Capitolo 11

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Il lampadario brucia di luce gialla, mi ferisce gli occhi. Il pigiama intriso di sudore mi soffoca. E mamma non la smette un attimo di camminare avanti e indietro fuori della camera. Il battere senza sosta delle pantofole mi dà la nausea.

Mi rigiro nel letto, nella trincea che ho scavato tra le lenzuola. Mi volto verso il comodino, sfioro con le dita umide il quadrante della sveglia. Le quattro e dieci minuti. È la terza notte di fila che non chiudo occhio.

Copro la faccia con il cuscino. Non sono abituata a dormire con la luce accesa, mi dà fastidio, mi sembra di essere rinchiusa in una stanzetta bianca sempre illuminata. Una stanzetta con le pareti imbottite, come quelle dei manicomi nei film. Una stanzetta sorvegliata ventiquattro ore su ventiquattro.

E poi mi gratta dappertutto. Mi prude la nuca, mi prude la schiena tra le scapole, mi prude dietro le ginocchia, mi prude in mezzo alle dita dei piedi. Che strazio! Devo rassegnarmi: dormire imbacuccata con tanto di calze è impossibile in pieno agosto.

Allento il primo bottone della giacca del pigiama.

Non pensare ai tentacoli di tenebra. Non pensare alle ombre.

La luce le terrà lontane.

Non pensarci.

Mi sporgo oltre la sponda del letto per controllare la situazione. Tengo la lampada del comodino sdraiata sul pavimento, in modo che possa scacciare il buio sotto il letto. Inclino il collo di plastica della lampada un po’ più verso destra. I centoventi watt della lampadina investono la tana dell’Uomo Nero. Lì le ombre non potranno più nascondersi.

I passi fuori della porta si fermano. «Silvia, sei ancora sveglia? Va tutto bene?»

«Sì, sì, non ti preoccupare.»

L’andirivieni ricomincia.

Quando mamma mi ha chiesto dell’anello, dovevo rimanere zitta.

Invece sono bastati pochi accenni innocenti per creare un casino.

Mamma mi vuole trascinare dai carabinieri, e se domani non l’accompagno, ci va da sola. Dobbiamo denunciare Roberto. Il bastardo mi ha rapita e violentata. O qualcosa del genere, mi venisse un accidente se lo so. Mamma invece crede di aver capito tutto. Nel suo mondo fantastico ogni particolare combacia: dormo con la luce accesa perché sono terrorizzata dopo il trauma subito; non voglio coinvolgere papà perché mi vergogno a raccontare quello che mi è successo a un uomo.

Spingo più forte il cuscino contro la faccia. Sì, mi vergogno a coinvolgere papà, mi vergogno io per mamma, per quanto è stupida ed egoista. È sempre stata un’egoista. Prima, se le cose non giravano per il verso giusto, era colpa di papà; adesso, se la cara figlia non si comporta da bigotta cretina come lei vorrebbe, è colpa di Roberto che l’ha plagiata. Se non l’avesse cacciato, sono sicura darebbe responsabilità persino al Conte. Sbagliano tutti. Tranne lei. Proprio.

Toc, toc, toc, toc. I tacchi di gomma delle pantofole.

«Mamma, ti prego! Vai a letto, mi dà fastidio che cammini avanti e indietro.»

I passi si allontanano. Il cigolio di una porta. Tintinnio di stoviglie e posate. Rintocchi sul vetro. Acqua che scorre. Gorgoglii. Mamma si sta mettendo a lavare i piatti. Che ha già lavato. Come se così facesse meno baccano.

Scuoto la testa. Mi fa quasi pena quando recita la parte della mamma preoccupata. Crede che ci caschi? Di me non gliene frega niente, lo so, le importano solo le sue fisime.

Mi tiro seduta con la schiena contro la spalliera. Finisco di sbottonare la giacca del pigiama. La sensazione di fresco sulla pelle dura appena un attimo. L’alito di vento che entra dalla finestra è caldo; sembra il fiato tiepido di un cane.

Inutile insistere, anche questa notte non si dorme.

Domani dovrò procurarmi dei sonniferi.

Apro l’anta del comodino. La ciotola della frutta candita è piena di sassi: il risultato dell’ultima lezione di Magia. Potrei esercitarmi un altro po’, magari mi affatico abbastanza per prendere sonno.

Capovolgo la ciotola sul materasso. Dispongo le pietre a semicerchio. Il primo sasso dello schieramento l’ha raccolto in cortile il coniglietto. Ha le dimensioni e la forma di un uovo. Un capo è leggermente schiacciato e una cicatrice attraversa la pancia della pietra. Il colore è grigio cenere punteggiato da grigio più chiaro; i bordi della cicatrice sono marrone. Sotto lo sfregio, un grumo di sabbia bianca si è fuso con il sasso. Faccio scorrere i polpastrelli lungo il profilo del ciottolo. La superficie è irregolare, come la scorza di un mandarino.

Lancio in aria il sasso e lo riprendo al volo.

È un comunissimo sasso.

Che non sono riuscita a replicare.

Gli altri sassi sono i miei tentativi falliti. Il Conte mi ha chiesto di creare una copia del suo sasso usando la Magia. Io ho ottenuto sassi sbilenchi, sassi che somigliano a feti abortiti, sassi troppo gonfi o troppo allungati. E non ho neanche provato a riprodurre la cicatrice o l’incrostazione di sabbia.

Sono negata a modellare con la Magia come sono negata a disegnare. Anche quando ricalco i manga combino pasticci, non ho la mano abbastanza sensibile per seguire bene le curve, e poi la matita mi sfugge sempre.

Il coniglietto si è pure arrabbiato. Quante volte te lo devo ripetere, Silvia? Non devi guardare il sasso. Non devi toccare il sasso. Non devi affidarti ai cinque sensi, un vero Mago non ha bisogno dei sensi! Secondo lui, un vero Mago percepisce direttamente l’informazione alla base della realtà.

Insomma non importa se divento cieca o sorda. O non dormo più.

Questo casino non poteva capitare ad Angela?

Poso il sasso del Conte sul palmo della mano. Se riuscissi in questo esercizio sarebbe meraviglioso, non avrei bisogno di ricattare nessuno, né di scommettere sulle partite: potrei copiare le banconote!

Chiudo gli occhi. Il battito accelera. La realtà vibra e si scioglie in un lago di polvere nera. Il sasso si sfalda in una spirale di minuscoli granelli. Non esiste più, ma l’informazione in grado di generarlo è ancora presente. Non copiare quello che vedi, non copiare quello che tocchi, copia l’informazione, ha spiegato il Conte. L’informazione è scritta sulla superficie dell’Universo.

E dove se no? Scema io a chiedere indicazioni.

Se penso al sasso, increspature turbano la calma del lago di polvere. Forme incerte si contorcono e assumono l’aspetto della pietra. Ma non è il sasso originale, è solo il mio ricordo del sasso.

Stupida Magia!

Riapro gli occhi. Il sasso è scivolato sul fianco. La cicatrice è una bocca socchiusa, il grumo di sabbia un pizzetto: la pietra è una faccia che sogghigna. La scaglio fuori dalla finestra.

Forse mi manca lo stimolo giusto. Apro il cassetto del comodino e ci frugo dentro. Una moneta da cinquanta centesimi è accucciata sotto il fazzoletto.

Meglio che niente, e meglio del sasso.

Sistemo la moneta al centro del palmo. Inspiro. I battiti del cuore si susseguono sempre più rapidi.

Fracasso di piatti che si rovesciano sul pavimento.

Congratulazioni, mamma.

Brava. Davvero, brava. Non facevi abbastanza baccano, vero? Dovevi sfasciare i piatti per essere contenta.

L’eco del frastuono si spegne. Rimane in sottofondo lo scorrere dell’acqua. Nessun altro suono. I passi di mamma? Non si lamenta? Si è sentita male? Sarà tutta una sceneggiata, così riesce a tirar dentro papà anche se io non voglio.

Ributto la moneta nel cassetto e raggiungo in punta di piedi la porta.

Adesso sentirò il raspare della scopa e il tintinnio dei cocci spinti contro la paletta.

Il fruscio dell’acqua. Nessun altro suono.

Socchiudo la porta e mi affaccio sul corridoio.

«Mamma?»

I piatti erano impilati male e saranno caduti da soli mentre mamma era fuori per buttare la pattumiera. Alle quattro di notte?

«Mamma? È successo qualcosa?»

Una lama di luce taglia il buio del corridoio dove si apre il vano della cucina. «Mamma?»

Picchiettio, gocce di pioggia sulle piastrelle. L’acqua deve aver superato il bordo del lavello e ora cola sul pavimento.

Sbuffo. Mi tocca andare a controllare.

 

«Mamma, si può sapere che diamine–»

Rimango immobile sulla soglia della cucina.

Il tavolo è rovesciato sul fianco. Piatti e bicchieri sono in frantumi. Le schegge galleggiano in un lago di acqua sporca e schiuma di detersivo. La stanza puzza di detergente all’arancio.

«Mamma?»

Un mugolio.

Alzo il viso.

Mamma è inchiodata al soffitto, accanto al lampadario. È imprigionata in un intrico di filamenti spugnosi. Un artiglio le trapassa la pancia. Le altre zampe del mostro perforano l’intonaco.

Il ragno di smeraldo è enorme, occupa un intero quarto del soffitto. La testa della creatura è china su mamma. Il sangue scorre dalla ferita allo stomaco e disegna il profilo della zampa. Gocce rosse cadono sui cocci, battono contro il fondo di una pentola.

Mamma spalanca la bocca. Non può urlare, la sostanza spugnosa le riempie la gola. Il ragno ruota la testa verso di me. La mia immagine si riflette deformata negli otto occhi di cristallo, poi la creatura torna a dedicarsi a mamma. Lo scrosciare che viene dal lavello non copre gli altri suoni. Il rumore dei tessuti che si lacerano, delle zanne che affondano nella carne.

Il ragno sta divorando mamma.

Stringo il legno dello stipite. Le unghie si spezzano. Mi tremano le gambe. Non so cosa fare. Il cuore batte veloce. Troppo veloce. Non posso usare la Magia se non mi calmo.

Scintille avvolgono i bracci del lampadario. Le lampadine affievoliscono e si spengono. La stanza piomba nel buio. L’addome gonfio del ragno pulsa di fosforescenza verde.

Mamma geme piano. Il viso terreo, gli occhi sbarrati. Le gocce di sangue sono diventate rivoli. Il rumore della carne strappata mi rimbomba nelle orecchie, è un frastuono che stordisce. Le gambe cedono, cado in ginocchio.

Tengo lo sguardo basso, sull’acqua che si tinge di rosso. Il cuore non rallenta. I battiti si susseguono violenti, si accavallano, non riesco a separarli. Mamma muore e non sono capace di dare inizio alla Magia, non sono capace di fare niente. Niente. Lacrime mi pungono gli occhi.

Il lago di acqua e sangue mi scorre tra le dita. Mamma geme con voce soffocata. Premo i palmi contro le orecchie. Non voglio più sentire, voglio solo che tutto questo finisca.

 Schizzi di sangue caldo mi bagnano le guance. Sollevo il viso. Mamma è caduta dal soffitto. Il corpo è stato tranciato in due all’altezza dello stomaco. Le gambe sono finite dietro il piano rovesciato del tavolo, il tronco è rotolato davanti a me.

Scaglie di vernice piovono sulle spalle di mamma. Il mostro si muove; ogni volta che sposta una zampa, si staccano dal soffitto frammenti di intonaco.

Il ragno raggiunge la parete più lontana. Le due zampe anteriori schiantano le ante della credenza. La creatura scende rasente il muro. Devasta la cassettiera più in basso. Scivola giù dalla parete, si rimette dritta sul pavimento.

Deglutisco. La gola è secca, brucia a ogni respiro. Devo scappare, ma i muscoli sono indolenziti, i tendini rigidi. E gli occhi di mamma mi paralizzano. Dietro i capelli impiastricciati di muco e sangue, le iridi azzurre sono fisse su di me.

Mamma, ci ho provato. Sul serio, ho provato, ho cercato di aiutarti. Ci ho provato! Ma non potevo fare niente. Niente. Niente. Niente.

Le zampe del ragno sbriciolano le piastrelle. Un artiglio d’oro fracassa una sedia. Un secondo artiglio si abbatte sulla testa di mamma; trafigge la tempia e fuoriesce dalla bocca socchiusa, frantumando i denti.

Mamma non mi fissa più.

Sgattaiolo all’indietro, spingendo con i talloni e i gomiti. I cocci dei piatti strappano le calze e mi feriscono i piedi. Il mostro scatta in avanti. Le zampe colpiscono la parete ai lati della porta e sfondano il muro. Incrocio le braccia davanti al viso per proteggermi dai calcinacci. Un tanfo dolciastro mi invade le narici e mi torce lo stomaco.

Il ragno incombe su di me, il muso bavoso a un palmo dalla faccia. Dietro la superficie levigata di smeraldo, ingranaggi d’ombra stridono e ticchettano. Ruote dentate nel collo del ragno compiono un giro completo. La creatura piega la testa di lato. Le fauci si dischiudono.

«Non sei stufa di dover sempre chiedere i soldi a tua mamma?»

La voce è quella di Elena.

«Cosa…» Le lacrime mi velano la vista. «Cosa vuoi da me!»

«Il mio Padrone saprà convincerti» dice la voce di Roberto.

 

* * *

 

L’asciugamano mi bagna le labbra secche, pulisce le guance e la fronte. «Quelli del piano di sopra devono essere in vacanza» sussurra il Conte, accovacciato sulla mia spalla. «Ma presto l’acqua filtrerà attraverso il pavimento. Devi metterti qualcosa addosso e dobbiamo andarcene.»

Le gambe non mi appartengono. Sono sciolte nella melma. L’acqua lurida si è mescolata con il sangue, il detersivo per i piatti, il muco del ragno e il cervello di mamma che cola fuori dal cranio fracassato.

Stringo gli occhi per trattenere le lacrime. Schegge di luce irrompono dalla finestra. La cucina luccica. Migliaia di frammenti e schegge scintillano. Anche il ragno risplende, alla deriva nel liquame. Si è ritrasformato in anello.

«Voglio chiamare papà» mormoro.

Il musino del Conte mi carezza l’incavo del collo. «No, non capirebbe. E metteresti in pericolo anche lui. Andiamo via. È ancora presto, non ci vedrà nessuno uscire.»

«Non sono stata capace di fare niente.»

«Non è stata colpa tua.» Il coniglietto si cala sul pavimento. «Vado in camera a prenderti i vestiti.»

Le gambe di mamma galleggiano contro lo sportello spalancato del frigorifero. Un filo bianco scende dal cartone del latte a lunga conservazione. Il latte gocciola sulle caviglie gonfie, macchia le pantofole.

Mamma è morta per colpa mia.

«Le prime cose che ho trovato.» Il coniglietto molla la presa sulla manica di una maglietta. La distende sulle piastrelle ai margini del lago di poltiglia. «Corro a prenderti anche le scarpe e i pantaloni.»

Sfioro il cotone della maglietta con le dita. Dammela che è da lavare, dice mamma.

Tiro su con il naso. Singhiozzo. Mamma è morta per colpa mia.

 

I gradini delle scale si confondono gli uni negli altri. Mi gira la testa; mi aggrappo al corrimano per non svenire. Affronto uno scalino alla volta, come le vecchie. Quando arrivo al pianterreno, mi appoggio al portone. Ansimo e non riesco a riprendere fiato.

Lasciarmi scivolare a terra. Stringermi le ginocchia al petto e piangere forte. Non desidero altro. Ma non posso farlo. Non qui.

La cabina dell’ascensore traballa. Qualcuno sta scendendo. Come stai ti senti bene è successo qualcosa se hai bisogno basta che lo dici adesso chiamo aiuto se posso fare altro. Le porte della cabina cigolano, io spingo il portone ed esco in cortile.

Il Conte zampetta avanti a me sul sentiero di ghiaia. «Seguimi.»

 

* * *

 

Le pale del ventilatore girano lente. Rivelano e nascondono la ragnatela cresciuta sul soffitto. Un intrico di filamenti grigi. Un intrico che cerco di studiare in ogni dettaglio, anche se mi dà la nausea. Non posso distrarmi. Se mi distraggo rivedo la faccia di mamma; la faccia pallida, la bocca spalancata, i capelli imbrattati di sangue.

Artiglio la coperta azzurra, lacrime scendono lungo le guance.

Un tintinnio alla mia destra. Il Conte ha buttato sul comodino la chiave della stanza. «Qui saremo al sicuro. Per un po’.»

Riprendo a fissare l’intonaco sporco. Il ventilatore ronza, le pale ruotano piano, la ragnatela appare e scompare. Mamma urla, ma non giunge alcun suono, perché i filamenti grigi le hanno invaso la gola.

«Purtroppo non ho trovato molti soldi in casa» continua il coniglietto. «Possiamo permetterci questa fogna di pensione per due, tre giorni, non di più.»

«Voglio chiamare papà.»

Voglio alzarmi in punta di piedi dietro mamma e papà, mentre siamo in fila per entrare al cinema, un giorno di dicembre. Voglio tirare l’impermeabile di mamma e trascinarla dove vendono le bambole di Himiko. Mamma ha promesso che me ne comprava una. Ha promesso di regalarmi Himiko in abito da sposa, come nella scena del ballo a corte. Va bene, allora i biglietti li faccio io, dice papà.

Il Conte balza sul letto, le zampette affondano nella fodera del cuscino. «Adesso devi solo chiudere gli occhi e cercare di dormire. Questa sera ti voglio in forma. Avremo molto da fare.»

«Basta esercizi. Basta Magia.» Mamma fruga nel portamonete, le mancano venti centesimi. Intanto io già cerco di strappare la plastica trasparente che avvolge la bambola. «Non voglio diventare un Mago.»

Il coniglietto recupera il pacchetto di sigarette da sotto la pancia. Prende una sigaretta e la infila in bocca. «Tu sei un Mago. Non soffrire inutilmente. Un Mago non piange, sono i suoi nemici a versare le sue lacrime.»

La punta della sigaretta arde di rosso. Il fumo si alza in spirali che si disperdono intorno al ventilatore. «Roberto continuerà a farti del male finché non accetterai la sua proposta. Vuoi continuare a soffrire?»

«Forse…» Questo però è l’ultimo capriccio, dice mamma. Mi prende per mano e torniamo da papà, che ha raggiunto la biglietteria. «Forse dovevo acconsentire. L’ho fatto arrabbiare. È colpa mia.»

«Strappagli il cuore.» Gli occhietti carbone del coniglietto luccicano. «Strappagli il cuore, se ne ha ancora uno. Chi è morto non può più essere arrabbiato con te.»

La camera puzza di sudore, l’aria è impregnata di polvere. Ogni respiro costa fatica. Vorrei smettere di respirare, smettere di vivere. Vorrei tornare davanti alla biglietteria con mamma e papà.

Una zampetta mi scosta i capelli appiccicati dalla fronte. «Ne riparleremo dopo che ti sarai riposata. Su, chiudi gli occhi e cerca di dormire un pochino. D’accordo?»

Accenno di sì con la testa.

Papà scosta la tenda amaranto. Cerchiamo dei posti vicini, dice mamma. Non troppo davanti. Mentre camminiamo tra le file di poltroncine, si abbassano le luci. Il proiettore frulla, lo schermo si illumina.

Il coniglietto salta giù dal cuscino e si arrampica sul davanzale della finestra. Si aggrappa alla corda della tapparella. Le stecche di legno scricchiolano e si sollevano di una spanna.

«Riposati, io penserò a requisire i soldi che ci servono. Devo anche verificare un indirizzo.» Il Conte dà un lungo tiro, poi getta via la cicca. «Quando sarò tornato, ti insegnerò a uccidere.»

Coniglietto e ragno

 

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32 Commenti to “Capitolo 11”


  1. Spero che la macelleria vi sia piaciuta, anche se la scena dovrebbe suscitare un minimo di emozione al di là del gore.


  2. Sì, la scena è descritta bene. Personalmente ho patito più che provare compiacimento :)

    C’è un piccolo refuso:

    Scivola giù dalla parete, e si rimette dritta(o) sul pavimento.


  3. ottimo splatter raffinato il particolare dello sguardo della madre prontamente violato dalla bestia

    rende bene l’ineluttabilità

    nel complesso un capitolo intenso, non giunge al coinvolgimento della trapanazione che rimane il capitolo meglio scritto.
    Arrivati a questo punto viene voglia di conoscere meglio il passato del conte prima che diventasse grumo (non che come coniglietto non sia uno strafigo)


  4. Concordo con igorilla, essendo grumo il conte il personaggio più bello, magari un capitolo a lui dedicato sarebbe bello.
    Non essendo io un amante dello splatter, la scena era decisamente più toccante che divertente.
    Un bel capitolo, ma a me continuano a piacere di più gli spezzoni “al termine dell’universo”.
    Comunque complimenti (= adorazione esaltata dell’icona decapode).


  5. Gamberetta sei bravissima!
    questo capitolo è scritto benissimo, forse mi è piaciuto di più di quello della trapanazione.
    hai raggiunto alla perfezione il tuo scopo, splatter con emozione.
    son veramente curiosa di leggere i prossimi capitoli.


  6. Bel capitolo, anche per me che sono piuttosto insensibile alla macelleria. Soprattutto ora posso tener viva la speranza di vedere Roberto fatto a pezzi! Sono curioso di leggere come descrivi un vero duello a colpi di magia.


  7. @igorilla. / @Maudh. Credo che il Conte rimarrà un “mistero” fino al termine del romanzo. Anche se ci saranno altri personaggi che parleranno di lui.

    @Vania. Grazie!

    @Marco. Perché vuoi vedere Roberto fatto a pezzi? Magari non se lo merita…


  8. Se non se lo merita meglio, vuol dire che la trama prenderà direzioni inaspettate. Io sono solo curioso di vedere uno scontro di magia: date le premesse, dovrebbe essere a dir poco spettacolare (e catastrofico!)


  9. In realttà non volevo commentare, perché il capitolo non mi è piaciuto affatto (per motivi personali), però una cosa vorrei segnalarla: la scena del ragno che trapassa la testa è abbastanza banale da non suscitare alcuna emozione, e neppure ribrezzo. Inoltre non ho capito come sia possibile che la zampa entri nella testa (si suppone mentre l’essere la poggia a terra) per uscirle dalla bocca. Se la madre “guarda” Silvia, significa che la testa è posata di lato, con la tempia sul pavimento. La zampa quindi entrerà dall’altra tempia. E allora come mai gli esce fra i denti?
    Probabilmente non c’è l’errore, perché ho visto che nessuno l’ha segnalato. Mi piacerebbe solo sapere come intendevi la scena quando l’hai scritta.
    Comunque questo tipo di profanazione del cadavere è una cosa vista mille volte, e io la cambierei.


  10. Il capitolo mi è piaciuto molto. In particolare mi è piaciuta l’ultima parte, dove i ricordi di Silvia interrompono di continuo la narrazione senza un filo logico. Certo, è un modo un po’ standard per mostrare lo shock della perdita, ma se usato bene è sempre di grande effetto.

    Due appunti:

    1)

    Sbagliano tutti. Tranne lei. Proprio.

    Ma per caso sei siciliana? “E a te che ti frega?” dirai.
    Mi è venuto il dubbio leggendo questo passaggio. Il “proprio” messo così, da solo, a fine frase… Ho sempre pensato fosse un’espressione (o più che altro un’impostazione) tipicamente siciliana. Forse mi sbaglio, ma se non è così mi chiedo se sia chiaro il tono e il significato del “proprio” per chi non è della Sicilia e dintorni.
    Tra l’altro non è la prima volta che imposti la frase in questo modo, e anche altre cose lette qua e là per il Blog mi avevano fatto pensare che fossi siciliana… ma ripeto, forse mi sbaglio.

    2)

    «Cosa…» Le lacrime mi velano la vista. «Cosa vuoi da me!»

    Le domande retoriche non vanno scritte comunque con il punto interrogativo?
    In questo caso basta il contesto a far capire che “Cosa vuoi da me” non è una vera domanda, ma una sorta di urlo isterico.


  11. Il miglior capitolo finora, a mio modesto parere ^_^ E’ la prima volta che ho patito per Silvia, nonostante si sapesse già da mo’ che sua madre era morta. Sicché tanto di cappello ^_^
    Con questo capitolo direi che la storia ha decisamente ingranato. Spero che aggiornerai presto.
    P.S. Una nota: non ho capito come è messa la testa della morta °_°


  12. @GiD.
    1) Non sono siciliana. Credo.

    2) Non ho messo il punto interrogativo perché appunto è più un urlo che una domanda. Potevo mettere “?!” ma non mi piaceva, era troppo “squillante”, da fumetto, in una scena che invece dovrebbe essere drammatica.

    @Momo. / @Clio. Teschio e zampa veri:

    Ma comunque specificherò meglio.


  13. Ah, ok… allora mi sono proprio sbagliato! :D


  14. A ma sembra un po’ cliché che sua madre muoia così, subito… senza ovviamente sapere niente… squartata orribilmente… e il ragno, se era meccanico, come mai se la stava mangiando? Com’è possibile? E se era solo un giocattolo, e non la stava sgranocchiando, possibile stesse infierendo in modo molto da “umano”?
    Comunque ben scritto, anche se già visto! ^_^


  15. Niente di meglio di un’immagine del genere per spiegare. Però è vero che potresti esplicitarlo.

    Per rispondere a Gid, io sono romana, e il “proprio” l’ho capito benissimo ;-)


  16. @ Momo

    Perfetto! Ora so che posso inserirlo nei racconti senza problemi :)

    Scherzi a parte, quello del dialetto (anche se sarebbe più corretto dire italiano regionale) è un bel problema, almeno per me. A volte, mentre scrivo, mi blocco su una frase e mi viene il dubbio che sia un’espressione o un modo di dire strettamente siculo. E lì sono cavoli, perché il dizionario può aiutare solo fino a un certo punto…
    Per esempio sono andato a cercare “fisima”, convintissimo che fosse un termine dialettale siciliano. Come pensavo fosse tipicamente siciliana anche l’espressione “preciso identico” (non tanto per i due termini usati, ma proprio per l’uso di questi due sinonimi uno dopo l’altro).
    In tutti e due i casi mi sono sbagliato: “fisima” è italianissimo, e “preciso identico” lo ha usato un paio di volte anche Gamberetta, che siciliana non è.

    Dovrò assumere un consulente lumbard… =)


  17. GiD:

    Delitto familiare

    Lui disse a lei: “Spegni la tv, non ne posso piu’!”
    “No, non la spengo” rispose lei “son fisime le tue.”
    E lui le spense tutte e due.


  18. Mah, non so, da un paio di capitoli la storia non mi prende in modo particolare, non mi trasmette niente di niente. Mi sa proprio che il fantasy non è il mio genere


  19. Bella scena. C’è azione e ci avviciniamo al sodo. Bene!

    Refuso: scommettere sulle partire partite.

    Ciaoz


  20. Ho solo leggiucchiato qualcosa dei capitoli precedenti perché ero abbastanza sicura che non fosse il mio genere (e infatti non lo è).
    Questo è il primo capitolo che leggo per intero, perché non sono riuscita a fermarmi prima. Sarà che sono particolarmente sensibile al tema della “madre”, ma mi sono venute le lacrime agli occhi mentre leggevo: anzi, diciamo che mi sono dovuta imporre di non piangere.
    Poi il fatto che la protagonista continuasse a pensarla a chiamarla “mamma” anzicché “madre” dava un tono malinconico, infantile e quasi ingenuo al tutto che ha reso la scena ancora più triste. Per lo splatter non ho né sofferto né gioito. Il flashback finale, invece, inserito tra i dialoghi, mi è piaciuto moltissimo. Più “fumettoso” che “cinematografico”, ma di grande effetto, secondo me.


  21. Ah, dimenticavo..
    Adoro i coniglietti. Sono fissata con i coniglietti. Ne ho uno anch’io, un ariete.. :)


  22. ecco per l’anno nuovo tento l’ennesimo spoileroneeeeeee

    su alcune cose ci ho preso su altre meno e su altre ancora staremo a vedere.

    Visto gli ultimi eventi e le poche, velate, ma rivelatrici indiscrezioni di gamberetta, nelle pieghe della mia neo corteccia ingonbra di informazioni futili, come cibo tra i denti dopo la sagra del verro al cartoccio di Fano, si è delineato un disegno oscuro

    Mostra spoiler ▼


  23. @???. Grazie della segnalazione, ho corretto.

    @igorilla. Veramente sarebbe il Conte, non il Duca… in ogni caso, non ci sei andato lontano. Anche se…

    Ne approfitto per dire che, disgrazie varie permettendo, il prossimo capitolo dovrebbe essere pronto per domenica prossima. Forse, se riesco a inserirlo senza far sembrare il dialogo forzato, il Conte spiegherà perché ha l’aspetto di un coniglietto.


  24. Ho letto i capitoli: 1,2, 11.

    I primi due li trovo piacevoli, anche se niente di speciale. La scrittura non è male. Scorre molto bene, anche se in più punti c’è qualcosa che non mi convince. Alcuni passaggi sono divertenti e abbastanza brillanti.
    Questo capitolo mi è piaciuto di più. Mi è parso scritto molto meglio dei primi due, ma soprattutto la morte delle mamma mi ha messo tristezza :-( La scena è ben presentata (personalmente non ho nemmeno avuto problemi a visualizzare la testa trapassata, la forma delle zampe del ragno già la immaginavo così) e i sentimenti di Silvia sono resi abbastanza efficacemente (specialmente nell’ultimo paragrafo). Anche la presenza delle scene precedenti del rapporto madre-figlia, simpatiche e quotidiane, permettono di provare maggiore dispiacere in seguito.
    Non mi piace lo splatter gratuito, ma qui troppo gratuito non era.
    Purtroppo non ho capito bene tutto perchè non ho letto le puntate precedenti, ma ho apprezzato lo stesso.

    Sicuramente la storia di Silvia mi piace più di quella di Laura.
    Soprattutto mi piace il personaggio di Silvia, pure nei primi capitoli. Amo i personaggi “antipatici”, li trovo interessanti. Poi silvia non è antipatica sempre, questo le rende più interessante ancora :-)


  25. Veramente sarebbe il Conte, non il Duca

    v_v’

    sorry è che rimbalzando tra il blog tuo e di carronan mi sono confuso


  26. Niente da fare. Anche la terza stesura del capitolo 12 è finita nel cestino. La mia idea per questo capitolo si sta rivelando inadeguata in maniera imbarazzante. Mi spiace molto, ma ci vorranno altri giorni.


  27. mi dispiace ma la licia avrebbe già scritto 20 capitoli


  28. Ciao! Ho letto regolarmente ma commento solo ora – ho evitato perché sostanzialmente non mi è piaciuto, ma visto che sto bestemmiando contro i lurker che leggono tutto e non ti dicono niente, evito di farlo anche io :D.

    La cosa che mi ha dato più fastidio è il POV di Silvia. La stupidità del personaggio non mi sembra minimamente nella norma, non conosco una sola ragazza che dica, o possa pensare “ma lo dicono nei siti sull’ammoreh quindi dev’essere così”, o qualcosa che diceva qualche capitolo fa. Anche i continui pensieri acidi della protagonista sulla madre, sulle vecchiete, su pressoché qualunque cosa le capitino a tiro, magari saranno utili a delineare un personaggio davvero insopportabile, ma onestamente dopo un pò viene il mal di mare :S.

    Una questione più soggettiva: se il personaggio, anche fatto bene, mi sta sinceramente antipatico, finisco per perdere interesse nella storia. Se al prossimo capitolo un pianoforte a coda spiaccicasse Silvia e la storia finisse, direi “oh. ok”, mentre in genere preferisco trovarmi a tifare per il personaggio – ci sono libri in cui la morte di un personaggio mi è costata un 2-3 giorni di depressione, e secondo me è un gran risultato ;-D. Naturalmente, avrai fatto i tuoi conti: se ti piace un POV insopportabile (e a giudicare dai commenti non sei l’unica), l’hai reso piuttosto bene.

    La scena di questo capitolo sinceramente non mi ha colpito molto. Soprattutto, immagino, perché il racconto non mi ha preso abbastanza da dispiacermi per Mamma, perché ho visualizzato bene la scena, tecnicamente ottima secondo me.

    Qualche altro commento (anche su altri capitoli: scusa se non vado a farli capitolo per capitolo, ma onestamente non ho voglia di andare alla caccia delle singole parti). L’incontro con Roberto l’ho trovato molto confuso, e le reazioni di Silvia, a questo come a tutta la faccenda della magia (ma non alla morte della madre), mi sono sembrate inadeguate, a metà fra quelle di una minorata mentale Laura style e quelle di un anime inserite per far ridere più che per essere realistiche.

    Il pezzo che mi è piaciuto di più, fino ad ora, è il capitolo del risveglio in ospedale di Silvia. Mi è piaciuta la descrizione della città congestionata, l’idea della flotta in arrivo, e i ricordi mancanti.

    Mi sono piaciute anche le scene in cui Silvia usa la magia, come l’apparizione dell’Uomo Nero. Se la storia mi piacesse appena un filo di più penso che rileggerei tutto per fare ipotesi, la complicazione è a livelli interessanti (adoro le storie con informazioni incomplete da mettere assieme :D), ma per questo giro passo la mano.

    Mi sono piaciute molto anche le due (o tre) scene al termine dell’universo, e “le stelle sono così vicine che so di poterle afferrare” fa la sua porca figura come inizio scena, mi è rimasta.

    Qualche minchiosissimo dubbio scientifico. Siamo a livelli di manie mie, comunque, se anche non hai risposte per tutto non la vedo molto grave – non siamo alle freccie afferrate al volo, ecco.

    - Dalla prima descrizione che fai dei poteri di Silvia, con l’esempio del cubetto di ghiaccio, sembra che lei possa intervenire a livello quantico per modificare le probabilità. Il che è un principio molto interessante e le conferirebbe poteri enormi – far esplodere le stelle diventerebbe un giochino da niente! – ma in teoria non dovrebbe consentirle di violare il principio di conservazione dell’energia. Se è così, la vedo un pò male a fare quei giochetti con la gravità: avrebbe mille altri poteri e anche altri modi per spostare gli oggetti immagino, ma creare campi gravitazionali forse no. Come hai visto, era una minchiata sul serio ;-D.

    - Un altro dettaglio. Quando usa la gravità per muovere gli oggetti, mi pare di capire che crei un “coriandolo” che si comporta come avesse una massa elevatissima ai fini della gravità. Anche dando per buono l’appunto precedente, che è il più minchioso in assoluto, qui c’è un problema un pò più concreto: dovrebbero verificarsi effetti mareali all’interno degli oggetti vicini. Probabilmente spaccherebbe il letto, quasi sicuramente ucciderebbe il coniglio (e anche se stessa, se è influenzata dal proprio campo). Magari se creasse un campo gravitazionale uniforme – un pò come quello a cui approssimiamo quello terrestre nelle situazioni comuni – gli oggetti si comporterebbero in modo più simile a quello che hai descritto.

    Scusa per il commento molto lungo. Concludo dicendo che l’idea di fondo ha comunque un certo fascino, e che andrò avanti a leggere, perché mi ha almeno incuriosito – il che è più di quanto si potrebbe dire della maggior parte delle pubblicazioni italiote :D. Diciamo che se mi offrissi il libro completo hic et nunc a pagamento, venti euri non te li darei, ma cinque sì e per dieci ci farei un pensierino. “Laura” non sono riuscito a finirlo nemmeno gratis, quindi dal mio punto di vista c’è sicuramente un miglioramento!

    Ciao!


  29. ho appena riletto il capitolo in attesa del prossimo ^.^

    … concordo con le supposizioni di igorilla
    son curiosa curiosa di scoprire più cose su questo personaggio!


  30. non conosco una sola ragazza che dica, o possa pensare “ma lo dicono nei siti sull’ammoreh quindi dev’essere così”,

    Ah qui segnalo che, avendo letto anche il capitolo 4, sono d’accordo con selerian. In alcuni momenti l’hai resa un po’ troppo oca e scemotta.

    Non concordo invece sull’antipatia e sulle battute “cattive”, che come ho già detto mi piacciono molto.


  31. non conosco una sola ragazza che dica, o possa pensare “ma lo dicono nei siti sull’ammoreh quindi dev’essere così”,

    Purtroppo io sì =_= Silvia a volte è un po’ caricaturale, ma, vi dirò, se ne sente di peggio. Personalmente trovo che la caratterizzazione di Silvia è il punto forte della storia.


  32. Sono tornata a vedere come andavano i lavori… e devo rassegnarmi ad aspettare. Uffa. Forza “Silvia”, che c’è una lettrice appassionata qui che aspetto il seguito!

    @ Selerian e AryaSnow: Riguardo alle presunte espressioni idiote di Silvia, non so quale fosse l’intenzione del Narratore, ma a primo impatto l’avevo interpretata come una specie di autoironia. Anzi, come una presa in giro di Silvia stessa nei confronti della situazione stramba in cui si trova. In altre parole, ho pensato che volesse staccarsi dagli avvenimenti prendendoli un po’ più alla leggera, non perché sia davvero scema, ma semplicemente per non cadere nel solito autocompiangersi/riflettereseriamente.
    A me non è sembrata stupida. Però bisogna vedere l’intenzione dell’autore.


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