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Capitolo 2

martedì, agosto 11th, 2009

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«Sono tornata» annuncio, entrando.

Ho passato la giornata a stuzzicare mamma, sperando di farla incazzare. Adesso mi auguro di non esserci riuscita: l’incontro con il Conte è stata un’esperienza estenuante, peggio di ballare fino all’alba in discoteca; sono distrutta.

«Fuga veloce, eh?» giunge la voce di mamma. Suona tranquilla. «Il semifreddo è pronto, ne vuoi una fetta?» Offerta di pace: ottimo!

Corro in cucina.

Mamma chiude lo sportello del frigo. In mano regge una vaschetta coperta da carta stagnola. «Prendi i cucchia–» si irrigidisce. «Che diamine è quell’affare? Cos’hai sulla spalla? Silvia! È… è un grosso topo

Il Conte salta giù. Atterra sul tavolo della cucina. Scivola sulla pancia lungo il ripiano nero e lucido. Prima di capitombolare oltre il bordo preme con le zampette contro la superficie di plastica e si ferma. Si ricompone. Squadra la mamma con quella seria espressione di disapprovazione.

La mamma indietreggia di un passo. «Silvia!»

Cosa le racconto?

«No, no, non ti devi preoccupare. Non è un topo, credo sia un coniglietto che si è perso. Non è pericoloso.» Gratto il Conte sulla testa, tra le orecchie. Non ho mai avuto un coniglietto, neanche un gatto – tanto per cambiare mamma non vuole –, però ho visto il film di Garfield e due volte Babe, maialino coraggioso. Carezzo il collo del coniglietto, adagio adagio. I coniglietti mordono?

«Visto? È molto buono. Non ha una medaglietta. Pensavo di tenerlo.»

Mamma posa il semifreddo sul tavolo. Mi guarda di traverso, quello sguardo dice: Lo sapevo! Io non cedo sulla storia delle vacanze, e tu, solo per ripicca, trovi qualcos’altro di fastidioso. Non provo neanche a inventarmi qualche scusa, anche se giurassi che non l’ho fatto apposta non mi crederebbe.

«Lo terrò in camera mia, ok? Non ti darà fastidio.»

Mamma lancia un’occhiata al Conte, che con una zampetta cerca di sollevare la carta stagnola. «Mi sta già dando fastidio.» Allontana la vaschetta dalle grinfie del coniglietto. «Primo, vedi subito di togliere questo topo o coniglio o quello che è dal tavolo della cucina. Secondo, non potevi portare a casa qualcosa di un po’ più carino? Questa bestiaccia qui è brutta come la peste. E che colore orribile! Sembra un grumo di sporcizia.»

Il Conte si blocca. Solleva il musino. Lentamente. Se il coniglietto si offende e aggredisce la mamma, io sono nei guai. Acchiappo il Conte. Me lo stringo forte al petto.

«Non sarà bellissimo» ammetto. «Però ha un faccino grazioso, e poi è simpatico e davvero intelligente.»

«Per quanto possa esserlo un grumo di sporcizia.» Mamma alza le mani. «D’accordo, d’accordo, se proprio vuoi, puoi tenerti il coniglietto. Ma se faccio uno strappo alle regole per Grumo, poi la finisci con i capricci riguardo le vacanze, intese?»

«Ma, mamma!»

«L’anno prossimo. L’anno prossimo potrai andare dove ti pare, con chi ti pare e io non metterò lingua.»

Dovrei insistere? Posso aspettare un anno, e un coniglietto parlante può rivelarsi spassoso. Spero. Se mi annoia lo vendo a un circo e ci guadagno sopra un bel gruzzolo. Per me è sempre uno scenario vincente.

«Ok.»

Mamma sorride. «E adesso facciamo merenda. Chissà, magari anche Grumo apprezza il semifreddo cioccolato e caffè.»

 

* * *

 

Sono seduta a gambe incrociate sul letto, in camera mia. Tengo il Conte in braccio, lo imbocco con un biberon. Il coniglietto succhia avido il latte caldo, mordicchia la tettarella con i lunghi denti; gli occhietti carbone brillano di piacere.

Avevo sperato che il Conte a cena avrebbe mangiato la sbobba di mamma, ma si è rifiutato. Be’, pazienza, non mi spiace coccolarlo, perché ora è sul serio kawaii. E non ha più detto una parola da quando l’ho portato a casa. Forse l’allucinazione non è lui, ma che sappia parlare.

Gli liscio un ciuffo di peli appena sopra il nasino. Il Conte allontana le dita con una zampetta. «Tieni le manacce a posto, chiaro? E sono stufo di poppare.» Scalcia via il biberon, afferra un lembo del copriletto e si pulisce la bocca.

«Ehi!»

«Tanto non lo lavi tu.» Si pulisce anche le zampette. «Dammi una sigaretta.»

 

Il coniglietto si è appartato in un angolo del letto a fumare. Io pian piano sono arretrata verso l’angolo opposto. Lo sguardo severo del Conte, quella sua espressione di disapprovazione che non ammette repliche, mi mettono sempre più a disagio. Non dovevo togliermi i jeans. Chiudo le gambe per nascondere le mutandine, tento di scivolare sotto il copriletto, ma non posso tirare troppo la sovraccoperta, oppure lo disturbo.

Sono così in soggezione che ho paura a disturbare un coniglietto!

«Non c’è dubbio che tu sia quella che stavo cercando» bofonchia lui, tra un tiro e l’altro.

«Mi cercavi?» Perché io ho avuto l’impressione che te ne stavi a crogiolarti al Sole, in attesa del primo passante al quale scroccare una sigaretta.

«Ma non mi aspettavo di trovare una ragazzina. Non sei come gli altri, questo è certo.»

«Quali altri?»

Il coniglietto spegne il mozzicone contro la spalliera del letto e lo lancia in mezzo alla catasta di peluche cresciuta sotto la finestra – non posso tenere animali domestici, mi sono accontentata di quelli di stoffa, non c’è niente di strano. La cicca colpisce la proboscide di un elefantino rosa, rotola giù dal grugno di un draghetto, ruzzola lungo lo stomaco peloso di un orsacchiotto, si ferma sulla testa piatta di un kappa.

Il Conte sembra meditare sulla scia di cenere che il mozzicone si è lasciato dietro. I peluche li devo pulire io, sto per dirgli, quando lui balza giù dal letto. Con un secondo balzo raggiunge la scrivania. Spinge via con una zampetta i quaderni e i libri di scuola, ancora sparsi sul ripiano. Si piazza davanti alla tastiera del PC.

«Funziona questo catorcio?»

«Sì.»

Il coniglietto accende il computer. Mentre il sistema operativo si carica, ne approfitto per infilarmi i pantaloni del pigiama. Adesso ho le gambe coperte da fragoline. Non saprei dire perché, ma mi sento più in imbarazzo di prima.

 

Nel Reame dei Coniglietti Parlanti, devono essere tutti laureati in Informatica, o qualcosa del genere. Le zampette del Conte danzano sulla tastiera. Apre e chiude applicazioni e finestre così velocemente che non riesco neppure a leggere le barre dei titoli. La spia sul modem ADSL che indica “trasferimento dati in corso” non sta spenta un attimo.

Mi chino verso lo schermo. Il coniglietto è tanto concentrato in quello che sta facendo che ho timore a distrarlo. «Ehm, scusa, cosa stai facendo?»

«Aggiorno il mio diario con gli avvenimenti di oggi» risponde, senza staccare le zampette dalla tastiera. «L’esperienza mi ha insegnato che non è tempo perso mantenere un diario delle operazioni.»

«Vuoi dire che hai un blog?»

«No. I blog sono per gente che non ha niente da fare da mattino a sera. Quello che aggiorno è un database privato.»

«Io invece ho un blog, è silvia.gamberi.org. Mi pare di capire che te ne intendi di computer, forse mi puoi dare una mano. Ho un problema nella gestio–» Il Conte batte con rabbia il tasto invio, lo schermo annerisce.

Ma che diavolo? Se non mi vuoi aiutare basta dirlo, non c’è bisogno di sfasciarmi il computer!

«Forse non ti è ancora chiaro chi sei» dice il coniglietto.

«Sentiamo, chi sarei? E comunque se mi hai rotto il PC me lo ripaghi!»

«Tu sei l’ultima dei Maghi.»

Torno a sedermi sulla sponda del letto. Il coniglietto non solo parla, è anche pazzo come un cavallo. «Io una maga? Ma se sono negata! Il Natale di tre anni fa papà mi ha regalato uno di quei manuali, non so se hai presente, quelli del tipo 50 trucchi di magia per principianti. Non sono riuscita a imparare neppure i giochi di prestigio più semplici.»

«Sto parlando di vera Magia. Non di trucchi.»

«Vera Magia… intendi la magia che non esiste?» Sorrido. Non so se sarà più divertente contrariarlo o assecondarlo. Scommetto la seconda. «Ma mettiamo esistesse. Cosa potrei fare con la Vera Magia? Volare?»

Il Conte si mette tra le labbra l’ennesima sigaretta. «No. Non direttamente.»

«Allora posso lanciare palle di fuoco o dardi di ghiaccio, come nei videogiochi?»

«No.»

«Guarire i malati? Resuscitare i morti? Distruggere i non-morti?»

«No.»

«Prevedere il futuro?»

«No.»

Mi stringo nelle spalle. «C’è qualcosa che posso fare con la Vera Magia?»

«Puoi controllare in maniera cosciente il collasso della funzione d’onda delle particelle. Tu sei l’ultima Maga Quantica!»

«Tradotto in italiano? Sembra di sentir parlare il mio ragazzo.» Mi lascio cadere sul letto, le braccia aperte. Dovrei rivelare a Roberto del Conte? Lui mi crederebbe, ma… già vedo il coniglietto legato con cinghie di cuoio a un tavolo operatorio, circondato da professori in camice bianco. Un dottore affila il bisturi, un altro cerca la presa alla quale attaccare l’alimentazione di un trapano.

Mi mordo il labbro inferiore. Detesto non essere sincera con Roberto. Sono sempre stata onesta con lui, almeno per quanto riguarda le questioni più importanti. È un problema di fiducia: se manca la fiducia, non ci può essere Amore. Non lo sostengo solo io, lo sostengono tutte le riviste del settore.

«In altri termini», riprende il Conte, «tu hai la capacità di tramutare il pensiero in realtà. È probabile che già usi il tuo potere da molto tempo, solo non lo fai in maniera cosciente. Modifichi la realtà senza rendertene conto.»

Tramutare il pensiero in realtà? Che idiozia. Ma provare non costa niente. Aiutandomi con i gomiti, mi rimetto dritta. Apro la mano destra. Desidero, dunque… desidero una tazza di gelato al gusto vaniglia. Con guarnizioni di cioccolato e amarena. E sopra la panna montata.

Immagino il calice colmo di gelato, il rosso scuro dell’amarena, le piccole scaglie di cioccolato fondente, il profumo della panna. Immagino anche un cucchiaino dal lungo stelo, appoggiato al vetro freddo: non ho voglia di mangiare con le mani.

Non succede niente.

Non che ci avessi sperato.

«Ho paura che stai parlando con la persona sbagliata.»

«No, non credo proprio. La Magia di oggi è stata fenomenale, solo un vero Mago sarebbe stato in grado di incidere così a fondo nel tessuto della realtà.»

«Oggi?» Cosa ho combinato oggi? Mi sono alzata tardi, con la testa che mi scoppiava e lo stomaco in disordine. La festa di ieri sera da Angela dev’essere stata fantastica, peccato che non ricordi niente. Mi sono trascinata in piscina, ma non ho nuotato neanche una vasca, mi sono solo rintanata al bar a bere gazzose e aranciate per rimettermi in sesto la pancia. A pranzo ho litigato una prima volta con mamma per la storia delle vacanze – il fatto che mi abbiano riaccompagnata a casa alle cinque del mattino mezza svenuta non significa che io sia una persona irresponsabile! Dopo ho giocato un po’ online con l’RPG di Haruhi Suzumiya – che sia quello a provocare le allucinazioni? Poi il nuovo screzio con mamma. Sono uscita e…

«Non è possibile!»

«Perché, secondo te è possibile che un coniglietto sappia parlare?» Il Conte butta via la sigaretta ancora accesa. «Inconsciamente hai desiderato incontrarmi e hai piegato la realtà al tuo volere! Ed eccomi qui.»

 

«Silvia!» La porta della camera si spalanca. Mamma è ferma sulla soglia, ha un’espressione di disapprovazione peggio di quella del Conte. «Si sente la puzza fino in corridoio! Cos’è questa novità? Non ti sarai mica messa a fumare?»

«Mamma, quante volte ti ho detto di non entrare in camera mia sen–»

«Ma piantala, signorina.» La mamma punta decisa alla scrivania. Raccoglie il filtro dell’ultima cicca fumata dal Conte; tiene il mozzicone all’ingiù, reggendolo tra pollice e indice, come fosse la coda di un topo morto. La testa della sigaretta arde ancora di rosso. «Brava. Davvero. Brava

«Non è come–»

«Non è come cosa? Non ti ho ripetuto fino alla nausea che il fumo fa male? Che devi stare lontana dalle sigarette?»

Infatti bevo, sniffo porcate chimiche, qualche pasticca, ma non ho mai fumato sigarette. Glielo vorrei gridare in faccia, ma mi trattengo. Intanto mamma esplora con lo sguardo la camera. Trova gli altri mozziconi che il Conte ha lasciato in giro. Con un fazzoletto di carta li prende uno a uno e li butta nel cestino della carta straccia.

«Silvia, questa volta non la passi liscia.» Mamma si pulisce con cura le dita, butta via anche il fazzoletto. «So che gli ultimi anni sono stati difficili, ma un comportamento del genere non me lo sarei mai aspettato. Sono delusa. Molto delusa.»

Affari tuoi, no? Anch’io sono delusa dall’avere una madre rompiscatole, ma non ti tormento tutti i giorni.

«E in più hai il coraggio di lamentarti per le vacanze. Te le farò vedere io le vacanze!» Senza aggiungere altro, mamma esce dalla camera. Sbattendo la porta.

«Dammi una sigaretta» dice il Conte. «L’ultima non me la sono goduta.»

 

Sollevo a metà la tapparella e apro la finestra, per far uscire il fumo. Il Conte stringe le zampette a coppa, a proteggere la fiammella dell’accendino dalla brezza notturna.

«So a cosa stai pensando» dice il coniglietto. «Se sono stata io a crearlo, non potrei farlo sparire? Lui, le sigarette, l’incazzatura della mamma.»

Non lo sto ascoltando. Sono tornata con la mente in una stanza d’ospedale: lo zio Carlo è smagrito, respira a fatica, non riesce ad alzarsi dal letto. Ha un tumore al polmone inoperabile e gli rimane poco da vivere. Lo zio ha cominciato a fumare a sedici anni e non ha mai smesso, neppure quando si è ammalato. Sono andata a trovarlo perché mi ha trascinata mamma, a me non frega niente se crepa, è solo un vecchio bavoso – come del resto lo sono tutti i vecchi. Invece mamma è sconvolta, e da lì nasce l’ossessione per il fumo assassino.

«Purtroppo non è così semplice.» Il Conte soffia via una nuvoletta grigia. «Avrai bisogno di un intenso addestramento per usare in maniera cosciente la Magia. E qui finiscono le buone notizie.»

«Buone notizie? Se ho capito bene, ho il potere di combinare immensi casini senza neppure accorgermene. Non mi pare una gran bella notizia.»

«La cattiva notizia. Sai perché sei l’ultima dei Maghi? Perché gli altri sono stati uccisi.»

«Oh, davvero? Uccisi apposta?»

«No, figurati. Sterminati per sbaglio. Fossi in te farei meno la spiritosa.»

«Non pretenderai mica che prenda sul serio queste stupidaggini? Non ho più dieci anni.»

«Non sono stupidaggini! Esistono luoghi», il coniglietto ha abbassato la voce, il tono è divenuto cupo, «esistono luoghi nell’Universo dove non giunge mai la luce delle stelle. Abissi di tenebra e ghiaccio, abitati da creature antiche e potenti. Creature dotate di un’intelligenza vasta e maligna, creature che rifuggono il calore e odiano ogni forma di vita cosciente. Il loro scopo è uccidere tutti i Maghi Quantici, perché solo un Mago è in grado di sopravvivere alla morte termica dell’Universo e gettare il seme per la rinascita. Se le creature delle tenebre dovessero riuscire nel loro proposito, questo ciclo sarà l’ultimo. Quando l’Universo morirà, morirà anche ogni scintilla di vita. Per sempre.»

Scosto il copriletto, lascio che scivoli sul pavimento. Mi distendo sul lenzuolo bianco. Attraverso i fori nelle stecche della tapparella, la Luna appare composta da pixel d’argento. «Spero che mamma non mi stacchi la connessione a Internet. Sarebbe un’estate orribile» mormoro.

«Ma hai sentito o no quello che ti ho detto?» strilla il Conte.

«Ho sentito, ho sentito. Peccato siano solo un mucchio di stupidaggini. Però come trama per un manga non sono male. Forse c’è un po’ troppa fantascienza per i miei gusti. Io preferisco le spade magiche e i demoni agli alieni.»

Il Conte con un unico balzo piomba sul letto. Mi zampetta lungo le gambe, mi salta sulla pancia, risale finché non incombe su di me. Il musino grigio è a un palmo dal mio viso. Schiude le fauci, i dentoni brillano.

«Proprio perché non credi a una sola parola di quello che ti ho detto siamo in una situazione pericolosa.»

«Sì… sì?»

Il coniglietto si ritrae. «Ora dormi, domani sarà una giornata lunga e faticosa.»

Balza via e lo perdo di vista. Tiro un sospiro di sollievo. È un coniglietto parlante pazzo e pure permaloso. Ma non posso negare che abbia fantasia da vendere.

E se dicesse la verità?

Individuo il Conte sulla cassapanca, accanto all’interruttore della luce. Clic. Scende il buio.

Un coniglietto carino

 

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Capitolo 1

martedì, agosto 11th, 2009

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«La verità è che non vuoi mai che mi diverta. Pensi sempre a chissà cosa… e poi avevi promesso. Uffa!» Appoggio la schiena contro la parete; ficco le mani in tasca; con il tacco picchietto il battiscopa, dove so che è già un po’ scollato.

Sono tre cose che mamma non sopporta.

Il muro si regge anche da solo, mi ripete sempre. E poi: togli le mani dalle tasche. Il motivo? Mai capito, è una fisima cretina e nient’altro. Non devi sporcare i muri con le scarpe. Giusto. I muri, non il battiscopa. Se non ci vedi bene, comprati un paio di occhiali.

Ma la mamma non mi sta guardando. È intenta a rimestare nella pentola con un cucchiaio di legno; il tanfo di cipolle e asparagi impregna la cucina. Preparare qualcosa di commestibile mai, eh?

«Ho promesso che ci avrei pensato» dice, senza voltarsi. «Ci ho pensato e la risposta è no. Com’era no ieri e sarà no domani. Dobbiamo proprio discuterne tutti i giorni?»

E continua a mescolare come se niente fosse.

Quando ha quell’atteggiamento indifferente la odio. Dovrebbe incazzarsi e mettersi a urlare, lasciarsi sfuggire qualche insulto che possa rinfacciarle per mesi.

Lavorare sui sensi di colpa è l’ideale per ottenere ciò che si vuole. Come quando papà era appena andato via: mamma si era sentita responsabile per la separazione e io ne approfittavo il più possibile. Bei tempi quelli. Mi bastavano cinque minuti di capricci per spuntarla ogni volta.

Mi stacco dalla parete. Punto il muro di fronte, colpisco con la scarpa da tennis appena sopra il battiscopa. Tump! La scarpa lascia una mezzaluna di sporco sul bianco panna delle piastrelle.

«La risposta è no. D’accordo. Allora sai cosa faccio?»

Mamma sospira. «No, Silvia, non lo so.»

«Me ne vado da casa anch’io. Così sarai finalmente contenta!»

Lei stringe forte il cucchiaio. Lo ributta dentro la pentola. «Silvia! Non ti permettere di dire certe cose.»

Era ora. Gongolo.

«Altrimenti?»

Mamma si gira verso di me. Ha i capelli in disordine, la faccia arrossata, le occhiaie. Socchiude la bocca.

Altrimenti? Altrimenti? Altrimenti?

Riprende il cucchiaio. «Piantala di dire stupidate. E se esci cerca di tornare per cena. Non ho voglia di buttare via il risotto come lunedì scorso. Capito?»

«Va bene, va bene.»

 

Sul pianerottolo, il caldo di metà luglio mi assale. Passare dal fresco dell’aria condizionata all’afa del pomeriggio mi stordisce. Accosto la porta di casa senza ragionare. Un’occasione sprecata, penso, la mano ancora sulla maniglia. Avrei dovuto sbattere la porta, forte. Perché è un altro gesto che manda mamma fuori dai gangheri. Secondo lei bisognerebbe sempre accompagnare il battente. Come fossimo in un convento, o in biblioteca, o chessò io. Non vedo l’ora di compiere diciotto anni per andarmene da casa sul serio. Non sopporto più di dovermi districare tra mille stupide fisime.

Tanto per cambiare, l’ascensore è fermo quattro piani più sopra. Sono quelle care vecchiette dell’ultimo piano: sempre a chiacchierare, mai a muoversi. Sono capaci di tenere ferma la porta dell’ascensore per intere mezz’ore, in attesa che si raduni al completo la comitiva di rincitrullite.

Imbocco le scale, scendo i gradini a due a due. Il caldo è allucinante, non ricordo un’estate del genere da mai. I capelli si appiccicano sulla fronte e mi coprono gli occhi. Scosto una ciocca rosa; se continua con questo caldo mi rapo a zero. La maglietta si incolla alla schiena. Due rampe e sudo come se avessi infilato la testa nel forno.

Un gattino ruggisce.

Recupero il cellulare dalla tasca dei jeans. Masako, il micio che abita nel telefonino, ha occupato l’intero schermo. Tiene la zampetta sinistra alzata, gli artigli infilzano una busta. Sfioro con l’indice la busta e il messaggio sms si allarga a riempire il display.

Lo ha inviato Elena, il testo dice: “Tua madre?”

Mia madre, niente. È andata male anche oggi. Conto sulla punta delle dita le alternative che mi restano. Non sono molte. Potrei mendicare da papà: sarebbe facile convincerlo a darmi il permesso per andare in vacanza, e sono sicura che in più riuscirei a scucirgli un bel po’ di soldi. Ma poi mamma lo verrebbe a sapere. E allora, apriti cielo! Già mi vedo i mesi successivi a litigare per ogni minuzia, e sorbirmi prediche e autocommiserazione e rancore e una continua rottura di scatole. Non ne vale la pena. Non potevo nascere in una famiglia normale? A quanto pare no.

L’altra soluzione è fregarmene del permesso di mamma e partire lo stesso. Però non ho un soldo, e mi scoccia chiedere sempre a Elena. È imbarazzante. Se devo passare tre settimane a vergognarmi tanto vale andare alle Terme di Bontasco con la nonna, come tutti gli anni.

La nonna, vecchia spilorcia. Se sapesse dei miei problemi so già cosa mi direbbe: Cara, sei grandicella. Potresti guadagnare i soldi per le vacanze con qualche lavoretto. Io a quattordici anni lavoravo già al calzaturificio.

Sì, nonna, ma tu hai finito a fatica le elementari. Io studio, ho un ragazzo, devo gestire il mio blog: quando arriva l’estate non ho la minima voglia di mettermi a lavorare, chiaro? Piuttosto mi prendo un anticipo sul regalo di compleanno, tanto il numero del bancomat di mamma lo conosco. Non è rubare, se detraggo dai regali futuri.

Il gattino ruggisce di nuovo.

Ancora Elena, questa volta in voce.

«Allora, com’è andata con tua madre? Sei riuscita a convincerla? Io devo prenotare l’albergo, non possiamo organizzare tutto all’ultimo momento.»

«Niente da fare. La solita litania: non si fida a lasciarmi andare da sola se non è presente un adulto.»

«Ma io diciotto anni li ho compiuti!» protesta Elena.

«La mamma per adulto intende una persona responsabile.»

«Tuo fratello?»

«Figurati! Poi adesso che ha preso a lavorare continua a dire che vuole godersi le vacanze e andare in Thailandia o in Giappone o sa solo lui dove. Ad accompagnare me non ci pensa neanche.»

«Neppure per finta?»

«Non lo conosci. Non mi farebbe un favore a piangere. È un bastardo.»

«Però è cari–» La replica di Elena muore in un borbottio.

Masako è inquieto. Tra le orecchie a punta del felino scorre la scritta: “Rete non raggiungibile”. Sollevo il viso: come volevasi dimostrare. Sono nell’atrio e sopra di me è appollaiato un ragno metallico, un lampadario vittoriano. I bracci di ottone del mostro interferiscono con i segnali dei cellulari, ingarbugliano le frequenze o non so bene cosa. Ogni volta che si passa sotto il lampadario, le comunicazioni si interrompono.

Una sera Roberto – il mio ragazzo – ha cercato di spiegarmi perché succede questo casino. Mi ha persino mostrato una pagina di calcoli. Io ho accennato di sì con la testa, per farlo contento. Roberto studia fisica all’Università, ed è convinto che tutti siano dei mezzi geni come lui. Lui è il tipo che si diverte a risolvere problemi di matematica. Non capisce che alle persone normali non frega niente della termodinamica, della teoria dei numeri o magari di quell’altro tizio, Gödel o Goebbels o come si chiama.

Ma è un piccolo prezzo da pagare per avere accanto un ragazzo bellissimo, dolcissimo e intelligentissimo. L’unico ragazzo che mi ha sempre trattata come una vera principessa. Potessi passare con lui l’estate! Invece niente. Bloccato da giugno a settembre in Università, per star dietro a non saprei dire quale esperimento. Trascorre intere giornate in laboratorio, addirittura si ferma a dormire lì. Da settimane ci vediamo pochissimo, e spesso sembra distratto, sovrappensiero, quasi il dannato esperimento contasse più della sua principessa.

Impossibile.

 

Esco dal palazzo. In cortile, mentre percorro il vialetto verso il cancello, il cellulare torna online. Richiamo Elena. Non risponde. Mi stringo nelle spalle e rimetto via il telefonino.

Passo accanto al gabbiotto del portinaio. Il signor Belardi siede immobile. Gli ultimi capelli bianchi sono agitati dal flusso d’aria del ventilatore posato accanto a lui. Fissa inebetito la rastrelliera con le cassette della posta.

«Buon pomeriggio» lo saluto.

Lui non risponde, non distoglie lo sguardo, come se non mi avesse neanche vista. Meglio così: mi ricordo ancora quando due anni fa diede fuori di matto dicendo che cercavo di entrare nel palazzo senza essere inquilina. Mi inseguì armato di rastrello. La moglie convinse mamma a non sporgere denuncia. Alla fine l’assemblea di condominio non lo licenziò neanche.

Io voglio morire giovane. Non voglio diventare una vecchia idiota.

 

Mi chiudo il cancello alle spalle. La città è addormentata, intorpidita dalla canicola. Non spira un filo di vento. Nessuno per strada. I rumori del traffico sono così attutiti che potrebbero venire dalla Luna. Potrei essere l’ultima ragazza rimasta sulla Terra.

Se sono tutti morti soffocati dal caldo, spero in gelateria mi facciano lo sconto, ho giusto bisogno di un sorbetto al limone per rinfrescarmi le idee. Il posto più vicino è dalle parti di piazza Pisa. Sempre che non sia già chiuso per ferie.

Cammino per una cinquantina di metri, svolto al primo incrocio. La strada alberata si allarga fino a diventare un viale ornato da due filari di cipressi. Percorro viale Gozzini all’ombra delle fronde. Alla mia destra scorre l’inferriata verde oliva che protegge il parco di Villa Gozzini. La villa – una reggia su tre piani in stile liberty – si scorge appena, nascosta dalla siepe cresciuta intorno alle sbarre dell’inferriata.

Si dice che i Gozzini siano la famiglia più ricca della città. Se sono così pieni di soldi potrebbero assumere un giardiniere: la siepe è cresciuta senza controllo, come un tumore, e ha riempito ogni pertugio, fino a tracimare sul marciapiede. I più ricchi se ne fregano di aver allevato un mostro vegetale e mamma non vuole installare la parabola perché rovina il decoro del condominio. Proprio.

«Ehi, ragazzina.»

Una voce. Rauca, severa. Sembra quella del prof di Storia. Dio, mi manca solo di incrociare quel deficiente. In che anno è nato Napoleone, su, su? I professori del Liceo li scelgono tra gli ultimi in graduatoria per un posto da spazzino.

Mi volto. Dietro di me, nessuno. Il viale è deserto, tranne per un cane spelacchiato che aspetta alla fermata del filobus 51.

«Sì, proprio tu, ragazzina.»

Ma che diavolo… alzo il viso e incrocio lo sguardo con una coppia di colombi. I due sono appollaiati su un ramo bitorzoluto. Muovono la testa a scatti, in curioso sincrono. Hanno parlato loro? È possibile? Che razza di domande dementi mi pongo?

«Sono qui, in basso, a destra.»

Mi piego sulle ginocchia. Sbircio tra la siepe.

«Ancora un po’ più a destra.»

Verso destra le fronde si diradano, rivelano una chiazza di terreno invasa dalle erbacce. Tra felci e ortiche è seduto un coniglietto. Il pelo è corto, di color grigio cenerino. Le lunghe orecchie ricadono flaccide. Il musino è quanto di più grazioso abbia mai visto, peccato che sia atteggiato in una smorfia di disapprovazione.

«È una specie di scherzo?» chiedo al coniglietto.

«No» risponde lui, senza scomporsi.

Un coniglietto parlante, e non è uno scherzo. Sì, certo, e io ci casco. Dev’esserci dietro qualche buontempone che se ne intende di ventriloquismo. Ho sempre pensato che fosse necessario un pupazzo, ma forse funziona anche con i coniglietti. O forse ho davanti un peluche. Infilo una mano tra le sbarre e tocco con l’indice il nasino umido dell’animaletto. Lui si ritrae, infastidito. Se è un pupazzo si comporta proprio come un coniglietto vivo.

«Abbiamo parecchio da discutere, ragazzina» dice il coniglietto. «Ma prima ho bisogno di una sigaretta.»

«Io non fumo.»

«Imparerai. Adesso fammi un piacere.» Il coniglietto si porta una zampetta sotto la pancia, e tira fuori una banconota da dieci euro. «Vammi a comprare un pacchetto, d’accordo?»

Prendo i soldi. Frusciano tra le dita. Il coniglietto mi fa cenno con il musino di sbrigarmi.

«Vado» mormoro.

Cammino all’indietro, senza perdere di vista il coniglietto, finché le frasche non lo nascondono. Quando sparisce tiro un sospiro di sollievo.

Palpo la banconota, la osservo in controluce per verificare la presenza del filo di sicurezza. È autentica. Ho ricevuto una vera banconota da un’allucinazione? Oppure sto andando fuori di testa?

Non ti devi preoccupare. Non è come drogarsi o bere. Non ci sono effetti collaterali a sniffare la trielina. O la colla. O la vernice. Elena, se mi hai raccontato una balla, giuro che ti strozzo! L’ultima volta che ho sballato è stato due giorni fa. Possibile che ne subisca adesso gli effetti?

C’è un solo modo per saperlo.

 

Poso i dieci euro sul bancone. Il cuore rimbomba nel petto, come al primo appuntamento con Roberto. Il barista accetta i soldi senza battere ciglio. Mi passa il pacchetto di sigarette e qualche moneta di resto.

«Ecco qui.»

«Grazie.»

Rigiro il pacchetto tra le dita. Ho scambiato soldi immaginari per sigarette immaginarie? Se è tutta un’illusione, è ben complicata!

 

Ritorno davanti all’inferriata, mi chino verso le sbarre. Tendo il braccio in avanti, il pacchetto in mano. Sono giovane, non ci tengo ad avere già il cervello in poltiglia. Perciò non esistono coniglietti parlanti. Io non ne ho mai incontrati. Non esistono coniglietti parlanti, non esistono coniglietti parlanti, non esistono coniglietti parlanti. Non esistono coniglietti parlanti.

«Alla buon’ora.» Il coniglietto mi sfila il pacchetto dalle dita. Strappa l’involto di plastica trasparente con i dentoni, batte il fondo del pacchetto contro il palmo di una zampa, si porta alla bocca una sigaretta.

Allarga entrambe le zampette. «E il resto dov’è, ragazzina?»

Consegno le monetine. Lui le fa sparire sotto la pancia.

«Hai da accendere?»

«No. Ti ho detto che non fumo.»

Il coniglietto sbuffa. Fruga tra le margherite secche. Raccoglie un accendino di ferro, mezzo arrugginito. Lo apre facendo scoccare una scintilla. Accende la sigaretta.

Inspira a fondo. Le guance si gonfiano: sembra un criceto che ha appena nascosto in bocca una ghianda. Soffia via un anello di fumo.

«Ci voleva proprio.» Il coniglietto dà un altro tiro. «Dì un po’, ragazzina, abiti qui vicino, vero?»

«Sì.»

«Ottimo. Mi devi portare a casa tua, staremo più comodi. Vivi da sola? No, vero? Quanti anni hai?»

Ma da quando i coniglietti hanno l’abitudine di occuparsi dei fatti degli altri?

«Ho diciassette anni. Fra poco ne compio diciotto.»

«Ti ho chiesto quanti anni hai o quanti anni avrai fra poco? Quando ti faccio delle domande, gradirei risposte a tono. Dovrai imparare la formalità, è innanzi tutto una questione di dignità personale.»

Definizione di situazione assurda: essere in imbarazzo per colpa di un coniglietto parlante. Come si permette? Neanche fossi a colloquio nell’ufficio del preside.

«A proposito», continua lui, «io sono il quindicesimo Conte Gozzini. Puoi rivolgerti a me chiamandomi signor Conte o signor Conte Gozzini. Hai capito?»

«Sì, sì, non sono mica scema.»

Il coniglietto scuote la testolina. «Ripeto. Hai capito, sì o no?»

«Sì, te l’ho detto, ho capito.» Si può sapere che vuole?

Lui spegne la cicca contro un sasso. «Sì, ho capito, signor Conte Gozzini. Così avresti dovuto rispondere. Sei sorda o sei stupida?»

«Scusa, va bene? Ho capito, signor Gozzini, contento?»

L’espressione di disapprovazione sul musino del coniglietto non si attenua di una virgola. Mi fissa come se avessi appena mangiato arrosto suo fratello. Elena, se è tutta colpa della trielina, giuro che questa volta me la paghi!

«Lasciamo perdere.» Il Conte sfila dal pacchetto una seconda sigaretta. «Adesso rimani lì. Ferma. Faccio il giro ed esco.»

Con un balzo il coniglietto sparisce, celato dalle circonvoluzioni della siepe. Mi rialzo. Spazzolo via dalle gambe dei pantaloni polvere e foglioline. Controllo l’ora sul cellulare. Be’, posso aspettare.

Trascorre un minuto.

Due minuti.

Tre minuti. Un battito d’ali mi fa alzare la testa: la coppia di colombi vola via.

Quattro minuti. Il cane spelacchiato si allontana dalla fermata.

Cinque minuti.

Manca giusto il suono della campanella, e poi sarebbe come a scuola, al termine dell’ora di Latino. Non sei preparata e passi il tempo a morderti le unghie e a sperare che non ti interroghino. Alla fine, più hai sofferto, maggiore è il sollievo. Cinque minuti e non ci sono coniglietti parlanti. Non ci sono mai stati coniglietti parlanti. Perché io non ho il cervello in poltiglia!

Una sensazione di leggerezza mi invade il cuore. Tornerò subito a casa – al diavolo anche la gelateria –, e penso di scusarmi con mamma. Tutto sommato la prospettiva di andare in vacanza con la nonna non mi appare più così tragica. Meglio la nonna con le sue torte paradiso di Elena e i vapori di trielina.

Un peso preme sulla spalla destra. Giro la testa e scopro il musino del Conte a una piuma dalla guancia. Il coniglietto artiglia la maglietta.

«Che aspetti? Muoviamoci. Se c’è una cosa che odio è perdere tempo. Hai già scelto che nome astrale intendi usare?»

«Nome astrale? Io ho già un nome, mi chiamo Silvia.»

«Silvia. Bah!» Il coniglietto muove una zampetta, ad allontanare da sé il mio nome, disgustato. Voglio vederlo in faccia il prossimo che avrà il coraggio di dare a me della maleducata!

«Non si è mai sentito in seicentomila secoli che un Ma–» si zittisce di botto.

Dal fondo del viale ha fatto capolino il filobus 51. Risale la strada. Supera la fermata senza rallentare. Aumenta di velocità quando ci scorre accanto. La sagoma arancione rimpicciolisce all’orizzonte, nulla più di un miraggio tremolante.

«Stai sempre ben attenta a non dire a nessuno chi sono o che so parlare» riprende il coniglietto. «Potrebbero ascoltare le persone sbagliate, anche se persone non è il termine esatto.» Si accende la terza sigaretta. «Per il nome andrà bene Silvia. Per ora, almeno.»

Grazie tante! «Comunque siamo d’accordo, non dirò niente a nessuno. Anzi, figurati se raccontassi di questa storia a mamma, penserebbe che abbia qualche rotella fuori posto. Non mi lascerebbe andare in vacanza da sola neppure a trent’anni.»

Ragazza e coniglietto

 

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