola e c’è il rischio che qualcuno inciampi.

«Guarda» mi dice. Piega il capo in avanti, i capelli neri le ricadono intorno al viso. «Vedi niente?»

Mi porto alle sue spalle e le esamino la nuca. La pelle è liscia, senza macchie o segni, solo un po’ arrossata per il freddo – è una mattina gelida, per essere inizio aprile. Vorrei palparle il collo, per assicurarmi che non ci siano imperfezioni che sfuggono alla vista. Meglio di no: ho le dita ghiacciate e farei sobbalzare Elena. Unisco le mani a coppa davanti alla bocca e soffio per scaldarle. Il respiro si condensa in arabeschi bianchi.

«Dunque?» Elena si è rimessa dritta e ha raccolto lo zaino.

«Be’, sì, non si vedeva niente.»

«Appunto. Perciò non c’è niente da aver paura. È una puntura minuscola, non senti niente, non rimane alcun segno, in pratica non te ne accorgi neanche.»

«Non so.»

Elena sbuffa, scuote la testa. Sale gli ultimi gradini che ci separano dal portone. Mi affretto a seguirla. Il gargoyle accovacciato sopra l’ingresso osserva i nostri movimenti con occhi di granito.

«Ma hai almeno compilato il modulo?»

I nostri passi risuonano nitidi nell’atrio. La campanella è appena suonata e sono tutti in classe; nessun ritardatario oggi. Tranne noi: abbiamo deciso di entrare con qualche minuto di ritardo, sperando che siano già stati scelti i volontari per l’interrogazione di matematica.

«L’hai compilato sì o no?» insiste Elena.

«No. In prima pagina c’era scritto che in caso di minorenni era richiesta l’autorizzazione dei genitori. Mamma non sarebbe mai d’accordo.»

Elena si appoggia al corrimano delle scale per il secondo piano. Mi rivolge un’occhiata indulgente, di chi fa appello a tutta la propria pazienza perché alle prese con una ritardata. «Fregatene, no? Fai uno scarabocchio e basta. Tanto non controllano. Te lo posso garantire, nessuno andrà mai a verificare.»

Saliamo. Tormento il bottone del cappotto sotto il bavero. Non mi fa né caldo né freddo imitare la firma di mamma o mentirle, ormai è un’abitudine, sono io che ho dei dubbi su questa faccenda. «Ripetimi un’altra volta quello che dovremmo fare.»

«Te l’ho già detto mille volte. È semplicissimo. Ti fanno sedere su queste poltroncine finché non arriva un’infermiera per l’iniezione al collo, che è una cosa da niente. Poi passati dieci minuti, un quarto d’ora, ti accompagnano in una stanza, ti siedi su una seggiola con davanti un tavolino. L’infermiera ti mette degli elettrodi alle tempie, e–»

«Fa male?»

«Cosa, gli elettrodi? Ma figurati. Ti fa male metterti un cerotto? Ecco, uguale. Non senti niente. Dopo gli elettrodi piazzano una telecamera e un mazzo di carte sul tavolino. Le carte hanno il dorso grigio, mentre le figure sono cerchi bianchi o neri. Tu prendi una carta per volta e la guardi.»

Imbocchiamo il corridoio verso la nostra classe. I finestroni che si affacciano sul cortile sono velati dalla foschia. Nelle aule la luce è accesa, filtra da sotto le porte chiuse. Invece le lampade appese al soffitto sono spente.

«Tutto qui? Non devi indovinare quale carta sia prima di voltarla?»

«Non devi fare niente. Devi solo girare la carta e guardare la figura. Penso che la telecamera segua il movimento degli occhi. Comunque non ti chiedono nient’altro, solo di prendere una carta alla volta, girarla, guardare la figura e continuare così finché non si è esaurito il mazzo. Ci vogliono venti minuti o giù di lì.»

Siamo quasi arrivate. Elena rallenta apposta il passo e io la affianco. È un po’ più bassa di me, ma cammina sempre con foga. «Dopo, quando hai guardato tutte le carte, torna l’infermiera e ti riporta alla sala d’aspetto con le poltroncine. Ti offre un tè o un’altra bevanda calda e una brioche. Quindi passi a uno sportello e ti pagano. Nessuna formalità, intaschi i soldi e te ne vai. Soldi facili.»

Raggiungiamo l’aula. Elena accosta l’orecchio al battente per saggiare la situazione. Porta l’indice davanti alla bocca. «Ancora troppo presto» bisbiglia. Fa cenno di riprendere a camminare. Ci dirigiamo ai bagni.

«Comunque se proprio non vuoi, pazienza. Chiederò ad Angela o a qualcun altro. Non c’è problema.»

«Onestamente questa cosa di fare la cavia non mi piace tanto. Però se mi dici che non ci sono rischi… ok, accetto.»

Elena mi sorride, ha i canini pronunciati, affilati. «Perfetto! Facciamo così: durante l’ora di storia ti aiuto io a compilare il modulo. Così possiamo subito andare alla chiesa, questo pomeriggio.»

«Va bene.»

«Allora ti posso svelare un segreto.» Avvicina il viso al mio, per sussurrare all’orecchio. «L’altro giorno, dopo la seduta, non è passata l’infermiera. Il caffè me l’ha offerto un ragazzo, un tipo strano. Si è presentato come Roberto e se fossimo in un film dell’orrore ti giuro che–»

 

«Ma che hai, ti sei addormentata?»

Batto le palpebre. Ho artigliato la maniglia, la stringo così forte che le dita e i muscoli del braccio mi fanno male. Ho la bocca secca e il cuore mi martella nel petto. Un rumore, simile a uno scrosciare, mi riempie le orecchie.

Cosa mi è successo? Non ho mai vissuto un’esperienza del genere. Non è stato un semplice ricordo, ero di nuovo lì, nel corridoio in penombra della scuola, tre mesi fa. Occupavo il mio corpo e, allo stesso tempo, lo osservavo distaccata. Come nei film, quando il moribondo si accorge che la propria anima sta per lasciare il mondo.

I gradini di ferro dietro di me cigolano: qualcuno sta salendo le scale. Riconosco la voce di Elena che bisbiglia parole incomprensibili. Una seconda voce le risponde: è la mia. Trattengo il respiro. Il vociare si avvicina. Ho due fantasmi alle spalle, e uno dei due sono io. O mi sto davvero riducendo il cervello in poltiglia oppure sono morta.

Mi tremano le ginocchia, ma devo sapere.

Mi volto di scatto.

Nessuno.

Il Conte mi pungola la guancia con una zampetta. «Silvia, stai bene?»

«Sto bene, sto bene. Credo. Ho fatto un sogno a occhi aperti o qualcosa del genere. Era molto intenso.»

Distendo e ripiego le dita indolenzite. La spiegazione più logica è che sono così in ansia per Roberto da avere le allucinazioni. Ma lui sta bene, è a letto con l’influenza e nient’altro.

Apro la porta.

Un’ondata di polvere invade il pianerottolo. Mi piego in due, tossisco. Indietreggio fino a picchiare la schiena contro il parapetto delle scale.

Copro la bocca con il dorso della mano e rialzo il viso: le spirali di polvere grigia si adagiano sulla superficie di un lago di nebbia che mi arriva alle caviglie. Il vano della porta è un riquadro di oscurità. Stringo gli occhi, ma il muro di tenebra oltre la soglia è impenetrabile.

Procedo a tentoni. Cerco l’interruttore della luce sulla parete accanto allo stipite. Sotto i polpastrelli il muro è ruvido, come se l’intonaco si fosse sgretolato. Trovo il rettangolo di plastica, spingo la levetta verso l’alto.

Due lampadine avvampano di giallo. Subito si spengono.

La finestra. Ho una vaga idea di dove si trovi. Torno un attimo sul pianerottolo per riempirmi i polmoni di aria pulita, poi mi inoltro nel buio. Le mani protese colpiscono la parete; mi sposto di lato, tastando il muro con i palmi. Mi sembra di essere uno stupido mimo. Il freddo del vetro. Ancora un po’ più a sinistra. Afferro la maniglia della finestra. Si sbriciola tra le dita.

Dev’essere ricoperta di ruggine. Provo lo stesso a girarla: la maniglia stride, fa resistenza. Giro con più forza e tiro verso di me. Il ferro arrugginito mi graffia il palmo. Il sudore – non sarà mica sangue? – scorre dal polso fino al gomito. Gocciola sul pavimento.

La finestra si spalanca con uno schiocco.

Spingo in fuori le persiane. Alcune delle stecche orizzontali scivolano via dalla loro sede e precipitano in strada.

Il Sole di mezzogiorno si riversa nella stanza.

Mi guardo attorno, confusa. «Cos’è successo qui?» mormoro.

L’intonaco è scrostato. Rimangono solo poche chiazze di vernice bianca a coprire i mattoni messi a nudo. Profonde crepe solcano il pavimento, le mattonelle non combaciano più. Il legno del tavolo e della credenza è marcio e annerito. La ruggine incrosta la maniglia della finestra, il lampadario, le cornici con le stampe di Bosch.

Mi avvicino alla cornice appesa sopra il divano. La stampa è ridotta a una poltiglia color paglia accumulatasi lungo il bordo inferiore del telaio. Il vetro è incrinato, e ho il timore che vada in frantumi se lo sfioro. È un peccato, mi piaceva quel quadro, era bizzarro: c’era un tizio con un imbuto come copricapo che trapanava un disperato, gli apriva un buco in fronte. A osservarli una signora con un libro rosso. In equilibrio sopra la testa.

 

Mentre cammino, le scarpe sollevano sbuffi di polvere. La polvere è ovunque, è un manto steso sull’intera stanza. «Cos’è successo?»

«Non ne sono sicuro.»

Giro il viso verso il Conte, appollaiato in spalla. È la prima volta che lo sento incerto. Il coniglietto rigira una sigaretta tra le zampette, con movimenti nervosi.

«Posso azzardare alcune ipotesi.» Infila la sigaretta in bocca. «Ma prima devo ragionarci sopra.» La fiammella dell’accendino brilla per un istante. Il Conte dà un lungo tiro.

Sono tentata di chiedere al coniglietto di passarmi una cicca. Non ho mai fumato, ma forse è il momento di iniziare. Una sigaretta mi aiuterebbe a rilassarmi, a pensare con calma – lo assicurano tutte le fumatrici nei forum. L’appartamento di Roberto è in rovina e lui… Fisso la porta chiusa della camera da letto, a pochi passi da me.

Ho paura. Ho paura di quello che potrei scoprire.

È solo a letto con l’influenza. Sta bene, non è gli successo niente. Sta bene.

E se non è vero? Non ce la faccio più da sola: devo chiamare Elena, raccontarle tutto e farla venire qui.

Prendo il cellulare.

Ma se non dovesse rispondere? Non le parlo da ieri pomeriggio, non mi ha più richiamata dopo che è caduta la linea. Se fosse sparita anche lei? Ho la netta sensazione che Elena sia in un limbo: è salva finché io non scopro se è sparita o no. Silvia, se cominci a pensare idiozie del genere sei pronta per lo strizzacervelli.

Compongo il numero. La sensazione diviene più reale, palpabile, ha lo stesso sapore della Magia. Spengo il telefono. Mi appoggio allo schienale del divano.

 

«No, rimani sdraiata ancora qualche minuto, potresti sentirti di nuovo male.» Una mano preme contro la spalla e mi costringe a stendermi. Non che io sia contraria: mi gira la testa, e dubito che riuscirei a stare in piedi.

Osservo il soffitto. È dipinto di fresco e non vedo lampade al neon. Non sono al pronto soccorso. La luce è troppo bassa, nessuno si lamenta per il dolore. No, niente pronto soccorso. Questa volta.

Piego la testa di lato. Davanti a me ho una finestra; oltre i vetri nuvoloni grigi coprono il cielo. Un lampione lontano è già acceso. Pomeriggio inoltrato.

«Dove sono?» biascico.

Non ricordo niente di quello che mi è successo oggi. Ma so che è un giorno feriale, e che sarei dovuta andare a scuola – ci manca solo che sia in giro da ieri sera, sarebbe la volta buona che mamma mi ammazza.

«Sei a casa mia» risponde la voce di prima. Chi ha parlato? La stanza mi sembra vuota. «È stata la tua amica Elena a insistere per venire qui invece di chiamare i tuoi genitori.»

Elena.

I ricordi si ricompongono, come fotografie sfocate che diventano via via più nitide. A scuola ci sono andata. L’ora di storia. Ho passato l’ora di storia a riempire un modulo… Il vento gelido ci ha costrette a chinare il capo, appena scese dall’autobus. Ci siamo infilate in una stradina così stretta da non poter camminare una a fianco all’altra. I corvi ci spiavano dai tetti… La facciata della chiesa si confondeva con i palazzi accanto. Un piccolo crocefisso era inchiodato sulla porticina di legno. Elena ha bussato con il batacchio a forma di testa di leone… Una goccia incolore scintilla sulla punta dell’ago. L’infermiera mi strofina la pelle con un batuffolo di cotone idrofilo…

«Ti sto preparando una tisana, ricetta speciale» riprende la voce incorporea. «Vedrai che ti sentirai subito meglio.»

Sollevo appena la testa e il collo manda una fitta. Il dolore si irradia da un punto preciso, in cima alla colonna vertebrale. Stringo i denti e mi metto seduta. Nella stanza non c’è nessuno. Un rumore di stoviglie giunge da un vano di ombra.

«Dov’è la mia amica?»

«È andata via, aveva un appuntamento urgente.»

Che razza di scusa cretina! Neanche prendersi la briga di inventare una giustificazione decente. Prima insiste per trascinarmi… dove mi ha portata? Premo le dita contro le tempie, ma le foto rimangono sfocate. Mi sta venendo un mal di testa atroce.

«In ogni caso io devo tornare a casa. Chiamami un taxi.»

«Aspetta.» E quando rialzo il viso lui mi è di fronte. In mano una tazza per caffelatte bianca, decorata da scritte nere. Mi porge la tazza e una scia di fumo si disegna nell’aria. «Attenta, ché è bollente!»

Stringo la tazza con entrambe le mani. Il calore intorpidisce le dita, ma è gradevole. La bevanda ha un colore rosato e profuma di pesca. Accosto le labbra al bordo, bevo un piccolo sorso. Con la coda dell’occhio colgo le scritte nere che si dibattono sulla superficie bianca. Sono formiche.

 

La tazza cade. Colpisce il pavimento e va in frantumi. Le schegge si dissolvono. Il liquido bollente schizza ovunque, ma evapora prima di bagnare la stoffa scolorita del divano.

Ho gli occhi sgranati: ho appena assistito a un evento impossibile. Un frammento del ricordo di tre mesi fa si è materializzato nel presente. Oppure sono ancora allucinazioni.

«Hai visto anche tu, vero?» chiedo al coniglietto. «Cosa. Diavolo. Succede?»

Il Conte butta la sigaretta. «A questo punto direi che l’ipotesi più probabile è che si tratti di una distorsione entropica.»

«Una distocosa? In italiano, se non ti spiace.»

«È un’alterazione dello spazio-tempo. Prova a immaginare lo spazio-tempo come un fluido, poi–»

«Ho detto in italiano!»

«Non esiste un modo semplice per spiegarlo.»

Sono in classe, seduta al mio posto – il terzo a partire dal fondo, accanto alla finestra. Sto sudando, anche se più per la tensione che non per il caldo. Rileggo per la nona volta la fotocopia con i quesiti per il compitino di fisica. So rispondere a una, massimo due delle dieci domande. Mi sono dimenticata che era oggi il compito e non ho ripassato. Dannazione!

Cerco Elena con lo sguardo. Troppo lontana per scroccarle suggerimenti. Angela invece è dietro di me, peccato che io, da perfetta imbecille, ci abbia appena litigato, giusto l’ora prima. Se questo compito in classe va male… No! Non voglio rivivere quella mattinata schifosa!

Picchio la mano aperta contro la parete. «Come si sistema questa cosa entropica?»

«Bisogna trovarne la causa. Ed è quello che non devi fare. Non stiamo parlando di un fenomeno naturale. Questo genere di alterazioni sono artificiali, e l’umanità non dispone della tecnologia necessaria per manipolare lo spazio-tempo.»

«Perciò cosa dovrei fare?»

«Andiamocene finché siamo in tempo.»

Faccio cenno di no con la testa. «Dov’è Roberto?»

«Non lo so. Ma dovunque sia non lo puoi aiutare. Silvia, non sto scherzando, questo posto è pericoloso. Molto pericoloso. Andiamo via. Adesso.»

Mi mordo il labbro inferiore. «Non sarei una vigliacca se scappo?»

«Saresti una stupida se rimani.»

È come in quel manga, quello del lupo solitario, che ho scaricato credendolo una romantica storia di licantropi e invece c’erano solo samurai che si sbudellavano. Il bambino figlio del protagonista può scegliere la spada o la palla colorata. Se sceglie l’arma lo aspetta una vita infernale di sangue e morte; se sceglie il giocattolo, il padre lo ucciderà.

La porta spalancata sul pianerottolo o la porta della camera di Roberto? Quale delle due è la spada? Quale la palla? Perché devo scegliere? Non è giusto!

«Non voglio lasciare Roberto» mormoro.

«Davvero vale la pena rischiare la vita per un ragazzo? Silvia, ricordati, devi sempre essere sincera, e non con me, con te stessa.»

«Se io… se io imparo a usare la Magia, poi potrò tornare e…»

«Certo!»

Stringo i pugni. Roberto, non ti sto abbandonando! Ti prometto – ti giuro – che tornerò a cercarti. Qualunque cosa ti sia successa, ti troverò! E tu sai che io mantengo sempre le mie promesse. Per le questioni importanti. Se posso.

«Allora, possiamo andarcene.» Do le spalle alla camera di Roberto. Ho i muscoli ancora tesi, ma il sollievo per la decisione presa ha il gusto di una bella birra ghiacciata.

«Ti va di pranzare fuori?» chiedo al coniglietto. Non ho voglia di tornare subito a casa, mamma sarà ancora incazzata per la storia del fumo e io sono troppo stanca per litigare. «Qui vicino c’è una pizzeria buonissima. Ti piace la pizza?»

Lui sospira. «No, non mi piace la pizza. Tranne quella con le acciughe. Ma va bene lo stesso, basta che ci sbrighiamo.»

Un cigolio, dietro di me.

Non ti voltare, non ti voltare.

Il cigolio diviene un lamento. Si interrompe. Rumore di passi.

Roberto?

Mi volto. La porta della camera è spalancata. Un alone di luce gialla si spande sullo strato di polvere davanti all’uscio. Un’ombra si allunga fino alla parete opposta. Il proprietario dell’ombra è nascosto dal battente.

«Roberto? Roberto sei tu?»

L’ombra esita. Quindi cresce, sale fino al soffitto. La punta di una scarpa sbuca da dietro la porta aperta.

Coniglietto vicino alla stufa

 

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Capitolo 4

domenica, agosto 23rd, 2009

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Masako scuote la testa, il numero chiamato non risponde. Rigiro il cellulare tra le dita, lo appoggio al mento. Ho chiamato Roberto ogni tre minuti durante il tragitto fino al quartiere universitario e non ha mai risposto. Almeno venti telefonate a vuoto. Non è da lui ignorare la sua principessa, per nessun motivo.

«Hai intenzione di camminare o dobbiamo fermarci a ogni passo?»

Mi sono abituata al peso del Conte sulla spalla. Molto meno al suo atteggiamento insensibile e maleducato.

«Scusa tanto se sono in ansia per il mio ragazzo, ok?»

Il Conte mi stringe più forte la spalla con una zampetta; con l’altra prende una sigaretta e se la infila in bocca. «Già, già.» Accende la sigaretta. «Basta che ci diamo una mossa, non devi perdere un’intera mattinata di allenamenti solo perché puccipucci ha il cellulare spento.»

«Non capisci. Non è da lui comportarsi così. Ho controllato», per scrupolo ordino un’altra volta a Masako di mostrare l’elenco dei messaggi ricevuti, «ieri sera non mi ha inviato l’sms della buonanotte, né l’sms del buongiorno questa mattina. Da quando siamo insieme non si era mai scordato. Ho paura che gli sia successo qualcosa.»

«Toglimi una curiosità, da quanto tempo conosci questo tipo?»

«Novantatre giorni. Contando oggi.»

Il Conte mi soffia in faccia una nuvoletta di fumo grigio. «È proprio l’amore di una vita.»

Sì lo è! Per esserne sicura ho chiesto nei forum online, e tutte le commentatrici sono state concordi: non importano i giorni o gli anni, importa quanto siano puri e profondi i sentimenti. E i nostri sentimenti sono profondissimi, è Amore con la A maiuscola.

«Almeno io ho qualcuno che mi vuole bene.»

Il coniglietto mi scruta con i suoi occhietti carbone. «Silvia, sono parole molto dolci, ma temo che tu stia equivocando il nostro rapporto.»

Caccio fuori la lingua. «Non mi riferivo a te, mostriciattolo peloso!»

«Non sai cosa ti perdi» borbotta lui.

 

Il Sole fa brillare il groviglio di tubi in agguato sul tetto del Dipartimento di Fisica e Matematica; riflessi argento disegnano il profilo delle condutture, tracce di condensa luccicano intorno ai bocchettoni. Secondo la spiegazione di Roberto, sarebbe l’impianto di refrigerazione per la sala server. A me pare più un calamaro gigante, con lunghi e grassi tentacoli. Un mostro schifoso uscito dalle pagine di un hentai.

Gli è successo qualcosa.

Non voglio pensarci.

«Allora, cosa stiamo aspettando? Entriamo.» Il coniglietto spegne il mozzicone contro il muro dipinto di bianco, lasciando un cerchietto di cenere. Butta la cicca per terra.

Rimetto in tasca il cellulare – le mani mi tremano un pochino. «Andiamo.»

Le porte a vetri scivolano di lato, silenziose. Il tocco gelido dell’aria condizionata mi punge la pelle e mi dà i brividi.

«Da che parte?» chiede il Conte.

«Se Roberto è in Dipartimento sarà in laboratorio, all’ultimo piano.»

Per raggiungere gli ascensori attraversiamo un salone occupato da file e file di terminali. L’enorme aula è deserta; l’unico suono è il ronzio di pochi PC lasciati accesi. Le luci al neon splendono intense, sembrano le lampade di una sala operatoria. Non le ricordavo così feroci.

Cavi grigi nascono dal retro di ogni computer, percorrono canaline scavate nei tavoli e si agganciano a quattro colonne rivestite di prese. Mi danno una sensazione di nausea, come fossero matasse di vermi intente a divorare la carne rimasta attaccata a gambe scheletriche.

Squish.

Un suono organico, lo strisciare di qualcosa. Mi fermo con il piede alzato, a metà del passo. Una goccia di sudore scende lungo la spina dorsale. «Hai sentito?» sussurro al Conte.

«Sì. Sono le tue scarpe da tennis sul pavimento lucido.»

Finisco il passo. Squish.

«Non me ne ero accorta.»

«Male. Non ti devi mai distrarre.»

«Scusa, va bene?»

Il Conte contrae il musino in una smorfia di disapprovazione.

 

Premo il pulsante per chiamare l’ascensore. La parete ai lati del vano è coperta da annunci, appuntati a due bacheche di legno. Qualcuno vende una chitarra elettrica, usata pochissimo; altri cercano aiuto per l’esame di Matematica del Discreto – che cavolo di nome; una pizzeria offre lo sconto del dieci percento agli universitari.

Perché l’ascensore non si sbriga?

Il Conte accenna agli annunci con una zampetta. «Se non fossi una Maga, cosa ti sarebbe piaciuto studiare?»

«Come? Non so. Veterinaria?»

Per una volta il musino del coniglietto si rilassa. L’espressione non è più così seria, affiora una sfumatura di tenerezza. «Davvero?»

Ma certo! Dopo averti conosciuto ho proprio voglia di dedicare l’esistenza a curare gli animali. «No.»

«Immaginavo.»

Le porte dell’ascensore si aprono con un sibilo.

 

Il quinto piano è un intrico di corridoi. Gli uffici e i laboratori si susseguono anonimi, identificati da targhette di cinque caratteri che non vogliono dir niente. Scommetto che è solo un modo per darsi arie e nient’altro, così i vecchi professori bavosi del Dipartimento possono illudersi di lavorare in un qualche centro di ricerca segreto, uscito da un film di James Bond.

Per fortuna ho ben presente come arrivare al laboratorio di Elettrodinamica. È in fondo a un corridoio che attraversa l’intero piano, a pochi passi da uno slargo dove sono ospitate due macchinette, una per il caffè, l’altra per le bibite fresche.

Un paio di volte ho aspettato lì che Roberto finisse la bevanda al gusto di cioccolato – la sua preferita –, e la smettesse di chiacchierare con compagni di corso o professori. Lo rivedo mentre mescola la cioccolata con il cucchiaino di plastica, solleva il viso, mi sorride e poi continua a blaterare di matematica con qualche persona inutile. Invece di precipitarsi ad abbracciare la sua principessa. Sono quei momenti in cui proprio non lo capisco – dovrò chiedere nei forum.

Svoltiamo a sinistra e ci troviamo davanti uno sgabuzzino per le scope.

«Ma…» Sono sicura di non aver sbagliato strada. Indietreggio fino all’incrocio. Segno sulla punta delle dita: il secondo corridoio a destra dall’ascensore, svoltare a sinistra, sempre dritto. E siamo finiti in un vicolo cieco. Il Dipartimento è cambiato?

«Non mi hai detto di essere già stata qui?»

«Sì. Ma devono aver ristrutturato i locali o qualcosa del genere.»

«Riesci a trovare la strada con la mappa?» Il Conte indica un riquadro appeso accanto alla porta con targhetta 01408.

Studio la planimetria. Non ricordo la sigla del laboratorio di Elettrodinamica, ma individuo lo slargo delle macchinette: è l’unico punto dove la geometria di linee rette dei corridoi è interrotta.

Imbocco il corridoio a destra. «Per di qua.»

Come hanno fatto a stravolgere il Dipartimento in così poco tempo? Non vedo tracce di lavori, eppure hanno rivoltato l’intero piano.

 

Riconosco la porta dipinta di rosso: a quanto pare il laboratorio è rimasto vicino alle macchinette. Meno male. Mi accosto al battente, da dietro viene un vociare sommesso. Busso. Le voci tacciono.

«Av… avanti» balbetta qualcuno.

Il laboratorio è una stanzetta. Un tavolo di metallo è addossato alla parete di destra. Sul tavolo è posata un’apparecchiatura che somiglia a un forno a microonde – forse lo è. Quaderni e fasci di fotocopie sono impilati intorno al forno, un libro ad anelli è aperto davanti allo sportello dell’affare. La parete opposta è occupata da una lavagna: il gesso ha disegnato spirali bianche e una sfilza di equazioni.

Di fronte a me, in fondo al locale, mi aspetta una scrivania. Il ripiano è invaso da cartacce, tranne un angolo, dove è sistemato un monitor. Il PC è sul pavimento, sotto il mobile. In piedi, accanto alla scrivania, due ragazzi.

Il primo è mingherlino e porta gli occhiali; nonostante il caldo indossa un maglione verde marciume. Storco il naso: puzza di sudore. Il secondo sfigato è più basso, ha il viso tondo e due occhi infossati che suggeriscono demenza. Si sta pulendo le dita su una maglietta che ritrae un vampiro con le ali spiegate e la testa di polipo.

Essere sotto lo sguardo di questa coppia di imbecilli mi dà l’impressione che un ragnetto mi risalga lungo il corpo. Quando l’interesse dei due si concentra sul Conte, gli carezzo piano la schiena, per tranquillizzarlo.

«Io volevo solo sapere se c’era Roberto.»

I due si scambiano un’occhiata. «Vorrei proprio saperlo anch’io!» sbotta il ragazzo puzzolente. «Sono quindici giorni che non si fa vedere e non risponde alle mail, se pensa che stia–»

«De Gregorio!» Una voce rauca, alle mie spalle. Mi scosto dal vano della porta per lasciar passare un signore in giacca e cravatta, un po’ gobbo, con i capelli brizzolati. Facile identificarlo: Vecchio Professore Bavoso. Il professore regge tra le dita chiazzate di vecchiaia un bicchierino di plastica.

«De Gregorio», continua il professore, «quante volte le ho già ripetuto che non gradisco quando si alza la voce nel mio ufficio?»

«Mi scusi.»

Il professore poggia il bicchierino sul tavolo di metallo. Una goccia di caffè sfugge oltre il bordo e macchia la pagina di un quaderno. Sporca la parola “decoerenza”. «E lei, signorina? Desidera? Guardi che anche se oggi è il mio giorno di ricevimento, io sono ufficialmente in vacanza da settimana scorsa.»

«No, no, io ero passata solo per vedere se c’era Roberto.»

«Il Lanzi?»

«Sì.»

«Capisco.» Il professore riprende il bicchierino e assaggia il caffè. «Lei è parente?»

Deglutisco. Perché me lo chiede? Perché solo a un parente si possono dare brutte notizie? Orribili notizie? «Sono… sono la sua fidanzata.»

«Interessante. Se le capita di vederlo, gli dica che aspetterò fino a venerdì. Poi intendo avvertire il consiglio di facoltà e le autorità competenti. Stiamo parlando di… quante ore, Biasi?»

«Trecent… trecent… trecentonovantaquattro» risponde il ragazzo con le dita unte.

«… di trecentonovantaquattro ore di elaborazione su Blue Sakura. Ore di affitto del supercomputer regolarmente pagate dal Dipartimento. Sono migliaia di euro di cui il Lanzi deve rendere conto.»

«Non credo di aver capito. Roberto avrebbe truffato l’università? Ma non è possibile! Non lui. Dev’esserci un malinteso.»

«Lei mi sembra una brava ragazza.» Il professore mi rivolge uno sguardo viscido, degno di un pervertito che offre caramelle alle bambine. «E possiede uno splendido coniglietto.»

Muovo un passetto all’indietro. «Grazie.»

«Dunque non si preoccupi, vedrà che si sistemerà tutto. Però, se incontra il Lanzi, riferisca il mio messaggio.» Il professore si protende verso di me, giurerei che il collo gli si è allungato. «Siamo d’accordo?»

«Certo, certo.»

Mi affretto a chiudermi la porta alle spalle. Mentre mi allontano, sento ancora la voce rauca del professore. «Gli avete dato da mangiare sì o no? O volete che scorrazzi affamato per il Dipartimento come l’ultima volta?»

 

* * *

 

Rimugino sulle parole del vecchio bavoso finché non mi accorgo che il tram è inchiodato da una vita alla fermata di via Garrotta.

Perché deve salire una tizia con le stampelle.

La tizia prima deve porgere le stampelle a qualche buonanima. Poi deve farsi aiutare da altri due per issarsi sui gradini. E a quel punto è scattato il rosso all’incrocio.

Mi rimetto seduta, scuotendo la testa.

Siccome ti sei rotta un piede devono essere tutti al tuo servizio, vero? No, carina, non è giusto. Se non puoi camminare rimani a casa, ok? Non è un concetto difficile da comprendere.

Io le persone egoiste non le sopporto. Sono cieche e meschine. Vedono solo loro stesse e non capiscono che altri possono avere problemi ben più gravi delle loro fisime. Per questo litigo sempre con mamma. Non c’è verso di farle capire che non c’è solo lei al mondo.

Il tram riparte con uno scossone. Piego l’anulare della destra. Mancano ancora tre fermate per piazza Savona, dove abita Roberto. Provo a chiamarlo per l’ennesima volta. Niente da fare.

Forse è a letto con l’influenza, ha lasciato in giro il cellulare e non riesce ad alzarsi per andarlo a prendere. A letto con l’influenza? In pieno luglio? Gli è successo qualcosa.

Liscio il pelo sulla schiena del Conte, che mi si è acciambellato in grembo. Il coniglietto, appena salito, ha fatto il pazzo, balzando tra le gambe della gente e saltando sopra gli schienali dei sedili, poi di colpo si è calmato, come un giocattolo a molla che esaurisca la carica.

Il Conte piega la testolina e mi lecca le dita. Lo gratto tra le orecchie. In fondo è un bravo animaletto, quando non si lascia trasportare dalle sue paranoie squinternate.

Fermata di via Nicoletti. Un gruppo di ragazzi ha il naso appiccicato alle vetrine della fumetteria. Il pomeriggio del nostro ventiduesimo giorno, Roberto mi ha accompagnata e mi ha comprato tutti i volumetti di Video Girl Ai, che volevo tanto leggere. Non ho dovuto neanche insistere tanto, meno di dieci minuti di capricci. Roberto è davvero dolcissimo.

Sfila il cinema Belati, chiuso da anni.

Manca una fermata.

Mi alzo. Davanti all’uscita è piantata una signora grassoccia, china sulla propria borsa. Ci rovista dentro con la stessa foga dei barboni che frugano tra la spazzatura del mercato comunale.

Il tram rallenta.

Sospiro. Perché sono circondata da mentecatti? «Io dovrei scendere.»

La signora solleva il grugno sudato. Mi rivolge uno sguardo bovino. «Scusa» biascica. Si sposta di lato.

Le concedo un’ultima occhiata sprezzante. Non te l’hanno insegnato che non bisogna mai scusarsi?

I freni del tram stridono. Le porte a soffietto ansimano e si aprono. Scendo con un saltello. Il tram riparte. Colgo la signora immobile dietro a un finestrino. Mi osserva con espressione dubbiosa.

Sfigata.

 

Seguiamo il perimetro di piazza Savona fino a un negozio di ferramenta. Svoltiamo in una stradina con il selciato in pavé. «Fermati un attimo» dice il Conte.

Il coniglietto balza sopra un cassonetto dei rifiuti. Da sotto la pancia estrae un borsellino; lo capovolge e con una zampetta ne cava fuori poche banconote. Ripiega con cura i soldi e li nasconde tra il pelo. Spinge il borsellino nel cassonetto, infilandolo nello spiraglio lasciato libero dal coperchio, non del tutto chiuso.

Rimango a bocca aperta. «Ma allora…»

«Allora cosa?»

«La signora, poco fa… Cercava il borsellino che tu le hai rubato!»

«Sì, esatto. Cosa credevi? Che avessi il marsupio di Doraemon? Le sigarette non me le danno gratis.» Il Conte ne prende una e se la mette in bocca. «Vedi? Ne parlo e mi viene subito voglia.» La accende. «E comunque, se ti dà fastidio, quando avrai imparato a usare la Magia potrai restituire con gli interessi tutto quello che ho requisito per necessità operative.»

«Non c’era bisogno di rubare. Bastava che mi chie-»

«Silvia» mi interrompe lui. «Seconda regola: conosci te stessa.»

«Ma che significa?»

«Significa che devi sempre essere onesta con te stessa. Per usare il tuo rozzo modo di esprimersi: puoi combinare immensi casini senza neanche accorgertene. Non deve succedere. Un Mago non può permettersi un inconscio. Non può permettersi di avere emozioni e desideri al di fuori del proprio controllo razionale.»

Che bel discorsetto! Sembra preso dal quaderno di Angela, quello dove trascrive tutte le scuse più assurde che hanno funzionato con i prof. Giustificazioni del tipo: non posso fare il disegno, sono allergica all’elettricità statica dei righelli oppure le macchie solari mi hanno cancellato i compiti.

Ma i nostri prof sono dei vecchi storditi. Io no.

«Si può sapere cosa c’entra?»

Il Conte mi risale in spalla, mi sfiora la guancia con il nasino umido. «Sii sincera, davvero ti interessa se la grassona ha perso il borsellino?»

«Veramente sarebbe una questione di principio.»

«Non esistono principi. Esiste solo ciò che tu desideri.»

Vuol dire che sarebbe colpa mia se lui è uno scippatore? È peggio di discutere con mamma! Pazzo, permaloso, paranoico, ladro. E la responsabilità è mia, proprio. «Non credo che–»

«La lezione è finita» taglia corto il coniglietto. «Ora muoviamoci.»

 

Proseguiamo in silenzio fino al civico 12. Indietreggio di un passo e alzo lo sguardo. La finestra della camera da letto di Roberto è chiusa, le persiane accostate.

Ho un bruttissimo presentimento.

«È qui?» chiede il Conte.

«Sì.»

Spingo il portone. L’atrio è in penombra. L’unica luce filtra dal vetro unto del lucernaio. Non c’è portineria, né ascensore. Poche cassette delle lettere sono allineate all’interno di un armadio senza ante. Il mobile separa due rampe di scale: una sale, l’altra scende verso le cantine.

Saliamo.

I gradini di ferro cigolano quando ci poso i piedi. Il corrimano oscilla, come se si fossero dimenticati di stringere i bulloni. L’umidità gonfia l’intonaco delle pareti. Rampicanti di muffa decorano i muri.

«Che topaia» constata il Conte. Incastra la cicca appena fumata in una crepa. Uno scarafaggio sguscia fuori dal pertugio e zampetta via. Sparisce tra le ombre.

«Non è facile trovare un appartamento a poco, gli affitti sono carissimi in questo periodo» spiego. «E Roberto non vuole pesare sulla famiglia, oltre a studiare lavora part-time per la segreteria di facoltà.»

«Commovente.»

Giusto il ladro deve fare sarcasmo sulle persone oneste!

«All’interno l’appartamento è carino. Roberto lo ha arredato con molto gusto.»

«Sul serio?» Il Conte è già alle prese con una nuova sigaretta. «Se mi dici così, non sto più nella pelle dalla curiosità.»

Sul pianerottolo, faccio due lunghi respiri, per calmarmi. Premo il pulsantino bianco del campanello. Il trillo echeggia dietro la porta. Rimango con il dito sul campanello per un intero minuto, ma nessuno viene ad aprire.

«È fuori o è morto» dice il Conte. «Noi la buona volontà ce l’abbiamo messa, possiamo andarcene.»

«Non ancora.» Prendo dalla tasca dei pantaloncini il portachiavi di Pikachu e scorro le chiavi appese alla coda a forma di fulmine. Scelgo quella che ho segnato con un minuscolo cuoricino rosso. La mostro al coniglietto. «Malfidente che non sei altro.»

Infilo la chiave. Giro a destra, a sinistra. Forse è già aperto. Provo la maniglia, ma è rigida. Tolgo la chiave e sbircio nel buco della serratura: magari è ostruito. Calma, devo restare calma. Reinserisco la chiave e la giro con più forza. Le dita sudaticce scivolano sul metallo e perdo la presa.

«È strano. Roberto ha cambiato la serratura per qualche ragione.»

«Per non farti più entrare?»

«No. Non lo farebbe mai. È successo qualcosa, forse ha ragione il prof dell’università, dobbiamo chiamare la polizia.»

«Come se avessimo tempo da buttare.» Il Conte sbuffa. «Devo sempre pensare a tutto io. Hai una spilla per capelli? Una graffetta? Fil di ferro?»

«Non credo. Ma per farne cosa?»

«Dammi il portafoglio.»

«Come? Ti pare il caso di metterti a rubare a me? Adesso?»

Il coniglietto posa sul corrimano la cicca non ancora fumata del tutto, attento a che stia in equilibrio. «Avanti, voglio solo una delle patacche che ci hai appiccicato sopra.»

Porgo il portafoglio al Conte. Lui strappa via una spilla tonda rosa con Hello Kitty in spiaggia. Disfa il fermaglio, scarta la copertura di plastica e il sottostante disco di metallo. Distende per bene il lungo ago. Lo conficca nel solco tra due mattonelle del pavimento. Facendo leva piega l’arnese, dando all’ultimo tratto una sagoma a L.

«Tienimi sollevato all’altezza della serratura.»

Stringo il coniglietto per i fianchi e lo avvicino alla porta. Lui sfila la chiave e inserisce al suo posto l’affare appena creato, con il piedino della L rivolto verso l’alto.

Mi chino per osservare meglio quello che combina il Conte.

Il coniglietto fa scorrere più volte l’arnese per la lunghezza della serratura, spingendo in su e applicando una leggera torsione. Dopo il secondo passaggio, interrompe l’operazione per scostarsi un ciuffo di pelo dagli occhi. Al terzo passaggio dà uno strattone. Clic! Il Conte si divincola dalla mia presa e si abbranca alla maniglia. La porta si socchiude.

«Non dirmi che hai anche l’abitudine di svaligiare gli appartamenti.»

Il coniglietto riprende la sigaretta. «Diciamo che in gioventù ho fatto le mie esperienze.» Mi indica il battente. «Dopo di te.»

Coniglietto acculturato

 

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