Capitolo 2
martedì, agosto 11th, 2009
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«Sono tornata» annuncio, entrando.
Ho passato la giornata a stuzzicare mamma, sperando di farla incazzare. Adesso mi auguro di non esserci riuscita: l’incontro con il Conte è stata un’esperienza estenuante, peggio di ballare fino all’alba in discoteca; sono distrutta.
«Fuga veloce, eh?» giunge la voce di mamma. Suona tranquilla. «Il semifreddo è pronto, ne vuoi una fetta?» Offerta di pace: ottimo!
Corro in cucina.
Mamma chiude lo sportello del frigo. In mano regge una vaschetta coperta da carta stagnola. «Prendi i cucchia–» si irrigidisce. «Che diamine è quell’affare? Cos’hai sulla spalla? Silvia! È… è un grosso topo?»
Il Conte salta giù. Atterra sul tavolo della cucina. Scivola sulla pancia lungo il ripiano nero e lucido. Prima di capitombolare oltre il bordo preme con le zampette contro la superficie di plastica e si ferma. Si ricompone. Squadra la mamma con quella seria espressione di disapprovazione.
La mamma indietreggia di un passo. «Silvia!»
Cosa le racconto?
«No, no, non ti devi preoccupare. Non è un topo, credo sia un coniglietto che si è perso. Non è pericoloso.» Gratto il Conte sulla testa, tra le orecchie. Non ho mai avuto un coniglietto, neanche un gatto – tanto per cambiare mamma non vuole –, però ho visto il film di Garfield e due volte Babe, maialino coraggioso. Carezzo il collo del coniglietto, adagio adagio. I coniglietti mordono?
«Visto? È molto buono. Non ha una medaglietta. Pensavo di tenerlo.»
Mamma posa il semifreddo sul tavolo. Mi guarda di traverso, quello sguardo dice: Lo sapevo! Io non cedo sulla storia delle vacanze, e tu, solo per ripicca, trovi qualcos’altro di fastidioso. Non provo neanche a inventarmi qualche scusa, anche se giurassi che non l’ho fatto apposta non mi crederebbe.
«Lo terrò in camera mia, ok? Non ti darà fastidio.»
Mamma lancia un’occhiata al Conte, che con una zampetta cerca di sollevare la carta stagnola. «Mi sta già dando fastidio.» Allontana la vaschetta dalle grinfie del coniglietto. «Primo, vedi subito di togliere questo topo o coniglio o quello che è dal tavolo della cucina. Secondo, non potevi portare a casa qualcosa di un po’ più carino? Questa bestiaccia qui è brutta come la peste. E che colore orribile! Sembra un grumo di sporcizia.»
Il Conte si blocca. Solleva il musino. Lentamente. Se il coniglietto si offende e aggredisce la mamma, io sono nei guai. Acchiappo il Conte. Me lo stringo forte al petto.
«Non sarà bellissimo» ammetto. «Però ha un faccino grazioso, e poi è simpatico e davvero intelligente.»
«Per quanto possa esserlo un grumo di sporcizia.» Mamma alza le mani. «D’accordo, d’accordo, se proprio vuoi, puoi tenerti il coniglietto. Ma se faccio uno strappo alle regole per Grumo, poi la finisci con i capricci riguardo le vacanze, intese?»
«Ma, mamma!»
«L’anno prossimo. L’anno prossimo potrai andare dove ti pare, con chi ti pare e io non metterò lingua.»
Dovrei insistere? Posso aspettare un anno, e un coniglietto parlante può rivelarsi spassoso. Spero. Se mi annoia lo vendo a un circo e ci guadagno sopra un bel gruzzolo. Per me è sempre uno scenario vincente.
«Ok.»
Mamma sorride. «E adesso facciamo merenda. Chissà, magari anche Grumo apprezza il semifreddo cioccolato e caffè.»
* * *
Sono seduta a gambe incrociate sul letto, in camera mia. Tengo il Conte in braccio, lo imbocco con un biberon. Il coniglietto succhia avido il latte caldo, mordicchia la tettarella con i lunghi denti; gli occhietti carbone brillano di piacere.
Avevo sperato che il Conte a cena avrebbe mangiato la sbobba di mamma, ma si è rifiutato. Be’, pazienza, non mi spiace coccolarlo, perché ora è sul serio kawaii. E non ha più detto una parola da quando l’ho portato a casa. Forse l’allucinazione non è lui, ma che sappia parlare.
Gli liscio un ciuffo di peli appena sopra il nasino. Il Conte allontana le dita con una zampetta. «Tieni le manacce a posto, chiaro? E sono stufo di poppare.» Scalcia via il biberon, afferra un lembo del copriletto e si pulisce la bocca.
«Ehi!»
«Tanto non lo lavi tu.» Si pulisce anche le zampette. «Dammi una sigaretta.»
Il coniglietto si è appartato in un angolo del letto a fumare. Io pian piano sono arretrata verso l’angolo opposto. Lo sguardo severo del Conte, quella sua espressione di disapprovazione che non ammette repliche, mi mettono sempre più a disagio. Non dovevo togliermi i jeans. Chiudo le gambe per nascondere le mutandine, tento di scivolare sotto il copriletto, ma non posso tirare troppo la sovraccoperta, oppure lo disturbo.
Sono così in soggezione che ho paura a disturbare un coniglietto!
«Non c’è dubbio che tu sia quella che stavo cercando» bofonchia lui, tra un tiro e l’altro.
«Mi cercavi?» Perché io ho avuto l’impressione che te ne stavi a crogiolarti al Sole, in attesa del primo passante al quale scroccare una sigaretta.
«Ma non mi aspettavo di trovare una ragazzina. Non sei come gli altri, questo è certo.»
«Quali altri?»
Il coniglietto spegne il mozzicone contro la spalliera del letto e lo lancia in mezzo alla catasta di peluche cresciuta sotto la finestra – non posso tenere animali domestici, mi sono accontentata di quelli di stoffa, non c’è niente di strano. La cicca colpisce la proboscide di un elefantino rosa, rotola giù dal grugno di un draghetto, ruzzola lungo lo stomaco peloso di un orsacchiotto, si ferma sulla testa piatta di un kappa.
Il Conte sembra meditare sulla scia di cenere che il mozzicone si è lasciato dietro. I peluche li devo pulire io, sto per dirgli, quando lui balza giù dal letto. Con un secondo balzo raggiunge la scrivania. Spinge via con una zampetta i quaderni e i libri di scuola, ancora sparsi sul ripiano. Si piazza davanti alla tastiera del PC.
«Funziona questo catorcio?»
«Sì.»
Il coniglietto accende il computer. Mentre il sistema operativo si carica, ne approfitto per infilarmi i pantaloni del pigiama. Adesso ho le gambe coperte da fragoline. Non saprei dire perché, ma mi sento più in imbarazzo di prima.
Nel Reame dei Coniglietti Parlanti, devono essere tutti laureati in Informatica, o qualcosa del genere. Le zampette del Conte danzano sulla tastiera. Apre e chiude applicazioni e finestre così velocemente che non riesco neppure a leggere le barre dei titoli. La spia sul modem ADSL che indica “trasferimento dati in corso” non sta spenta un attimo.
Mi chino verso lo schermo. Il coniglietto è tanto concentrato in quello che sta facendo che ho timore a distrarlo. «Ehm, scusa, cosa stai facendo?»
«Aggiorno il mio diario con gli avvenimenti di oggi» risponde, senza staccare le zampette dalla tastiera. «L’esperienza mi ha insegnato che non è tempo perso mantenere un diario delle operazioni.»
«Vuoi dire che hai un blog?»
«No. I blog sono per gente che non ha niente da fare da mattino a sera. Quello che aggiorno è un database privato.»
«Io invece ho un blog, è silvia.gamberi.org. Mi pare di capire che te ne intendi di computer, forse mi puoi dare una mano. Ho un problema nella gestio–» Il Conte batte con rabbia il tasto invio, lo schermo annerisce.
Ma che diavolo? Se non mi vuoi aiutare basta dirlo, non c’è bisogno di sfasciarmi il computer!
«Forse non ti è ancora chiaro chi sei» dice il coniglietto.
«Sentiamo, chi sarei? E comunque se mi hai rotto il PC me lo ripaghi!»
«Tu sei l’ultima dei Maghi.»
Torno a sedermi sulla sponda del letto. Il coniglietto non solo parla, è anche pazzo come un cavallo. «Io una maga? Ma se sono negata! Il Natale di tre anni fa papà mi ha regalato uno di quei manuali, non so se hai presente, quelli del tipo 50 trucchi di magia per principianti. Non sono riuscita a imparare neppure i giochi di prestigio più semplici.»
«Sto parlando di vera Magia. Non di trucchi.»
«Vera Magia… intendi la magia che non esiste?» Sorrido. Non so se sarà più divertente contrariarlo o assecondarlo. Scommetto la seconda. «Ma mettiamo esistesse. Cosa potrei fare con la Vera Magia? Volare?»
Il Conte si mette tra le labbra l’ennesima sigaretta. «No. Non direttamente.»
«Allora posso lanciare palle di fuoco o dardi di ghiaccio, come nei videogiochi?»
«No.»
«Guarire i malati? Resuscitare i morti? Distruggere i non-morti?»
«No.»
«Prevedere il futuro?»
«No.»
Mi stringo nelle spalle. «C’è qualcosa che posso fare con la Vera Magia?»
«Puoi controllare in maniera cosciente il collasso della funzione d’onda delle particelle. Tu sei l’ultima Maga Quantica!»
«Tradotto in italiano? Sembra di sentir parlare il mio ragazzo.» Mi lascio cadere sul letto, le braccia aperte. Dovrei rivelare a Roberto del Conte? Lui mi crederebbe, ma… già vedo il coniglietto legato con cinghie di cuoio a un tavolo operatorio, circondato da professori in camice bianco. Un dottore affila il bisturi, un altro cerca la presa alla quale attaccare l’alimentazione di un trapano.
Mi mordo il labbro inferiore. Detesto non essere sincera con Roberto. Sono sempre stata onesta con lui, almeno per quanto riguarda le questioni più importanti. È un problema di fiducia: se manca la fiducia, non ci può essere Amore. Non lo sostengo solo io, lo sostengono tutte le riviste del settore.
«In altri termini», riprende il Conte, «tu hai la capacità di tramutare il pensiero in realtà. È probabile che già usi il tuo potere da molto tempo, solo non lo fai in maniera cosciente. Modifichi la realtà senza rendertene conto.»
Tramutare il pensiero in realtà? Che idiozia. Ma provare non costa niente. Aiutandomi con i gomiti, mi rimetto dritta. Apro la mano destra. Desidero, dunque… desidero una tazza di gelato al gusto vaniglia. Con guarnizioni di cioccolato e amarena. E sopra la panna montata.
Immagino il calice colmo di gelato, il rosso scuro dell’amarena, le piccole scaglie di cioccolato fondente, il profumo della panna. Immagino anche un cucchiaino dal lungo stelo, appoggiato al vetro freddo: non ho voglia di mangiare con le mani.
Non succede niente.
Non che ci avessi sperato.
«Ho paura che stai parlando con la persona sbagliata.»
«No, non credo proprio. La Magia di oggi è stata fenomenale, solo un vero Mago sarebbe stato in grado di incidere così a fondo nel tessuto della realtà.»
«Oggi?» Cosa ho combinato oggi? Mi sono alzata tardi, con la testa che mi scoppiava e lo stomaco in disordine. La festa di ieri sera da Angela dev’essere stata fantastica, peccato che non ricordi niente. Mi sono trascinata in piscina, ma non ho nuotato neanche una vasca, mi sono solo rintanata al bar a bere gazzose e aranciate per rimettermi in sesto la pancia. A pranzo ho litigato una prima volta con mamma per la storia delle vacanze – il fatto che mi abbiano riaccompagnata a casa alle cinque del mattino mezza svenuta non significa che io sia una persona irresponsabile! Dopo ho giocato un po’ online con l’RPG di Haruhi Suzumiya – che sia quello a provocare le allucinazioni? Poi il nuovo screzio con mamma. Sono uscita e…
«Non è possibile!»
«Perché, secondo te è possibile che un coniglietto sappia parlare?» Il Conte butta via la sigaretta ancora accesa. «Inconsciamente hai desiderato incontrarmi e hai piegato la realtà al tuo volere! Ed eccomi qui.»
«Silvia!» La porta della camera si spalanca. Mamma è ferma sulla soglia, ha un’espressione di disapprovazione peggio di quella del Conte. «Si sente la puzza fino in corridoio! Cos’è questa novità? Non ti sarai mica messa a fumare?»
«Mamma, quante volte ti ho detto di non entrare in camera mia sen–»
«Ma piantala, signorina.» La mamma punta decisa alla scrivania. Raccoglie il filtro dell’ultima cicca fumata dal Conte; tiene il mozzicone all’ingiù, reggendolo tra pollice e indice, come fosse la coda di un topo morto. La testa della sigaretta arde ancora di rosso. «Brava. Davvero. Brava.»
«Non è come–»
«Non è come cosa? Non ti ho ripetuto fino alla nausea che il fumo fa male? Che devi stare lontana dalle sigarette?»
Infatti bevo, sniffo porcate chimiche, qualche pasticca, ma non ho mai fumato sigarette. Glielo vorrei gridare in faccia, ma mi trattengo. Intanto mamma esplora con lo sguardo la camera. Trova gli altri mozziconi che il Conte ha lasciato in giro. Con un fazzoletto di carta li prende uno a uno e li butta nel cestino della carta straccia.
«Silvia, questa volta non la passi liscia.» Mamma si pulisce con cura le dita, butta via anche il fazzoletto. «So che gli ultimi anni sono stati difficili, ma un comportamento del genere non me lo sarei mai aspettato. Sono delusa. Molto delusa.»
Affari tuoi, no? Anch’io sono delusa dall’avere una madre rompiscatole, ma non ti tormento tutti i giorni.
«E in più hai il coraggio di lamentarti per le vacanze. Te le farò vedere io le vacanze!» Senza aggiungere altro, mamma esce dalla camera. Sbattendo la porta.
«Dammi una sigaretta» dice il Conte. «L’ultima non me la sono goduta.»
Sollevo a metà la tapparella e apro la finestra, per far uscire il fumo. Il Conte stringe le zampette a coppa, a proteggere la fiammella dell’accendino dalla brezza notturna.
«So a cosa stai pensando» dice il coniglietto. «Se sono stata io a crearlo, non potrei farlo sparire? Lui, le sigarette, l’incazzatura della mamma.»
Non lo sto ascoltando. Sono tornata con la mente in una stanza d’ospedale: lo zio Carlo è smagrito, respira a fatica, non riesce ad alzarsi dal letto. Ha un tumore al polmone inoperabile e gli rimane poco da vivere. Lo zio ha cominciato a fumare a sedici anni e non ha mai smesso, neppure quando si è ammalato. Sono andata a trovarlo perché mi ha trascinata mamma, a me non frega niente se crepa, è solo un vecchio bavoso – come del resto lo sono tutti i vecchi. Invece mamma è sconvolta, e da lì nasce l’ossessione per il fumo assassino.
«Purtroppo non è così semplice.» Il Conte soffia via una nuvoletta grigia. «Avrai bisogno di un intenso addestramento per usare in maniera cosciente la Magia. E qui finiscono le buone notizie.»
«Buone notizie? Se ho capito bene, ho il potere di combinare immensi casini senza neppure accorgermene. Non mi pare una gran bella notizia.»
«La cattiva notizia. Sai perché sei l’ultima dei Maghi? Perché gli altri sono stati uccisi.»
«Oh, davvero? Uccisi apposta?»
«No, figurati. Sterminati per sbaglio. Fossi in te farei meno la spiritosa.»
«Non pretenderai mica che prenda sul serio queste stupidaggini? Non ho più dieci anni.»
«Non sono stupidaggini! Esistono luoghi», il coniglietto ha abbassato la voce, il tono è divenuto cupo, «esistono luoghi nell’Universo dove non giunge mai la luce delle stelle. Abissi di tenebra e ghiaccio, abitati da creature antiche e potenti. Creature dotate di un’intelligenza vasta e maligna, creature che rifuggono il calore e odiano ogni forma di vita cosciente. Il loro scopo è uccidere tutti i Maghi Quantici, perché solo un Mago è in grado di sopravvivere alla morte termica dell’Universo e gettare il seme per la rinascita. Se le creature delle tenebre dovessero riuscire nel loro proposito, questo ciclo sarà l’ultimo. Quando l’Universo morirà, morirà anche ogni scintilla di vita. Per sempre.»
Scosto il copriletto, lascio che scivoli sul pavimento. Mi distendo sul lenzuolo bianco. Attraverso i fori nelle stecche della tapparella, la Luna appare composta da pixel d’argento. «Spero che mamma non mi stacchi la connessione a Internet. Sarebbe un’estate orribile» mormoro.
«Ma hai sentito o no quello che ti ho detto?» strilla il Conte.
«Ho sentito, ho sentito. Peccato siano solo un mucchio di stupidaggini. Però come trama per un manga non sono male. Forse c’è un po’ troppa fantascienza per i miei gusti. Io preferisco le spade magiche e i demoni agli alieni.»
Il Conte con un unico balzo piomba sul letto. Mi zampetta lungo le gambe, mi salta sulla pancia, risale finché non incombe su di me. Il musino grigio è a un palmo dal mio viso. Schiude le fauci, i dentoni brillano.
«Proprio perché non credi a una sola parola di quello che ti ho detto siamo in una situazione pericolosa.»
«Sì… sì?»
Il coniglietto si ritrae. «Ora dormi, domani sarà una giornata lunga e faticosa.»
Balza via e lo perdo di vista. Tiro un sospiro di sollievo. È un coniglietto parlante pazzo e pure permaloso. Ma non posso negare che abbia fantasia da vendere.
E se dicesse la verità?
Individuo il Conte sulla cassapanca, accanto all’interruttore della luce. Clic. Scende il buio.

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