Capitolo 7

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Il sifone del lavandino è gelido contro la guancia. Il freddo mi impedisce di addormentarmi. Devo avere ancora in corpo la porcata che mi ha fatto bere la dottoressa, perché, non appena il coniglietto è uscito dal bagno, il sonno mi ha aggredita; le gambe molli hanno ceduto, e mi sono seduta per terra.

Il tubo perde. L’acqua goccia dal gomito della tubatura sulle piastrelle. La pozza sfiora la stoffa del pigiama. Odio i vestiti bagnati, ma ho paura a muovermi. Ho i brividi al solo pensiero che il piede malato possa picchiare contro qualcosa. Ho disteso la gamba sull’altra, in modo che la caviglia non tocchi il pavimento, ma il sollievo è minimo. Il dolore è costante. Striscia su e giù, raggiunge il tallone e le dita, risale fino al ginocchio; scava nella carne e si ritrae.

Dio, che male!

È colpa del Conte. Se sono in questo casino è per colpa sua. Solo sua. Non poteva tampinare qualcun’altra? Doveva trascinare proprio me nella sua pazzia? L’ho creato io? Sì, bene, d’accordo, se io l’ho creato, io lo ammazzo!

Vado a prenderti dei vestiti, ha detto.

È passata un’eternità. Potrebbe almeno sbrigarsi!

Colpisco con il pugno il pavimento. La porta si socchiude.

Il coniglietto fa capolino, si volta, spinge con la schiena contro il battente per allargare lo spiraglio. Con i dentoni trascina dentro un sacchetto della spesa giallo. La porta si richiude dietro di lui.

Il Conte ansima. Cerca una sigaretta sotto la pancia; le zampette tremano. «Sai cosa succede ai coniglietti», riprende fiato, si infila in bocca la sigaretta, «quando fanno certi sforzi?»

«No.»

«Muoiono d’infarto.»

«Meglio. Hai trovato qualcosa?»

Il coniglietto indica il sacchetto con la punta della cicca. «Ti ho preso un camice e un paio di pantofole. Dovrebbe bastare per uscire. Passeremo per il pronto soccorso, se è come le ultime sere sarà affollato e nessuno baderà a te.» Accende la sigaretta. «Ma dobbiamo sbrigarci, qualcuno stanotte lo ricovereranno qui in reparto di sicuro.»

«Non riesco ad alzarmi. La caviglia mi fa troppo male.»

«Ho pensato anche a questo.» Il Conte fruga nel sacchetto, ne tira fuori una scatoletta di cartoncino. All’interno, un astuccio di plastica trasparente protegge cinque fialette. «Sono passato all’ambulatorio di oncologia. Questo antidolorifico lo iniettano per calmare il dolore dopo le operazioni.»

«Iniettano?»

Il coniglietto posa la sigaretta, torna a rovistare nel sacchetto. Toglie il cappuccio a una siringa. «Me ne occupo io.»

«Non voglio altre punture!» Artiglio il bordo del lavandino. I muscoli del braccio si tendono, le dita rischiano di scivolare sulla ceramica umida; stringo i denti, e mi tiro su. «Ce la faccio.»

Il coniglietto riprende la sigaretta. Soffia via una nuvoletta grigia. «Non puoi andare in giro zoppicando.»

«Ho detto che ce la faccio.»

Poso il piede malconcio.

Lacrime mi riempiono gli occhi. «Va bene, va bene, fammi la dannata puntura!»

 

Il camice è due misure più largo, le pantofole mi stanno strette. La caviglia ha smesso di tormentarmi, ma ho perso sensibilità. A ogni passo ho il timore di premere con troppa forza: immagino il piede piegarsi e sfasciarsi in un ammasso di sangue e pus. Come nei film degli zombie, quando la gente perde i pezzi. Ci mancherebbe solo quello.

Stringo la maniglia, apro di un dito la porta e spio il corridoio.

«Sai la strada?» chiedo al Conte.

Il coniglietto si arrampica sulla spalla, sparisce sotto il camice. Il musino spunta dalla scollatura. «Sì. Ma comunque è semplice: gira a destra, sempre dritto fino all’ascensore. Piano terra. Segui la striscia rossa per il pronto soccorso.»

Do un’ultima occhiata a destra e a sinistra. Via libera. Provo a camminare in modo naturale, ma la visione del moncherino sanguinolento è sempre nitida. Oh, al diavolo, è solo un’impressione! Spero. Mi affretto a superare una sala con le pareti di vetro; dietro il cristallo zigrinato un gruppo di persone sedute e il riflesso azzurro di un televisore acceso.

«Che ore sono?» sussurro al coniglietto.

«Le dieci e mezza. Fra poco inizia la festa.»

Arriviamo all’ascensore. Premo il pulsante con la freccia verso il basso e le porte scivolano di lato. Scelgo il piano terra.

«Quale festa?»

«Molti non hanno creduto alla versione ufficiale, hanno paura che le comete ci colpiscano e sia la fine del mondo. Nelle ultime notti ci sono stati sempre più suicidi e violenze. È in atto il coprifuoco, ma non lo rispetta nessuno.»

Il Conte ritrae il musino: l’ascensore si è bloccato. È illuminato il pulsante del quinto piano.

Rimani calma e nessuno ti dirà niente. Liscio il camice, rimbocco con cura le maniche. Non abbassare lo sguardo, non guardarti i piedi, se non ci fai caso tu, non se ne accorge nessuno.

Le porte non si aprono. Una leggera scossa. L’ascensore riparte.

«La cosa buffa è che i disperati hanno ragione», continua il coniglietto, «anche se non sanno perché. Quando la flotta raggiungerà l’orbita, bombarderà l’intera superficie del pianeta. Poi sbarcheranno per cercarti.»

Terzo piano. «Splendido.»

«Ma forse abbiamo una speranza. Se non ti sei comportata da vigliacca.»

Primo piano. «Vigliacca? Cosa significa? Stai di nuovo girando la frittata, vero? Come con i furti: tu rubi e poi dai la colpa a me. Troppo comodo!»

Il Conte non ribatte, perché la T del piano terra si è accesa di verde.

 

La lettiga adagiata contro la parete copre per metà il vano dell’ascensore. Un ragazzo è disteso sul lettino, la camicia hawaiana sollevata fino alle ascelle, i jeans intrisi di sangue. Un signore con i capelli brizzolati tiene premuta una garza contro l’addome del ragazzo, appena sopra la cintura. Una donna piange, le mani posate sui piedi scalzi del ferito.

Esco dalla cabina attenta a non sfiorare il lettino. Il ragazzo geme. I capelli gli hanno coperto il viso. Il signore alza il capo, schiude le labbra, sta per dire qualcosa.

Io allungo il passo. Magari mi ha scambiata per un dottore, e non ho tempo da perdere in spiegazioni. Una dozzina di altri visi si voltano nella mia direzione: la corsia è piena di gente, imbottigliata tra due ali di lettighe che costeggiano le pareti. Conto almeno dieci letti.

Il brusio è assordante; un misto di preghiere, lamenti, chiacchiericcio. Alla mia sinistra sento il raspare di chi sta vomitando bile. Evito di girarmi. Dal fondo del corridoio giungono grida e rumore di passi concitati.

Testa alta. Non ti fermare per nessuna ragione.

Spintono chi ho davanti. Mani cercano di afferrare i lembi del camice. Volti sconosciuti mi rivolgono la parola. Io scuoto il capo, senza rispondere. Le persone malate sono contagiose. Non solo per le malattie, ma per la rogna che si portano appresso. Di guai ne ho già abbastanza senza bisogno di immischiarmi con questi sfigati.

Il sudore mi appiccica il camice alle braccia, impregna il colletto. Soffoco nella calca. Il maniglione dell’uscita spunta dietro la pancia di un grassone.

Un’ultima spinta e lascio la bolgia.

La sala d’aspetto del pronto soccorso è altrettanto affollata, ma le porte sono spalancante. Con poche falcate sono all’aria aperta, sotto la tettoia del parcheggio per le ambulanze.

 

Le auto ferme intasano la strada, i fari disegnano un fiume di lucciole. La pioggia cade incessante, tambureggiando sulla carrozzeria delle macchine; dai cofani ancora caldi si alzano spirali di vapore. Sulla facciata del palazzo di fronte una scritta a caratteri cubitali lacrima vernice rossa. I lampioni illuminano a chiazze le enormi lettere, che occupano l’intero primo piano. Credo che il messaggio dica: “Pagate i vostri debiti!”

Indietreggio e mi ritiro all’ombra di uno dei piloni di cemento che reggono la volta del parcheggio. Stringo le braccia al petto. Fa un freddo cane.

«Come torniamo a casa? Anche se riesco a chiamare un taxi, con un ingorgo simile non si va da nessuna parte.»

Il coniglietto spunta dal camice. «Andiamo a piedi. Vedrai che a camminare ti scaldi.»

«Non so neanche dove sono. E non ho nessuna voglia di attraversare mezza città sotto la pioggia con un piede malato.»

«Con il coprifuoco la metropolitana è chiusa e i mezzi pubblici non circolano dopo il tramonto. Inoltre ho bisogno di passare da una farmacia e da un negozio di elettronica. Qualcosa l’ho preso in ospedale, ma non basta.» Il coniglietto si contorce e mi mostra una custodia di plastica bianca, lunga e stretta.

«Che sarebbe quell’affare?»

«Bisturi monouso.»

«Si può sapere a cosa ti serve?»

Il Conte fa sparire il bisturi sotto la pancia. «Non ha importanza. Adesso dobbiamo darci da fare. Dobbiamo trovare i negozi giusti.»

«Non troveremo mai un negozio di elettronica aperto a quest’ora.»

«Che sia aperto o chiuso non è un problema.» Il coniglietto si rintana sotto il camice, striscia dentro la canottiera. «Su, su, muoviti.»

 

* * *

 

Abbiamo rapinato un negozio di giocattoli e modellismo. La farmacia l’abbiamo trovata aperta e abbiamo pagato – dopo che il Conte ha fregato il portafoglio a un tizio svenuto su una panchina.

Poi ci siamo diretti in periferia, dove grappoli di palazzoni anonimi sorgono da oasi di fango. Non ci ero mai stata, ma avevo visto qualche volta i servizi del telegiornale regionale: sono i nuovi quartieri costruiti per gli immigrati e per gli scansafatiche. Mentecatti che non hanno neppure i soldi per comprarsi la casa.

Ci siamo fermati davanti a un caseggiato di cinque piani; i muri senza intonaco, i mattoni in vista. Le finestre al primo piano sono protette da sbarre, alcune sono addirittura sprangate con tavole incrociate. Un solo lampione brilla vicino al portone, gli altri lungo la via sono spenti. Alla base del lampione sono accatastati sacchi neri della spazzatura. La pioggia ha trasformato i sacchi lasciati aperti in melma, che cola sul marciapiede. Mi chiudo il naso con due dita, perché le zaffate di cibo putrido fanno venire nausea.

Il Conte fa capolino. «Da un po’, abitiamo qui.»

 

Tre porte si affacciano sul pianerottolo del secondo piano. Una è scardinata, quella più a destra è nascosta da una lastra di ferro saldata allo stipite. “Le case popolari sono per tutti” è scritto con vernice spray sul metallo.

Il Conte balza dalla spalla alla maniglia della terza porta. Il battente si apre con un gemito. Il coniglietto salta a terra, allunga una zampetta. «Prego.»

L’interno è tenebra. D’istinto faccio correre la mano lungo la parete accanto allo stipite, in cerca dell’interruttore.

«Non abbiamo luce elettrica» spiega il Conte. Scatta in avanti nel buio. «Vado ad accendere la lampada.»

Rimango sulla soglia. Il neon del pianerottolo, incassato nel soffitto, contrasta l’oscurità per meno di un passo. Non distinguo alcun dettaglio, tranne il pavimento di piastrelle color neve sporca.

«Vieni, vieni.» Una sfera gialla sboccia al centro della stanza; tratteggia i contorni di un tavolo, due sedie, un armadio, il profilo di una finestra chiusa. Il Conte ha sistemato una lampada a gas, di quelle da campeggio, sul ripiano di legno del tavolo. Il sibilo del gas è l’unico suono, oltre il ruggire del temporale.

Il tavolo ha le gambe formate da pile di mattoni. Le sedie sono spaiate: una è laccata di bianco, piena di graffi; l’altra ha il sedile di paglia, sfilacciato. Scelgo la sedia bianca. Butto sul tavolo il sacchetto pieno delle cianfrusaglie che si è procurato il Conte. Mi strizzo i capelli bagnati.

«Non abbiamo un asciugamano?»

«Sono tutti sporchi.»

«Fantastico.»

Anche il tavolo è sporco: cenere, briciole, roba appiccicosa che sembra marmellata; in un angolo sono ammonticchiati piatti di plastica unti e incrostati. L’olio cola da scatolette vuote di carne pressata e sgombri. Una mosca beve le ultime gocce di limonata rimaste lungo il bordo di una lattina. Mozziconi debordano da un posacenere scheggiato. L’intera stanza puzza. Peggio della catasta di spazzatura, fuori.

«Così noi vivremmo in questa fogna? Si può sapere perché?»

Il coniglietto si siede sulle zampette posteriori, accanto alla lampada. Si infila in bocca una sigaretta, la accende. «Dopo quello che è successo non volevi più tornare a casa. Così abbiamo occupato questo monolocale.» Il Conte soffia via il fumo, le spire grigie danzano intorno alla luce, si dissolvono nel buio. «Io te l’ho detto di mettere un po’ in ordine, ma tu non hai voluto, neanche con la Magia. Perché eri stanca. Perché eri depressa. Problemi tuoi. Per quanto mi riguarda, ho vissuto in posti che fanno sembrare questo appartamento una reggia.»

Un ragnetto si dibatte tra le venature del legno. Due lunghe zampe sono invischiate nell’olio denso. Agita le altre zampe a vuoto. Seguo i movimenti convulsi dell’insetto finché non si calma.

Che morte orribile lo attende.

«Ok. Ora devi dirmi una volta per tutte cos’è successo.»

«No.» Il Conte spegne la sigaretta in una macchia di passata di pomodoro. «Sarebbe inutile. Non possiamo sprecare le poche ore che ci rimangono in chiacchiere, e non ho tempo per insegnarti di nuovo l’uso della Magia. L’unica possibilità è che tu riesca a ricordare quello che già sai.»

Solleva una zampetta, a prevenire la mia replica. «I casi sono due. Potresti aver usato i tuoi poteri per cancellarti la memoria. È già capitato ad altri Maghi codardi, spaventati dallo scoprire la propria vera natura. Non è grave, è solo una perdita di tempo. Peccato che noi di tempo non ne abbiamo. Oppure, a causa della distorsione entropica, la te stessa del passato si è sovrapposta alla te stessa attuale. Se è questo secondo caso, forse si può rimediare.»

Rimediare alla distocosa. Niente di più banale. «Cosa possiamo fare?»

«Ti faccio vedere.» Il coniglietto sfila un piatto dalla pila. «Non entrerò in particolari tecnici perché non capiresti.» Piazza il piatto davanti a me. «Immagina che questo piatto sia un frammento della tua memoria. Il cervello lo interroga e gli chiede di che colore è. Tu cosa risponderesti?»

Quando è così facile, c’è sotto il trucco. Però a me il piatto pare bianco. Un piatto di plastica bianco, un po’ impataccato, ma niente di che. «Mi sembra bianco.»

«Infatti. Non era difficile, persino per te.» Il Conte strattona una scatoletta vuota di tonno, attento a non far cascare la montagna di rifiuti. Inclina la scatoletta. Un filo di olio giallo si spande sul piatto.

«Adesso di che colore è?»

«Giallo schifezza.»

«Giusto.»

Il coniglietto rovista tra le lattine e i cartoni di latte. Fa gocciolare una cola sul piatto. L’olio si mischia con la bevanda nerastra e assume una tonalità cenere. Anticipo la domanda. «Adesso il colore è grigio.»

«Sì. Però, se osservi, il bordo del piatto è ancora bianco e ai margini la macchia d’olio è ancora gialla. Lo stesso accade nella memoria: quando nuovi ricordi sostituiscono quelli vecchi, i vecchi ricordi rimangono. Sono troppo deboli perché coscientemente ci si accorga di loro, ma esistono. Ed è possibile recuperarli.»

«Come?»

«Stimolando direttamente l’ippocampo e altre zone dell’encefalo.»

L’ippocampo? Un cavallo alato con il becco di aquila si alza in volo nella mia testa.

«Te l’ho già ripetuto più di una volta, parla in italiano!»

Il coniglietto fa cenno di no con la zampetta. «Non adesso. Mi conviene approfittare del buio per requisire un altro paio di cose che mi sono dimenticato. Domani mi dovrai dare di nuovo una mano, dubito di riuscire a trasportare il trapano a batterie.»

«Quale trapano?»

Il Conte si infila tra le labbra una sigaretta. «Chiuditi dentro, questo è un brutto quartiere.»

Saltella fino alla porta. La apre di un palmo e sgattaiola fuori.

 

Rimango seduta. La fiammella della lampada ogni tanto si piega verso di me, incoraggiata da uno spiffero. L’acqua frusta la tapparella abbassata, i tuoni scuotono l’edificio.

In tre mesi mi sono ridotta come una barbona.

Magnifico.

Passo due dita nell’anello di ferro che spunta sopra la lampada. Esploro la stanza. Rifiuti ovunque. A un comodino manca il cassetto e tre piedini su quattro. Mi accovaccio per sbirciare all’interno: una montagnola di portafogli e portamonete. Ne scuoto alcuni, ma non trovo neppure un centesimo.

Sotto la finestra è sistemato un materasso coperto da una cerata. La frangia di un lenzuolo azzurro sparisce tra confezioni sventrate di merendine. Davvero dormo in mezzo al lerciume? Io? Perché? Dio, perché?

In fondo alla stanza un vano in ombra. Ma il tanfo di urina che viene da quella direzione non invoglia a indagare. Vado alla porta. Nella toppa c’è una chiave, la giro due volte.

Torno a sedermi. Sposto i piatti. Sul materasso, per terra, non ci dormo. Incrocio le braccia e chino la testa.

 

Erano passate un paio di settimane da quando papà se n’era andato via. Mi ero alzata di soprassalto, in piena notte, svegliata dal tramestio. In casa erano accese tutte le luci. Mio fratello stava aiutando mamma, che non si reggeva in piedi; si era sentita svenire in bagno. Io avevo sgranato gli occhi, i palmi sudati, la testa che mi ronzava.

Mamma mi ha rassicurata, mi ha detto di tornare a dormire. La mattina dopo, quando mi sono svegliata, non c’era nessuno. Un biglietto sul tavolo del soggiorno: mamma e mio fratello erano andati al pronto soccorso.

È stata l’unica occasione in cui ho rischiato di piangere. Di piangere sul serio. Non per intenerire qualcuno o per dare fastidio o per sfogare un dolore. Però quella mattina ho tenuto duro. Verso mezzogiorno mamma è rientrata. Niente di grave, per fortuna. E si era fermata in pasticceria a comprare la crostata di fragole.

Tiro su col naso. Le lacrime scendono lungo le guance. Non ho più una casa; mamma, papà, Roberto, tutti spariti. Non arriverà nessuno con la torta. Lo so.

Sono sola.

Chiudo gli occhi, stringo le palpebre. Ma al buio è peggio. Al buio l’intero mondo scompare.

 

Risollevo la testa, intontita. Mi scosto i capelli ancora umidi dal viso. Forse ho dormito un po’. Le braccia sono indolenzite; le dita, chiuse a pugno, insensibili.

Dietro le stecche della tapparella il cielo è striato di blu scuro, non manca molto all’alba. Richiudo gli occhi. Meglio dormire ancora e non pensare.

 

* * *

 

Il Conte è rincasato al sorgere del Sole, un pacchetto avvolto in carta stagnola tra le zampette. Ha ripulito il tavolo e disposto sul ripiano il bottino della caccia notturna.

Ci siamo dati da fare più di quanto mi sia resa conto. Abbiamo recuperato: un rotolo di bende; forbici per le unghie e forbici con la lama dentata da parrucchiere; bisturi monouso; disinfettante; un paio di medicinali con l’etichetta piena di nomi complicati; un rocchetto di filo elettrico e altra paccottiglia elettronica; cacciavite; una torcia a stilo; un coso che sembra una pistola uscita da un film di fantascienza – lo prendo in mano. «E questo cosa sarebbe?»

«Microsaldatore» risponde il coniglietto. Sta cercando l’accendino, una sigaretta gli pende dalle labbra.

Rimetto a posto il microsaldatore e passo in rassegna gli altri oggetti: un computer palmare ancora imballato tra due ali di polistirolo; una serie di aghi molto sottili, lunghi una ventina di centimetri; una bacinella; sapone; una manciata di rasoi usa e getta; shampoo – speciale antibatterico; pile di varie dimensioni.

Non c’è più spazio libero sul ripiano. Raccolgo le forbicine per le unghie. Le rigiro tra le dita. «E questi oggetti dovrebbero farmi recuperare la memoria? Come funziona? Ognuno è associato a qualche esperienza che ho scordato?»

«Non proprio. E manca il trapano con la punta a corona.» Il coniglietto balza sul comodino sghembo, si protende all’interno, preme il fondo del mobile con una zampetta. Clic. Un tassello di compensato casca giù. Dietro è nascosto un rotolo di banconote, tenute assieme da un elastico.

«Dovrebbero bastare. C’è un ferramenta qui vicino, andremo insieme e ti dirò quale modello prendere.»

Ho sollevato a metà la tapparella. Nubi basse e gonfie ancora coprono il cielo, ma non piove più. Il Sole si intravede appena, come una lampadina velata da uno straccio.

Prendo i soldi e li infilo in un portafoglio di pelle nera. «Io non ho ancora capito cosa me ne dovrei fare di un trapano.»

«Meglio così.»

«Non potevi rubare anche un cellulare? Voglio chiamare casa.»

Il Conte scuote la testolina. «Non risponderebbe nessuno.»

«Perché?»

«Credo siano già le nove passate. Muoviamoci, i negozi sono aperti.»

Va bene. Il trapano. È il momento della fisima per il trapano. Va bene, sono proprio curiosa di vedere che diavolo ci vuole fare!

Coniglietto con occhio rosso

 

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25 Commenti to “Capitolo 7”


  1. Mostra spoiler ▼


  2. @igorilla

    Troppo facile!
    Fin’ora Gamberetta non è mai stata così prevedibile!
    Secondo me tra tre capitoli, quando il pathos avrà raggiunto il culmine, scopriremo che il trapano servirà semplicemente per appendere al muro una comunissima riproduzione de “l’urlo” di Munch. Poi però sarà questo risibile dettaglio che (per una inestricabile serie di eventi) decreterà la vittoria della nostra drogat … ehm eroina … sui mostri alieni.


  3. bUoN capitolo, che rallenta la tensione e fa intravvedere qualche dettaglio in più su questo mondo futuro dove la caccia alla protagonista è imminente.
    Sul trapano ho pensato anch’io che serva al coniglietto per fare Hannibal Rabbit e stimolare l’ippocampo…vedremo!
    L’ultima frase non mi è piaciuta: sembra un invito forzato rivolto al lettore per andare al capitolo successivo.
    Il “sono proprio curiosa” non mi suona bene, ma può starci, dai.


  4. microsaldatore , un computer palmare, serie di aghi molto sottili, lunghi una ventina di centimetri, sapone, una manciata di rasoi usa e getta, shampoo – speciale antibatterico, pile di varie dimensioni e trapano con la punta a corona.

    l’attrezzatura c’è tutta

    e sopratutto abbiamo un coniglio senza scrupoli a garanzia

    «Io non ho ancora capito cosa me ne dovrei fare di un trapano.»
    «Meglio così.»

    ^__^ io quel coniglio lo adoro!


  5. La narrazione è efficace, rende bene il senso di sradicamento di Silvia. I dettagli sono ben calibrati. Sulla prevedibilità: buco in testa o no, non ho idea se Silvia riuscirà a tornare indietro o se invece ci sarà un’altra svolta, quindi non mi sembra così prevedibile.


  6. L’effetto calo-tensione di questo capitolo sista facendo sentire anche sulla quantità dei commenti per ora…il che vuol dire: funziona.


  7. Magari mi sbaglio ma…

    una sigaretta gli pende dalle labbra.

    I coniglietti hanno le labbra?!


  8. @Conva.

    I coniglietti hanno le labbra?!

    Sì!


  9. Qualunque cosa succeda, spero arrivino spiegazioni.
    Non fraintendetemi mi piace la suspense, ma preferisco provarla grazie a un bel cliffhanger o un inizio di capitolo bizzarro.

    Se una storia si tira per le lunghe senza un minimo di spiegazioni scatta l’Effetto Lost, dove la suspense più che a spingerti avanti ti fa odiare l’opera, per bella che sia.


  10. per ora gamberetta secondo il mio giudizzio sta facendo un eccellente lavoro

    offre numerosi elementi ma nessuno superfluo o fuori viante e senza tradire il seminato è capace di sorprenderti

    vediamo se l’architetura si dimostrerà davvero così elegantemente intrecciata come mostra di essere sin’ora


  11. @???

    L’effetto Lost? Ma magari scattasse…


  12. @Mariano

    Non è un effetto positivo. Meglio, lo è, ma solo all’inizio.
    Poi arrivi alla 3^-4^ stagione, non sai ancora niente e cominci a incazzarti.

    Non che non l’abbia guardato lo stesso, bada, ma me lo sono goduto molto meno.

    Trovo che la situazione sia migliorata solo adesso – 5^ stagione. E guarda caso è proprio perché si comincia a vedere il bandolo della matassa.

    Perciò riassumendo credo che tutto stia nel dosare bene: bastone e carota. (^__^)


  13. @???

    In effetti non hai tutti i torti. Anche se a me Lost non ha mai annoiato. Ora vedremo che accadrà con Fringe, o meglio ancora con Flash Forward, anche se questa si preannuncia una serie più breve di Lost. Ma tu sei quello della fanfic sul Duca, vero? :D


  14. Buon capitolo, anche io penso che Silvia avrà un buco nel cervello. Però è una sensazione del tipo”è troppo ovvio, talmente ovvio che mi sorprenderebbe se fosse veramente così”

    Per Lost: si è passati dalla prima “non può essere un dinosauro perchè i dinosauri sono estinti” a alle quinta con John Jesus Locke e Jacob Dio..


  15. @ Mariano

    Sì, son io.
    Per Flash Forward e Fringe non so dire perché non li ho visti, ma di certo saran meglio di Heros: lì era appena decente la 1^ stagione, il resto è merda a spruzzo.

    Se ti interessa una sitcom ti consiglio The Big Bang Theory, una storia di fisici nerd con una vicina belloccia.
    Lo trovi in Ing, online. Prova su quicksilverscreen.com nei forum.

    Ciaoz


  16. AAARGHH!

    Ho scritto Heros invece di Heroes. Sono una merda!!!!


  17. @???

    Grazie del consiglio. Ho già visto qualcosa, carina, ma odio gli stereotipi e gli applausi sottostanti. Sono di un’altra era della mia vita. Cmq ora basta con gli off topic sennò Silvia ci manda addosso il suo coniglio killer :PP


  18. secondo me uno dei mix meglio riusciti di SEGRETO-ALLUCINAZIONE-RIVELAZIONE è il film “Donnie Darko”

    ed è riuscito per una botta incredibile di culo, altri lavori dello sceneggiatore e regista Richard Kelly che ho visto sono delle boiate

    sembra che fosse l’unica storia buona che avesse da raccontare (per non parlare del cattivo gusto di fare un sequel sulla sorella,)forse la storia non è sua, chissà a chi la ha rubata

    ma cosa è che fa funzionare D.Darko?

    secondo me la persistente sensazione che tutto sia moso da un meccanismo logico e che il funzionamento di tale meccanismo possa essere compreso,


  19. @igorilla. Il sequel di Donnie Darko con la sorella è solo una bieca operazione commerciale, non credo vada tenuto in conto. Per il resto non ho ancora visto The Box però a me Southland Tales nel complesso è piaciuto.


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