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Capitolo 7

lunedì, settembre 28th, 2009

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Il sifone del lavandino è gelido contro la guancia. Il freddo mi impedisce di addormentarmi. Devo avere ancora in corpo la porcata che mi ha fatto bere la dottoressa, perché, non appena il coniglietto è uscito dal bagno, il sonno mi ha aggredita; le gambe molli hanno ceduto, e mi sono seduta per terra.

Il tubo perde. L’acqua goccia dal gomito della tubatura sulle piastrelle. La pozza sfiora la stoffa del pigiama. Odio i vestiti bagnati, ma ho paura a muovermi. Ho i brividi al solo pensiero che il piede malato possa picchiare contro qualcosa. Ho disteso la gamba sull’altra, in modo che la caviglia non tocchi il pavimento, ma il sollievo è minimo. Il dolore è costante. Striscia su e giù, raggiunge il tallone e le dita, risale fino al ginocchio; scava nella carne e si ritrae.

Dio, che male!

È colpa del Conte. Se sono in questo casino è per colpa sua. Solo sua. Non poteva tampinare qualcun’altra? Doveva trascinare proprio me nella sua pazzia? L’ho creato io? Sì, bene, d’accordo, se io l’ho creato, io lo ammazzo!

Vado a prenderti dei vestiti, ha detto.

È passata un’eternità. Potrebbe almeno sbrigarsi!

Colpisco con il pugno il pavimento. La porta si socchiude.

Il coniglietto fa capolino, si volta, spinge con la schiena contro il battente per allargare lo spiraglio. Con i dentoni trascina dentro un sacchetto della spesa giallo. La porta si richiude dietro di lui.

Il Conte ansima. Cerca una sigaretta sotto la pancia; le zampette tremano. «Sai cosa succede ai coniglietti», riprende fiato, si infila in bocca la sigaretta, «quando fanno certi sforzi?»

«No.»

«Muoiono d’infarto.»

«Meglio. Hai trovato qualcosa?»

Il coniglietto indica il sacchetto con la punta della cicca. «Ti ho preso un camice e un paio di pantofole. Dovrebbe bastare per uscire. Passeremo per il pronto soccorso, se è come le ultime sere sarà affollato e nessuno baderà a te.» Accende la sigaretta. «Ma dobbiamo sbrigarci, qualcuno stanotte lo ricovereranno qui in reparto di sicuro.»

«Non riesco ad alzarmi. La caviglia mi fa troppo male.»

«Ho pensato anche a questo.» Il Conte fruga nel sacchetto, ne tira fuori una scatoletta di cartoncino. All’interno, un astuccio di plastica trasparente protegge cinque fialette. «Sono passato all’ambulatorio di oncologia. Questo antidolorifico lo iniettano per calmare il dolore dopo le operazioni.»

«Iniettano?»

Il coniglietto posa la sigaretta, torna a rovistare nel sacchetto. Toglie il cappuccio a una siringa. «Me ne occupo io.»

«Non voglio altre punture!» Artiglio il bordo del lavandino. I muscoli del braccio si tendono, le dita rischiano di scivolare sulla ceramica umida; stringo i denti, e mi tiro su. «Ce la faccio.»

Il coniglietto riprende la sigaretta. Soffia via una nuvoletta grigia. «Non puoi andare in giro zoppicando.»

«Ho detto che ce la faccio.»

Poso il piede malconcio.

Lacrime mi riempiono gli occhi. «Va bene, va bene, fammi la dannata puntura!»

 

Il camice è due misure più largo, le pantofole mi stanno strette. La caviglia ha smesso di tormentarmi, ma ho perso sensibilità. A ogni passo ho il timore di premere con troppa forza: immagino il piede piegarsi e sfasciarsi in un ammasso di sangue e pus. Come nei film degli zombie, quando la gente perde i pezzi. Ci mancherebbe solo quello.

Stringo la maniglia, apro di un dito la porta e spio il corridoio.

«Sai la strada?» chiedo al Conte.

Il coniglietto si arrampica sulla spalla, sparisce sotto il camice. Il musino spunta dalla scollatura. «Sì. Ma comunque è semplice: gira a destra, sempre dritto fino all’ascensore. Piano terra. Segui la striscia rossa per il pronto soccorso.»

Do un’ultima occhiata a destra e a sinistra. Via libera. Provo a camminare in modo naturale, ma la visione del moncherino sanguinolento è sempre nitida. Oh, al diavolo, è solo un’impressione! Spero. Mi affretto a superare una sala con le pareti di vetro; dietro il cristallo zigrinato un gruppo di persone sedute e il riflesso azzurro di un televisore acceso.

«Che ore sono?» sussurro al coniglietto.

«Le dieci e mezza. Fra poco inizia la festa.»

Arriviamo all’ascensore. Premo il pulsante con la freccia verso il basso e le porte scivolano di lato. Scelgo il piano terra.

«Quale festa?»

«Molti non hanno creduto alla versione ufficiale, hanno paura che le comete ci colpiscano e sia la fine del mondo. Nelle ultime notti ci sono stati sempre più suicidi e violenze. È in atto il coprifuoco, ma non lo rispetta nessuno.»

Il Conte ritrae il musino: l’ascensore si è bloccato. È illuminato il pulsante del quinto piano.

Rimani calma e nessuno ti dirà niente. Liscio il camice, rimbocco con cura le maniche. Non abbassare lo sguardo, non guardarti i piedi, se non ci fai caso tu, non se ne accorge nessuno.

Le porte non si aprono. Una leggera scossa. L’ascensore riparte.

«La cosa buffa è che i disperati hanno ragione», continua il coniglietto, «anche se non sanno perché. Quando la flotta raggiungerà l’orbita, bombarderà l’intera superficie del pianeta. Poi sbarcheranno per cercarti.»

Terzo piano. «Splendido.»

«Ma forse abbiamo una speranza. Se non ti sei comportata da vigliacca.»

Primo piano. «Vigliacca? Cosa significa? Stai di nuovo girando la frittata, vero? Come con i furti: tu rubi e poi dai la colpa a me. Troppo comodo!»

Il Conte non ribatte, perché la T del piano terra si è accesa di verde.

 

La lettiga adagiata contro la parete copre per metà il vano dell’ascensore. Un ragazzo è disteso sul lettino, la camicia hawaiana sollevata fino alle ascelle, i jeans intrisi di sangue. Un signore con i capelli brizzolati tiene premuta una garza contro l’addome del ragazzo, appena sopra la cintura. Una donna piange, le mani posate sui piedi scalzi del ferito.

Esco dalla cabina attenta a non sfiorare il lettino. Il ragazzo geme. I capelli gli hanno coperto il viso. Il signore alza il capo, schiude le labbra, sta per dire qualcosa.

Io allungo il passo. Magari mi ha scambiata per un dottore, e non ho tempo da perdere in spiegazioni. Una dozzina di altri visi si voltano nella mia direzione: la corsia è piena di gente, imbottigliata tra due ali di lettighe che costeggiano le pareti. Conto almeno dieci letti.

Il brusio è assordante; un misto di preghiere, lamenti, chiacchiericcio. Alla mia sinistra sento il raspare di chi sta vomitando bile. Evito di girarmi. Dal fondo del corridoio giungono grida e rumore di passi concitati.

Testa alta. Non ti fermare per nessuna ragione.

Spintono chi ho davanti. Mani cercano di afferrare i lembi del camice. Volti sconosciuti mi rivolgono la parola. Io scuoto il capo, senza rispondere. Le persone malate sono contagiose. Non solo per le malattie, ma per la rogna che si portano appresso. Di guai ne ho già abbastanza senza bisogno di immischiarmi con questi sfigati.

Il sudore mi appiccica il camice alle braccia, impregna il colletto. Soffoco nella calca. Il maniglione dell’uscita spunta dietro la pancia di un grassone.

Un’ultima spinta e lascio la bolgia.

La sala d’aspetto del pronto soccorso è altrettanto affollata, ma le porte sono spalancante. Con poche falcate sono all’aria aperta, sotto la tettoia del parcheggio per le ambulanze.

 

Le auto ferme intasano la strada, i fari disegnano un fiume di lucciole. La pioggia cade incessante, tambureggiando sulla carrozzeria delle macchine; dai cofani ancora caldi si alzano spirali di vapore. Sulla facciata del palazzo di fronte una scritta a caratteri cubitali lacrima vernice rossa. I lampioni illuminano a chiazze le enormi lettere, che occupano l’intero primo piano. Credo che il messaggio dica: “Pagate i vostri debiti!”

Indietreggio e mi ritiro all’ombra di uno dei piloni di cemento che reggono la volta del parcheggio. Stringo le braccia al petto. Fa un freddo cane.

«Come torniamo a casa? Anche se riesco a chiamare un taxi, con un ingorgo simile non si va da nessuna parte.»

Il coniglietto spunta dal camice. «Andiamo a piedi. Vedrai che a camminare ti scaldi.»

«Non so neanche dove sono. E non ho nessuna voglia di attraversare mezza città sotto la pioggia con un piede malato.»

«Con il coprifuoco la metropolitana è chiusa e i mezzi pubblici non circolano dopo il tramonto. Inoltre ho bisogno di passare da una farmacia e da un negozio di elettronica. Qualcosa l’ho preso in ospedale, ma non basta.» Il coniglietto si contorce e mi mostra una custodia di plastica bianca, lunga e stretta.

«Che sarebbe quell’affare?»

«Bisturi monouso.»

«Si può sapere a cosa ti serve?»

Il Conte fa sparire il bisturi sotto la pancia. «Non ha importanza. Adesso dobbiamo darci da fare. Dobbiamo trovare i negozi giusti.»

«Non troveremo mai un negozio di elettronica aperto a quest’ora.»

«Che sia aperto o chiuso non è un problema.» Il coniglietto si rintana sotto il camice, striscia dentro la canottiera. «Su, su, muoviti.»

 

* * *

 

Abbiamo rapinato un negozio di giocattoli e modellismo. La farmacia l’abbiamo trovata aperta e abbiamo pagato – dopo che il Conte ha fregato il portafoglio a un tizio svenuto su una panchina.

Poi ci siamo diretti in periferia, dove grappoli di palazzoni anonimi sorgono da oasi di fango. Non ci ero mai stata, ma avevo visto qualche volta i servizi del telegiornale regionale: sono i nuovi quartieri costruiti per gli immigrati e per gli scansafatiche. Mentecatti che non hanno neppure i soldi per comprarsi la casa.

Ci siamo fermati davanti a un caseggiato di cinque piani; i muri senza intonaco, i mattoni in vista. Le finestre al primo piano sono protette da sbarre, alcune sono addirittura sprangate con tavole incrociate. Un solo lampione brilla vicino al portone, gli altri lungo la via sono spenti. Alla base del lampione sono accatastati sacchi neri della spazzatura. La pioggia ha trasformato i sacchi lasciati aperti in melma, che cola sul marciapiede. Mi chiudo il naso con due dita, perché le zaffate di cibo putrido fanno venire nausea.

Il Conte fa capolino. «Da un po’, abitiamo qui.»

 

Tre porte si affacciano sul pianerottolo del secondo piano. Una è scardinata, quella più a destra è nascosta da una lastra di ferro saldata allo stipite. “Le case popolari sono per tutti” è scritto con vernice spray sul metallo.

Il Conte balza dalla spalla alla maniglia della terza porta. Il battente si apre con un gemito. Il coniglietto salta a terra, allunga una zampetta. «Prego.»

L’interno è tenebra. D’istinto faccio correre la mano lungo la parete accanto allo stipite, in cerca dell’interruttore.

«Non abbiamo luce elettrica» spiega il Conte. Scatta in avanti nel buio. «Vado ad accendere la lampada.»

Rimango sulla soglia. Il neon del pianerottolo, incassato nel soffitto, contrasta l’oscurità per meno di un passo. Non distinguo alcun dettaglio, tranne il pavimento di piastrelle color neve sporca.

«Vieni, vieni.» Una sfera gialla sboccia al centro della stanza; tratteggia i contorni di un tavolo, due sedie, un armadio, il profilo di una finestra chiusa. Il Conte ha sistemato una lampada a gas, di quelle da campeggio, sul ripiano di legno del tavolo. Il sibilo del gas è l’unico suono, oltre il ruggire del temporale.

Il tavolo ha le gambe formate da pile di mattoni. Le sedie sono spaiate: una è laccata di bianco, piena di graffi; l’altra ha il sedile di paglia, sfilacciato. Scelgo la sedia bianca. Butto sul tavolo il sacchetto pieno delle cianfrusaglie che si è procurato il Conte. Mi strizzo i capelli bagnati.

«Non abbiamo un asciugamano?»

«Sono tutti sporchi.»

«Fantastico.»

Anche il tavolo è sporco: cenere, briciole, roba appiccicosa che sembra marmellata; in un angolo sono ammonticchiati piatti di plastica unti e incrostati. L’olio cola da scatolette vuote di carne pressata e sgombri. Una mosca beve le ultime gocce di limonata rimaste lungo il bordo di una lattina. Mozziconi debordano da un posacenere scheggiato. L’intera stanza puzza. Peggio della catasta di spazzatura, fuori.

«Così noi vivremmo in questa fogna? Si può sapere perché?»

Il coniglietto si siede sulle zampette posteriori, accanto alla lampada. Si infila in bocca una sigaretta, la accende. «Dopo quello che è successo non volevi più tornare a casa. Così abbiamo occupato questo monolocale.» Il Conte soffia via il fumo, le spire grigie danzano intorno alla luce, si dissolvono nel buio. «Io te l’ho detto di mettere un po’ in ordine, ma tu non hai voluto, neanche con la Magia. Perché eri stanca. Perché eri depressa. Problemi tuoi. Per quanto mi riguarda, ho vissuto in posti che fanno sembrare questo appartamento una reggia.»

Un ragnetto si dibatte tra le venature del legno. Due lunghe zampe sono invischiate nell’olio denso. Agita le altre zampe a vuoto. Seguo i movimenti convulsi dell’insetto finché non si calma.

Che morte orribile lo attende.

«Ok. Ora devi dirmi una volta per tutte cos’è successo.»

«No.» Il Conte spegne la sigaretta in una macchia di passata di pomodoro. «Sarebbe inutile. Non possiamo sprecare le poche ore che ci rimangono in chiacchiere, e non ho tempo per insegnarti di nuovo l’uso della Magia. L’unica possibilità è che tu riesca a ricordare quello che già sai.»

Solleva una zampetta, a prevenire la mia replica. «I casi sono due. Potresti aver usato i tuoi poteri per cancellarti la memoria. È già capitato ad altri Maghi codardi, spaventati dallo scoprire la propria vera natura. Non è grave, è solo una perdita di tempo. Peccato che noi di tempo non ne abbiamo. Oppure, a causa della distorsione entropica, la te stessa del passato si è sovrapposta alla te stessa attuale. Se è questo secondo caso, forse si può rimediare.»

Rimediare alla distocosa. Niente di più banale. «Cosa possiamo fare?»

«Ti faccio vedere.» Il coniglietto sfila un piatto dalla pila. «Non entrerò in particolari tecnici perché non capiresti.» Piazza il piatto davanti a me. «Immagina che questo piatto sia un frammento della tua memoria. Il cervello lo interroga e gli chiede di che colore è. Tu cosa risponderesti?»

Quando è così facile, c’è sotto il trucco. Però a me il piatto pare bianco. Un piatto di plastica bianco, un po’ impataccato, ma niente di che. «Mi sembra bianco.»

«Infatti. Non era difficile, persino per te.» Il Conte strattona una scatoletta vuota di tonno, attento a non far cascare la montagna di rifiuti. Inclina la scatoletta. Un filo di olio giallo si spande sul piatto.

«Adesso di che colore è?»

«Giallo schifezza.»

«Giusto.»

Il coniglietto rovista tra le lattine e i cartoni di latte. Fa gocciolare una cola sul piatto. L’olio si mischia con la bevanda nerastra e assume una tonalità cenere. Anticipo la domanda. «Adesso il colore è grigio.»

«Sì. Però, se osservi, il bordo del piatto è ancora bianco e ai margini la macchia d’olio è ancora gialla. Lo stesso accade nella memoria: quando nuovi ricordi sostituiscono quelli vecchi, i vecchi ricordi rimangono. Sono troppo deboli perché coscientemente ci si accorga di loro, ma esistono. Ed è possibile recuperarli.»

«Come?»

«Stimolando direttamente l’ippocampo e altre zone dell’encefalo.»

L’ippocampo? Un cavallo alato con il becco di aquila si alza in volo nella mia testa.

«Te l’ho già ripetuto più di una volta, parla in italiano!»

Il coniglietto fa cenno di no con la zampetta. «Non adesso. Mi conviene approfittare del buio per requisire un altro paio di cose che mi sono dimenticato. Domani mi dovrai dare di nuovo una mano, dubito di riuscire a trasportare il trapano a batterie.»

«Quale trapano?»

Il Conte si infila tra le labbra una sigaretta. «Chiuditi dentro, questo è un brutto quartiere.»

Saltella fino alla porta. La apre di un palmo e sgattaiola fuori.

 

Rimango seduta. La fiammella della lampada ogni tanto si piega verso di me, incoraggiata da uno spiffero. L’acqua frusta la tapparella abbassata, i tuoni scuotono l’edificio.

In tre mesi mi sono ridotta come una barbona.

Magnifico.

Passo due dita nell’anello di ferro che spunta sopra la lampada. Esploro la stanza. Rifiuti ovunque. A un comodino manca il cassetto e tre piedini su quattro. Mi accovaccio per sbirciare all’interno: una montagnola di portafogli e portamonete. Ne scuoto alcuni, ma non trovo neppure un centesimo.

Sotto la finestra è sistemato un materasso coperto da una cerata. La frangia di un lenzuolo azzurro sparisce tra confezioni sventrate di merendine. Davvero dormo in mezzo al lerciume? Io? Perché? Dio, perché?

In fondo alla stanza un vano in ombra. Ma il tanfo di urina che viene da quella direzione non invoglia a indagare. Vado alla porta. Nella toppa c’è una chiave, la giro due volte.

Torno a sedermi. Sposto i piatti. Sul materasso, per terra, non ci dormo. Incrocio le braccia e chino la testa.

 

Erano passate un paio di settimane da quando papà se n’era andato via. Mi ero alzata di soprassalto, in piena notte, svegliata dal tramestio. In casa erano accese tutte le luci. Mio fratello stava aiutando mamma, che non si reggeva in piedi; si era sentita svenire in bagno. Io avevo sgranato gli occhi, i palmi sudati, la testa che mi ronzava.

Mamma mi ha rassicurata, mi ha detto di tornare a dormire. La mattina dopo, quando mi sono svegliata, non c’era nessuno. Un biglietto sul tavolo del soggiorno: mamma e mio fratello erano andati al pronto soccorso.

È stata l’unica occasione in cui ho rischiato di piangere. Di piangere sul serio. Non per intenerire qualcuno o per dare fastidio o per sfogare un dolore. Però quella mattina ho tenuto duro. Verso mezzogiorno mamma è rientrata. Niente di grave, per fortuna. E si era fermata in pasticceria a comprare la crostata di fragole.

Tiro su col naso. Le lacrime scendono lungo le guance. Non ho più una casa; mamma, papà, Roberto, tutti spariti. Non arriverà nessuno con la torta. Lo so.

Sono sola.

Chiudo gli occhi, stringo le palpebre. Ma al buio è peggio. Al buio l’intero mondo scompare.

 

Risollevo la testa, intontita. Mi scosto i capelli ancora umidi dal viso. Forse ho dormito un po’. Le braccia sono indolenzite; le dita, chiuse a pugno, insensibili.

Dietro le stecche della tapparella il cielo è striato di blu scuro, non manca molto all’alba. Richiudo gli occhi. Meglio dormire ancora e non pensare.

 

* * *

 

Il Conte è rincasato al sorgere del Sole, un pacchetto avvolto in carta stagnola tra le zampette. Ha ripulito il tavolo e disposto sul ripiano il bottino della caccia notturna.

Ci siamo dati da fare più di quanto mi sia resa conto. Abbiamo recuperato: un rotolo di bende; forbici per le unghie e forbici con la lama dentata da parrucchiere; bisturi monouso; disinfettante; un paio di medicinali con l’etichetta piena di nomi complicati; un rocchetto di filo elettrico e altra paccottiglia elettronica; cacciavite; una torcia a stilo; un coso che sembra una pistola uscita da un film di fantascienza – lo prendo in mano. «E questo cosa sarebbe?»

«Microsaldatore» risponde il coniglietto. Sta cercando l’accendino, una sigaretta gli pende dalle labbra.

Rimetto a posto il microsaldatore e passo in rassegna gli altri oggetti: un computer palmare ancora imballato tra due ali di polistirolo; una serie di aghi molto sottili, lunghi una ventina di centimetri; una bacinella; sapone; una manciata di rasoi usa e getta; shampoo – speciale antibatterico; pile di varie dimensioni.

Non c’è più spazio libero sul ripiano. Raccolgo le forbicine per le unghie. Le rigiro tra le dita. «E questi oggetti dovrebbero farmi recuperare la memoria? Come funziona? Ognuno è associato a qualche esperienza che ho scordato?»

«Non proprio. E manca il trapano con la punta a corona.» Il coniglietto balza sul comodino sghembo, si protende all’interno, preme il fondo del mobile con una zampetta. Clic. Un tassello di compensato casca giù. Dietro è nascosto un rotolo di banconote, tenute assieme da un elastico.

«Dovrebbero bastare. C’è un ferramenta qui vicino, andremo insieme e ti dirò quale modello prendere.»

Ho sollevato a metà la tapparella. Nubi basse e gonfie ancora coprono il cielo, ma non piove più. Il Sole si intravede appena, come una lampadina velata da uno straccio.

Prendo i soldi e li infilo in un portafoglio di pelle nera. «Io non ho ancora capito cosa me ne dovrei fare di un trapano.»

«Meglio così.»

«Non potevi rubare anche un cellulare? Voglio chiamare casa.»

Il Conte scuote la testolina. «Non risponderebbe nessuno.»

«Perché?»

«Credo siano già le nove passate. Muoviamoci, i negozi sono aperti.»

Va bene. Il trapano. È il momento della fisima per il trapano. Va bene, sono proprio curiosa di vedere che diavolo ci vuole fare!

Coniglietto con occhio rosso

 

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Capitolo 6

domenica, settembre 13th, 2009

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La figura spunta da dietro il battente. Si stringe nella giacca a vento e gira il capo per guardarsi attorno. La brezza le scompiglia i capelli neri. Lei li scosta dal viso con una mano. Indossa guanti rosa di lana.

«Elena?»

Cosa diavolo ci faceva la mia amica nella camera di Roberto? Vestita come fosse pieno inverno? Oggi si scoppia dal caldo!

Ma non è vero.

Non si scoppia dal caldo.

Sto tremando, ho la pelle d’oca. Il vento gelido mi morde le braccia nude, mi graffia il viso. Mi sfioro le labbra: sono screpolate, bruciano. Ogni volta che apro la bocca per respirare, artigli di ghiaccio mi raschiano la gola.

Sono debole sulle gambe. Scivolo e cado in ginocchio. Picchio i palmi contro il pavimento per non accasciarmi. Sotto di me non ci sono più le mattonelle sbrecciate. Cemento grigio, incrostato di brina e neve sporca.

Alzo gli occhi. Sono all’aperto. Enormi nubi scure soffocano il cielo. Le nuvole sono basse, gonfie, aggrovigliate tra loro; strisciano e si contorcono. La distesa di cemento sfuma nella nebbia. Tra la foschia spuntano camini e antenne per la TV; i comignoli sbuffano fumo nero. Tetti. Sto osservando dei tetti dall’alto in basso. Vuol dire che sono finita sulla sommità di un edificio di almeno dieci piani.

Elena mi corre incontro. La neve compatta scricchiola sotto gli stivali. Si china verso di me, mi cinge il fianco con un braccio e mi aiuta a rimettermi in piedi. Mi abbraccia, stringe forte. I suoi capelli, profumati di shampoo alla pesca, mi carezzano le guance. È un pochino imbarazzante, ma il tepore è delizioso.

Rimaniamo così per cinque lunghi respiri. Elena si stacca pian piano da me. Ha gli occhi arrossati, di chi ha appena finito di piangere. Si asciuga un’ultima lacrima con la nocca dell’indice. «Ero appena arrivata, quando ho visto lì sul letto… Ho avuto paura che… Ho avuto paura.»

Io ed Elena su un tetto. D’inverno. Lei ha pianto e io muoio di freddo. Quando è successo? Forse ero ubriaca? Strafatta? Ma non sarei mai salita su un tetto, soffro di vertigini. Mi devo essere sentita male, Elena si è preoccupata e, scampato il pericolo, non me l’ha mai raccontato. No, non ha senso. Perché avrebbe dovuto far finta di niente?

Lampi azzurri scuotono le nuvole, la luce tanto intensa da dipingere di blu la neve. Il tuono rimbomba; vibra nelle ossa, mi lascia sorda. Anche Elena ha sgranato gli occhi, ha la faccia spaventata. «Cosa succede?» le chiedo, ma non sono sicura di aver parlato. Non ho sentito la mia voce.

Lei scuote la testa. Mi prende per mano. Mi trascina verso la porta aperta. Gocce d’acqua mi bagnano le spalle, picchiettano sul cemento. Si scatena il temporale. La pioggia scende a scrosci e martella il tetto. Ragnatele di fulmini illuminano il cielo.

Ci rifugiamo all’interno.

Non è la camera di Roberto.

È un pianerottolo. Elena si affaccia sulla tromba delle scale. «L’ho trovata!» grida.

Frastuono di tacchi sui gradini di marmo. Mi sporgo anch’io: un gruppo di persone sale di corsa. Sono in quattro. No, cinque. Un tizio indossa una divisa verdina, come la guardia giurata fuori dalla banca vicino a casa. Un paio sono in camice bianco.

Elena mi stringe di nuovo la mano tra le dita calde. Fa strada mentre scendiamo. Al termine della rampa, incontriamo il gruppo che stava salendo. Una donna guida il drappello. Allarga le braccia per tenere dietro gli altri. Al petto ha appuntato il badge con la foto e il nome: “Dott. Anna Salici”.

Non credo di averla mai vista. Avrà l’età di mamma, forse qualche anno di più. Il volto è serio, di quella serietà pedante tipica dei professori. Si ricordi sempre: ‘sennonché’ con l’accento acuto, non grave. E un “chi se ne frega” non lo mettiamo?

In più la dottoressa ha i capelli in disordine, le borse sotto gli occhi, il camice tutto spiegazzato. Sai cosa? La mattina bisogna lavarsi la faccia, pettinarsi, stirare i vestiti. È una vergogna presentarsi in maniera tanto sciatta.

«Stai bene, Silvia?» Parla piano, scandendo le parole.

«Sì, più o meno, al solito.»

La tensione si allenta. Persino Elena tira un sospiro di sollievo.

Sono al pronto soccorso e l’ho scordato? Ma quando può essere successo? I guanti rosa sono un regalo di Marco. Quell’idiota era stato così imbranato da sbagliare di una settimana la data del compleanno. Io ed Elena l’abbiamo preso in giro per mesi. In ogni caso era novembre. Perciò questo è un giorno tra novembre e aprile, poi è arrivata la primavera.

Può essere il primo dell’anno? Sono stata malissimo a capodanno, ma…

«Vuoi tornare in camera?»

La dottoressa me l’ha chiesto già da qualche secondo e tutti aspettano in silenzio la mia risposta. Elena incrocia le dita con le mie, per darmi coraggio, come se fosse arrivato il mio turno dal dentista.

«Penso di sì.»

La dottoressa si sposta e gli altri la imitano, lasciano liberi i gradini davanti a me. Elena mi precede, e io la seguo. La guardia giurata borbotta qualcosa che non colgo alla Salici, poi si accoda. La dottoressa chiude il corteo.

Scendiamo due rampe. Attraversiamo una porta a vetri. Percorriamo un corridoio largo, con le pareti dipinte di celeste smorto. Sul pavimento è tracciata una spessa riga blu, che stiamo costeggiando. Odore di disinfettante, di aspirina, di quello schifo di minestra che ti servono per pranzo. Sì, è un ospedale.

«Ce la fai a camminare?» Elena ha aumentato la stretta, non si è ancora tolta i guanti. «Altrimenti se sei stanca vado a cercarti una sedia a rotelle.»

Perché mi tratta come un gattino bagnato? Perché non dovrei farcela a camminare?

Ma zoppico. Abbasso lo sguardo: ho un piede fasciato. Ho perso le scarpe. E non ho più i vestiti! Indosso solo i pantaloni di un pigiama marrone che non è mio, e una canottiera.

«Ce la faccio. Muoviamoci.»

Elena mi conduce a una stanza con due letti. Uno è vuoto, l’altro è in disordine; coperte e lenzuola sono scivolate per terra. Sul comodino è posata una bottiglia di acqua minerale; un bicchiere di plastica è rovesciato, l’acqua gocciola sul pavimento. In un angolo sono impilati un paio di blister. Non mi sembra che sia rimasta neppure una pastiglia.

La pioggia frusta il vetro dell’unica finestra, alta e stretta. Il crepitio sommerge la camera. È lo stesso rumore di fondo che mi ha riempito le orecchie quando ho sperimentato per la prima volta gli effetti della distocosa topica. È la stessa allucinazione sonora di quando sballi con la trielina.

Elena mi fa sedere sul letto sfatto. Mi aiuta a distendere le gambe. Mi copre con il lenzuolo bianco. Rassetta le coperte. Prende una seggiola di plastica e si sistema al mio capezzale.

La dottoressa Salici aspetta sulla soglia. Scambia un’occhiata con Elena. «Passo a controllare dopo.» Esce e si chiude la porta alle spalle.

Bene.

Butto via le coperte e mi rimetto seduta. «Elena! Dove siamo? Che razza di storia è? Che giorno è oggi? È un’altra delle tue trovate cretine? Da quanto sono qui? A mamma cosa racconto?»

Elena si sfila i guanti, li mette nella tasca della giacca. Rimane in silenzio, gli occhi bassi, le mani sulle cosce.

Sospiro. «Ok. Cominciamo dall’inizio.»

«Non vorresti prima dormire un po’?»

Elena svita il tappo dalla bottiglia. Raddrizza il bicchiere e lo riempie fino a metà. Fruga tra i blister, trova una compressa. Con uno schiocco la libera dalla confezione. Mi porge bicchiere e pastiglia.

Ho una gran voglia di darle una sberla.

«Che giorno è oggi?»

«Mercoledì.»

Grazie tante! Elena non è mai stata la persona più brillante che abbia mai conosciuto, ma di solito non è così ottusa. «Giorno? Mese? Anno?»

«Il ventisette. Ventisette ottobre.»

No. Non è possibile. Sta mentendo. Non può avere i guanti prima di novembre.

«Non è vero. Di quale anno? E poi come fa a essere ottobre? Sembra gennaio!» Il vento mi ha sentita: scuote la finestra, i vetri tremano. La pioggia picchia come grandine. Esplode il fragore di un altro tuono. Le lampade al neon sfrigolano, le luci si attenuano, poi tornano fulgide.

«Alla televisione dicono che è colpa delle comete. O degli asteroidi.» Elena mi offre di nuovo il bicchiere. «Sai che non ci capisco niente di queste cose.»

«Non voglio un sonnifero! Voglio sapere perché sono in ospedale!»

Elena esita. Rimette a posto il bicchiere. Stringe le labbra. Non un filo di rossetto, non è da lei. «Non ricordi più niente?»

Cosa devo ricordare?

«Sono ubriaca?»

«No. Senti, vado a chiamare la dottoressa. Tu però mi prometti di rimanere tranquilla?» Elena si alza. Dalla tasca dei pantaloni spunta un lembo di carta. Si accorge del mio sguardo e subito indietreggia, inciampa nella sedia e ricade seduta.

Impedita.

Allungo la mano e prendo il foglio.

È una pagina strappata da un quaderno a quadretti. La dispiego sulle ginocchia. Due frasi in stampatello. Riconosco la mia calligrafia: scrivo sempre in stampatello, perché il mio corsivo non riesce a leggerlo nessuno, me compresa.

Chiedo perdono a tutti.

Ho trovato il modo per non fare più male a nessuno.

Volto il foglio, ma non c’è scritto altro. «Che significa?»

«Non lo so… ma quando ti ho vista sul tetto.» Elena singhiozza. Tira su col naso. «Non è colpa tua, Silvia. Non è colpa tua» piagnucola.

Certo che non è colpa mia. Sei tu quella che mi spinge sempre in questi casini!

Elena si pulisce le guance con il fazzoletto. Mi carezza la mano che stringe il foglio. «Vado a chiamare la dottoressa. Rimani tranquilla, me lo prometti?»

Annuisco. Lei scansa la seggiola. Corre alla porta.

È l’esperienza di distocosa più vivida delle tre. E non riesco a individuare il ricordo: quando sono stata ricoverata? In un paio di occasioni. Niente di grave, però. Elena non dovrebbe essere così disperata.

Apro il cassetto del comodino. Due monete da un euro, un flacone di pasticche con l’etichetta scritta a mano, un biglietto del tram usato. Un quaderno con la copertina lilla. Le prime pagine sono bianche, le altre mancano, sono state strappate.

Sul fondo del cassetto è annidato il cellulare. Lo accendo. Masako è fuori di sé: ci sono più di venti messaggi non letti e cinque appuntamenti che ho segnato sul calendario e non mi sono preoccupata di marcare come “rispettati”. Il riquadro tra le zampe del gatto indica la data e l’ora. Sono le 15 e 10 del 27 ottobre.

La porta cigola. Entrano Elena e la Salici. La dottoressa si siede accanto a me sul materasso. «Ti va di parlare oggi, Silvia? Tua nonna è sempre qui al reparto. La faccio venire?»

La nonna? Ho chiamato la nonna per non spaventare mamma? Assurdo. E non servirebbe a niente: la nonna è spiona e pettegola per natura.

«No. Voglio solo sapere cosa mi è successo.»

La dottoressa solleva un sopracciglio, si volta verso Elena, che si stringe nelle spalle.

«Qual è l’ultima cosa che ricordi, Silvia?»

L’appartamento di Roberto devastato e un coniglietto parlante che disdegna la pizza tranne quella con le acciughe. Uhm, meglio evitare questi particolari. Non mi pare di essere nel reparto psichiatrico e non ci tengo a raggiungerlo.

«Era estate. Mi ricordo il caldo di luglio. Forse l’ho sognato.»

«Capisco. Sei sicura di non voler vedere la nonna? È molto preoccupata per te.»

Quanti minuti sono passati da quando Elena è uscita dalla camera di Roberto? Almeno venti. Le prime due distocose non sono durate più di un quarto d’ora, questa invece non accenna a terminare.

Il piede mi manda una fitta. È una storta? Sono ferita? Sfioro la fasciatura: umida e sporca di una sostanza unta e giallastra. Siero. Pus. Ma che schifo!

«Come mi sono fatta male?»

La dottoressa si piega sulle ginocchia. Inforca gli occhiali. Scruta il piede, stando attenta a non toccare le bende. «Non ce l’hai voluto dire. Pensiamo sia il morso di qualche animale. Ti fa ancora molto male?»

«Un po’.»

«Ti prendo un antidolorifico.» Torna alla porta. Si affaccia sul corridoio, la sento rivolgersi a qualcuno, ma non distinguo le parole. Esce dalla stanza.

Distendo il piede. La caviglia è gonfia e puzza di carne andata a male.

Il Conte. Il morso del maledetto coniglio ha fatto infezione. Ma allora… Il ventisette ottobre non dell’anno scorso. È il ventisette ottobre di quest’anno.

«Elena!» La mia amica sobbalza, sorpresa dal tono deciso. «Cosa mi stavi dicendo delle comete o gli asteroidi o com’era?»

«Non c’è niente da temere. L’hanno detto più volte al telegiornale: gli scienziati hanno calcolato le traiettorie e non saremo colpiti.»

A meno che le astronavi non cambino rotta. «Quanto manca? Fra quanto tempo arriveranno le comete?»

«Non lo so. Mi pare un paio di giorni.»

Mi tiro in piedi. «Devo tornare subito a casa. Dov’è il coniglietto? Ero con un coniglietto, giusto? Pelo corto grigio, orecchie basse, grande come il gatto di Angela e dispettoso uguale. Dov’è finito?»

Elena si morde un’unghia. «Quale coniglietto? Silvia, ho paura. Mi fai paura, non sembri neanche più tu! Quello che è successo è terribile ma…»

«Non adesso! Dove sono i vestiti?» L’armadio è accanto alla finestra. Infilo due dita tra le ante socchiuse. Un ombrello a coste blu. Un asciugamano. Un paio di jeans che non ho idea di chi siano, non importa, li butto sopra il letto. Le scarpe. Possibile che sia arrivata senza scarpe? Mi chino per rovistare nei cassetti in basso. Ciabatte da doccia di gomma verde nel cassetto più a destra. Nel cassetto al centro…

«… vuole tornare a casa.»

Mi giro. La dottoressa è appena rientrata, Elena le sta parlando sottovoce.

«Silvia, cerca di ragionare» mi dice la Salici. «Non posso obbligarti, però sarebbe meglio se rimani qualche altro giorno in osservazione.»

«Non ho qualche giorno.» Zoppico fino al comodino, raccolgo il cellulare. Seleziono il numero di casa. Suona a vuoto. Chiamo papà. Nessuna risposta. Mio fratello. Spero di avere in memoria il suo numero nuovo.

Intanto il piede è diventato un grumo di dolore sordo, simile a un mal di denti. Ho l’impressione che la caviglia si sia ingrossata a dismisura. Non oso verificare.

«Prendi almeno l’antidolorifico.»

«Un attimo.»

Sì, il numero di Francesco è nella rubrica. Tocco lo schermo.

Forza, rispondi. Almeno tu. Avanti!

Masako scuote la testa per la terza volta.

Dannazione!

«Elena! Hai i numeri dei taxi?»

«Io, non…»

Sollevo la testa. La dottoressa mi porge il bicchiere. «Bevi questo.»

Scolo la medicina in un sorso. Subito la vista si appanna. Le palpebre sono pesanti. «Oh, cristo.»

 

* * *

 

I cadaveri delle stelle punteggiano la spiaggia. Sulla sommità della collina, scorgo la casetta con le finestre illuminate. Se cerco di raggiungerla camminando dritta verso la cima, me ne allontano. L’unica soluzione è seguire un tortuoso percorso a spirale.

Il terreno è fangoso, cosparso di alghe, ninfee marce, corpi decomposti di rospi e altra roba putrida. A ogni passo i piedi affondano fino alle caviglie nella melma.

A metà della salita, il sentiero si allarga. Tra il fango spuntano decine di biglietti da visita. Ne raccolgo uno: “BACIAMI. SONO UN PRINCIPE.” Segue un numero di telefono. Mi infilo in tasca il biglietto e proseguo ad arrancare.

Trascorre l’eternità.

Mi pulisco le scarpe sul tappetino davanti alla porta.

«Entra, entra. Ti aspettavo» mi chiama una voce.

La ragazza incappucciata è ancora ferma al centro della stanza. È passato un intero giorno e non ha mosso un dito per mettere in ordine. Va bene che hai appena traslocato, ma ti sembra il modo di ricevere ospiti?

«Avvicinati» mi dice.

«No. Non ci casco più. La cosa che hai fatto l’altra volta con le dita che scivolano dentro la testa non mi è piaciuta. E poi sai già chi sono, sono io, Silvia.»

La ragazza si scopre il capo. Mi squadra con i suoi occhi verdi, da cartone animato. «Hai ordini?»

«No.»

Accenna a rimettersi il cappuccio.

«Aspetta. Aspetta, ti prego.»

Si ferma a metà del movimento. «Hai ordini?»

«Vorrei solo farti qualche domanda.»

La ragazza è immobile. Non respira. Non batte le ciglia. Io mi siedo su uno scatolone chiuso con nastro da imballaggio. Anche se non vuole parlare con me non intendo uscire, non mi va di incontrare altri mostri.

«Va bene» risponde finalmente la ragazza.

Mi guardo attorno. «Dove siamo?»

«A casa mia.»

«Che si trova?»

La ragazza fa spallucce. «Non saprei dirlo, non esistono più punti di riferimento da molto tempo.»

«Quanto tempo?»

«Sono trascorsi miliardi di anni da quando le stelle hanno smesso di brillare. Miliardi di anni da quando l’ultimo buco nero è evaporato. La densità della materia nell’Universo è così bassa, che è quasi impossibile per due particelle venire in contatto.» La ragazza mi sorride. «Hai scelto tu questo momento! Perché le previsioni dell’Oracolo divengono incerte all’approssimarsi della fine.»

I buchi neri evaporano e io ne sono felice perché l’Oracolo si potrebbe sbagliare. Ovvio. «Non credo di aver capito. Chi sarebbe questo Oracolo? E tu, tu chi sei?»

«Non sono sicura di poter rispondere a queste domande senza ordini.»

«Te lo sto ordinando adesso!»

Bussano alla porta.

Scocciatori persino in un sogno al termine dell’Universo.

«È aperto!» grido.

Il bussare si ripete. La ragazza è impassibile come sempre, devo andare io a controllare. Sbircio dallo spioncino. Il nero della notte senza stelle. Spalanco la porta. «Ma si può sapere chi–»

Una gigantesca zampa pelosa si abbatte su di me.

 

Apro gli occhi. La stanza è buia, tranne per una lucina rossa incassata nel muro sopra la spalliera del letto. Una zampetta mi sta facendo il solletico al naso. Il Conte mi è salito sul petto. Sfrega il musino contro la mia guancia. «Sei sveglia?» sussurra.

«Sì.»

Il coniglietto porta una zampetta alle labbra. «Ssh.» Un punto bianco illumina il cuscino alla mia destra: il Conte ha acceso una torcia a stilo; scherma la luce con il palmo. Conduce il fascio luminoso giù dal letto, gli fa percorrere il profilo ondulato di una gonna: qualcuno seduto che mi sta vegliando.

«Tua nonna. Sta dormendo, meglio non disturbarla.»

Il coniglietto tira indietro le coperte con i dentoni. Fa cenno di scendere dal letto dal lato opposto rispetto alla nonna. «Fai piano» mormora.

Quando poso il piede fasciato sul pavimento, è come dare un morso a una tavoletta di cioccolato con i denti cariati. Non devo urlare, non devo urlare, non devo urlare. Artiglio le lenzuola finché l’ondata di sofferenza non si ritrae.

Piego la gamba ferita. Seguo il Conte saltellando. Per fortuna il rumore si confonde con il tambureggiare della pioggia. Giriamo intorno al letto. Il coniglietto angola la torcia per far brillare il metallo di una maniglia tonda.

La afferro e tiro verso di me. Sgusciamo fuori dalla stanza, in corridoio. Il Conte scatta in avanti. Io cerco di stargli dietro. Ci intrufoliamo in un bagno.

Il coniglietto si arrampica dentro il lavandino. Dirige il fascio di luce dritto contro la mia faccia. «Silvia, ti scongiuro, vuoi ascoltarmi per l’ultima volta? Vuoi tornare a casa con me?»

Da quando è diventato così gentile?

«Certo che voglio tornare a casa. Anzi, era proprio quello che stavo per fare prima che quella stronza di dottoressa…» Il Conte mi è balzato in spalla. Mi lecca l’orecchio. Preme il musino nell’incavo del collo.

«Sono orgoglioso di te! Hai fatto la scelta giusta» dice. «Lo so che hai passato giorni orribili, ma riuscirai a metterteli alle spalle.»

Prende da sotto la pancia un pacchetto di sigarette. «Non ho fumato venendo qui. Ero troppo preoccupato.» Sfila una sigaretta, se la mette in bocca. Ne prende una seconda, me la porge. «Tieni.»

«Lo sai che non fumo.»

Lui rimane con la zampetta protesa. «Be’, se vuoi smettere, d’accordo.»

«Veramente non ho mai cominciato.»

Si accende la sua sigaretta. «Ne riparliamo a casa. Andiamo.»

«Non posso uscire così. Ho bisogno di vestiti, e dobbiamo chiamare un taxi. Certo che se non mi mordevi in quella maniera la caviglia era meglio.» Indico il piede, ormai gonfio come un melone.

«Io ti avrei morso la caviglia? E poi quante storie, sistematela e andiamo.»

«La sistemo come

«Con la Magia, o hai–» si interrompe. Butta via la cicca, salta giù, raccoglie la torcia, che ha lasciato appoggiata al rubinetto dell’acqua calda. Mi punta il fascio di luce negli occhi.

«Ehi!»

«Silvia, qual è l’ultima cosa che ricordi?»

Giuro che se oggi un’altra persona mi fa questa domanda la strangolo!

«Eravamo nell’appartamento di Roberto. Stavamo per andarcene in pizzeria quando la porta della camera da letto si è aperta. È cominciata un’altra di quelle distocose topiche o come le hai chiamate. Credo di esserci ancora dentro.»

Le zampette del Conte sono scosse da un tremito. La torcia gli sfugge, rotola lungo il bordo del lavandino, si ferma sopra il buco dello scarico. Il coniglietto mi fissa quasi avesse di fronte un fantasma.

«Ho detto qualcosa di sbagliato?»

Coniglietto triste

 

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Capitolo 5

sabato, agosto 29th, 2009

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Elena si sfila lo zaino dalle spalle e lo posa sui gradini della scalinata. Poi lo trascina più vicino a sé, perché siamo proprio davanti all’ingresso della scuola e c’è il rischio che qualcuno inciampi.

«Guarda» mi dice. Piega il capo in avanti, i capelli neri le ricadono intorno al viso. «Vedi niente?»

Mi porto alle sue spalle e le esamino la nuca. La pelle è liscia, senza macchie o segni, solo un po’ arrossata per il freddo – è una mattina gelida, per essere inizio aprile. Vorrei palparle il collo, per assicurarmi che non ci siano imperfezioni che sfuggono alla vista. Meglio di no: ho le dita ghiacciate e farei sobbalzare Elena. Unisco le mani a coppa davanti alla bocca e soffio per scaldarle. Il respiro si condensa in arabeschi bianchi.

«Dunque?» Elena si è rimessa dritta e ha raccolto lo zaino.

«Be’, sì, non si vedeva niente.»

«Appunto. Perciò non c’è niente da aver paura. È una puntura minuscola, non senti niente, non rimane alcun segno, in pratica non te ne accorgi neanche.»

«Non so.»

Elena sbuffa, scuote la testa. Sale gli ultimi gradini che ci separano dal portone. Mi affretto a seguirla. Il gargoyle accovacciato sopra l’ingresso osserva i nostri movimenti con occhi di granito.

«Ma hai almeno compilato il modulo?»

I nostri passi risuonano nitidi nell’atrio. La campanella è appena suonata e sono tutti in classe; nessun ritardatario oggi. Tranne noi: abbiamo deciso di entrare con qualche minuto di ritardo, sperando che siano già stati scelti i volontari per l’interrogazione di matematica.

«L’hai compilato sì o no?» insiste Elena.

«No. In prima pagina c’era scritto che in caso di minorenni era richiesta l’autorizzazione dei genitori. Mamma non sarebbe mai d’accordo.»

Elena si appoggia al corrimano delle scale per il secondo piano. Mi rivolge un’occhiata indulgente, di chi fa appello a tutta la propria pazienza perché alle prese con una ritardata. «Fregatene, no? Fai uno scarabocchio e basta. Tanto non controllano. Te lo posso garantire, nessuno andrà mai a verificare.»

Saliamo. Tormento il bottone del cappotto sotto il bavero. Non mi fa né caldo né freddo imitare la firma di mamma o mentirle, ormai è un’abitudine, sono io che ho dei dubbi su questa faccenda. «Ripetimi un’altra volta quello che dovremmo fare.»

«Te l’ho già detto mille volte. È semplicissimo. Ti fanno sedere su queste poltroncine finché non arriva un’infermiera per l’iniezione al collo, che è una cosa da niente. Poi passati dieci minuti, un quarto d’ora, ti accompagnano in una stanza, ti siedi su una seggiola con davanti un tavolino. L’infermiera ti mette degli elettrodi alle tempie, e–»

«Fa male?»

«Cosa, gli elettrodi? Ma figurati. Ti fa male metterti un cerotto? Ecco, uguale. Non senti niente. Dopo gli elettrodi piazzano una telecamera e un mazzo di carte sul tavolino. Le carte hanno il dorso grigio, mentre le figure sono cerchi bianchi o neri. Tu prendi una carta per volta e la guardi.»

Imbocchiamo il corridoio verso la nostra classe. I finestroni che si affacciano sul cortile sono velati dalla foschia. Nelle aule la luce è accesa, filtra da sotto le porte chiuse. Invece le lampade appese al soffitto sono spente.

«Tutto qui? Non devi indovinare quale carta sia prima di voltarla?»

«Non devi fare niente. Devi solo girare la carta e guardare la figura. Penso che la telecamera segua il movimento degli occhi. Comunque non ti chiedono nient’altro, solo di prendere una carta alla volta, girarla, guardare la figura e continuare così finché non si è esaurito il mazzo. Ci vogliono venti minuti o giù di lì.»

Siamo quasi arrivate. Elena rallenta apposta il passo e io la affianco. È un po’ più bassa di me, ma cammina sempre con foga. «Dopo, quando hai guardato tutte le carte, torna l’infermiera e ti riporta alla sala d’aspetto con le poltroncine. Ti offre un tè o un’altra bevanda calda e una brioche. Quindi passi a uno sportello e ti pagano. Nessuna formalità, intaschi i soldi e te ne vai. Soldi facili.»

Raggiungiamo l’aula. Elena accosta l’orecchio al battente per saggiare la situazione. Porta l’indice davanti alla bocca. «Ancora troppo presto» bisbiglia. Fa cenno di riprendere a camminare. Ci dirigiamo ai bagni.

«Comunque se proprio non vuoi, pazienza. Chiederò ad Angela o a qualcun altro. Non c’è problema.»

«Onestamente questa cosa di fare la cavia non mi piace tanto. Però se mi dici che non ci sono rischi… ok, accetto.»

Elena mi sorride, ha i canini pronunciati, affilati. «Perfetto! Facciamo così: durante l’ora di storia ti aiuto io a compilare il modulo. Così possiamo subito andare alla chiesa, questo pomeriggio.»

«Va bene.»

«Allora ti posso svelare un segreto.» Avvicina il viso al mio, per sussurrare all’orecchio. «L’altro giorno, dopo la seduta, non è passata l’infermiera. Il caffè me l’ha offerto un ragazzo, un tipo strano. Si è presentato come Roberto e se fossimo in un film dell’orrore ti giuro che–»

 

«Ma che hai, ti sei addormentata?»

Batto le palpebre. Ho artigliato la maniglia, la stringo così forte che le dita e i muscoli del braccio mi fanno male. Ho la bocca secca e il cuore mi martella nel petto. Un rumore, simile a uno scrosciare, mi riempie le orecchie.

Cosa mi è successo? Non ho mai vissuto un’esperienza del genere. Non è stato un semplice ricordo, ero di nuovo lì, nel corridoio in penombra della scuola, tre mesi fa. Occupavo il mio corpo e, allo stesso tempo, lo osservavo distaccata. Come nei film, quando il moribondo si accorge che la propria anima sta per lasciare il mondo.

I gradini di ferro dietro di me cigolano: qualcuno sta salendo le scale. Riconosco la voce di Elena che bisbiglia parole incomprensibili. Una seconda voce le risponde: è la mia. Trattengo il respiro. Il vociare si avvicina. Ho due fantasmi alle spalle, e uno dei due sono io. O mi sto davvero riducendo il cervello in poltiglia oppure sono morta.

Mi tremano le ginocchia, ma devo sapere.

Mi volto di scatto.

Nessuno.

Il Conte mi pungola la guancia con una zampetta. «Silvia, stai bene?»

«Sto bene, sto bene. Credo. Ho fatto un sogno a occhi aperti o qualcosa del genere. Era molto intenso.»

Distendo e ripiego le dita indolenzite. La spiegazione più logica è che sono così in ansia per Roberto da avere le allucinazioni. Ma lui sta bene, è a letto con l’influenza e nient’altro.

Apro la porta.

Un’ondata di polvere invade il pianerottolo. Mi piego in due, tossisco. Indietreggio fino a picchiare la schiena contro il parapetto delle scale.

Copro la bocca con il dorso della mano e rialzo il viso: le spirali di polvere grigia si adagiano sulla superficie di un lago di nebbia che mi arriva alle caviglie. Il vano della porta è un riquadro di oscurità. Stringo gli occhi, ma il muro di tenebra oltre la soglia è impenetrabile.

Procedo a tentoni. Cerco l’interruttore della luce sulla parete accanto allo stipite. Sotto i polpastrelli il muro è ruvido, come se l’intonaco si fosse sgretolato. Trovo il rettangolo di plastica, spingo la levetta verso l’alto.

Due lampadine avvampano di giallo. Subito si spengono.

La finestra. Ho una vaga idea di dove si trovi. Torno un attimo sul pianerottolo per riempirmi i polmoni di aria pulita, poi mi inoltro nel buio. Le mani protese colpiscono la parete; mi sposto di lato, tastando il muro con i palmi. Mi sembra di essere uno stupido mimo. Il freddo del vetro. Ancora un po’ più a sinistra. Afferro la maniglia della finestra. Si sbriciola tra le dita.

Dev’essere ricoperta di ruggine. Provo lo stesso a girarla: la maniglia stride, fa resistenza. Giro con più forza e tiro verso di me. Il ferro arrugginito mi graffia il palmo. Il sudore – non sarà mica sangue? – scorre dal polso fino al gomito. Gocciola sul pavimento.

La finestra si spalanca con uno schiocco.

Spingo in fuori le persiane. Alcune delle stecche orizzontali scivolano via dalla loro sede e precipitano in strada.

Il Sole di mezzogiorno si riversa nella stanza.

Mi guardo attorno, confusa. «Cos’è successo qui?» mormoro.

L’intonaco è scrostato. Rimangono solo poche chiazze di vernice bianca a coprire i mattoni messi a nudo. Profonde crepe solcano il pavimento, le mattonelle non combaciano più. Il legno del tavolo e della credenza è marcio e annerito. La ruggine incrosta la maniglia della finestra, il lampadario, le cornici con le stampe di Bosch.

Mi avvicino alla cornice appesa sopra il divano. La stampa è ridotta a una poltiglia color paglia accumulatasi lungo il bordo inferiore del telaio. Il vetro è incrinato, e ho il timore che vada in frantumi se lo sfioro. È un peccato, mi piaceva quel quadro, era bizzarro: c’era un tizio con un imbuto come copricapo che trapanava un disperato, gli apriva un buco in fronte. A osservarli una signora con un libro rosso. In equilibrio sopra la testa.

 

Mentre cammino, le scarpe sollevano sbuffi di polvere. La polvere è ovunque, è un manto steso sull’intera stanza. «Cos’è successo?»

«Non ne sono sicuro.»

Giro il viso verso il Conte, appollaiato in spalla. È la prima volta che lo sento incerto. Il coniglietto rigira una sigaretta tra le zampette, con movimenti nervosi.

«Posso azzardare alcune ipotesi.» Infila la sigaretta in bocca. «Ma prima devo ragionarci sopra.» La fiammella dell’accendino brilla per un istante. Il Conte dà un lungo tiro.

Sono tentata di chiedere al coniglietto di passarmi una cicca. Non ho mai fumato, ma forse è il momento di iniziare. Una sigaretta mi aiuterebbe a rilassarmi, a pensare con calma – lo assicurano tutte le fumatrici nei forum. L’appartamento di Roberto è in rovina e lui… Fisso la porta chiusa della camera da letto, a pochi passi da me.

Ho paura. Ho paura di quello che potrei scoprire.

È solo a letto con l’influenza. Sta bene, non è gli successo niente. Sta bene.

E se non è vero? Non ce la faccio più da sola: devo chiamare Elena, raccontarle tutto e farla venire qui.

Prendo il cellulare.

Ma se non dovesse rispondere? Non le parlo da ieri pomeriggio, non mi ha più richiamata dopo che è caduta la linea. Se fosse sparita anche lei? Ho la netta sensazione che Elena sia in un limbo: è salva finché io non scopro se è sparita o no. Silvia, se cominci a pensare idiozie del genere sei pronta per lo strizzacervelli.

Compongo il numero. La sensazione diviene più reale, palpabile, ha lo stesso sapore della Magia. Spengo il telefono. Mi appoggio allo schienale del divano.

 

«No, rimani sdraiata ancora qualche minuto, potresti sentirti di nuovo male.» Una mano preme contro la spalla e mi costringe a stendermi. Non che io sia contraria: mi gira la testa, e dubito che riuscirei a stare in piedi.

Osservo il soffitto. È dipinto di fresco e non vedo lampade al neon. Non sono al pronto soccorso. La luce è troppo bassa, nessuno si lamenta per il dolore. No, niente pronto soccorso. Questa volta.

Piego la testa di lato. Davanti a me ho una finestra; oltre i vetri nuvoloni grigi coprono il cielo. Un lampione lontano è già acceso. Pomeriggio inoltrato.

«Dove sono?» biascico.

Non ricordo niente di quello che mi è successo oggi. Ma so che è un giorno feriale, e che sarei dovuta andare a scuola – ci manca solo che sia in giro da ieri sera, sarebbe la volta buona che mamma mi ammazza.

«Sei a casa mia» risponde la voce di prima. Chi ha parlato? La stanza mi sembra vuota. «È stata la tua amica Elena a insistere per venire qui invece di chiamare i tuoi genitori.»

Elena.

I ricordi si ricompongono, come fotografie sfocate che diventano via via più nitide. A scuola ci sono andata. L’ora di storia. Ho passato l’ora di storia a riempire un modulo… Il vento gelido ci ha costrette a chinare il capo, appena scese dall’autobus. Ci siamo infilate in una stradina così stretta da non poter camminare una a fianco all’altra. I corvi ci spiavano dai tetti… La facciata della chiesa si confondeva con i palazzi accanto. Un piccolo crocefisso era inchiodato sulla porticina di legno. Elena ha bussato con il batacchio a forma di testa di leone… Una goccia incolore scintilla sulla punta dell’ago. L’infermiera mi strofina la pelle con un batuffolo di cotone idrofilo…

«Ti sto preparando una tisana, ricetta speciale» riprende la voce incorporea. «Vedrai che ti sentirai subito meglio.»

Sollevo appena la testa e il collo manda una fitta. Il dolore si irradia da un punto preciso, in cima alla colonna vertebrale. Stringo i denti e mi metto seduta. Nella stanza non c’è nessuno. Un rumore di stoviglie giunge da un vano di ombra.

«Dov’è la mia amica?»

«È andata via, aveva un appuntamento urgente.»

Che razza di scusa cretina! Neanche prendersi la briga di inventare una giustificazione decente. Prima insiste per trascinarmi… dove mi ha portata? Premo le dita contro le tempie, ma le foto rimangono sfocate. Mi sta venendo un mal di testa atroce.

«In ogni caso io devo tornare a casa. Chiamami un taxi.»

«Aspetta.» E quando rialzo il viso lui mi è di fronte. In mano una tazza per caffelatte bianca, decorata da scritte nere. Mi porge la tazza e una scia di fumo si disegna nell’aria. «Attenta, ché è bollente!»

Stringo la tazza con entrambe le mani. Il calore intorpidisce le dita, ma è gradevole. La bevanda ha un colore rosato e profuma di pesca. Accosto le labbra al bordo, bevo un piccolo sorso. Con la coda dell’occhio colgo le scritte nere che si dibattono sulla superficie bianca. Sono formiche.

 

La tazza cade. Colpisce il pavimento e va in frantumi. Le schegge si dissolvono. Il liquido bollente schizza ovunque, ma evapora prima di bagnare la stoffa scolorita del divano.

Ho gli occhi sgranati: ho appena assistito a un evento impossibile. Un frammento del ricordo di tre mesi fa si è materializzato nel presente. Oppure sono ancora allucinazioni.

«Hai visto anche tu, vero?» chiedo al coniglietto. «Cosa. Diavolo. Succede?»

Il Conte butta la sigaretta. «A questo punto direi che l’ipotesi più probabile è che si tratti di una distorsione entropica.»

«Una distocosa? In italiano, se non ti spiace.»

«È un’alterazione dello spazio-tempo. Prova a immaginare lo spazio-tempo come un fluido, poi–»

«Ho detto in italiano!»

«Non esiste un modo semplice per spiegarlo.»

Sono in classe, seduta al mio posto – il terzo a partire dal fondo, accanto alla finestra. Sto sudando, anche se più per la tensione che non per il caldo. Rileggo per la nona volta la fotocopia con i quesiti per il compitino di fisica. So rispondere a una, massimo due delle dieci domande. Mi sono dimenticata che era oggi il compito e non ho ripassato. Dannazione!

Cerco Elena con lo sguardo. Troppo lontana per scroccarle suggerimenti. Angela invece è dietro di me, peccato che io, da perfetta imbecille, ci abbia appena litigato, giusto l’ora prima. Se questo compito in classe va male… No! Non voglio rivivere quella mattinata schifosa!

Picchio la mano aperta contro la parete. «Come si sistema questa cosa entropica?»

«Bisogna trovarne la causa. Ed è quello che non devi fare. Non stiamo parlando di un fenomeno naturale. Questo genere di alterazioni sono artificiali, e l’umanità non dispone della tecnologia necessaria per manipolare lo spazio-tempo.»

«Perciò cosa dovrei fare?»

«Andiamocene finché siamo in tempo.»

Faccio cenno di no con la testa. «Dov’è Roberto?»

«Non lo so. Ma dovunque sia non lo puoi aiutare. Silvia, non sto scherzando, questo posto è pericoloso. Molto pericoloso. Andiamo via. Adesso.»

Mi mordo il labbro inferiore. «Non sarei una vigliacca se scappo?»

«Saresti una stupida se rimani.»

È come in quel manga, quello del lupo solitario, che ho scaricato credendolo una romantica storia di licantropi e invece c’erano solo samurai che si sbudellavano. Il bambino figlio del protagonista può scegliere la spada o la palla colorata. Se sceglie l’arma lo aspetta una vita infernale di sangue e morte; se sceglie il giocattolo, il padre lo ucciderà.

La porta spalancata sul pianerottolo o la porta della camera di Roberto? Quale delle due è la spada? Quale la palla? Perché devo scegliere? Non è giusto!

«Non voglio lasciare Roberto» mormoro.

«Davvero vale la pena rischiare la vita per un ragazzo? Silvia, ricordati, devi sempre essere sincera, e non con me, con te stessa.»

«Se io… se io imparo a usare la Magia, poi potrò tornare e…»

«Certo!»

Stringo i pugni. Roberto, non ti sto abbandonando! Ti prometto – ti giuro – che tornerò a cercarti. Qualunque cosa ti sia successa, ti troverò! E tu sai che io mantengo sempre le mie promesse. Per le questioni importanti. Se posso.

«Allora, possiamo andarcene.» Do le spalle alla camera di Roberto. Ho i muscoli ancora tesi, ma il sollievo per la decisione presa ha il gusto di una bella birra ghiacciata.

«Ti va di pranzare fuori?» chiedo al coniglietto. Non ho voglia di tornare subito a casa, mamma sarà ancora incazzata per la storia del fumo e io sono troppo stanca per litigare. «Qui vicino c’è una pizzeria buonissima. Ti piace la pizza?»

Lui sospira. «No, non mi piace la pizza. Tranne quella con le acciughe. Ma va bene lo stesso, basta che ci sbrighiamo.»

Un cigolio, dietro di me.

Non ti voltare, non ti voltare.

Il cigolio diviene un lamento. Si interrompe. Rumore di passi.

Roberto?

Mi volto. La porta della camera è spalancata. Un alone di luce gialla si spande sullo strato di polvere davanti all’uscio. Un’ombra si allunga fino alla parete opposta. Il proprietario dell’ombra è nascosto dal battente.

«Roberto? Roberto sei tu?»

L’ombra esita. Quindi cresce, sale fino al soffitto. La punta di una scarpa sbuca da dietro la porta aperta.

Coniglietto vicino alla stufa

 

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Capitolo 4

domenica, agosto 23rd, 2009

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Masako scuote la testa, il numero chiamato non risponde. Rigiro il cellulare tra le dita, lo appoggio al mento. Ho chiamato Roberto ogni tre minuti durante il tragitto fino al quartiere universitario e non ha mai risposto. Almeno venti telefonate a vuoto. Non è da lui ignorare la sua principessa, per nessun motivo.

«Hai intenzione di camminare o dobbiamo fermarci a ogni passo?»

Mi sono abituata al peso del Conte sulla spalla. Molto meno al suo atteggiamento insensibile e maleducato.

«Scusa tanto se sono in ansia per il mio ragazzo, ok?»

Il Conte mi stringe più forte la spalla con una zampetta; con l’altra prende una sigaretta e se la infila in bocca. «Già, già.» Accende la sigaretta. «Basta che ci diamo una mossa, non devi perdere un’intera mattinata di allenamenti solo perché puccipucci ha il cellulare spento.»

«Non capisci. Non è da lui comportarsi così. Ho controllato», per scrupolo ordino un’altra volta a Masako di mostrare l’elenco dei messaggi ricevuti, «ieri sera non mi ha inviato l’sms della buonanotte, né l’sms del buongiorno questa mattina. Da quando siamo insieme non si era mai scordato. Ho paura che gli sia successo qualcosa.»

«Toglimi una curiosità, da quanto tempo conosci questo tipo?»

«Novantatre giorni. Contando oggi.»

Il Conte mi soffia in faccia una nuvoletta di fumo grigio. «È proprio l’amore di una vita.»

Sì lo è! Per esserne sicura ho chiesto nei forum online, e tutte le commentatrici sono state concordi: non importano i giorni o gli anni, importa quanto siano puri e profondi i sentimenti. E i nostri sentimenti sono profondissimi, è Amore con la A maiuscola.

«Almeno io ho qualcuno che mi vuole bene.»

Il coniglietto mi scruta con i suoi occhietti carbone. «Silvia, sono parole molto dolci, ma temo che tu stia equivocando il nostro rapporto.»

Caccio fuori la lingua. «Non mi riferivo a te, mostriciattolo peloso!»

«Non sai cosa ti perdi» borbotta lui.

 

Il Sole fa brillare il groviglio di tubi in agguato sul tetto del Dipartimento di Fisica e Matematica; riflessi argento disegnano il profilo delle condutture, tracce di condensa luccicano intorno ai bocchettoni. Secondo la spiegazione di Roberto, sarebbe l’impianto di refrigerazione per la sala server. A me pare più un calamaro gigante, con lunghi e grassi tentacoli. Un mostro schifoso uscito dalle pagine di un hentai.

Gli è successo qualcosa.

Non voglio pensarci.

«Allora, cosa stiamo aspettando? Entriamo.» Il coniglietto spegne il mozzicone contro il muro dipinto di bianco, lasciando un cerchietto di cenere. Butta la cicca per terra.

Rimetto in tasca il cellulare – le mani mi tremano un pochino. «Andiamo.»

Le porte a vetri scivolano di lato, silenziose. Il tocco gelido dell’aria condizionata mi punge la pelle e mi dà i brividi.

«Da che parte?» chiede il Conte.

«Se Roberto è in Dipartimento sarà in laboratorio, all’ultimo piano.»

Per raggiungere gli ascensori attraversiamo un salone occupato da file e file di terminali. L’enorme aula è deserta; l’unico suono è il ronzio di pochi PC lasciati accesi. Le luci al neon splendono intense, sembrano le lampade di una sala operatoria. Non le ricordavo così feroci.

Cavi grigi nascono dal retro di ogni computer, percorrono canaline scavate nei tavoli e si agganciano a quattro colonne rivestite di prese. Mi danno una sensazione di nausea, come fossero matasse di vermi intente a divorare la carne rimasta attaccata a gambe scheletriche.

Squish.

Un suono organico, lo strisciare di qualcosa. Mi fermo con il piede alzato, a metà del passo. Una goccia di sudore scende lungo la spina dorsale. «Hai sentito?» sussurro al Conte.

«Sì. Sono le tue scarpe da tennis sul pavimento lucido.»

Finisco il passo. Squish.

«Non me ne ero accorta.»

«Male. Non ti devi mai distrarre.»

«Scusa, va bene?»

Il Conte contrae il musino in una smorfia di disapprovazione.

 

Premo il pulsante per chiamare l’ascensore. La parete ai lati del vano è coperta da annunci, appuntati a due bacheche di legno. Qualcuno vende una chitarra elettrica, usata pochissimo; altri cercano aiuto per l’esame di Matematica del Discreto – che cavolo di nome; una pizzeria offre lo sconto del dieci percento agli universitari.

Perché l’ascensore non si sbriga?

Il Conte accenna agli annunci con una zampetta. «Se non fossi una Maga, cosa ti sarebbe piaciuto studiare?»

«Come? Non so. Veterinaria?»

Per una volta il musino del coniglietto si rilassa. L’espressione non è più così seria, affiora una sfumatura di tenerezza. «Davvero?»

Ma certo! Dopo averti conosciuto ho proprio voglia di dedicare l’esistenza a curare gli animali. «No.»

«Immaginavo.»

Le porte dell’ascensore si aprono con un sibilo.

 

Il quinto piano è un intrico di corridoi. Gli uffici e i laboratori si susseguono anonimi, identificati da targhette di cinque caratteri che non vogliono dir niente. Scommetto che è solo un modo per darsi arie e nient’altro, così i vecchi professori bavosi del Dipartimento possono illudersi di lavorare in un qualche centro di ricerca segreto, uscito da un film di James Bond.

Per fortuna ho ben presente come arrivare al laboratorio di Elettrodinamica. È in fondo a un corridoio che attraversa l’intero piano, a pochi passi da uno slargo dove sono ospitate due macchinette, una per il caffè, l’altra per le bibite fresche.

Un paio di volte ho aspettato lì che Roberto finisse la bevanda al gusto di cioccolato – la sua preferita –, e la smettesse di chiacchierare con compagni di corso o professori. Lo rivedo mentre mescola la cioccolata con il cucchiaino di plastica, solleva il viso, mi sorride e poi continua a blaterare di matematica con qualche persona inutile. Invece di precipitarsi ad abbracciare la sua principessa. Sono quei momenti in cui proprio non lo capisco – dovrò chiedere nei forum.

Svoltiamo a sinistra e ci troviamo davanti uno sgabuzzino per le scope.

«Ma…» Sono sicura di non aver sbagliato strada. Indietreggio fino all’incrocio. Segno sulla punta delle dita: il secondo corridoio a destra dall’ascensore, svoltare a sinistra, sempre dritto. E siamo finiti in un vicolo cieco. Il Dipartimento è cambiato?

«Non mi hai detto di essere già stata qui?»

«Sì. Ma devono aver ristrutturato i locali o qualcosa del genere.»

«Riesci a trovare la strada con la mappa?» Il Conte indica un riquadro appeso accanto alla porta con targhetta 01408.

Studio la planimetria. Non ricordo la sigla del laboratorio di Elettrodinamica, ma individuo lo slargo delle macchinette: è l’unico punto dove la geometria di linee rette dei corridoi è interrotta.

Imbocco il corridoio a destra. «Per di qua.»

Come hanno fatto a stravolgere il Dipartimento in così poco tempo? Non vedo tracce di lavori, eppure hanno rivoltato l’intero piano.

 

Riconosco la porta dipinta di rosso: a quanto pare il laboratorio è rimasto vicino alle macchinette. Meno male. Mi accosto al battente, da dietro viene un vociare sommesso. Busso. Le voci tacciono.

«Av… avanti» balbetta qualcuno.

Il laboratorio è una stanzetta. Un tavolo di metallo è addossato alla parete di destra. Sul tavolo è posata un’apparecchiatura che somiglia a un forno a microonde – forse lo è. Quaderni e fasci di fotocopie sono impilati intorno al forno, un libro ad anelli è aperto davanti allo sportello dell’affare. La parete opposta è occupata da una lavagna: il gesso ha disegnato spirali bianche e una sfilza di equazioni.

Di fronte a me, in fondo al locale, mi aspetta una scrivania. Il ripiano è invaso da cartacce, tranne un angolo, dove è sistemato un monitor. Il PC è sul pavimento, sotto il mobile. In piedi, accanto alla scrivania, due ragazzi.

Il primo è mingherlino e porta gli occhiali; nonostante il caldo indossa un maglione verde marciume. Storco il naso: puzza di sudore. Il secondo sfigato è più basso, ha il viso tondo e due occhi infossati che suggeriscono demenza. Si sta pulendo le dita su una maglietta che ritrae un vampiro con le ali spiegate e la testa di polipo.

Essere sotto lo sguardo di questa coppia di imbecilli mi dà l’impressione che un ragnetto mi risalga lungo il corpo. Quando l’interesse dei due si concentra sul Conte, gli carezzo piano la schiena, per tranquillizzarlo.

«Io volevo solo sapere se c’era Roberto.»

I due si scambiano un’occhiata. «Vorrei proprio saperlo anch’io!» sbotta il ragazzo puzzolente. «Sono quindici giorni che non si fa vedere e non risponde alle mail, se pensa che stia–»

«De Gregorio!» Una voce rauca, alle mie spalle. Mi scosto dal vano della porta per lasciar passare un signore in giacca e cravatta, un po’ gobbo, con i capelli brizzolati. Facile identificarlo: Vecchio Professore Bavoso. Il professore regge tra le dita chiazzate di vecchiaia un bicchierino di plastica.

«De Gregorio», continua il professore, «quante volte le ho già ripetuto che non gradisco quando si alza la voce nel mio ufficio?»

«Mi scusi.»

Il professore poggia il bicchierino sul tavolo di metallo. Una goccia di caffè sfugge oltre il bordo e macchia la pagina di un quaderno. Sporca la parola “decoerenza”. «E lei, signorina? Desidera? Guardi che anche se oggi è il mio giorno di ricevimento, io sono ufficialmente in vacanza da settimana scorsa.»

«No, no, io ero passata solo per vedere se c’era Roberto.»

«Il Lanzi?»

«Sì.»

«Capisco.» Il professore riprende il bicchierino e assaggia il caffè. «Lei è parente?»

Deglutisco. Perché me lo chiede? Perché solo a un parente si possono dare brutte notizie? Orribili notizie? «Sono… sono la sua fidanzata.»

«Interessante. Se le capita di vederlo, gli dica che aspetterò fino a venerdì. Poi intendo avvertire il consiglio di facoltà e le autorità competenti. Stiamo parlando di… quante ore, Biasi?»

«Trecent… trecent… trecentonovantaquattro» risponde il ragazzo con le dita unte.

«… di trecentonovantaquattro ore di elaborazione su Blue Sakura. Ore di affitto del supercomputer regolarmente pagate dal Dipartimento. Sono migliaia di euro di cui il Lanzi deve rendere conto.»

«Non credo di aver capito. Roberto avrebbe truffato l’università? Ma non è possibile! Non lui. Dev’esserci un malinteso.»

«Lei mi sembra una brava ragazza.» Il professore mi rivolge uno sguardo viscido, degno di un pervertito che offre caramelle alle bambine. «E possiede uno splendido coniglietto.»

Muovo un passetto all’indietro. «Grazie.»

«Dunque non si preoccupi, vedrà che si sistemerà tutto. Però, se incontra il Lanzi, riferisca il mio messaggio.» Il professore si protende verso di me, giurerei che il collo gli si è allungato. «Siamo d’accordo?»

«Certo, certo.»

Mi affretto a chiudermi la porta alle spalle. Mentre mi allontano, sento ancora la voce rauca del professore. «Gli avete dato da mangiare sì o no? O volete che scorrazzi affamato per il Dipartimento come l’ultima volta?»

 

* * *

 

Rimugino sulle parole del vecchio bavoso finché non mi accorgo che il tram è inchiodato da una vita alla fermata di via Garrotta.

Perché deve salire una tizia con le stampelle.

La tizia prima deve porgere le stampelle a qualche buonanima. Poi deve farsi aiutare da altri due per issarsi sui gradini. E a quel punto è scattato il rosso all’incrocio.

Mi rimetto seduta, scuotendo la testa.

Siccome ti sei rotta un piede devono essere tutti al tuo servizio, vero? No, carina, non è giusto. Se non puoi camminare rimani a casa, ok? Non è un concetto difficile da comprendere.

Io le persone egoiste non le sopporto. Sono cieche e meschine. Vedono solo loro stesse e non capiscono che altri possono avere problemi ben più gravi delle loro fisime. Per questo litigo sempre con mamma. Non c’è verso di farle capire che non c’è solo lei al mondo.

Il tram riparte con uno scossone. Piego l’anulare della destra. Mancano ancora tre fermate per piazza Savona, dove abita Roberto. Provo a chiamarlo per l’ennesima volta. Niente da fare.

Forse è a letto con l’influenza, ha lasciato in giro il cellulare e non riesce ad alzarsi per andarlo a prendere. A letto con l’influenza? In pieno luglio? Gli è successo qualcosa.

Liscio il pelo sulla schiena del Conte, che mi si è acciambellato in grembo. Il coniglietto, appena salito, ha fatto il pazzo, balzando tra le gambe della gente e saltando sopra gli schienali dei sedili, poi di colpo si è calmato, come un giocattolo a molla che esaurisca la carica.

Il Conte piega la testolina e mi lecca le dita. Lo gratto tra le orecchie. In fondo è un bravo animaletto, quando non si lascia trasportare dalle sue paranoie squinternate.

Fermata di via Nicoletti. Un gruppo di ragazzi ha il naso appiccicato alle vetrine della fumetteria. Il pomeriggio del nostro ventiduesimo giorno, Roberto mi ha accompagnata e mi ha comprato tutti i volumetti di Video Girl Ai, che volevo tanto leggere. Non ho dovuto neanche insistere tanto, meno di dieci minuti di capricci. Roberto è davvero dolcissimo.

Sfila il cinema Belati, chiuso da anni.

Manca una fermata.

Mi alzo. Davanti all’uscita è piantata una signora grassoccia, china sulla propria borsa. Ci rovista dentro con la stessa foga dei barboni che frugano tra la spazzatura del mercato comunale.

Il tram rallenta.

Sospiro. Perché sono circondata da mentecatti? «Io dovrei scendere.»

La signora solleva il grugno sudato. Mi rivolge uno sguardo bovino. «Scusa» biascica. Si sposta di lato.

Le concedo un’ultima occhiata sprezzante. Non te l’hanno insegnato che non bisogna mai scusarsi?

I freni del tram stridono. Le porte a soffietto ansimano e si aprono. Scendo con un saltello. Il tram riparte. Colgo la signora immobile dietro a un finestrino. Mi osserva con espressione dubbiosa.

Sfigata.

 

Seguiamo il perimetro di piazza Savona fino a un negozio di ferramenta. Svoltiamo in una stradina con il selciato in pavé. «Fermati un attimo» dice il Conte.

Il coniglietto balza sopra un cassonetto dei rifiuti. Da sotto la pancia estrae un borsellino; lo capovolge e con una zampetta ne cava fuori poche banconote. Ripiega con cura i soldi e li nasconde tra il pelo. Spinge il borsellino nel cassonetto, infilandolo nello spiraglio lasciato libero dal coperchio, non del tutto chiuso.

Rimango a bocca aperta. «Ma allora…»

«Allora cosa?»

«La signora, poco fa… Cercava il borsellino che tu le hai rubato!»

«Sì, esatto. Cosa credevi? Che avessi il marsupio di Doraemon? Le sigarette non me le danno gratis.» Il Conte ne prende una e se la mette in bocca. «Vedi? Ne parlo e mi viene subito voglia.» La accende. «E comunque, se ti dà fastidio, quando avrai imparato a usare la Magia potrai restituire con gli interessi tutto quello che ho requisito per necessità operative.»

«Non c’era bisogno di rubare. Bastava che mi chie-»

«Silvia» mi interrompe lui. «Seconda regola: conosci te stessa.»

«Ma che significa?»

«Significa che devi sempre essere onesta con te stessa. Per usare il tuo rozzo modo di esprimersi: puoi combinare immensi casini senza neanche accorgertene. Non deve succedere. Un Mago non può permettersi un inconscio. Non può permettersi di avere emozioni e desideri al di fuori del proprio controllo razionale.»

Che bel discorsetto! Sembra preso dal quaderno di Angela, quello dove trascrive tutte le scuse più assurde che hanno funzionato con i prof. Giustificazioni del tipo: non posso fare il disegno, sono allergica all’elettricità statica dei righelli oppure le macchie solari mi hanno cancellato i compiti.

Ma i nostri prof sono dei vecchi storditi. Io no.

«Si può sapere cosa c’entra?»

Il Conte mi risale in spalla, mi sfiora la guancia con il nasino umido. «Sii sincera, davvero ti interessa se la grassona ha perso il borsellino?»

«Veramente sarebbe una questione di principio.»

«Non esistono principi. Esiste solo ciò che tu desideri.»

Vuol dire che sarebbe colpa mia se lui è uno scippatore? È peggio di discutere con mamma! Pazzo, permaloso, paranoico, ladro. E la responsabilità è mia, proprio. «Non credo che–»

«La lezione è finita» taglia corto il coniglietto. «Ora muoviamoci.»

 

Proseguiamo in silenzio fino al civico 12. Indietreggio di un passo e alzo lo sguardo. La finestra della camera da letto di Roberto è chiusa, le persiane accostate.

Ho un bruttissimo presentimento.

«È qui?» chiede il Conte.

«Sì.»

Spingo il portone. L’atrio è in penombra. L’unica luce filtra dal vetro unto del lucernaio. Non c’è portineria, né ascensore. Poche cassette delle lettere sono allineate all’interno di un armadio senza ante. Il mobile separa due rampe di scale: una sale, l’altra scende verso le cantine.

Saliamo.

I gradini di ferro cigolano quando ci poso i piedi. Il corrimano oscilla, come se si fossero dimenticati di stringere i bulloni. L’umidità gonfia l’intonaco delle pareti. Rampicanti di muffa decorano i muri.

«Che topaia» constata il Conte. Incastra la cicca appena fumata in una crepa. Uno scarafaggio sguscia fuori dal pertugio e zampetta via. Sparisce tra le ombre.

«Non è facile trovare un appartamento a poco, gli affitti sono carissimi in questo periodo» spiego. «E Roberto non vuole pesare sulla famiglia, oltre a studiare lavora part-time per la segreteria di facoltà.»

«Commovente.»

Giusto il ladro deve fare sarcasmo sulle persone oneste!

«All’interno l’appartamento è carino. Roberto lo ha arredato con molto gusto.»

«Sul serio?» Il Conte è già alle prese con una nuova sigaretta. «Se mi dici così, non sto più nella pelle dalla curiosità.»

Sul pianerottolo, faccio due lunghi respiri, per calmarmi. Premo il pulsantino bianco del campanello. Il trillo echeggia dietro la porta. Rimango con il dito sul campanello per un intero minuto, ma nessuno viene ad aprire.

«È fuori o è morto» dice il Conte. «Noi la buona volontà ce l’abbiamo messa, possiamo andarcene.»

«Non ancora.» Prendo dalla tasca dei pantaloncini il portachiavi di Pikachu e scorro le chiavi appese alla coda a forma di fulmine. Scelgo quella che ho segnato con un minuscolo cuoricino rosso. La mostro al coniglietto. «Malfidente che non sei altro.»

Infilo la chiave. Giro a destra, a sinistra. Forse è già aperto. Provo la maniglia, ma è rigida. Tolgo la chiave e sbircio nel buco della serratura: magari è ostruito. Calma, devo restare calma. Reinserisco la chiave e la giro con più forza. Le dita sudaticce scivolano sul metallo e perdo la presa.

«È strano. Roberto ha cambiato la serratura per qualche ragione.»

«Per non farti più entrare?»

«No. Non lo farebbe mai. È successo qualcosa, forse ha ragione il prof dell’università, dobbiamo chiamare la polizia.»

«Come se avessimo tempo da buttare.» Il Conte sbuffa. «Devo sempre pensare a tutto io. Hai una spilla per capelli? Una graffetta? Fil di ferro?»

«Non credo. Ma per farne cosa?»

«Dammi il portafoglio.»

«Come? Ti pare il caso di metterti a rubare a me? Adesso?»

Il coniglietto posa sul corrimano la cicca non ancora fumata del tutto, attento a che stia in equilibrio. «Avanti, voglio solo una delle patacche che ci hai appiccicato sopra.»

Porgo il portafoglio al Conte. Lui strappa via una spilla tonda rosa con Hello Kitty in spiaggia. Disfa il fermaglio, scarta la copertura di plastica e il sottostante disco di metallo. Distende per bene il lungo ago. Lo conficca nel solco tra due mattonelle del pavimento. Facendo leva piega l’arnese, dando all’ultimo tratto una sagoma a L.

«Tienimi sollevato all’altezza della serratura.»

Stringo il coniglietto per i fianchi e lo avvicino alla porta. Lui sfila la chiave e inserisce al suo posto l’affare appena creato, con il piedino della L rivolto verso l’alto.

Mi chino per osservare meglio quello che combina il Conte.

Il coniglietto fa scorrere più volte l’arnese per la lunghezza della serratura, spingendo in su e applicando una leggera torsione. Dopo il secondo passaggio, interrompe l’operazione per scostarsi un ciuffo di pelo dagli occhi. Al terzo passaggio dà uno strattone. Clic! Il Conte si divincola dalla mia presa e si abbranca alla maniglia. La porta si socchiude.

«Non dirmi che hai anche l’abitudine di svaligiare gli appartamenti.»

Il coniglietto riprende la sigaretta. «Diciamo che in gioventù ho fatto le mie esperienze.» Mi indica il battente. «Dopo di te.»

Coniglietto acculturato

 

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Capitolo 3

sabato, agosto 15th, 2009

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Le stelle brillano tanto vicine che so di poterle catturare. Mi alzo in punta di piedi sulla sabbia e strappo una stella dal firmamento. Stringo la sfera di fuoco tra le dita: la luce è abbagliante; fiamme bianche mi lambiscono il braccio. Lascio cadere l’astro: si spegne sfrigolando a contatto con il terreno.

Salto e sfioro con i polpastrelli una seconda stella, piccola e rossa. La stella, infastidita, si ritrae dietro la volta celeste.

Così sono nati due buchi neri, sopra di me. Dev’essere quello lo scopo del gioco. Mi impegno a spaventare le stelle. Quelle con i riflessi più lenti le acchiappo e le lancio tra la sabbia. Presto il cielo diviene una distesa oscura. Allora mi accorgo che all’orizzonte sorge una casetta, con le finestre illuminate.

Raggiungere la casetta non è facile. La spiaggia è ormai ricoperta dai cadaveri delle stelle, e devo stare attenta a dove metto i piedi. Inoltre se cammino in linea retta verso la piccola abitazione me ne allontano, per avvicinarmi devo compiere un percorso a spirale.

Arranco a piedi nudi nella sabbia grigia. La casetta diviene più nitida a ogni passo: è una casetta minuscola, una casa delle bambole. Tegole color mattone tappezzano il tetto spiovente, i muri sono dipinti di rosa, tendine ornate da fiorellini velano le finestre.

Quando raggiungo la porticina, mi rendo conto di essermi rimpicciolita, di non essere più alta di un soldatino. La porticina è socchiusa, intagliata in un riquadro di luce gialla.

«Entra, entra. Ti aspettavo» mi chiama una voce.

Spingo il battente e mi intrufolo nel pertugio. La casetta è composta da un’unica stanza. Il proprietario dev’essersi trasferito da poco, perché lungo le pareti sono ancora accatastati scatoloni pieni di piatti e bicchieri, e altri scatoloni con le pentole, e sedie imballate, una credenza smontata, il rotolo di una tapparella.

Al centro del locale mi aspetta in piedi una figura incappucciata, immobile. Una palandrana nera copre lo sconosciuto, il viso è nascosto dalle ombre del copricapo.

«Avvicinati.»

Accenno di sì con la testa. Mi fermo davanti allo sconosciuto. E lui, con un movimento fulmineo, mi afferra il polso. Dita invisibili mi pizzicano le braccia, risalgono il collo, strisciano sulla guancia, mi entrano nella testa, passando per l’orbita degli occhi. Con uno strattone mi libero dalla presa.

Lo sconosciuto abbassa il cappuccio. Una cascata di capelli dorati gli ricade sulle spalle. Lo sconosciuto alza il viso: è una ragazza.

«Ciao, Silvia!» La ragazza piega di lato il capo, socchiude i grandi occhi verdi. «Io sono pronta, ma ho bisogno di ordini scritti.»

«Ordini?»

«Mi hai detto tu di rifugiarmi qui e aspettare nuovi ordini.»

Ho il sospetto di aver combinato qualche stupidata di troppo alla festa di Angela. Però non ricordo accordi con misteriose ragazze dagli occhi verdi.

«Non so di cosa stai parlando.»

«Ma se non hai ordini…» La ragazza torna a coprirsi la testa con il cappuccio. Non muove più un muscolo, è pietrificata.

Le giro intorno. Le tocco una spalla con l’indice. Do una leggera spinta: la ragazza ha la rigidità di un manichino. Magari ha solo il sonno molto profondo.

Esco dalla casetta. Acqua limacciosa mi arriva all’altezza delle ginocchia. I piedi affondano in uno strato di melma gelida. Alghe viscide mi carezzano le gambe. Enormi libellule mi ronzano attorno. Mentre discutevo con la ragazza incappucciata, la spiaggia si è tramutata in uno stagno.

Le stelle galleggiano alla deriva, tra le ninfee. Su una nana bianca è accovacciato un rospo. Il rospo ha un cartello legato al collo con una cordicella. Mi faccio strada nel fango, mi chino verso il ranocchio e leggo il messaggio: “BACIAMI. SONO UN PRINCIPE.”

La pelle del rospo è color verde muffa, chiazzata da macchie giallastre, degne di un malato di cirrosi. La testa bitorzoluta luccica come se fosse ricoperta di muco. Gli occhi sembrano quelli di un pesce morto. È una creatura disgustosa. Però è solo un sogno. Accosto le labbra al muso dell’anfibio.

Premo appena. È una sensazione nauseante. È leccare la carne putrida di un cane in decomposizione. Mi pulisco la bocca più volte con il dorso della mano. Sto per rigettare.

Il rospo si gonfia. I tessuti si lacerano, rivoli di sangue nero e pus colano nello stagno. Spuntano gambe, e dita nascono dalle gambe, un occhio si spalanca sulla coscia, un braccio cresce dal ginocchio, ossa si distendono a ventaglio dal gomito, unghie affilate rompono vene e muscoli della spalla.

«Che schifezza» mormoro.

Dietro il rospo, l’intrico di carne e organi freme e si dirama, si espande, assume la forma di un uovo. Le pareti dell’uovo si sgretolano, qualcosa di peloso striscia verso l’esterno.

 

Colpisco con una manata il mostro peloso, facendolo volare giù dal letto.

La camera rotea intorno a me, come se fosse il cestello di una lavatrice in funzione. Se la stanza non si ferma subito, vomito la cena. Artiglio il lenzuolo, chiudo gli occhi. Rallento il respiro.

Conto fino a venti. Riapro con cautela gli occhi: la camera non balla più, anche se i muri ondeggiano ancora. Un libro cade dal ripiano più alto della libreria.

Il mostro peloso risale sul materasso e si accuccia dietro il cuscino. Solleva il capo e mi spia con occhietti carbone da sopra il guanciale. Il muso è contratto in una smorfia di disapprovazione.

Non è un mostro, è il Conte.

«Ben svegliata. Esuberante fin dal mattino» dice il coniglietto. «Meglio così. Su, forza, alzati.»

Mi drizzo a sedere, la schiena contro la parete. Sono immersa in un bagno di sudore, la testa mi scoppia, ho la nausea. E ho sete – il caldo è asfissiante. Mi sento a pezzi proprio come ieri mattina, ma non sono reduce da una festa. Ci mancavano giusto gli incubi nel cuore della notte.

Dalla finestra aperta si insinua una luce ovattata. È una luce troppo smorta per dare nitidezza ai dettagli, è più simile a un drappo grigio, steso a coprire il mondo.

«Ma che ore sono?» biascico. La lingua è attaccata al palato e ho difficoltà a parlare.

«Quasi le sei.»

«Le sei? Le sei del mattino?» Per forza sono intontita. «Io non posso alzarmi prima delle dieci, me lo vieta la mia religione.»

Il Conte zampetta verso di me. «Alzati! E non farmelo ripetere.»

«Dopo, adesso non–» colgo con la coda dell’occhio il coniglietto che si infila sotto il lenzuolo. Il pelo mi solletica i piedi. Una fitta alla caviglia.

«Ahia!»

Scatto in piedi, ricado, scalcio. Il Conte è abbrancato al mio piede. I dentoni hanno strappato il pigiama, scompaiono nel rosa della carne. Un filo di sangue disegna il profilo del tallone.

«Mi… mi hai morso!» Lacrime mi riempiono gli occhi. «Mi fa male!»

Il coniglietto molla la presa, arretra con un saltello. «Posso farti ben più male. Alzati! Subito!»

Stringo la caviglia martoriata con entrambe le mani. Il sangue scorre tra le dita, tinge di rosso il lenzuolo. Non sono mai stata morsa in vita mia, è un’esperienza atroce! «Che male, che male, che male!»

Le lacrime mi rigano le guance. «Non voglio diventare un coniglio mannaro!»

«Non lo diventerai, non te lo meriti» risponde il Conte.

Il coniglietto torna di fronte a me. Mi annusa, con la stessa malizia di un leone che sceglie la sua preda tra le gazzelle più deboli del branco. Indietreggio. Il Conte accenna un nuovo attacco. Sgattaiolo verso il fondo del letto, sotto i palmi non trovo più il materasso: rotolo giù e picchio il sedere per terra.

Il coniglietto mi scruta dall’alto in basso. Si infila in bocca una sigaretta. «Adesso.» Accende la sigaretta. «Adesso sbrigati a lavarti e vestirti. Ti voglio pronta in un quarto d’ora, capito?»

Tremo. Per il dolore lancinante alla caviglia, per la paura e per la rabbia. Giuro che se mi sveglia un’altra volta così lo vendo a un circo! Ma non ho il coraggio di pensarlo a voce troppo alta.

 

* * *

 

Non riesco a smettere di sbadigliare. Mi stiracchio. Starnutisco. Il Conte mi ha trascinata fuori di casa senza lasciarmi neppure il tempo per asciugare i capelli dopo la doccia. Mi sono risparmiata l’umiliazione di guardarmi allo specchio prima di uscire, ma so bene di avere un aspetto miserabile.

Se incontro il signor Belardi minimo mi scambia per una clandestina appena scampata a un naufragio. Per fortuna alle sei del mattino non c’è in giro anima viva.

Alzo il viso verso il Sole. Socchiudo gli occhi, mi proteggo con il dorso della mano. Il cielo è sgombro, neanche l’ombra di una nube. Si prospetta una giornata caldissima. Forse evito di buscarmi il raffreddore.

«Seguimi» mi ordina il Conte, saltellando avanti a me.

 

Ci fermiamo all’ingresso dei giardinetti pubblici di via Torino, una traversa di viale Gozzini. I giardinetti, un ovale di verde ampio quanto un campo da calcio, sono deserti. Panchine di ferro, scolorite e arrugginite, si alternano a lampioni spenti. L’edicola in fondo alla via è chiusa; sulle serrande qualcuno ha tracciato graffiti inneggianti all’anarchia. È chiuso anche il chiosco delle bibite. Una brezza leggera solleva i lembi del telone che copre una catasta di tavolini e seggiole pieghevoli.

Tiro un calcio a una lattina di birra vuota. È così presto che non sono ancora neanche passati gli spazzini a ripulire i vialetti di ghiaia. «Ho sonno. Mi fa male la testa. Sono stanca.»

«Di fiato ne hai, e questo è l’importante.»

«Non ho fatto colazione.»

«La farai dopo. Ora comincia a correre.» Il coniglietto indica con la zampetta la pista in terra battuta che segue il perimetro dei giardinetti.

«Correre?»

«Correre. Compiere Magie coscienti richiede un enorme sforzo fisico. Se non sei in perfetta forma, rischi di non essere in grado di sopportare la fatica. Perciò devi allenarti, almeno finché non sarai abbastanza abile da manipolare il tuo stesso corpo con la Magia.»

«Non ho voglia.»

Il Conte mi balza tra i piedi. Annusa il cerotto che copre la caviglia ferita, sfodera i dentoni.

Schizzo in avanti e comincio a correre.

 

Dopo il secondo giro intorno ai giardinetti sono debole sulle ginocchia, il respiro mi esce a rantoli, il sudore mi vela gli occhi. La fontanella mi appare come un miraggio. Mi trascino verso l’apparizione, mi aggrappo al becco di un’aquila di ferro, dal quale sgorga un filo d’acqua. Bevo avidamente, ficco la testa sotto il rivolo di acqua fresca.

«Non ti ho detto di fermarti» mi rimprovera il Conte.

«Non…» Ho il fiato corto, parlare è un’impresa. «Non… non ce la faccio. Non ce la faccio.»

Il coniglietto scala la fontanella con due agili balzi. «Sei in condizioni pietose. Sei patetica. Sei vergognosa.»

«Gra… grazie.»

Il Conte si accende una sigaretta. «Non mi avevi accennato al fatto che frequenti una piscina? Questo è il risultato?»

Sono una persona di buon senso: frequento la piscina perché mamma ha lo sconto al bar e per guardare i ragazzi, non per nuotare. E poi lo sanno tutti che il cloro è velenoso.

«Avanti, riprendi a correre. Fai un altro giro, io ti aspetto qui. Vedi di tornare prima che abbia finito la sigaretta, oppure saranno guai

Fisso il coniglietto, inebetita.

«Muoviti!» sbraita lui.

Strascico i piedi, ma riprendo a correre. Devo tenere una mano premuta contro il fianco, oppure il dolore alle reni mi uccide. Lo vendo a un circo, giuro lo vendo a un circo!

Il sentiero si restringe, ostacolato dai tronchi di due platani. Rallento il passo. Lancio un’occhiata alle spalle: fontanella e coniglietto sono spariti, nascosti dalle fronde.

Se io non posso vedere lui, lui non può vedere me. Per sicurezza metto tra me e il Conte l’albero di destra. Mi siedo all’ombra delle foglie, le gambe distese sull’erba, la schiena posata contro il tronco. Il sollievo è tale che mi avvolge un profumo delizioso: la torta paradiso della nonna, appena sfornata.

Il piano è tanto semplice quanto efficace: mi riposo un paio di minuti, poi sguscio dietro la fontanella e faccio credere al coniglietto di aver completato il giro. Sorrido tra me e me. La luce calda del Sole, filtrata dall’intrico dei rami, mi carezza il viso.

La torta paradiso inizia a puzzare di tabacco.

«Comincio a sospettare che tu sia sul serio stupida.»

Spalanco gli occhi. Il Conte è davanti a me, la sigaretta pendula tra le labbra. «E adesso sono costretto a morderti.»

«No! No, no, no, ti prego! Scusa, scusa!»

«Nessuno ti ha insegnato la prima regola? Non si chiede mai scusa. Perché mai ci si deve trovare nella posizione di deludere i propri maestri.»

Il coniglietto butta la cicca. Volto la testa in una direzione, nell’altra. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. E sono troppo stanca per alzarmi. Non ho vie di fuga.

Il Conte mi azzanna il polpaccio.

Il dolore risale al cervello. Diviene rabbia. Il mondo implode.

Erba, alberi, panchine, ghiaia, i palazzi lontani: ogni cosa si disgrega in una pioggia di coriandoli. I coriandoli si sfaldano in frammenti più piccoli. I frammenti si decompongono in pezzetti ancora più minuscoli. I colori sbiadiscono, il paesaggio si sbriciola in un lago di sabbia nera.

L’aria è scomparsa e con lei il Sole e il cielo. Non esiste nient’altro tranne la sconfinata distesa di sabbia nera. Non posso più respirare, ma non provo fastidio. Quanti minuti può rimanere senza ossigeno il cervello? Inutile contare il tempo, il tempo stesso è sabbia.

L’onda attraversa la realtà con rapidità infinita. Dietro di lei il mondo rinasce: colori, suoni, edifici, l’azzurro del cielo, una panchina, l’aria. Ma quando l’onda sparisce all’orizzonte, ogni cosa si ritrasforma in sabbia. Onda, sabbia. Onda, sabbia. Onda, sabbia. C’è un ritmo nella distruzione e nella creazione. Il battito del mio cuore.

Il fantasma sfocato della me stessa di ieri entra in un bar. Posa dieci euro sul bancone. Il suo cuore e il mio cuore aumentano il ritmo dei battiti. La frequenza dell’onda cresce in proporzione. Tornano le sensazioni, torna il dolore alla gamba.

Abbasso lo sguardo. Il Conte mi si è attaccato addosso come una sanguisuga. Ho visto in tanti film qual è il modo giusto per liberarmene. Quando il coniglietto diventa sabbia, prima che l’onda successiva lo ricostruisca, dipingo con il pensiero alte fiamme sul pelo cinerino.

L’onda si infrange sul Conte. I capillari dei miei occhi esplodono, il sangue invade i polmoni, il cuore si ferma.

Sono anch’io sabbia.

 

Un tocco umido alla guancia. Incontro gli occhietti carbone del Conte. Il coniglietto mi è salito in spalla e mi sta leccando. Preme il nasino contro il mio. «Ti ho detto che compiere Magie coscienti è faticoso» sussurra. «Potevi farti male sul serio.»

«Io…» Ho i muscoli rigidi, le mani strette a pugno. Distendo le dita, osservo i palmi sudati. Non ho desiderato un gelato, ho desiderato incenerire il Conte. Ho immaginato le fiamme avvolgerlo e non ho provato alcun rimorso. Volevo uccidere un coniglietto! Be’, una carogna di coniglietto, ma pur sempre un coniglietto. «Io… mi dispiace.»

Il Conte mi salta in grembo. «Non ti preoccupare, non è così semplice togliere la vita a qualcuno con la Magia. E sono orgoglioso che tu ci abbia provato, temevo di aver a che fare con una smidollata incapace.»

«Mi dispiace lo stesso.»

«Va bene, va bene, non fare la lagna.» Il Conte sfila dalla tasca dei miei pantaloncini il fazzoletto. Mi fascia la gamba, stringe il nodo tirando con i dentoni. «Alzati, dai. Andiamo a fare colazione, sarai affamata.»

 

Il chiosco ha appena aperto, ci sediamo ai tavolini. Il Conte aveva ragione: ho i crampi allo stomaco, come se non mangiassi da una settimana.

Ordino una brioche all’albicocca e una limonata. Sbrano la brioche in tre bocconi, e ne chiedo subito un’altra. Poi prendo due girelle, due bomboloni, una terza brioche, una coppetta di gelato preconfezionato alla stracciatella e un sacchetto di caramelle gommose ai frutti tropicali. Il coniglietto si accontenta di un bicchierone di latte.

«Cosa mi è successo?» gli chiedo.

«Hai cercato di usare la Magia. In pochi secondi è probabile che il tuo cervello abbia consumato più energie che non durante l’intero anno scolastico. Per questo devi essere in perfetta forma. Poteva venirti un infarto.»

Annuisco. Mi caccio in bocca una caramella al mango. Succhiare le caramelle mi aiuta a pensare. Il coniglietto parlante e questa fame assurda sono fatti incontestabili, ma la soluzione più semplice è che mi sia sentita male per ragioni naturali. Mi sono messa a correre la mattina presto, sotto il Sole, dopo essere stata morsa da un animale selvatico. Chiunque avrebbe avuto un mancamento.

Bevo l’ultimo sorso di limonata e mi rilasso contro lo schienale della seggiola. I giardinetti si stanno popolando: due mamme che spingono carrozzine e chiacchierano fra loro, una coppia di pensionati, un ciclista, un signore che porta a spasso il cane. Il titolare del chiosco ha acceso la televisione, dal baracchino arrivano le note della sigla di un cartone animato. Sailormoon, se non sbaglio.

Sovrappongo al paesaggio l’immagine del lago di sabbia nera. Hai cercato di usare la Magia. Che stupidaggine. Porto una mano alla bocca, per coprire uno sbadiglio. «Possiamo tornare a casa? Io non mi reggo in piedi.»

«No. Non abbiamo tempo da perdere, guarda qui.» Il Conte mi porge un foglio A4 spiegazzato. Lo distendo sul tavolino. Il foglio è coperto da macchioline nere, tonde; alcune sono poco più di un puntino, altre hanno il diametro di una moneta da due euro. Ci sono macchie slabbrate e altre dal contorno netto. Le macchie non sono distribuite in maniera uniforme: verso il centro del foglio sono raggruppate, ai bordi sono isolate.

«L’ho stampato questa notte con il portatile di tua madre» continua il coniglietto.

«Sei entrato in camera di mamma?» Se mamma avesse colto il Conte in flagrante lo avrebbe fatto arrosto, seduta stante, magia o non magia!

«Tu non hai una stampante, comunque non importa. Dimmi cosa vedi.»

Squadro il foglio da cima a fondo. Non ci vedo niente, a parte le macchie. Giro il foglio in verticale. In diagonale. Lo capovolgo. Distinguo solo macchie nere. Macchie nere… ma certo! Dev’essere quel test dal nome strano, quello dove bisogna dimostrarsi intelligenti individuando le forme nascoste nelle macchie.

«Vedo… uhm… dunque, qui delle farfalle, intorno ai fiori.» Sposto il dito a indicare più in basso. «Queste sono le ruote di un treno, di quelli vecchi, a vapore. E questo è il vapore.»

Il Conte sospira. «Non è un test di Rorschach, razza di svampita. È un’elaborazione NASA di immagini appena giunte dal telescopio Hubble. Gli astronomi impiegheranno mesi per scoprire la vera natura di queste immagini e quando capiranno sarà troppo tardi. Perché qui», il coniglietto muove una zampetta per racchiudere in un ovale le ruote del presunto treno, «non parliamo di stelle, pianeti, comete o asteroidi. Queste sono tracce di propulsione di motori sub-luce. Una flotta di navi da guerra è appena uscita dall’iperspazio e converge verso il Sistema Solare.»

Faccio scorrere il polpastrello lungo il profilo del bicchiere, per raccogliere le gocce di limonata rimaste appiccicate al bordo. Infilo il dito in bocca. «È grave?»

«La flotta punta a raggiungere la Terra. Per ucciderti.»

«Oh.» Sì, certo. Come no.

Dev’essere la solitudine. Dubito esistano molti altri coniglietti parlanti, il Conte deve sentirsi sempre solo. Isolato. Così per attirare l’attenzione si inventa queste storie strampalate. Si comporta allo stesso modo di un bambino piccolo.

«Tu non ti rendi conto» riprende lui. «Quando un Mago modifica la realtà, è come se lanciasse un sasso in uno stagno, le onde si propagano fino alle sponde. Ma le onde di una Magia non sono limitate dalla velocità della luce. Gli effetti si propagano in maniera istantanea. Nell’attimo in cui io sono apparso, le creature dell’abisso lo hanno saputo. E hanno ordinato ai loro servi di ucciderti. Non abbiamo molto tempo, secondo i miei calcoli l’avanguardia della flotta raggiungerà la Terra in dieci, dodici settimane.»

Riprendo in mano il foglio. Più lo studio, più mi appare chiaro che la risposta “treno a vapore + farfalle” è quella giusta. Però il Conte ha appena parlato con tale convinzione… Non era neanche un tono serio in maniera forzata, di chi stia tendendo la trappola di uno scherzo. Fisso il coniglietto e lui si affretta a pulirsi un baffo di latte. Sei un coniglietto paranoico o mi stai dicendo la verità?

«Devo discuterne con il mio ragazzo. Lui di queste cose se ne intende.»

«No. Non hai più tempo da buttare con i ragazzi o sciocchezze del genere. Meglio se te lo scordi fin da subito.»

«Lasciare Roberto? Non ci penso neppure. Anzi, adesso vado in Università a trovarlo.»

Il Conte mi guarda in cagnesco. «No.»

«Sì.»

«No.»

Mi alzo di scatto, rovesciando la seggiola. «E invece sì!»

Il brontolare in sottofondo della televisione si spegne.

È alle mie spalle e non posso vederlo, ma so che il tizio del chiosco si è girato verso di me e mi sta osservando. Afferro per la collottola il Conte. Con passo deciso mi dirigo al baracchino.

«Non che siano affari tuoi, ma lavoro in teatro.» Sbatto sul bancone il portafoglio. Le spille di Hello Kitty che ci ho attaccato sopra tintinnano. «Quanto ti devo?»

Coniglietto afferrato per la collottola

 

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