Capitolo 10

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«Prima il mio sogno ricorrente era di perdermi in metropolitana.»

La ragazza con gli occhi verdi ascolta immobile, le dita intorno alla tazzina di caffè. Ormai sarà freddo. Non l’ha neanche assaggiato. Devo farle notare che è maleducazione? Ho perso ore a frugare negli scatoloni per recuperare le tazzine, i cucchiaini, la tovaglia a fiori, lo zucchero, il caffè liofilizzato e i biscotti alle mandorle. Ho persino cucinato: ho aperto il rubinetto dell’acqua calda del lavello in cucina e ho preparato il caffè. Non era cattivo. E poi cosa diavolo pretende? Abita in mezzo al nulla, non ha diritto a fare la schizzinosa.

«Forse volevi un altro cucchiaino di zucchero? Meno zucchero?»

La ragazza batte una volta le palpebre. Sì? No? Valla a capire.

«Dicevo, qualche volta sono sola nei tunnel della metropolitana. Altre volte mi accompagna Elena. O Angela. Vaghiamo nel sottosuolo, al buio, finché non vediamo le luci di qualche stazione. Allora ci affrettiamo, ma…»

Allungo la mano e prendo un biscotto a forma di elefantino dal piatto della ragazza. «Dato che tu non li mangi.» Sgranocchio le zampe dell’elefantino. «Quando ci accorgiamo di essere vicine a una stazione corriamo verso le luci, ma arrivate lì scopriamo che non passa nessun treno. Le luci sono accese, la gente aspetta, ma i treni non passano.»

Ingoio la testa e il corpo dell’elefantino. Per essere rimasti miliardi di anni sul fondo di uno scatolone, i biscotti sono ancora freschi. Profumano come appena sfornati. «Angosciante, non è vero?»

Divoro un altro paio di biscotti. Mi pulisco la bocca con il fazzoletto di carta. Sul fondo della mia tazzina sono rimaste le ultime gocce di caffè. Le bevo con una smorfia. Il caffè freddo fa schifo.

«Non prenderla come un’offesa, ma a volte, quando parlo con te, mi sembra di parlare con una bambola.»

Un movimento lieve. La ragazza annuisce? Forse dondola la testa perché è mezza addormentata. Al solito.

«Se ti sto annoiando, dimmelo, eh?»

Mi lecco le dita sporche di zucchero. Sollevo il viso. L’orologio tondo appeso alla parete segna la mezzanotte. Conta le ore al contrario, dunque è il momento di svegliarsi.

«Ho paura che anche questa notte sia trascorsa. La prossima volta magari preparo la cioccolata?»

La ragazza inclina la testa di lato e socchiude i grandi occhi da cartone animato.

Mi alzo e raggiungo la porticina. Stringo la maniglia. Il risveglio è doloroso, ogni notte. È il prezzo da pagare per uscire dalla casetta.

Spalanco la porta.

Il Sole splende di fronte a me; il disco incandescente riempie il vano. Chino il capo, accecata dalla luce. Spirali di fuoco si staccano dalla superficie della stella, le fiamme mi abbracciano. I vestiti bruciano, le scarpe si fondono con la pelle. La puzza di carne bruciata mi riempie le narici. Non provo dolore, ma sono scossa dai brividi. Mi accascio sull’erba secca che ricopre la collina.

L’erba avvampa. Fumo nero mi entra in gola, tossisco, e non riesco più a respirare. Graffio la porticina della casetta. Non si apre. La maniglia si è sciolta, è una pozza di metallo liquido sullo zerbino.

Gli occhi lacrimano, spingono contro gli zigomi, si gonfiano. Il calore intenso li spappola.

Scende il buio.

 

* * *

 

Il cielo è blu scuro. L’azzurro dell’alba è ancora nascosto dietro i cornicioni dei palazzi. Giro la testa verso il comodino. Le lancette fosforescenti della sveglia si tengono compagnia accanto alle cinque.

Mi siedo sulla sponda del letto e distendo le gambe. Nessuna scottatura. Ogni mattina controllo. Da giorni ho il terrore che quello che succede sulla collina possa filtrare nella realtà.

Mi stiracchio e sbadiglio. Non ho dormito più di tre ore. Un’altra volta. I Maghi non dormono mai, secondo il Conte.

Che razza di fregatura.

L’unico vantaggio di alzarsi all’alba è che mamma non può più accusarmi di essere pigra. Anche se domani non hai scuola, non ti puoi alzare a mezzogiorno. Perché, sentiamo? Non ci sono spiegazioni, ci sono solo fisime cretine.

Cammino a piedi nudi sul pavimento. Dove ho messo le ciabatte?

Mi chino a sbirciare sotto il letto. Mi metto a quattro zampe e allungo una mano nel buio. Cosa ci fai per terra? Non sei più una bambina! E poi tieni in ordine la tua stanza! Anche se mamma non c’è, i suoi rimproveri aleggiano nell’aria. Vivo in una camera infestata dai rimproveri.

Le dita sfiorano il tessuto rosa della ciabatta più vicina. Le maledette sono andate ad accucciarsi nell’angolo più lontano, contro il muro, dove ha la tana l’Uomo Nero. Da bambina ero convinta che lui abitasse proprio lì. Ma quando sono cresciuta abbastanza per spostare rete e materasso, l’Uomo Nero ha traslocato. Non lo ho mai incontrato.

Tendo allo spasimo le dita. Se non mi fossi tagliata le unghie… Niente da fare. Chiudo gli occhi. Un profondo respiro. Mi concentro sul battito cardiaco, aspetto la pulsazione che darà inizio alla Magia. La realtà vibra. Gli oggetti si disgregano in torrenti di polvere, come se un forte vento spazzasse un castello di sabbia.

Ma i muscoli sono già rigidi e ho mal di testa. Mai che riesca a compiere Magie prima di colazione. La polvere nera ricompone il mondo. Premo i palmi contro il pavimento e mi rimetto in piedi. Afferro la spalliera del letto, la tiro verso di me.

L’Uomo Nero è acquattato all’imbocco della tana, gli artigli serrati intorno alle mie ciabatte.

Il corpo della creatura freme e si srotola lungo la parete. L’ombra si contorce, si dibatte dal pavimento al soffitto, incapace di mantenere una forma fissa. Arretro di un passo. Come ha fatto ad arrivare da…

«Lui ti vuole parlare.» La voce dell’ombra è un sibilo che comprendo senza sentirlo; un fruscio al di sotto della soglia di ascolto cosciente.

«Esci subito dalla mia stanza!»

L’ombra si arrampica sul soffitto. Compone un abbozzo di muso, un viso demoniaco con lunghe corna e il lampadario come unico occhio. «Lui ti vuole parlare.»

«Be’, può telefonarmi, il numero lo conosce.»

La creatura cola dal soffitto sulla scrivania, scavalca i quaderni e i libri di scuola, sfiora il monitor del PC, striscia giù seguendo le gambe del tavolo. Tentacoli scuri saettano sulle piastrelle del pavimento. I viticci si protendono verso le dita dei miei piedi. Balzo all’indietro, inciampo nel letto e ci cado sopra di schiena.

L’ombra riforma la faccia. «Lui ti vuole vedere.»

Filamenti sottili quanto un capello nascono dai confini incerti della creatura. I capelli si intersecano gli uni agli altri, con la precisione dei pixel su uno schermo. L’ombra sta tessendo un disegno sulla parete dietro al letto.

Uno spiazzo circolare. Fango. Sabbia. Mozziconi di alberi. Gradini di cemento al centro della spianata. I gradini spariscono nel buio di una galleria. Cavi serpeggiano lungo gli scalini e sono inghiottiti dall’oscurità. Lampade ondeggiano all’ingresso della galleria. Un cartello è attaccato alla parete di roccia, appena all’interno dell’antro. È una mappa della rete metropolitana. Intanto i capelli d’ombra definiscono il paesaggio: edifici sullo sfondo e, intorno allo spiazzo, asfalto, semafori, strisce pedonali, automobili ferme.

Devono essere i lavori di prolungamento della linea 2 della metropolitana. La nuova stazione dalle parti di Garate. Mi ricordo quando hanno cominciato, perché hanno stravolto il percorso della 94. Così sono stata costretta ad alzarmi venti minuti prima per arrivare a scuola in orario.

L’immagine sbiadisce. I capelli si arruffano e modellano una scena diversa: una collina tonda, un ciuffo d’erba su un lato. Nuvole stilizzate ai piedi di uno spicchio di Luna.

In cima alla collina, un animaletto è ritto sulle zampette posteriori. Lunghe orecchie ricadono flaccide ai lati del musino, contratto in una smorfia di disapprovazione.

«Lui non desidera che siano presenti conigli» sibila l’ombra.

I primi raggi del Sole filtrano tra i tetti dei palazzi. L’onda di luce entra dalla finestra, costringe l’ombra a tornare sul soffitto. La creatura rimpicciolisce ed è assorbita dall’intonaco.

Con cautela mi alzo in punta di piedi sul materasso. Il soffitto è pulito, senza alcuna traccia dell’essere. Per sicurezza accendo la lampada sul comodino e le piego il collo verso l’alto.

Lui mi vuole parlare. Mi vuole vedere. Da sola.

Pensa che io sia scema? Dopo quello che ha cercato di farmi. Se abbocco sono una cretina.

Ma adesso conosco la Magia.

Un po’.

Le ciabatte sono ancora lì, nell’angolo. L’unica ombra che le copre è quella della gamba del letto. Chissà per quanto tempo la creatura è rimasta rintanata in agguato, i tentacoli avvinghiati alle mie ciabatte. Dovrò bruciarle.

E mentre dormivo? Al tramonto le ombre acquisiscono consistenza. I tentacoli possono essere risaliti da sotto il letto. Mi sfrego le braccia, e ho timore a guardare le mani: non vorrei che i palmi fossero umidi di muco nero.

Dio, che schifo!

A piedi nudi corro in bagno e mi ficco sotto la doccia.

 

I fori nelle stecche della tapparella bruciano di luce. Mentre mi asciugo i capelli non capisco se sono ancora bagnata o se già sudo per il caldo. Forse sto sudando per la tensione, come in classe prima delle interrogazioni di Storia.

Forse sono nervosa per colpa dell’anello. Sono andata a prenderlo in fondo all’armadio. Lo tengo nascosto dentro uno scrigno di plastica, in mezzo ai mattoncini per le costruzioni, le teste di vecchie bambole, le pedine della dama e le altre cianfrusaglie di quando andavo alle elementari.

L’anello però non è bigiotteria. In penombra l’oro scintilla e lo smeraldo brilla di verde intenso. Non ne capisco granché di gioielli, ma deve valere una fortuna. Per quello non lo metto quasi mai. Se mamma lo scoprisse sarebbe l’ennesimo tormento. Chi te l’ha dato? Perché? Cosa ti è venuto in mente di accettare un regalo così costoso?

Ma saranno affari miei, o no?

Lo smeraldo è incastonato in una culla d’oro. Minuscoli artigli gialli lo tengono in posizione. Zampe. Questa mattina lo smeraldo sembra l’addome gonfio di un ragno e i filamenti d’oro sono piccole zampe.

Glielo restituisco. Non lo sto neanche ad ascoltare, vado lì e, davanti ai suoi occhi, mi sfilo l’anello e lo butto per terra. Voglio vederlo strisciare per raccoglierlo. Così impara.

E se poi me lo restituisce e mi chiede di perdonarlo?

Rigiro l’anello tra pollice e indice. È stato così carino a regalarmelo… Magari non intendeva quello che ha detto, magari si è trattato di un malinteso. Quando ci si trova in situazioni complicate è facile dire o fare cose che non si pensano davvero.

Infilo l’anello e distendo le dita. La pietra preziosa risplende di fuoco verde. È un anello meraviglioso. E quando l’ho fatto vedere ad Angela è schiattata d’invidia.

Se Roberto mi compra l’abbonamento a Internet lo perdono.

 

* * *

 

La gente mi lancia occhiate perplesse, perché sono da dieci minuti impalata davanti alla vetrina del bar sotto la stazione della metropolitana di Porta Pisa. Fisso il televisore appeso sopra il bancone. Mentre passavo ho scorto un’immagine di sfuggita e mi sono bloccata. Scorreva il sommario del telegiornale regionale e sono sicura di non essermi sbagliata: l’immagine era quella di un sacchetto della spesa con le rotelle.

L’inutile vecchia aggredita in casa settimana scorsa è morta; è stato scarcerato l’assessore accusato di corruzione; prosegue la visita dell’ambasciatore del Giappone. In un angolo dello schermo ritorna il sacchetto della spesa. Mi intrufolo nel bar per sentire il servizio.

Il furgoncino bianco si è schiantato contro un tetto. È rimasto incastrato tra le tegole; la fiancata con il sacchetto rivolta al cielo. Il tetto si è deformato, piegato verso il furgoncino. Come un lenzuolo sul quale butti lo zaino pieno di libri. Come lo spazio-tempo deformato dalla massa di una stella, direbbe il Conte.

Mentre il giornalista chiacchiera, i pompieri si aggirano tra i calcinacci. Due poliziotti osservano le lamiere accartocciate. A fianco dell’edificio è parcheggiata un’ambulanza con i lampeggianti blu accesi.

Il giornalista sostiene che non ho ammazzato nessuno, però ci sono alcuni feriti lievi per colpa delle schegge: l’impatto ha frantumato le finestre nell’intero quartiere. E ho sfasciato il negozio di abbigliamento di un cinese. L’ennesimo atto intimidatorio, dichiara un tipo in giacca e cravatta, un pezzo grosso dell’associazione commercianti.

Erba verde ricopre il tetto. Il tribunale ha respinto il ricorso della Santordese. La squadra di San Tordo non potrà iscriversi al campionato di Serie B.

Esco dal bar.

 

Salgo i gradini verso l’uscita della stazione. Intanto mordicchio la stecca degli occhiali da sole.

Potrei farmi pagare.

Non c’è bisogno che faccia del male a nessuno. La mia sarebbe una specie di assicurazione: in cambio di una cifra modesta, fornisco la garanzia che non cadranno altri furgoni. O potrei manipolare i risultati delle partite e scommetterci sopra. Chissà se devo andare allo stadio o posso usare la Magia attraverso la televisione. Non ho mai provato.

Infilo gli occhiali scuri. Devo pensare in grande. Se Roberto vuole che lo prenda di nuovo in considerazione, dovrà promettere ben più dell’abbonamento a Internet!

 

Il becco della ruspa è sollevato a mezz’aria. Incrostazioni di sabbia striano i tozzi denti d’acciaio. Nessuno è seduto al posto di guida. A giudicare dalla polvere sul sedile, sono giorni che la ruspa è lasciata a se stessa.

Gli operai saranno in vacanza. Strano però. Questi lavori di solito non li fermano ad agosto, anzi ne approfittano perché c’è meno traffico. Supero la ruspa e lo spiazzo disegnato dalla creatura di ombra si distende davanti a me. Un circolo di terra smossa grande quanto una piazza. L’imbocco della galleria si apre proprio al centro. Coppie di cavi scorrono sui gradini che conducono all’entrata della caverna. Scendo un paio di scalini e spio all’interno. Buio. Una corda è tesa lungo la volta; a intervalli regolari sono appese delle lampade. Spente.

Appoggio la mano allo stipite di roccia. Mi sporgo in avanti finché l’oscurità gelida non mi pizzica le spalle. Buio pesto.

Là sotto non scendo.

«Non c’è bisogno.»

L’oscurità si gonfia e si protende verso di me. Scatto all’indietro. Tentacoli neri si avvinghiano alle gambe. Scalcio e l’ombra scivola via. Si rintana tra le pieghe del terreno.

Butto gli occhiali da sole. Arretro, attenta a dove metto i piedi, gli occhi puntati sulle crepe che si intersecano nel fango secco. L’ombra fa capolino dagli anfratti, striscia veloce e cerca riparo tra i cavi.

I cavi nascono da un gabbiotto al confine dello spiazzo. Una casupola con le pareti di lamiera e una singola finestrella. «Seguimi» sibila l’ombra. Zampette nere sbucano dalla creatura. L’ombra corre sotto i cavi, come un millepiedi a testa in giù.

Raggiungo il gabbiotto. L’ombra si insinua nello spiraglio tra le pareti di alluminio e il terreno. Scompare all’interno. Io ho bisogno di una porta. Giro intorno alla casupola.

La porta è bloccata da un divano di tela rossa, addossato contro la lamiera. Roberto siede in un angolo, il capo chino, gli avambracci poggiati sulle cosce. È dimagrito. Molto. La pelle è tirata, le ossa delle braccia e delle dita sono in rilievo. Le vertebre spuntano sotto la maglietta bianca.

«Ciao, Silvia.»

«Cosa ti è successo?»

Alza il viso. Gli occhi sono due cavità vuote.

«Sono stanco di avere un corpo di carne. Questa sarà l’ultima volta.»

Sorride. Non ha più le labbra, i denti sono quelli di un teschio.

Copro l’anulare della sinistra con l’altra mano, per nascondere lo smeraldo. Mi è già passata la voglia di fare una scenata.

Lui si tira in piedi, reggendosi alla spalliera del divano. Allarga le braccia. «Vieni qui, dai.»

Indietreggio. Dietro Roberto si annidano le ombre. Decine di creature pigiate le uno contro le altre, che fremono e sibilano.

«Forse è meglio se non ci vediamo più» balbetto.

Roberto scuote piano la testa e ho paura che il collo sottile si spezzi. «Il mio Padrone non ha gradito come ti sei comportata. Sei stata molto scortese ad andartene così, senza salutare.»

«Be’, avevo fretta.»

«Ma è disposto a mettere da parte la propria collera. È ancora pronto ad accoglierti. Il mondo degli uomini è condannato, tu hai una possibilità di salvarti. Non sprecarla.»

«Il mondo non è condannato. Posso fermare gli invasori.»

Roberto snuda i denti, sogghigna. «Come farai?»

«Il Conte mi sta insegnando.»

«E tu stai imparando? Non credo.»

L’ombra accucciata sulle mie ciabatte. Chissà da quanti giorni mi sorvegliava.

«Te lo dico una volta sola, se trovo un’altra creatura schifosa in camera mia, ti giuro che–»

«Non fidarti del coniglio. Prova a chiedergli come passava il tempo prima di incontrare te. Chiedigli chi era.»

«Prima mi cercava. Così ha detto.»

Roberto ciondola il capo. Annuisce? Nega? «Il mio Padrone è un umile cercatore di verità. Lui non ha secondi fini, non nasconde segreti. Dagli la possibilità di aiutarti.»

Sono uscita con ragazzi che avevano dei problemi e ne ho ricavato solo rogne. Roberto sarà almeno una settimana che non mangia e non voglio sapere con quale porcheria si è fatto. Senza contare le persone che frequenta. Che non sono neanche persone.

«Non penso di poter accettare.»

Lui si rimette seduto. Batte una mano scheletrica sul tessuto sfilacciato del divano. «Quando deciderai di accomodarti accanto a me, io sarò qui ad aspettarti.»

«Non cambierò idea.»

«Il mio Padrone saprà convincerti.»

Il disco del Sole si dilata. Il bianco mi abbaglia e devo proteggermi il volto con il dorso della mano.

Le scarpe scivolano sulla sabbia e cado con il sedere per terra.

Un rombo meccanico scuote il mondo. Ombre mi avvolgono. Abbasso la mano, stringo gli occhi. Sopra di me si erge il becco della ruspa. Rivoli di terriccio sfuggono ai denti e mi piovono addosso. Tossisco e sputo. Cerco di rialzarmi, i palmi affondano nella sabbia. Sono finita in una buca.

«Ti sei fatta male?»

Un tizio a torso nudo con in testa un casco giallo mi offre la mano. Non è solo, lo spiazzo si è riempito di gente. Due operai portano in spalla un tubo di cemento; un gruppetto impila mattonelle; qualcuno spala palta grigia. Altri sono fermi e mi guardano.

Stringo la mano sudaticcia del tizio e mi tiro fuori dalla buca. Il cigolio di una porta che si apre. Dal gabbiotto sbucano due uomini. «E questa chi cazzo è?» chiede quello con la camicia a scacchi al tipo accanto.

«Scusate, mi sono persa» mormoro.

Poi scappo via.

 

* * *

 

La mamma mi aspetta seduta al tavolo della cucina.

Per carità, non oggi! Devo ignorarla. Un bel respiro profondo e tirare dritto. Non guardarla, tirare dritto, fare come se non ci fosse.

Sono alla porta della camera, quando la voce di mamma mi raggiunge. «Non hai niente da dirmi?»

Giro la maniglia. «No!»

Ma la porta non si apre. Provo con entrambe le mani. Niente.

«Ho chiuso a chiave. Vieni qui e parliamone.»

Cristo!

Strascicando i piedi arrivo in cucina. «Mamma, ti scongiuro, non oggi. Ti prego

«Dove sei stata?»

Sospiro e mi lascio scivolare su una delle sedie di plastica nera. «Ho fatto una passeggiata.»

«Hai i capelli sporchi di sabbia. Anche le braccia.»

«Sono caduta. Ma non mi sono fatta niente.»

«Da quanti giorni vai a letto tardi e ti alzi alle cinque del mattino?»

Ma Santo Cielo! Non posso più neppure dormire poco?

«Non lo so. Un po’ di giorni. Fa caldo e non ho molto sonno.»

Mamma stringe qualcosa tra le dita. Qualcosa che scricchiola. Lo depone sul tavolo: è un pacchetto di sigarette accartocciato. Quello che ieri notte si è fumato il Conte. Con la storia dell’ombra mi sono scordata di farlo sparire.

«E non sono più solo sigarette, vero?»

Devo stare zitta. È l’unica soluzione.

«Ho telefonato a tuo padre. Non ti vede da settimane. Chi ti dà i soldi?»

Granelli di sabbia sporcano le piastrelle intorno alla sedia. Cerco di contarli. Non devo muovere un muscolo o ne cadono altri.

Mamma si alza. Esce dalla cucina. Un colpo secco. Dev’essere il chiavistello della porta di ingresso. Rumore di una chiave che gira nella serratura.

Mamma rientra. Rimane in piedi. Tiene in mano un mazzo di chiavi. «Se vuoi rimanere su quella sedia in eterno, fai pure. Se vuoi uscire di casa o nasconderti in camera tua, prima devi darmi delle risposte.»

Non ci credo. Così da stronza non si era mai comportata. Chi si crede di essere? È lì impalata con ancora addosso la vestaglia, e non si è neanche pettinata. E quello, vicino alla tempia, non è un capello bianco? Sta diventando una vecchia sciatta e stupida. Ogni giorno che passa più stupida. Se davvero sapesse…

Stai calma, stai calma, tanto è inutile. E di casini da sistemare ne hai già abbastanza.

«Non possiamo proprio parlarne un altro giorno? Hai visto anche tu che mi sono alzata prestissimo. Sono stanca. Ti prego.»

«Quale altro giorno, Silvia?» Mamma afferra la spalliera di una sedia. Le dita stridono sulla plastica. «Quale altro giorno? Quando saranno finite le vacanze e dovrò tornare in ufficio? A cena mi dirai che va tutto bene e io ci crederò, perché sarò distrutta e con ancora i lavori di casa da fare.»

È cominciata la lagna, un film noioso che conosco a memoria: chiacchiere sull’aiuto reciproco, sulle responsabilità in famiglia, sulle scelte importanti. Fuffa che ha copiato da qualche rivista idiota. Papà ha fatto benissimo ad andarsene a gambe levate.

«… non sei più una bambina piccola. Hai un’età che…»

Riprendo a contare i granelli di sabbia. Sono arrivata a cinquantuno. Un po’ di sabbia si è anche infilata tra l’anello e il dito. L’anello! Mi sono dimenticata di togliermelo!

Se mamma se ne accorge… ma in fondo, cosa me ne frega? Il giorno stesso che compio diciotto anni sono fuori di casa. Sempre che non crepi prima.

Scosto la sedia e mi alzo. «Vuoi sapere la verità?»

«… è anche responsabilità tua fare in modo… come?»

«Vuoi sapere cosa ho fatto stamattina? Stamattina avevo un appuntamento con un uomo.»

Mamma sgrana gli occhi. Io sorrido. «Mi ha proposto di andare a vivere da lui. Una cosa a tre con lui e il suo padrone.»

«Silvia, cosa stai–»

«Non ti sto prendendo in giro. Guarda, mi aveva anche regalato un anello.» Sfilo il gioiello e lo lancio a mamma. Lei lo prende al volo e lascia cadere sul tavolo le chiavi.

«Ma ho rifiutato.» Stacco dal portachiavi la chiave della mia camera. «Non tanto per lui, ma per gli amici che frequenta. Non mi piacciono proprio.»

 

Chiudo la porta della stanza e mi appoggio con la schiena al battente. Tiro un sospiro di sollievo. Se sono fortunata, mamma rimarrà sotto shock almeno un paio di giorni. Poi mi inventerò che Roberto mi molestava o altre balle del genere, così divento la vittima che ha bisogno di comprensione – sarebbe anche vero.

Un’ombra si allunga da dietro il monitor del PC. Mi stacco dalla porta. Un musino grigio spunta a fianco dello schermo. Una sigaretta pende dalle labbra del coniglietto.

«Non ti avevo detto di lasciare sempre la tapparella un po’ sollevata? Sono dovuto passare per il balcone e c’è mancato poco che tua madre mi scoprisse.»

«Scusa. È che mi stavo vestendo e–»

«Devo ripetertelo per l’ennesima volta? Non siamo a scuola. Non c’è un premio per l’impegno. Non sono tollerabili gli errori. Niente errori e niente scuse. Non devi sbagliare e basta.»

Siamo ancora incazzati per lo scherzetto con la gravità di ieri sera, o sbaglio?

Mi stringo nelle spalle. «Va bene, va bene, starò più attenta.»

Il coniglietto accende la sigaretta. «Piuttosto, si può sapere dove sei stata?»

Coniglietto in coppa

 

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23 Commenti to “Capitolo 10”


  1. Neanche in questo Capitolo ci sono spargimenti di sangue e me ne scuso(?). Ma posso promettere che nel prossimo non mancheranno sbudellamenti.


  2. BUDELLA BUDELLA BUDELLA

    yeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

    speriamo

    P.S.
    intriganti gli sviluppi


  3. Si, bello, tiene alta la voglia di vedere come si riannodano i fili.

    ***

    C’è una cosa che non mi è chiara: data la presenza del melo e del divano insieme, non ho capito se Roberto è fuori o dentro al gabbiotto. Non fa differenza, ovvio, però uno si ferma a pensare.

    Questa frase la cambierei per non avere il salto dalla terza alla prima persona:

    Stai calma. Stai calma, che tanto è inutile e ho già fin troppi casini da sistemare.

    Stai calma. Stai calma, che tanto è inutile e ci sono già fin troppi casini da sistemare.


  4. Bello, soprattuto perché c’è un ripugnante mostro tentacoloso!
    Mi sa che c’è un refuso: “Per quello non l’ho metto quasi mai.”


  5. @Marco. / @Angra. Grazie per le segnalazioni. Ho corretto.


  6. Cioè, più leggo meno ci capisco e meno ci capisco più mi piace, e più mi piace più non vedo l’ora di capirci qualcosa! *O*


  7. Fico, comincio a pensare che Laura non fosse che un esperimento per preparare questo personaggio.


  8. Anch’io trovo parecchie similitudini con Laura, anche Silvia è una mezza scema(per ora), a tratti mi pare proprio deficente e incapace di fare basilari deduzioni, ma gamberetta chi ha promesso un’intelligenza normale, vediamo se le mie speranze sulla Silvia post traforo verranno tradite o meno

    del resto un mago quantistico può sconvolgere la materia e dissolvere galassie, sturarsi le sinapsi chredo che possa essere alla sua portata


  9. @igorilla. Uhm, Silvia non è un’aquila, però non mi sembra più stupida della media. Tieni presente che il libro di Giacobbo, quello che si lamentava della pericolosità dei fotoni, ha venduto finora oltre 100.000 copie. E gli acquirenti – almeno a sentire certa retorica – dovrebbero essere la crema della società, quelli che leggono.

    Comunque sì, i Maghi possono ampliare la propria intelligenza come preferiscono. Anche se non hanno ragione per farlo, tranne in un caso…


  10. In realtà non volevo proprio dire che fosse stupida. Volevo dire che la trovo caratterialmente molto simile a Laura. Ma proprio tanto.


  11. Finalmente! Si vedono un po’ “i cattivi”.
    Bello anche il mostro sotto al letto.

    Scrivi: “qualcuno spala palta grigia”

    Qui per caso era malta?

    Poi: ma Silvia non è un po’ troppo stronza con la madre?
    Finora il rapporto mi sembrava più un “che palle, mia madre non capisce un cazzo”; adesso le parole usate da Silvia sembrano quelle di un figlio che ha subito traumi per il divorzio dei suoi o cose così: a me non sembra credibile.

    Farle dire: “Sei una stronza!” ci può stare.
    Farle pensare quella roba non mi sembra un pensiero reale.

    Mi scuso per la confusione nello spiegare: è tardi.

    Ciaoz


  12. @Silvia
    se scoprissi di essere un mago quantico sarebbe la prima cosa che cercherei di fare.

    Come sarebbe il primo desiderio che esaudirei all’apparire di un geniodellalampada®, così con un l’upgrade al cervello faro scelte migliori per i desideri successivi.

    Poi la mia intelligenza attuale non mi soddisfa, ne voglio di più, sempre di più.
    Mi devo accontentare dei miei limiti. Ma se non li avessi….


  13. @igorilla

    C’è una differenza fondamentale rispetto alla storia del genio a cui ti riferisci: lì i desideri erano limitati a tre, per un mago quantico sono infiniti (credo). Non importa quale sia la tua intelligenza, la tua percezione e comprensione della realtà: se lo vuoi puoi sempre modificare l’universo in modo che soddisfi i tuoi gusti. Non c’è un desiderio migliore o peggiore, tutti si equivalgono.

    @Silvia

    Un mago quantico può fare cose che non riesce a immaginare, tipo diventare più intelligente?


  14. @???. Non so, contando la brutta esperienza appena vissuta, mi sembrava giusto che Silvia fosse ancora più sgradevole del solito. È ovvio che la mamma non si merita tutto questo astio, ma Silvia è meschina ed egoista. Purtroppo per lei non a sufficienza per diventare un buon Mago.

    @igorilla./@Angra. L’intelligenza è un mezzo, non un fine.
    Sei una mosca e vedi una torta dietro la vetrina di una pasticceria. Vuoi sguazzare dentro le guarnizioni di panna. Sei una mosca, non sei molto intelligente: voli contro il vetro. Non capisci quello che è successo e ci riprovi, ci provi un’altra volta, e una terza, e così via.
    Se la tua intelligenza aumenta, capisci che devi aspettare che qualche cliente apra la porta per intrufolarti dentro. Ottimo! Ma se sei un mosca che conosce la Magia, appena hai il desiderio di torta sei già in mezzo alla panna. Dunque che vantaggio hai a essere più intelligente?
    Non che un Mago non possa diventare più intelligente, ma serve a poco.

    Per rispondere alla domanda di Angra: per essere più intelligente non c’è bisogno di immaginarti più intelligente, basta che immagini un hardware migliore per la tua mente (come mettere più processori dentro un computer – ovviamente volendo equivalere l’intelligenza con la capacità di calcolo, il che non so se sia vero in assoluto, ma è vero nel mondo di S.M.Q. ^_^)

    La questione del Genio è diversa: lì sì che ti serve maggiore intelligenza perché lo scopo è sfruttare al meglio i due desideri rimasti (come si vede però anche qui l’intelligenza è mezzo e non fine).
    Se poi sia una buona idea sfruttare il primo desiderio così, non lo so. Bisogna pensare molto bene alla formulazione. Sempre supponendo che l’intelligenza sia la capacità di calcolo, il Genio potrebbe trasformarti nella singolarità che era l’Universo prima del Big Bang. Lì la densità della materia è la massima possibile e massima possibile è la capacità di elaborazione. Però, non so, secondo me rimarresti deluso; in più nell’instante successivo l’Universo inizia a espandersi e tu diventi più stupido, infine devi aspettare chissà quanto prima che si creino le condizioni per l’esistenza dei Geni e dunque avere la possibilità di esprimere gli altri due desideri.


  15. Ho appena trovato “palta” sul dizionario.

    Non è meglio cambiare con fanghiglia o pantano?

    Palta qui me la segna come parola regionale e infatti io (Friuli) non l’avevo mai sentita…


  16. @Silvia

    Non che un Mago non possa diventare più intelligente, ma serve a poco.

    E’ quello che dico anch’io.

    Sull’aumentare la potenza di calcolo, uhm… sì ok, io immagino di avere il quadruplo dei neuroni, ma chi si occupa dei dettagli per fare in modo che quel nuovo cervello funzioni davvero? E’ un problema estremamente più complesso rispetto al deformare lo spaziotempo o all’aumentare di colpo la temperatura dell’oceano. Se io non so come funziona il cervello, dovrebbe esserci un genio a occuparsi dei dettagli.


  17. @???. Uhm, magari “palta” lo cambio.

    @Angra. Non necessariamente è un problema neurologico: Silvia può creare una copia di se stessa* e mettersi d’accordo con lei. Silvia 1 pensa a tutte le contromosse se l’avversario gioca d4, Silvia 2 pensa a tutte le contromosse se l’avversario gioca e4. In effetti Silvia ha raddoppiato la propria intelligenza.

    *In realtà… Mostra spoiler ▼


  18. @Silvia: in questo senso sì, però non è una gran magia ^___^


  19. @Silvia-Angra

    si lo ammetto lo scopo è il punto cruciale, è ovvio che in senso cosmologico essere millevolte più intelligenti di un essere umano o essere un demente incapace di trattenere la saliva al di quà delle labbra non ha alcuna rilevanza

    ma in scala umana la cosa la percepisco diversa, per alcune persone comprendere una cosa in più è lo scopo della propria esistenza, un piacere fisico, orgasmico.

    vi invito a osservare questo video:
    http://www.youtube.com/watch?v=KRRnMS1sm6Y&annotation_id=annotation_828787&feature=iv
    costoro stanno parlando delle funzioni d’onda (tanto per rimanere in tema), sarà una mia impressione ma a tratti quando questi luminari si spingono nella figurazione dell’argomento mi sembra che comincino a muoversi scoordinatamente e a sfarfagliare come se la neocorteccia stesse lanciando cortocircuiti nella disperata speranza di coinvolgere il maggior numero di neuroni possibili, per poter figurare fenomeni e realtà per la cui comprensione non si è evoluto

    Alla fine è il cervello di un’animale, “il cibo entra quì e esce da lì”, quella è la sua funzione principale, la fisica teorica è un hakkeraggio pesante del software originale, se uno di quegli uomini potesse, non credete che non esiterebbero una frazione di secondo a sconvolgersi l’hardware?

    Torniamo ai magi quantici. A differenza dei fisici di cui sopra, comprendere cose più complesse del sistema di eliminazione del grande fratello, a Silvia può fargli venire la nausea alla sola idea(credo). Per quanto cretino possa sembrare trovo probabile che molti uomini se dotati di un simile potere assoluto finiranno con il ridursi a semivegetali che ridono in stato di beatitudine (se lo scopo finale è il piacere e il benessere…)

    MA… Potrebbe essere inevitabile che l’intelligenza di un mago quantico continui a crescere, incontrollabilmente (almeno nelle fasi iniziali).
    Faccio un’esempio:
    un giovane mago quantico dotato di un’intelligenza normale si interroga su un quesito X, si sforza di comprendere i particolari, elaborare le implicazioni e prevedere gli sviluppi, i neuroni stridono al limite, sinapsi disperatamente chiamano in aiuto altri neuroni, in sostanza il cervello del mago DESIDERA più potenza, e inevitabilmente questo desiderio viene esaudito, magari in maniera non consapevole, magari in maniera parziale, ma alla fine per quanto poco, il cervello del mago diventerà più intelligente.

    Magari non sene accorge subito gli succederanno cose strane tipo:
    -Diario sono triste, oggi ho riletto quel capitolo bellissimo dove Nihal piange abbracciata a Sennar ma non mi ha emozionato come sempre anzi stranamente mi ha dato fastidio-

    Poi la cosa crescerà esponenzialmente, da prima a passi lillipuziani, fino al punto in cui non sarà in grado di progettare un cervello nuovo capace di pensieri nuovi assolutamente inarrivabili per le “relase” precedenti

    sempre che un mago trovi la cosa desiderabile, e se desidera autoindursi una lobotomia frontale è assolutamente alla sua portata


  20. @igorilla.

    [...] per alcune persone comprendere una cosa in più è lo scopo della propria esistenza, un piacere fisico, orgasmico.

    Non mi pare proprio il ritratto di Silvia! ^_^

    un giovane mago quantico dotato di un’intelligenza normale si interroga su un quesito X, si sforza di comprendere i particolari, elaborare le implicazioni e prevedere gli sviluppi, i neuroni stridono al limite, sinapsi disperatamente chiamano in aiuto altri neuroni, in sostanza il cervello del mago DESIDERA più potenza, e inevitabilmente questo desiderio viene esaudito, magari in maniera non consapevole, magari in maniera parziale, ma alla fine per quanto poco, il cervello del mago diventerà più intelligente.

    Tralasciando che il giovane mago quantico nell’esempio non può essere Silvia, data la sua scarsa propensione a interrogarsi su alcunché, non è detto che le cose vadano come pensi.
    Il giovane mago si interroga su come vincere sempre a scacchi. E la risposta – più o meno inconscia – è che sviluppa un cervello in grado di calcolare tutte le possibili mosse sulla scacchiera. A questo punto ha una perfetta conoscenza del gioco, ma lo ha “compreso” nel senso orgasmico che dicevi all’inizio? Non lo so.
    È il problema della stanza cinese. Tu puoi trovare risposta all’interrogativo X senza nessuna comprensione dell’interrogativo X. Forse.

    Comunque alcuni di questi argomenti saranno toccati più avanti nel romanzo, ovviamente per quanto può affrontarli il punto di vista del narratore.


  21. per quanto Silvia provi disgusto all’idea di interogari sulle cose, volente o nolente gli capiterà di dovere capire qualcosa di vagamente compesso, tipo perche non si aggiorna l’immagine di hallokitty sul cellulare, -ma porca! maperchè?- per un millesimo di secondo lo ha desiderato, poi schifata dall’idea di fare la fatica di capire ritrae il desiderio di comprensione, ma ormai è troppo tardi sarà solo per un 0,00000000001% ma l’intelligenza è aumentata

    passettino, passettino…

    Silvia cara spararsi questi onarismi neurali al termine dei capitoli eleva esponenzialmente il piacere della lettura, spero che elevi anche quello della scrittura

    PS
    l’esperimento della stanza cinese lo ho sempre considerato un po’ cretino, poi ho preso l’occasione di leggermi due articoli, seppure non condivido alcune conclusioni è una grande provocazione


  22. Ma S.M.Q. sta per “Silvia Maga Quantica”? Scusate la domanda idiota ma… ma… niente, è una domanda idiota e che non c’entra un tubo. ^_^


  23. @Myri. Sì, S.M.Q. sta per “Silvia Maga Quantica”, l’acronimo sarà scelto dalla stessa Silvia più avanti nel romanzo.


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