Capitolo 12

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Il ghiaccio incrosta il telaio della finestra. La neve copre il davanzale. Dietro i vetri, i fiocchi scendono lenti. Una coltre bianca avvolge la collina.

Soffio sulla tazza di cioccolata. Non fa freddo nella casetta, ma tenere le mani intorno alla porcellana calda è lo stesso piacevole. Il tepore che risale dalle dita è delizioso. Anche il profumo della cioccolata non è male. Accosto le labbra alla tazza e assaggio con la punta della lingua. Dolce al punto giusto. Forse un po’ troppo liquida, ci vorrebbe la panna montata per compensare.

Sulla cioccolata ci vorrebbe sempre la panna montata!

Torno a sedermi al tavolo. «Non abbiamo la panna, vero?»

La ragazza, seduta di fronte a me, si stringe nelle spalle. E ti pareva. È casa sua e non ha idea di quello che contengono gli scatoloni. Il cacao, lo zucchero e la farina li ho dovuti cercare io, rovistando dentro uno scatolone dopo l’altro. Ho impiegato tutto il pomeriggio.

Va bene, rinunciamo alla panna. Per fortuna ho trovato le cialde. Ne immergo una a forma di sigaro nella tazza. Mangio la cialda in due bocconi. Non male, non male davvero, solo un pizzico di farina in più e ci siamo.

«La cioccolata non è venuta male, non vuoi almeno assaggiarla?»

La ragazza piega la testa di lato. Socchiude gli occhi verdi. Il fumo caldo che sale dalla sua tazza le ha arrossato le guance. «La cioccolata è buona» dichiara.

Lo dice solo per farmi contenta, lo so. Sospiro e intingo un altro biscotto.

Sgranocchio la cialda. L’enorme ragno smeraldo si sovrappone ai disegni floreali della tovaglia. L’immagine del mostro mi è rimasta impressa negli occhi. Sono sveglia da ore e il sogno è sempre vivido. È stato un incubo terrificante. E non vuole andar via, non vuole sparire dalla mente.

Le zampe del ragno si arrampicano sulla superficie della tazza. Strisciano lungo la porcellana, sinuose come ombre. Scatto all’indietro, i gommini sotto le gambe della sedia stridono. Il ragno si ritrae, sguscia sotto il tavolo.

La ragazza non muove un muscolo, indifferente.

«Devi aiutarmi» dico. «Tu sai quello che sta succedendo, ti prego dimmelo. Non voglio più soffrire come ieri notte.»

«Non credo di poterti aiutare.» L’espressione della ragazza è mogia. «Non senza la parola chiave che hai scelto tu.»

«Ma io non la so! Non la ricordo. Dannazione, aiutami! Ti prego

La ragazza si china. Raccoglie dal pavimento la confezione del cacao in polvere. Appiattisce la scatola, quindi strappa il cartoncino; una linea frastagliata taglia in orizzontale le parole “cacao in polvere”.

«Questo è quello che so.» La ragazza solleva la mano destra, dove tiene la metà della scatola con la parte superiore della scritta. «E questa è la parola chiave.» Solleva la sinistra, che regge l’altra metà della scatola.

Fa combaciare i due pezzi e la scritta si ricompone. «Solo con la parola chiave posso aiutarti.»

Non sono sicura di aver capito. «Ma questa parola chiave quanto è lunga? Posso indovinarla? Quante lettere sono?»

«Dieci alla ventidue.»

«Dieci alla…»

La ragazza annuisce. «È un numero grandissimo.» Allarga le braccia. Esita. Le allarga ancora di più, come ad abbracciare l’intera stanza. «È un uno seguito da ventidue zeri.»

«Mi stai prendendo in giro?» Sto per dare una manata alla tazza e rovesciare la cioccolata, ma ho schifo a toccare dove si sono posate le zampe del ragno. «Come posso ricordare una parola chiave del genere? Come posso pronunciarla?»

«Sei tu che hai scelto la parola chiave.»

Le lancette dell’orologio appeso alla parete raggiungono la mezzanotte. Il vento scuote la finestra. I fiocchi di neve picchiettano contro il vetro. Mezzanotte. È ora di tornare. È ora di dormire e sognare.

Mi aspettano nuovi incubi. Non è giusto!

La porta dietro di me scricchiola. Il vento urla più forte. Spifferi gelidi si intrufolano da sotto il battente e mi pizzicano le caviglie.

«Senti, posso rimanere qui? Solo per questa notte?»

«Fai pure.»

La ragazza tira su il cappuccio. L’ombra nasconde i capelli dorati, copre i grandi occhi da cartone animato. Il respiro si spegne. La ragazza è immobile.

La porta sbatacchia. Spruzzi di neve spargono tracce bianche sul pavimento. Adesso la casetta è gelida. Scalcio la sedia e indietreggio verso gli scatoloni, le braccia strette al petto.

Il vento ruggisce, la neve martella la finestra. Crepe solcano i vetri. Frammenti di intonaco si staccano intorno al telaio. Qualcosa di pesante si scaglia contro la porta. I cardini schizzano via, il battente divelto piomba a terra. Il boato riverbera nella stanza.

La testa mostruosa del ragno si affaccia all’interno. Gli otto lucidi occhi di cristallo esplorano l’ambiente. La bestia allunga una delle zampe. L’artiglio colpisce le assi del pavimento e scava nel legno. Il ragno fa forza sulla zampa per trascinarsi dentro. I fianchi di smeraldo raschiano la vernice dagli stipiti; un’altra zampa scatta in avanti e uncina le assi.

Respiro sempre più in fretta. L’aria si condensa davanti alla bocca. Le dita sono ghiacciate, i piedi non si vogliono muovere. Sono paralizzata. Non anche qui. Non quando sono sveglia. No!

Il ragno arretra e riparte all’assalto. Le pareti della casetta tremano. L’intelaiatura della porta cede. I mattoni si sbriciolano. Il mostro entra sotto una pioggia di calcinacci.

Gli ingranaggi d’ombra ticchettano.

«Il mio Padrone saprà convincerti.»

 

* * *

 

«Come stai?» Il coniglietto è chino su di me. Gli occhietti neri si confondono con il pelo. La camera è buia. «Ti ho preso un succo di frutta. Su, bevi.»

Mi offre la cannuccia. Socchiudo le labbra screpolate. Il coniglietto inclina il cartoccio del succo. Gocce al sapore di pesca mi bagnano la lingua.

Il ventilatore non ha smesso di ronzare. La ragnatela è scomparsa nell’oscurità, ma io so che è ancora lì. E il ragno è marchiato a fuoco nelle retine. Sogno e realtà sono orribili allo stesso modo. Non esiste via di fuga.

«Ce la fai ad alzarti?»

Spingo con i gomiti e mi metto seduta sulla sponda del letto. Il Conte mi lascia il succo di frutta e salta sul comodino. Accende la lampada. «Hai dormito più di dodici ore. Sono le dieci di sera passate.»

Acqua sporca. Puzza di detersivo. Piastrelle frantumate. Mamma e papà in fila per entrare al cinema. Papà. Papà sarà a casa. Lo immagino seduto in soggiorno, i gomiti sul tavolo, la testa tra le mani. «Devo avvertire papà. Devo dirgli che sto bene.»

Il Conte ha recuperato da sotto la pancia un pacchetto di sigarette. Ne estrae una e la porta alle labbra. «Ci ho pensato io.»

«Ci hai pensato…»

Ci sarà la polizia a casa? Magari papà sta male. Dovrei essere con lui. E lui dovrebbe stare con me perché io mi sento malissimo. Il succo di frutta mi sfugge di mano, rotola sulle ginocchia, cade sulla moquette.

Il coniglietto unisce le zampette a coppa. La fiamma dell’accendino brilla di rosso intenso. «Non ti preoccupare. Ho sistemato io. Fidati.» La punta della sigaretta brucia. Volute di fumo grigio nascondono il musino del Conte.

Non fidarti del coniglio. Prova a chiedergli come passava il tempo prima di incontrare te. Chiedigli chi era.

«Chi sei? Chi sei veramente?»

Il Conte posa la cicca sul bordo del posacenere. Granelli di cenere si adagiano sul disegno di una casetta tra i monti. «Io sono solo un coniglietto parlante.»

Le mie dita stringono il tessuto dei jeans. «Rivoglio indietro la mamma. Subito. Se sono il Mago che dici, posso farlo.»

«Ci sono limiti al potere di un Mago. Neanche un Mago può ricostruire l’informazione alla base di una coscienza. Non c’è alcun modo per riportare indietro la mamma.»

«Capisco.» Le unghie spezzate graffiano il cotone. «Io ho il potere di salvare l’Universo, ma non posso salvare la mamma. E tu sei solo un coniglietto.» Tiro su col naso. «Non è vero. Sei un bugiardo, sei solo un bugiardo!»

«Quando una creatura dotata di coscienza muore, le informazioni che la definiscono come essere individuale sono perse per sempre.» Il coniglietto salta giù a raccogliere la cannuccia. Fa cadere una goccia di liquido arancione sul palmo di una zampetta. «Immagina che ogni coscienza sia una goccia. Quando moriamo, la goccia si unisce al mare. Non la si può più separare dalle altre. Neanche un Mago può farlo.»

Serro le labbra. Mamma ha la bocca spalancata. Urla in silenzio. Il sangue scorre dalla ferita allo stomaco. Non hai fatto niente per aiutarmi. Niente. Mi hai lasciata morire. Non vuoi aiutarmi neanche adesso!

«Puoi modellare una nuova persona che somigli alla mamma. Avrà il suo aspetto fisico e i suoi ricordi, ma non sarà lei.»

Il Conte riprende la sigaretta. Dà lunghi tiri. Il fumo vela la luce della lampada. «Non lasciare che la morte della mamma sia stata invano. Non soffocare la rabbia. Non avere paura dei tuoi sentimenti.»

«Io non so cosa provo. Sto male.»

«Vedrai che presto ti sentirai meglio.»

Il coniglietto spegne la sigaretta sulla porticina della baita. «Finora ti ho insegnato come usare la Magia per modificare la realtà. Ma la Magia può essere usata anche per distruggere. È la Magia più difficile e potente che un Mago possa compiere.»

 

* * *

 

Le ginocchia molli non mi reggono. Crollo sulla moquette. Non distinguo più niente, il mondo è rosso sangue. La testa mi martella. Ogni giuntura del corpo è sul punto di spezzarsi. Tengo la bocca socchiusa, se i denti si sfiorano tra loro, si sbriciolano.

«La prima volta è sempre molto dura.» Il coniglietto è una macchia indistinta. La macchia asciuga il sudore che mi bagna il viso con un lembo del lenzuolo. «Ma sei stata bravissima.»

Batto le palpebre. Metto a fuoco il ventilatore. Sono sdraiata supina per terra. La schiena rigida, pronta a rompersi al minimo movimento. «Ho bisogno», biascico, la gola è in fiamme, «ho bisogno di riposare per qualche minuto.»

«Prenditi tutto il tempo che ti serve.» Il coniglietto si ritrae. Il tonfo attutito delle zampette sul comodino; il fruscio della plastica attorno al pacchetto di sigarette. Dita di fumo strisciano verso le pale del ventilatore.

Calmo i respiri.

Nessuna Magia era stata tanto dolorosa. Mille mani mi hanno afferrata e trascinata sott’acqua. Non potevo riaffiorare, per quanto mi agitassi. Ho spinto e scalciato. Le ossa scricchiolavano. Sono scesa sempre più in profondità. La pressione mi ha schiacciata. L’acqua si è tinta di rosso.

Giro la testa verso il comodino. Il posacenere non esiste più. Al suo posto è rimasta una impronta nell’aria. Un intreccio di linee che sbiadiscono lentamente.

Il coniglietto passa la zampetta attraverso il fantasma del posacenere. «Non è sparito del tutto perché è ancora nei nostri ricordi.» Le linee si accorciano. Rimpiccioliscono a ogni battito di ciglia. «Per fortuna gli altri osservatori della stanza non hanno memoria.»

Mi puntello con un gomito e sollevo la testa. Il collo manda una fitta. «Quali altri osservatori? Chi c’è con noi?»

«Il comodino, la cannuccia, la lampada, il letto.» Il Conte rigira la sigaretta tra le zampette. «Questa sigaretta, l’accendino e ogni altro oggetto. Ogni oggetto contribuisce a rendere concreta la realtà. Ma gli osservatori che non hanno memoria sono molto più propensi ad accettare un cambiamento radicale.»

Riappoggio la nuca alla moquette. «Non ho capito.»

«La realtà è fluida. Appare concreta grazie al continuo accordo tra gli osservatori. Per esempio ci aspettiamo che le leggi della fisica siano immutabili, e per questa ragione lo sono.»

«Ho sete.»

«Per questo distruggere la realtà è la Magia più difficile. Perché nessun altro osservatore è disposto a negare l’esistenza della realtà stessa. Nessuno tranne il Mago.»

Il coniglietto zampetta fino alla finestra. Balza sul davanzale, torna con un cartoccio di succo di frutta. «Bevi.»

Questa volta è albicocca. Preferivo la pesca.

«Ti sei mai chiesta perché è così faticosa una Magia cosciente rispetto a una Magia involontaria?»

Mi pulisco la bocca con il dorso della mano. «No. Non lo so.»

«Una Magia involontaria porta in superficie un accordo già esistente. Una Magia cosciente deve imporre la volontà del Mago. È come scegliere un quadro da una galleria d’arte invece di dipingerlo da zero.»

Le parole del Conte hanno uno strano eco. Le ho già sentite. Le ha già pronunciate in passato. Ti sei mai chiesta perché ho l’aspetto di un coniglietto?

«Ti sei mai chiesta perché sono un coniglietto?»

«Forse.»

«Perché già miliardi di osservatori concordavano sulla mia esistenza. Io sono protagonista di favole, romanzi, cartoni animati. I coniglietti parlanti sono ovunque, appena al di sotto della soglia per esistere.» Il Conte osserva la punta della sigaretta. La carta brucia e annerisce. «Tu mi hai fatto superare la soglia.»

«Chi sei veramente?»

Due tiri e il coniglietto finisce la sigaretta. Butta via la cicca. «Bevi un altro po’ di succo, poi riprenderemo gli esercizi.»

Chiudo gli occhi.

«Sono stanca. E sono esercizi inutili. Per uccidere con la Magia non ho bisogno di annientare la realtà.»

«Ne avrai bisogno per uccidere le ombre.»

 

* * *

 

Le lunghe e sottili zampe del ragno cercano i punti più adatti dove far presa tra la ghiaia. L’insetto scavalca un sassolino e passa davanti alla punta della scarpa. Sollevo il piede e lo schiaccio.

Il sudore scende lungo le guance e il collo, mi pizzica la nuca. Le nuvole nascondono il Sole, ma l’afa è lo stesso atroce. Non spira un alito di vento. Il fumo della sigaretta è un filo grigio senza interruzioni.

Il coniglietto spegne la sigaretta contro il ferro della panchina e mi sale in spalla. «Hai capito quale finestra? Puoi anche farlo da qui.»

Il palazzo di sei piani vibra nel caldo, sembra un miraggio. La facciata bianca sfuma nel cielo color latte. Le finestre e i balconi si susseguono a breve distanza. Gli appartamenti devono essere monolocali. Le cellette di un alveare.

L’autobus parcheggiato davanti ai giardinetti riparte. Una nube si solleva dalla strada polverosa e vela i primi due piani del palazzo. Da una delle finestre arriva il mormorio di una radio.

«Sei sicuro che la dottoressa abiti qui?»

«Il balcone con i vasi, quasi all’angolo. Abita nell’appartamento di sopra. E non è più un medico da anni, è stata radiata dall’ordine.»

Scorro le cellette. Individuo i vasi di plastica nera e i fiori appassiti. Alzo lo sguardo. Le finestre dell’appartamento di sopra sono chiuse, le tapparelle abbassate. La dottoressa starà ancora dormendo. Vado a prendere le siringhe con l’agente di contrasto. È stata lei a farmi le iniezioni nel sotterraneo della chiesa.

«Vive da sola?»

Il coniglietto batte il fondo del pacchetto di sigarette contro la spalliera della panchina. Sfila una nuova sigaretta. «Sì.»

«Non credo di riuscirci.»

«Sai perché è stata radiata? Si faceva pagare cifre astronomiche dai malati di leucemia. Per curarli con il bicarbonato.» Il coniglietto dà un tiro. «Questa è una delle persone che hanno ucciso la mamma.»

Il volto di mamma che urla. Le sue mani insanguinate si chiudono sull’artiglio che le squarcia lo stomaco. Le dita scivolano sul sangue. Non mi hai aiutata! Mi hai lasciata morire!

Una morsa mi stringe il petto.

Non vuoi aiutarmi neanche adesso!

«Però la dottoressa… lei non è un’ombra»

«Non ha importanza, è lo stesso responsabile. Ha scelto lei di servire le ombre. Non merita pietà, e tu non meriti di continuare a soffrire.»

Ma il dolore al petto non si attenua al pensiero di usare la Magia. Non voglio usare la Magia. Non voglio uccidere. Non voglio niente. Voglio solo smettere di soffocare. «Oggi. Oggi non ci riesco. Andiamo via.»

«No, Silvia, devi farlo adesso.»

Un secondo autobus rallenta e si accosta alla fermata. Non sale e non scende nessuno. Il mezzo riparte. L’onda di polvere rimane sospesa nell’aria umida. Si disperde pian piano, al rallentatore. Batto le palpebre. Il mondo è finto, un dipinto senza profondità.

«Andiamo via.»

Il coniglietto sospira. «Va bene, se vuoi ce ne andiamo. Ma prima voglio dirti la verità.» Salta giù dalla spalla. Posa la sigaretta non ancora accesa. «La verità è che la mamma è morta per colpa tua.»

«Cosa…»

«Sai benissimo che è così. È morta perché non sei riuscita a difenderla. Perché sei una vigliacca.»

Le zanne del ragno strappano la carne dalla pancia di mamma. Lei urla. Il sangue picchietta sui cocci. Io sono immobile. Il cuore batte così veloce. Non è colpa mia!

«Se tu non fossi una vigliacca, avresti imparato a controllare la Magia. E la mamma sarebbe ancora viva.»

«Non è vero.»

Mordo il labbro inferiore. La morsa al petto mi stritola, il dolore è insopportabile.

«No? Non è vero? E ti metterai a piangere per dimostrarlo?» Il coniglietto mi sfiora un ginocchio con la zampetta.

«Non toccarmi. Vattene!»

Il Conte riprende la sigaretta. La accende. Dà un tiro e soffia via una nuvoletta grigia. «Sei brava ad alzare la voce con un coniglietto.»

«Tu non capisci. Non puoi capire e basta.»

Non è stata colpa mia. Io ho provato a salvare la mamma. Lo giuro, ci ho provato!

«Non c’è niente da capire, basta annusare.» Il Conte si tocca il nasino con la punta della zampetta. «Quando ti ho trovata, ieri mattina, puzzavi. Puzzavi di urina. Ti sei fatta la pipì addosso mentre la mamma moriva.»

Il visino del coniglietto si scioglie. Il mondo è distorto dalle lacrime. «Perché devi dirmi queste cose? Vai via!»

«Per carità, è naturale. Succede alle persone vigliacche.»

Il cuore rimbomba. Stringo i pugni. Mamma non ha più forze, le braccia penzoloni. Il ragno addenta gli intestini. Il sangue scende a rivoli. Non è vero, non sono una vigliacca. Ho provato, non è colpa mia. Non sono una vigliacca. Non è vero!

«O sbaglio? Dimostrami che sbaglio. Adesso!»

Colpisco con il pugno lo schienale della panchina. Le nocche graffiano la ruggine e attraversano il metallo. Spire di polvere nera mi avvolgono. L’Universo si disgrega.

Dimostrami che sbaglio.

La Magia dura un singolo battito.

Un vortice di forme e colori si innalza dal lago di polvere, il mondo riprende subito consistenza.

Scivolo sulla ghiaia. Non respiro. Ho la bocca spalancata e non entra aria. Grido e non scalfisco il silenzio. Non ci sono suoni. Annaspo. Inspiro e soffoco.

Il coniglietto è rimasto sulla panchina. Mi osserva tranquillo.

Aiutami!

Ti scongiuro, aiutami!

Muovo le labbra, sillabo le parole, c’è solo silenzio.

Il boato mi ferisce le orecchie. Il vento mi inchioda al suolo, disperde i ciottoli intorno a me. L’aria, l’aria è tornata. Riempio i polmoni con avidità.

«Cosa», ci sento, sono tornati anche i suoni, «cosa è successo?»

Il Conte mi guarda dall’alto in basso. Riaccende la sigaretta che si era spenta. «Un piccolo inconveniente dovuto all’inesperienza. Devi stare attenta a non distruggere l’atmosfera intorno a te.»

Oltre la panchina si estende una distesa incolore. Gli alberi, l’erba, le aiuole, lo scivolo per i bambini, la fontanella, la ringhiera, il cartello che segna la fermata degli autobus. Non esistono più. Il palazzo sfuma, i contorni sbiadiscono.

Mi tiro in piedi. Giro su me stessa. Anche gli altri edifici sono scomparsi. E le strade, i lampioni, le auto. La devastazione si estende fin dove arrivo con lo sguardo. L’intero quartiere è stato cancellato.

Ho le vertigini. Ricado seduta sulla panchina.

«Cosa ho fatto» mormoro.

«Per la prima volta ti sei comportata come un vero Mago. Ti sei lasciata guidare dalla rabbia e dall’istinto. Senza remore.»

Le cellette di un alveare. Solo in quel palazzo abitavano centinaia di persone. Sparite. Morte. Le ho uccise io.

«Oggi hai imparato una lezione importante, e possiamo passare alla successiva.» Il coniglietto prende una sigaretta dal pacchetto e me la porge. «Ti insegnerò a fumare.»

Coniglietto cospiratore

 

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24 Commenti to “Capitolo 12”


  1. Bellissima la scena finale, col Conte che le dice che le insegnerà a fumare lol

    *Nb: commenterò meglio domani, con meno stanchezza sulle spalle ^^


  2. Capitolo un po’ sottotono rispetto agli altri. A parte la scenetta “ai confini dell’universo”, non succede praticamente niente. O meglio: Silvia impara a distruggere con la magia, ma lo fa “fuori campo”, quindi non la vediamo; Silvia distrugge tutto un quartiere, ma lo fa in un batter d’occhio e senza capirlo, quindi non vediamo manco questo.
    Ok, è un momento di stallo e tutto, però in questo capitolo c’è davvero poco. Non c’è azione, non ci sono dialoghi particolarmente brillanti e non ci sono rivelazioni sulla trama così importanti da tener vivo l’interesse.
    Non so se l’idea che avevi per il capitolo era questa, però così secondo me funziona poco.

    piccola nota:

    «No? Non è vero? E ti metterai a piangere per dimostrarlo?»
    (…)
    «Facciamo la voce grossa? Con un coniglietto? Andrai a vantartene in giro?»

    Sei domande retoriche di fila sono troppe. Soprattutto la seconda tripletta è fastidiosa a leggersi. Io proverei a unire le prime due domande in una frase affermativa. Tipo:

    «Mmm, fai la voce grossa con un coniglietto. Andrai a vantartene in giro?»

    O una soluzione del genere. Comunque cambierei qualcosa.

    p.s.
    Mi è piaciuto il particolare della distruzione dell’atmosfera intorno a Silvia.

    Bye!


  3. Carino. Una nota di merito va alla descrizione di come Silvia percepisce la Magia distruttiva quando la sta utilizzando. Molto bella.

    Però:

    «Questa è una delle persone che hanno ucciso la mamma.»

    Posso capire che Silvia pensi a sua madre come “la mamma”, tuttavia suona più strano quando a dirlo è il Conte. Forse sarebbe meglio che dicesse “tua madre”.

    Aspetto con ansia il prossimo capitolo.


  4. Quoto GiD. Forse un po’ pesante anche il passaggio tra le diverse scene. So che mi odierai per questo ma devo dirlo: probabilmente se racconti quello che accade tra i fatti principali, basta un “andiamo a fare…” chi legge si sentirà meno estraniato, e ogni volta non dovrà cercare di immaginare che cavolo sia successo.
    Comunque interessante nell’insieme! ^_^’


  5. Evviva!
    Allora,mi sono piaciute molto le spiegazioni del Conte, mi è piaciuta la pressione psicologica che rende il crescendo nel finale, mi è piaciuta la distruzione totale e la reazione di Silvia al macello: secondo me è resa proprio bene.

    Appunti, da parte mia: l’inizio, con quella cioccolata, per me è stato troppo lungo, troppo marcato rapportato al resto del capitolo (ma anche in generale, direi); e poi il dialogo finale del Conte (qui quoto Gid)sfora nel numero di domande, e mi ha sdegnata un po’.


  6. Posso capire che Silvia pensi a sua madre come “la mamma”, tuttavia suona più strano quando a dirlo è il Conte. Forse sarebbe meglio che dicesse “tua madre”.
    Il coniglio gioca sull’emotività di Silvia, chiamarla mamma la fa “regredire” ad uno stadio infantile, dove ha meno controllo ed è più libera di lasciarsi andare.

    Cmq a me è piaciuto abbastanza sto capitolo, anche se non ricordo più che c’entrava la ragazza a inizio capitolo XD
    E il coniglio che cerca di far incazzare Silvia mi sembra un po forzato, ma immagino che sia una scena plausibile(anche quando la fanno nei film non mi convince tanto)


  7. Penso di aver capito perché questo capitolo è stato tanto difficile da scrivere. Mi dispiace, ma la spiegazione del Conte non mi convince: l’impressione che ho avuto è che la mamma non possa essere resuscitata “perché no”, perché la sua morte serve alla trama. Non mi sembra strano invece che il Conte usi la parola “mamma”: è un modo efficace per far leva sui sentimenti di Silvia.


  8. @GiD.

    Capitolo un po’ sottotono rispetto agli altri.

    Forse. D’altra parte ero stufa di riscriverlo. ^_^
    Quando farò la revisione generale al termine del romanzo me lo studierò meglio con calma.

    @Myri.

    So che mi odierai per questo ma devo dirlo: probabilmente se racconti quello che accade tra i fatti principali, basta un “andiamo a fare…”

    Non ti odio(!) assolutamente. Anzi, ti ringrazio per il commento. Se mi dici che i cambi di scena sono risultati faticosi, me lo segno, e magari cambierò qualcosa per rendere i passaggi più fluidi. Tante volte basta solo far cominciare una scena un po’ prima. Ci penso.

    @Momo.

    e poi il dialogo finale del Conte (qui quoto Gid)sfora nel numero di domande, e mi ha sdegnata un po’.

    Ma sdegnata per quello che dice o perché è scritto male?

    @Marco. Il fatto che non si possano resuscitare i morti (in generale che non si possano “copiare” le coscienze) è un punto importante della storia. Lo riprenderò in seguito da un altro angolo, così apparirà più “vero”. Spero.


  9. Premesso che il capitolo a me piace (sono già contento che ci sia),

    Le lunghe e sottili zampe del ragno cercano i punti più adatti dove far presa tra la ghiaia. L’insetto supera un sassolino e passa davanti alla punta della scarpa.

    Qui mi sono ricordato di un punto de Il Silenzio degli Innocenti, me lo sono andato a rileggere:

    “[...] Non metta i ragni fra gli insetti” avvertì il guardiano. “Gli studiosi dei ragni le salterebbero addosso.”

    Una veloce ricerca pare dare ragione a Thomas Harris. Poi se è il POW di Silvia a pensare “ragno=insetto” allora ignora pure questo commento.


  10. In effetti mi sono espressa in maniera ambigua… lo “sdegnare” era riferito alle domande. Mi spiego: nel dialogo, i continui quesiti del Conte danno un senso di pleonastico, di inutile, e mi hanno distratta dalla storia (all’inizio erano divertenti, poi ho cominciato a domandarmi se una disfunzione del cervello del coniglietto lo obbligasse a parlare per domande…O-O).
    Forse esagero, perché è un pezzo breve, ma è anche il culmine del capitolo…non so.


  11. Buone le reazioni emotive di Silvia, secondo me. E la questione della morte irreversibile mi sembra ragionevole: Silvia non ha mai dimostrato di poter recuperare informazioni disperse, almeno fino ad ora – l’importante è che la cosa si applichi poi in tutti i campi.

    Il coniglio che le dice “non hai il coraggio, gnè gnè” per farle usare la Magia non mi ha riempito di entusiasmo. E’ un sistema abbastanza abusato in narrativa – avrei preferito qualcosa di originale, oppure che Silvia lo facesse e basta. Magari era meno nel personaggio, ma la scena secondo me era abbastanza fastidiosa.

    Ho apprezzato il sistema di distruzione, invece – conservazione dell’energia a quel paese ma questo si era già detto e può andarmi bene. Le cose che rimangono evanescenti e poi svaniscono del tutto mi sembrano un’idea interessante. Appunto per questo, magari due righe di descrizione in più alla distruzione del quartiere si potevano dedicare. Comunque complessivamente ho letto abbastanza volentieri.

    Un’ultima nota: con l’atmosfera distrutta, nei secondi prima che la pressione si riequilibri Silvia dovrebbe sentire l’aria che le sfugge con forza dai polmoni, gli occhi che si gonfiano e un paio di dettagli del genere – a meno che i suoi poteri la schermino in qualche modo. Danni irreversibili non dovrebbe riportarne (anche ammesso reagisca come una semplice umana), ma non trovare i sintomi della decompressione mi ha lasciato abbastanza perplesso.

    Ciao!


  12. Cara Gamberetta,
    vorrei gentilmente farti riflettere su una cosa. Nelle tue recensioni, per pura meschinità d’animo e voglia di fare ridere, ti permetti di criticare duramente persone che sono state giudicate in precedenza da qualcuno che ha, sicuramente, capacità qualificate per emettere un giudizio. Escludendo il caso della Troisi, che invito a raggiungere l’autrice del copione dell’isola dei famosi. Ho letto per curiosità quello che hai scritto e, volendo essere del tutto onesto, se io dovessi recensire te, non esiterei per puro amore letteraio a smontarti dopo tre righe. Ovviamente, in modo molto più educato, elegante e costruttivo, di come fai tu. Trovo che sia alquanto azzardato, muovere critiche di questo genere, credendosi Dio sceso in terra. Ti invito per tanto, a riflettere e a chiunque legga, a tenere possibilmente un comportamento civile nei confronti della mia opinione personale.


  13. @Soker. Se vuoi commentare, procedi, non ti fare problemi. Intanto ti ringrazio per aver letto la storia fin qui.


  14. Ciao Silvia,

    Ho finito oggi di leggere il capitolo 12 e vorrei dirti che il libro mi piace molto. Pensavo di lasciarti qualche mia impressione a caldo, se ti fa piacere.

    Molto bella l’idea di fare un salto in avanti, mostrare rapidamente quel che succederà e poi procedere con i ricordi. Penso, però, che la sequenza dei flashback sia un po’ confusa. Mi sono piaciuti i riferimenti che hai snocciolato qui e là su quello che è successo nei mesi che Silvia ha saltato, ma credo d star facendo un po’ fatica a ricostruire il tutto. L’idea di per sé è validissima, ma forse dovresti apportare qualche correzione.

    La parte in cui mostri per la prima volta l’anello, per esempio. Ho dovuto rileggere più di una volta il punto in cui parli della scenata e del dover perdonare Roberto se paga internet (lo so che non è quello il fulcro, è giusto per indicare il passaggio), ma ho ancora le idee un po’ confuse. In un passaggio precedente hai parlato di Roberto avvolto dalle fiamme di un incendio, al che io ho pensato fosse morto, e adesso non so se i flashback sono in ordine cronologico o meno.
    Se lo sono, suggerirei di dare una controllata agli indizi e alle allusioni che hai infilato qui e là. Il problema è che inizi con un primo flashback in cui già fai allusioni a cose successe in precedenza ma mai mostrate, ovvero dopo la fine del normale “continuum”. Come lettore mi sono sentito un po’ spaesato e anche adesso non sono sicuro di come inquadrare il tutto. Perché Roberto era tra le fiamme? È morto? Quando ha dato l’anello a Silvia? Perché Silvia è arrabbiata? (questo mi sembra che non sia ancora stato spiegato)

    Un altro passaggio strano è quando Silvia lo incontra nel cantiere: mostri che i suoi occhi sono orbite vuote e che gli mancano le labbra, ma la reazione di Silvia (non troppo turbata) mi confonde. Come lettore non so cosa pensare. Mi stai forse suggerendo che Silvia non è turbata perché già sapeva della natura del ragazzo? L’aveva scoperto in un episodio precedente? È ormai talmente immersa nella sua nuova vita di maga da non stupirsi più di nulla? “Gli occhi sono due cavità vuote” è da intendere come una semplice metafora?
    Se Silvia non è troppo sconvolta perché già sapeva (magari grazie all’episodio di Roberto tra le fiamme), allora perché è così “poco turbata” quando pensa a lui e all’anello dopo l’incontro con l’ombra?

    Per quanto riguarda i sogni e la ragazza nella casetta, mi sono chiesto se il sogno che Silvia fa quando si addormenta all’ospedale (la dottoressa le dà un sonnifero e lei perde i sensi) sia un sogno della Silvia del passato o della silvia del futuro. Mi spiego. Se la Silvia di luglio si ritrova proiettata a fine ottobre e poi sogna la casetta sulla collina, la ragazza con gli occhi verdi ha per caso esperienza di tutte le “visite” precedenti che Silvia ha fatto nei mesi trascorsi? O la cronologia di quei sogni rimane stabilmente ancorata alla percezione di Silvia?


  15. @Tom. Grazie per aver letto e commentato.

    Hai ragione che i flashback possono confondere. È dovuto al fatto che in origine volevo narrare la storia in maniera lineare (e così era stata progettata), poi, arrivata al capitolo 5, non mi veniva di scriverlo come volevo. Così mi sono detta: “Proviamo a mischiare le carte!” E ho deciso per continuare in maniera non-lineare. Quando finirò il romanzo è probabile che mantenga la struttura non-lineare ma riordini gli eventi perché siano più chiari.

    Il significato della casetta in sogno invece si capirà solo alla fine. Diciamo che la casetta è “fuori dal tempo”.


  16. Ah, sì, la storia della casetta posta alla fine del tempo mi è piaciuta moltissimo. Bella anche la parte in cui Silvia distrugge le stelle e lascia buchi neri!
    Dato che dici di voler ricontrollare, ti riconfermo che la parte che secondo me dà problemi è il primo flashback. Inizi con allusioni a cose successe in precedenza e poi prosegui in ordine cronologico. Forse qualche indizio in più gioverebbe.

    Allora buon proseguimento! (anche con il romanzo di guerra)
    Saluti!


  17. Tom mi ha preceduta di pochi giorni, io ho finito ora questo dodicesimo capitolo (e ora che i blog sono riaperti, spero a breve nel seguito:) ).
    Ti confermo la sua impressione, anche io riesco a collocare alcune scene, ma altre no, pur rileggendole… ho anche cercato di immaginarle su una “striscia del tempo” tipo quelle che facevo a scuola, ma alcune proprio non le saprei collocare. E’ frustrante, anche perchè il racconto mi piace, e molto! avere invece la sensazione in alcuni momenti di vagare nonsodove-nonsoquando mi fa uscire dalla storia.

    L’unica altra nota che mi viene in mente è sullo “show, don’t tell” di cui ho imparato molte sfaccettature grazie al tuo articolo sui gamberi di pochi giorni fa: non so se hai saputo di essere stata citata sul blog della Nuova Editoria (di cui leggo qualcosa da poco e con diffidenza, devo dire), dove si dice che molti cosiddetti grandi autori raccontavano, non mostravano, ed erano efficaci lo stesso, e quindi di non chiudere la scrittura nelle solite gabbie ecc. ecc.
    Ecco, ti confesso che in alcuni momenti in cui ci mostri le cose in effetti calchi un po’ la mano e si percepisce… mi riferisco in questo capitolo, ad esempio, al tempo fuori dalla casetta o al palazzone della dottoressa, mentre ho trovato sempre adattissime le sequenze sulle sensazioni di Silvia. Forse in alcuni momenti varrebbe la pena di non soffermarsi sui dettagli, o meglio sceglierne qualcuno in meno: in ogni città esistono palazzi come quelli della dottoressa, e ciascuno di noi è in grado di figurarseli già al primo accenno! Tanto verranno comunque rasi al suolo nel giro di poche righe, no?

    Scusa la lunghezza, spero di aver portato una riflessione costruttiva, e aspetto impaziente il futuro di Silvia!


  18. E’ frustrante, anche perchè il racconto mi piace, e molto! avere invece la sensazione in alcuni momenti di vagare nonsodove-nonsoquando mi fa uscire dalla storia.

    Come risposto a Tom, hai ragione. Anche se credo che certe cose saranno più chiare leggendo il seguito – appena avrò tempo di scriverlo.

    [...] non so se hai saputo di essere stata citata sul blog della Nuova Editoria (di cui leggo qualcosa da poco e con diffidenza, devo dire), dove si dice che molti cosiddetti grandi autori raccontavano, non mostravano, ed erano efficaci lo stesso, e quindi di non chiudere la scrittura nelle solite gabbie ecc. ecc.

    Vedo. Mi sembrano appunto i soliti discorsi ecc. ecc.: banalità senza senso.

    [...] in ogni città esistono palazzi come quelli della dottoressa, e ciascuno di noi è in grado di figurarseli già al primo accenno!

    Ok, anche se probabilmente più che i troppi dettagli è il fatto che non sono dettagli abbastanza curiosi/interessanti.

    Scusa la lunghezza, spero di aver portato una riflessione costruttiva, e aspetto impaziente il futuro di Silvia!

    I commenti sono sempre graditi, perciò ti ringrazio di aver lasciato il tuo, e ti ringrazio di aver letto fin qui. Sono felice che nel complesso ti sia piaciuto. ^_^


  19. A me la descrizione del palazzo non è dispiaciuta. Non mi è rimasta in testa, vero, ma non mi ha nemmeno annoiato.
    Secondo me potresti aggiungere qualche dettaglio dinamico. Ora come ora l’unico indizio della presenza di altri condomini è il suono di una radio. Prova ad aggiungere qualcuno che urla, un gruppetto di bambini che si inseguono in bicicletta nello spiazzo, una donna che stende il bucato in balcone, i Testimoni di Geova al citofono, ecc…

    OT: Il conte che maneggia cavi e saldatore mi ha fatto tornare in mente il coniglio nano che avevo da bambino. Se lasciato libero si divertiva a rosicchiare i fili elettrici (lampade, generalmente). Dimostrava di essere molto intelligente, però, perché rosicchiava solo il negativo o il positivo, mai insieme, e quindi non prendeva la scossa.


  20. Racconto molto carino. Mi ricorda Neil Gaiman ne “I Ragazzi di Anansi”. Lo hai letto? Se non lo hai fatto, penso che ti aiuterebbe a perfezionare il tuo stile.


  21. @Pazuzu. Non ho letto quel romanzo di Gaiman. Ho visto però che è uno spin-off di American Gods, dunque… non lo leggerò! ^_^ Non sono una grande fan di Gaiman, lo trovo sempre un po’ noioso.


  22. Ciao! Seguo S.M.Q. perché è una delle storie più originali che mi sia capitato di leggere ma commento solo ora perché, sfortunatamente, l’ho scoperta quando Gamberi Fantasy aveva ormai chiuso…
    In realtà volevo aspettare il capitolo 13 per fare il primo commento ma ci ho ripensato perché volevo farti qualche domanda in merito alla storia.
    …O forse più che domande sono “refusi”.
    La prima è sull’abbigliamento.
    Nel capitolo in cui Silvia si porta in camera il Conte è in mutande sul letto e poi si infila i pantaloni del pigiama. Dice che ha le gambe coperte di fragoline… Usa i pantaloni lunghi a luglio?
    La stessa cosa per la mamma, quando Silvia torna dal suo incontro con Roberto (il secondo, perché il primo in cui scopre la vera natura del suo boy non ci è stato ancora mostrato!) è in vestaglia.
    La vestaglia a luglio/agosto?
    Hanno un condizionatore d’aria?
    Altra domanda… Il risotto a luglio??? Nel primo capitolo la mamma intima a Silvia di tornare ad un orario decente per non costringerla a gettare via il risotto. Mangiano risotto a luglio? Ok, io sono quella che mangia minestra di patate a Ferragosto ma penso di essere l’unica sballata al mondo!
    Ultima domanda: quando è ambientato S.M.Q.? Silvia ha 17 anni e nel suo flashback quando è bambina e chiede la bambola della principessa Himiko il prezzo è in Euro. E’ possibile che Silvia sia stata bambina già nel periodo dell’Euro?
    Questo è un mio dubbio perché dal comportamento di Silvia sembra tanto piccola…

    Ok, finiti i refusi e le domande parliamo di qualcosa di più entusiasmante!
    Penso che suna no oshiro (castello di sabbia) di Kanon Wakeshima sia la colonna sonora perfetta per questa storia. Che ne pensi?

    Ancora tanti complimenti.
    Ciao!


  23. Nel capitolo in cui Silvia si porta in camera il Conte è in mutande sul letto e poi si infila i pantaloni del pigiama. Dice che ha le gambe coperte di fragoline… Usa i pantaloni lunghi a luglio?

    Era per farle coprire le gambe di fragoline… ^_^” Magari cambio, il tono della storia in qualche punto forse ha bisogno di aggiustamenti.

    La stessa cosa per la mamma, quando Silvia torna dal suo incontro con Roberto [...] è in vestaglia.
    La vestaglia a luglio/agosto?
    Hanno un condizionatore d’aria?

    Sì, hanno il condizionatore, è accennato nel primo capitolo. Però mi hai fatto venire in mente che quella mattina potrei metterci grandine/freddo fuori stagione che fa presagire quello che succederà di lì a qualche mese. Ci penserò.

    Altra domanda… Il risotto a luglio???

    Ehm, qui non so. Io lo mangio sempre… È così strano?

    Ultima domanda: quando è ambientato S.M.Q.? Silvia ha 17 anni e nel suo flashback quando è bambina e chiede la bambola della principessa Himiko il prezzo è in Euro. E’ possibile che Silvia sia stata bambina già nel periodo dell’Euro?

    È ambientato nell’anno in cui scrivo. Perciò prima era il 2009, se, come spero, lo finirò quest’anno, sarà 2011. Con 12 anni di margine direi che non c’è sicuramente problema.

    Penso che suna no oshiro [...] di Kanon Wakeshima sia la colonna sonora perfetta per questa storia. Che ne pensi?

    Non saprei, la canzone mi piace, però forse è un po’ troppo melancolica.

    Ancora tanti complimenti.

    Grazie. E grazie per i commenti, in effetti erano particolari a cui non avevo pensato o non ci avevo pensato abbastanza.


  24. Ciao Silvia
    sono quello della ripulita/opera derivata (gli altri non capiranno ma noi ci siamo capiti). Non avevo voluto leggere prima per non farmi distrarre dal mio… divertimento ma dopo aver visto il tuo commento del 21 novembre 2010 faccio ammenda. Ero convinto che la struttura ingarbugliata della trama fosse una peculiarità che avresti conservato anche nella stesura finale. Solo ora ho capito la tua intenzione una volta terminato il romanzo era riordinare le scene in un continuum di cause e effetti ben concatenati. Mi spiace di aver emesso un giudizio affrettato: forse sono stato fuorviato dalla mia abitudine di essere il più consequenziale possibile fin dai primi abbozzi. Mi scuso per avere malinterpretato… e buon proseguimento.


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