Capitolo 6

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La figura spunta da dietro il battente. Si stringe nella giacca a vento e gira il capo per guardarsi attorno. La brezza le scompiglia i capelli neri. Lei li scosta dal viso con una mano. Indossa guanti rosa di lana.

«Elena?»

Cosa diavolo ci faceva la mia amica nella camera di Roberto? Vestita come fosse pieno inverno? Oggi si scoppia dal caldo!

Ma non è vero.

Non si scoppia dal caldo.

Sto tremando, ho la pelle d’oca. Il vento gelido mi morde le braccia nude, mi graffia il viso. Mi sfioro le labbra: sono screpolate, bruciano. Ogni volta che apro la bocca per respirare, artigli di ghiaccio mi raschiano la gola.

Sono debole sulle gambe. Scivolo e cado in ginocchio. Picchio i palmi contro il pavimento per non accasciarmi. Sotto di me non ci sono più le mattonelle sbrecciate. Cemento grigio, incrostato di brina e neve sporca.

Alzo gli occhi. Sono all’aperto. Enormi nubi scure soffocano il cielo. Le nuvole sono basse, gonfie, aggrovigliate tra loro; strisciano e si contorcono. La distesa di cemento sfuma nella nebbia. Tra la foschia spuntano camini e antenne per la TV; i comignoli sbuffano fumo nero. Tetti. Sto osservando dei tetti dall’alto in basso. Vuol dire che sono finita sulla sommità di un edificio di almeno dieci piani.

Elena mi corre incontro. La neve compatta scricchiola sotto gli stivali. Si china verso di me, mi cinge il fianco con un braccio e mi aiuta a rimettermi in piedi. Mi abbraccia, stringe forte. I suoi capelli, profumati di shampoo alla pesca, mi carezzano le guance. È un pochino imbarazzante, ma il tepore è delizioso.

Rimaniamo così per cinque lunghi respiri. Elena si stacca pian piano da me. Ha gli occhi arrossati, di chi ha appena finito di piangere. Si asciuga un’ultima lacrima con la nocca dell’indice. «Ero appena arrivata, quando ho visto lì sul letto… Ho avuto paura che… Ho avuto paura.»

Io ed Elena su un tetto. D’inverno. Lei ha pianto e io muoio di freddo. Quando è successo? Forse ero ubriaca? Strafatta? Ma non sarei mai salita su un tetto, soffro di vertigini. Mi devo essere sentita male, Elena si è preoccupata e, scampato il pericolo, non me l’ha mai raccontato. No, non ha senso. Perché avrebbe dovuto far finta di niente?

Lampi azzurri scuotono le nuvole, la luce tanto intensa da dipingere di blu la neve. Il tuono rimbomba; vibra nelle ossa, mi lascia sorda. Anche Elena ha sgranato gli occhi, ha la faccia spaventata. «Cosa succede?» le chiedo, ma non sono sicura di aver parlato. Non ho sentito la mia voce.

Lei scuote la testa. Mi prende per mano. Mi trascina verso la porta aperta. Gocce d’acqua mi bagnano le spalle, picchiettano sul cemento. Si scatena il temporale. La pioggia scende a scrosci e martella il tetto. Ragnatele di fulmini illuminano il cielo.

Ci rifugiamo all’interno.

Non è la camera di Roberto.

È un pianerottolo. Elena si affaccia sulla tromba delle scale. «L’ho trovata!» grida.

Frastuono di tacchi sui gradini di marmo. Mi sporgo anch’io: un gruppo di persone sale di corsa. Sono in quattro. No, cinque. Un tizio indossa una divisa verdina, come la guardia giurata fuori dalla banca vicino a casa. Un paio sono in camice bianco.

Elena mi stringe di nuovo la mano tra le dita calde. Fa strada mentre scendiamo. Al termine della rampa, incontriamo il gruppo che stava salendo. Una donna guida il drappello. Allarga le braccia per tenere dietro gli altri. Al petto ha appuntato il badge con la foto e il nome: “Dott. Anna Salici”.

Non credo di averla mai vista. Avrà l’età di mamma, forse qualche anno di più. Il volto è serio, di quella serietà pedante tipica dei professori. Si ricordi sempre: ‘sennonché’ con l’accento acuto, non grave. E un “chi se ne frega” non lo mettiamo?

In più la dottoressa ha i capelli in disordine, le borse sotto gli occhi, il camice tutto spiegazzato. Sai cosa? La mattina bisogna lavarsi la faccia, pettinarsi, stirare i vestiti. È una vergogna presentarsi in maniera tanto sciatta.

«Stai bene, Silvia?» Parla piano, scandendo le parole.

«Sì, più o meno, al solito.»

La tensione si allenta. Persino Elena tira un sospiro di sollievo.

Sono al pronto soccorso e l’ho scordato? Ma quando può essere successo? I guanti rosa sono un regalo di Marco. Quell’idiota era stato così imbranato da sbagliare di una settimana la data del compleanno. Io ed Elena l’abbiamo preso in giro per mesi. In ogni caso era novembre. Perciò questo è un giorno tra novembre e aprile, poi è arrivata la primavera.

Può essere il primo dell’anno? Sono stata malissimo a capodanno, ma…

«Vuoi tornare in camera?»

La dottoressa me l’ha chiesto già da qualche secondo e tutti aspettano in silenzio la mia risposta. Elena incrocia le dita con le mie, per darmi coraggio, come se fosse arrivato il mio turno dal dentista.

«Penso di sì.»

La dottoressa si sposta e gli altri la imitano, lasciano liberi i gradini davanti a me. Elena mi precede, e io la seguo. La guardia giurata borbotta qualcosa che non colgo alla Salici, poi si accoda. La dottoressa chiude il corteo.

Scendiamo due rampe. Attraversiamo una porta a vetri. Percorriamo un corridoio largo, con le pareti dipinte di celeste smorto. Sul pavimento è tracciata una spessa riga blu, che stiamo costeggiando. Odore di disinfettante, di aspirina, di quello schifo di minestra che ti servono per pranzo. Sì, è un ospedale.

«Ce la fai a camminare?» Elena ha aumentato la stretta, non si è ancora tolta i guanti. «Altrimenti se sei stanca vado a cercarti una sedia a rotelle.»

Perché mi tratta come un gattino bagnato? Perché non dovrei farcela a camminare?

Ma zoppico. Abbasso lo sguardo: ho un piede fasciato. Ho perso le scarpe. E non ho più i vestiti! Indosso solo i pantaloni di un pigiama marrone che non è mio, e una canottiera.

«Ce la faccio. Muoviamoci.»

Elena mi conduce a una stanza con due letti. Uno è vuoto, l’altro è in disordine; coperte e lenzuola sono scivolate per terra. Sul comodino è posata una bottiglia di acqua minerale; un bicchiere di plastica è rovesciato, l’acqua gocciola sul pavimento. In un angolo sono impilati un paio di blister. Non mi sembra che sia rimasta neppure una pastiglia.

La pioggia frusta il vetro dell’unica finestra, alta e stretta. Il crepitio sommerge la camera. È lo stesso rumore di fondo che mi ha riempito le orecchie quando ho sperimentato per la prima volta gli effetti della distocosa topica. È la stessa allucinazione sonora di quando sballi con la trielina.

Elena mi fa sedere sul letto sfatto. Mi aiuta a distendere le gambe. Mi copre con il lenzuolo bianco. Rassetta le coperte. Prende una seggiola di plastica e si sistema al mio capezzale.

La dottoressa Salici aspetta sulla soglia. Scambia un’occhiata con Elena. «Passo a controllare dopo.» Esce e si chiude la porta alle spalle.

Bene.

Butto via le coperte e mi rimetto seduta. «Elena! Dove siamo? Che razza di storia è? Che giorno è oggi? È un’altra delle tue trovate cretine? Da quanto sono qui? A mamma cosa racconto?»

Elena si sfila i guanti, li mette nella tasca della giacca. Rimane in silenzio, gli occhi bassi, le mani sulle cosce.

Sospiro. «Ok. Cominciamo dall’inizio.»

«Non vorresti prima dormire un po’?»

Elena svita il tappo dalla bottiglia. Raddrizza il bicchiere e lo riempie fino a metà. Fruga tra i blister, trova una compressa. Con uno schiocco la libera dalla confezione. Mi porge bicchiere e pastiglia.

Ho una gran voglia di darle una sberla.

«Che giorno è oggi?»

«Mercoledì.»

Grazie tante! Elena non è mai stata la persona più brillante che abbia mai conosciuto, ma di solito non è così ottusa. «Giorno? Mese? Anno?»

«Il ventisette. Ventisette ottobre.»

No. Non è possibile. Sta mentendo. Non può avere i guanti prima di novembre.

«Non è vero. Di quale anno? E poi come fa a essere ottobre? Sembra gennaio!» Il vento mi ha sentita: scuote la finestra, i vetri tremano. La pioggia picchia come grandine. Esplode il fragore di un altro tuono. Le lampade al neon sfrigolano, le luci si attenuano, poi tornano fulgide.

«Alla televisione dicono che è colpa delle comete. O degli asteroidi.» Elena mi offre di nuovo il bicchiere. «Sai che non ci capisco niente di queste cose.»

«Non voglio un sonnifero! Voglio sapere perché sono in ospedale!»

Elena esita. Rimette a posto il bicchiere. Stringe le labbra. Non un filo di rossetto, non è da lei. «Non ricordi più niente?»

Cosa devo ricordare?

«Sono ubriaca?»

«No. Senti, vado a chiamare la dottoressa. Tu però mi prometti di rimanere tranquilla?» Elena si alza. Dalla tasca dei pantaloni spunta un lembo di carta. Si accorge del mio sguardo e subito indietreggia, inciampa nella sedia e ricade seduta.

Impedita.

Allungo la mano e prendo il foglio.

È una pagina strappata da un quaderno a quadretti. La dispiego sulle ginocchia. Due frasi in stampatello. Riconosco la mia calligrafia: scrivo sempre in stampatello, perché il mio corsivo non riesce a leggerlo nessuno, me compresa.

Chiedo perdono a tutti.

Ho trovato il modo per non fare più male a nessuno.

Volto il foglio, ma non c’è scritto altro. «Che significa?»

«Non lo so… ma quando ti ho vista sul tetto.» Elena singhiozza. Tira su col naso. «Non è colpa tua, Silvia. Non è colpa tua» piagnucola.

Certo che non è colpa mia. Sei tu quella che mi spinge sempre in questi casini!

Elena si pulisce le guance con il fazzoletto. Mi carezza la mano che stringe il foglio. «Vado a chiamare la dottoressa. Rimani tranquilla, me lo prometti?»

Annuisco. Lei scansa la seggiola. Corre alla porta.

È l’esperienza di distocosa più vivida delle tre. E non riesco a individuare il ricordo: quando sono stata ricoverata? In un paio di occasioni. Niente di grave, però. Elena non dovrebbe essere così disperata.

Apro il cassetto del comodino. Due monete da un euro, un flacone di pasticche con l’etichetta scritta a mano, un biglietto del tram usato. Un quaderno con la copertina lilla. Le prime pagine sono bianche, le altre mancano, sono state strappate.

Sul fondo del cassetto è annidato il cellulare. Lo accendo. Masako è fuori di sé: ci sono più di venti messaggi non letti e cinque appuntamenti che ho segnato sul calendario e non mi sono preoccupata di marcare come “rispettati”. Il riquadro tra le zampe del gatto indica la data e l’ora. Sono le 15 e 10 del 27 ottobre.

La porta cigola. Entrano Elena e la Salici. La dottoressa si siede accanto a me sul materasso. «Ti va di parlare oggi, Silvia? Tua nonna è sempre qui al reparto. La faccio venire?»

La nonna? Ho chiamato la nonna per non spaventare mamma? Assurdo. E non servirebbe a niente: la nonna è spiona e pettegola per natura.

«No. Voglio solo sapere cosa mi è successo.»

La dottoressa solleva un sopracciglio, si volta verso Elena, che si stringe nelle spalle.

«Qual è l’ultima cosa che ricordi, Silvia?»

L’appartamento di Roberto devastato e un coniglietto parlante che disdegna la pizza tranne quella con le acciughe. Uhm, meglio evitare questi particolari. Non mi pare di essere nel reparto psichiatrico e non ci tengo a raggiungerlo.

«Era estate. Mi ricordo il caldo di luglio. Forse l’ho sognato.»

«Capisco. Sei sicura di non voler vedere la nonna? È molto preoccupata per te.»

Quanti minuti sono passati da quando Elena è uscita dalla camera di Roberto? Almeno venti. Le prime due distocose non sono durate più di un quarto d’ora, questa invece non accenna a terminare.

Il piede mi manda una fitta. È una storta? Sono ferita? Sfioro la fasciatura: umida e sporca di una sostanza unta e giallastra. Siero. Pus. Ma che schifo!

«Come mi sono fatta male?»

La dottoressa si piega sulle ginocchia. Inforca gli occhiali. Scruta il piede, stando attenta a non toccare le bende. «Non ce l’hai voluto dire. Pensiamo sia il morso di qualche animale. Ti fa ancora molto male?»

«Un po’.»

«Ti prendo un antidolorifico.» Torna alla porta. Si affaccia sul corridoio, la sento rivolgersi a qualcuno, ma non distinguo le parole. Esce dalla stanza.

Distendo il piede. La caviglia è gonfia e puzza di carne andata a male.

Il Conte. Il morso del maledetto coniglio ha fatto infezione. Ma allora… Il ventisette ottobre non dell’anno scorso. È il ventisette ottobre di quest’anno.

«Elena!» La mia amica sobbalza, sorpresa dal tono deciso. «Cosa mi stavi dicendo delle comete o gli asteroidi o com’era?»

«Non c’è niente da temere. L’hanno detto più volte al telegiornale: gli scienziati hanno calcolato le traiettorie e non saremo colpiti.»

A meno che le astronavi non cambino rotta. «Quanto manca? Fra quanto tempo arriveranno le comete?»

«Non lo so. Mi pare un paio di giorni.»

Mi tiro in piedi. «Devo tornare subito a casa. Dov’è il coniglietto? Ero con un coniglietto, giusto? Pelo corto grigio, orecchie basse, grande come il gatto di Angela e dispettoso uguale. Dov’è finito?»

Elena si morde un’unghia. «Quale coniglietto? Silvia, ho paura. Mi fai paura, non sembri neanche più tu! Quello che è successo è terribile ma…»

«Non adesso! Dove sono i vestiti?» L’armadio è accanto alla finestra. Infilo due dita tra le ante socchiuse. Un ombrello a coste blu. Un asciugamano. Un paio di jeans che non ho idea di chi siano, non importa, li butto sopra il letto. Le scarpe. Possibile che sia arrivata senza scarpe? Mi chino per rovistare nei cassetti in basso. Ciabatte da doccia di gomma verde nel cassetto più a destra. Nel cassetto al centro…

«… vuole tornare a casa.»

Mi giro. La dottoressa è appena rientrata, Elena le sta parlando sottovoce.

«Silvia, cerca di ragionare» mi dice la Salici. «Non posso obbligarti, però sarebbe meglio se rimani qualche altro giorno in osservazione.»

«Non ho qualche giorno.» Zoppico fino al comodino, raccolgo il cellulare. Seleziono il numero di casa. Suona a vuoto. Chiamo papà. Nessuna risposta. Mio fratello. Spero di avere in memoria il suo numero nuovo.

Intanto il piede è diventato un grumo di dolore sordo, simile a un mal di denti. Ho l’impressione che la caviglia si sia ingrossata a dismisura. Non oso verificare.

«Prendi almeno l’antidolorifico.»

«Un attimo.»

Sì, il numero di Francesco è nella rubrica. Tocco lo schermo.

Forza, rispondi. Almeno tu. Avanti!

Masako scuote la testa per la terza volta.

Dannazione!

«Elena! Hai i numeri dei taxi?»

«Io, non…»

Sollevo la testa. La dottoressa mi porge il bicchiere. «Bevi questo.»

Scolo la medicina in un sorso. Subito la vista si appanna. Le palpebre sono pesanti. «Oh, cristo.»

 

* * *

 

I cadaveri delle stelle punteggiano la spiaggia. Sulla sommità della collina, scorgo la casetta con le finestre illuminate. Se cerco di raggiungerla camminando dritta verso la cima, me ne allontano. L’unica soluzione è seguire un tortuoso percorso a spirale.

Il terreno è fangoso, cosparso di alghe, ninfee marce, corpi decomposti di rospi e altra roba putrida. A ogni passo i piedi affondano fino alle caviglie nella melma.

A metà della salita, il sentiero si allarga. Tra il fango spuntano decine di biglietti da visita. Ne raccolgo uno: “BACIAMI. SONO UN PRINCIPE.” Segue un numero di telefono. Mi infilo in tasca il biglietto e proseguo ad arrancare.

Trascorre l’eternità.

Mi pulisco le scarpe sul tappetino davanti alla porta.

«Entra, entra. Ti aspettavo» mi chiama una voce.

La ragazza incappucciata è ancora ferma al centro della stanza. È passato un intero giorno e non ha mosso un dito per mettere in ordine. Va bene che hai appena traslocato, ma ti sembra il modo di ricevere ospiti?

«Avvicinati» mi dice.

«No. Non ci casco più. La cosa che hai fatto l’altra volta con le dita che scivolano dentro la testa non mi è piaciuta. E poi sai già chi sono, sono io, Silvia.»

La ragazza si scopre il capo. Mi squadra con i suoi occhi verdi, da cartone animato. «Hai ordini?»

«No.»

Accenna a rimettersi il cappuccio.

«Aspetta. Aspetta, ti prego.»

Si ferma a metà del movimento. «Hai ordini?»

«Vorrei solo farti qualche domanda.»

La ragazza è immobile. Non respira. Non batte le ciglia. Io mi siedo su uno scatolone chiuso con nastro da imballaggio. Anche se non vuole parlare con me non intendo uscire, non mi va di incontrare altri mostri.

«Va bene» risponde finalmente la ragazza.

Mi guardo attorno. «Dove siamo?»

«A casa mia.»

«Che si trova?»

La ragazza fa spallucce. «Non saprei dirlo, non esistono più punti di riferimento da molto tempo.»

«Quanto tempo?»

«Sono trascorsi miliardi di anni da quando le stelle hanno smesso di brillare. Miliardi di anni da quando l’ultimo buco nero è evaporato. La densità della materia nell’Universo è così bassa, che è quasi impossibile per due particelle venire in contatto.» La ragazza mi sorride. «Hai scelto tu questo momento! Perché le previsioni dell’Oracolo divengono incerte all’approssimarsi della fine.»

I buchi neri evaporano e io ne sono felice perché l’Oracolo si potrebbe sbagliare. Ovvio. «Non credo di aver capito. Chi sarebbe questo Oracolo? E tu, tu chi sei?»

«Non sono sicura di poter rispondere a queste domande senza ordini.»

«Te lo sto ordinando adesso!»

Bussano alla porta.

Scocciatori persino in un sogno al termine dell’Universo.

«È aperto!» grido.

Il bussare si ripete. La ragazza è impassibile come sempre, devo andare io a controllare. Sbircio dallo spioncino. Il nero della notte senza stelle. Spalanco la porta. «Ma si può sapere chi–»

Una gigantesca zampa pelosa si abbatte su di me.

 

Apro gli occhi. La stanza è buia, tranne per una lucina rossa incassata nel muro sopra la spalliera del letto. Una zampetta mi sta facendo il solletico al naso. Il Conte mi è salito sul petto. Sfrega il musino contro la mia guancia. «Sei sveglia?» sussurra.

«Sì.»

Il coniglietto porta una zampetta alle labbra. «Ssh.» Un punto bianco illumina il cuscino alla mia destra: il Conte ha acceso una torcia a stilo; scherma la luce con il palmo. Conduce il fascio luminoso giù dal letto, gli fa percorrere il profilo ondulato di una gonna: qualcuno seduto che mi sta vegliando.

«Tua nonna. Sta dormendo, meglio non disturbarla.»

Il coniglietto tira indietro le coperte con i dentoni. Fa cenno di scendere dal letto dal lato opposto rispetto alla nonna. «Fai piano» mormora.

Quando poso il piede fasciato sul pavimento, è come dare un morso a una tavoletta di cioccolato con i denti cariati. Non devo urlare, non devo urlare, non devo urlare. Artiglio le lenzuola finché l’ondata di sofferenza non si ritrae.

Piego la gamba ferita. Seguo il Conte saltellando. Per fortuna il rumore si confonde con il tambureggiare della pioggia. Giriamo intorno al letto. Il coniglietto angola la torcia per far brillare il metallo di una maniglia tonda.

La afferro e tiro verso di me. Sgusciamo fuori dalla stanza, in corridoio. Il Conte scatta in avanti. Io cerco di stargli dietro. Ci intrufoliamo in un bagno.

Il coniglietto si arrampica dentro il lavandino. Dirige il fascio di luce dritto contro la mia faccia. «Silvia, ti scongiuro, vuoi ascoltarmi per l’ultima volta? Vuoi tornare a casa con me?»

Da quando è diventato così gentile?

«Certo che voglio tornare a casa. Anzi, era proprio quello che stavo per fare prima che quella stronza di dottoressa…» Il Conte mi è balzato in spalla. Mi lecca l’orecchio. Preme il musino nell’incavo del collo.

«Sono orgoglioso di te! Hai fatto la scelta giusta» dice. «Lo so che hai passato giorni orribili, ma riuscirai a metterteli alle spalle.»

Prende da sotto la pancia un pacchetto di sigarette. «Non ho fumato venendo qui. Ero troppo preoccupato.» Sfila una sigaretta, se la mette in bocca. Ne prende una seconda, me la porge. «Tieni.»

«Lo sai che non fumo.»

Lui rimane con la zampetta protesa. «Be’, se vuoi smettere, d’accordo.»

«Veramente non ho mai cominciato.»

Si accende la sua sigaretta. «Ne riparliamo a casa. Andiamo.»

«Non posso uscire così. Ho bisogno di vestiti, e dobbiamo chiamare un taxi. Certo che se non mi mordevi in quella maniera la caviglia era meglio.» Indico il piede, ormai gonfio come un melone.

«Io ti avrei morso la caviglia? E poi quante storie, sistematela e andiamo.»

«La sistemo come

«Con la Magia, o hai–» si interrompe. Butta via la cicca, salta giù, raccoglie la torcia, che ha lasciato appoggiata al rubinetto dell’acqua calda. Mi punta il fascio di luce negli occhi.

«Ehi!»

«Silvia, qual è l’ultima cosa che ricordi?»

Giuro che se oggi un’altra persona mi fa questa domanda la strangolo!

«Eravamo nell’appartamento di Roberto. Stavamo per andarcene in pizzeria quando la porta della camera da letto si è aperta. È cominciata un’altra di quelle distocose topiche o come le hai chiamate. Credo di esserci ancora dentro.»

Le zampette del Conte sono scosse da un tremito. La torcia gli sfugge, rotola lungo il bordo del lavandino, si ferma sopra il buco dello scarico. Il coniglietto mi fissa quasi avesse di fronte un fantasma.

«Ho detto qualcosa di sbagliato?»

Coniglietto triste

 

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25 Commenti to “Capitolo 6”


  1. Capitolo che ho riscritto da zero due volte. E all’ultimo momento ho buttato tutto e ho deciso nella terza riscrittura di cambiare strada e provare a raccontare il proseguo in maniera non lineare. Speriamo bene.


  2. Ci credo che l’hai scritto tre volte. Immagino che tu abbia davanti a te una linea cronologica dove sistemare e spostare gli eventi della storia :D Comunque per me sei stata grandiosa.
    Va bene così. Hai creato quello che io chiamo “effetto-trip” =)


  3. Te l’ho già detto prima: mi sta piacendo molto. Più si va avanti e più ci resto male quando finisco un capitolo e so che dovrò aspettare per il prossimo. E questo è bene :D!

    Una nota sullo stile di scrittura – in generale mi piace, ma trovo fastidiose alcune battute fuori posto che spezzano il ritmo e il clima delle scene. Prendo un esempio da questo capitolo, ma ho notato che la cosa è una costante:

    Non credo di averla mai vista. Avrà l’età di mamma, forse qualche anno di più. Il volto è serio, di quella serietà pedante tipica dei professori. Si ricordi sempre: ’sennonché’ con l’accento acuto, non grave. E un “chi se ne frega” non lo mettiamo?

    La battuta è simpatica, fa sorridere. Il problema è che sorridere rompe l’atmosfera tesa. Non so dove sono, non so quando sono, non so cosa sta succedendo… che cazzo rido? :D


  4. Molto bello davvero, mette angoscia (in senso buono). Mi piace in modo particolare perché non sono capace di inventarmi situazioni di perdita del controllo sugli eventi come questa. Anch’io ho rilevato un punto in cui c’è un calo di tensione al momento sbagliato:

    “È passato un intero giorno e non ha mosso un dito per mettere in ordine. Va bene che hai appena traslocato, ma ti sembra il modo di ricevere ospiti?”

    Secondo me se lo togli è meglio.


  5. @ Angra

    I tuoi interventi sono spesso puntuali, ma qui credo che hai toppato alla grande :P

    “È passato un intero giorno e non ha mosso un dito per mettere in ordine. Va bene che hai appena traslocato, ma ti sembra il modo di ricevere ospiti?”

    Questa frase è solo un modo più dinamico per descrivere il disordine, nonché il passaggio del tempo. Per me non spezza, anzi contribuiscead aumentare la tensione. Altrimenti facciamo zero descrizioni e buonanotte.


  6. Quoto Angra.

    Quella è un’altra battuta che mi ha fatto storcere il naso.


  7. Leggendo mi sono accorto che abusi un pochino troppo del punto.

    “Elena mi fa sedere sul letto sfatto. Mi aiuta a distendere le gambe. Mi copre con il lenzuolo bianco. Rassetta le coperte. Prende una seggiola di plastica e si sistema al mio capezzale.”

    È vero che nello scrivere narrativa sono preferibili le frasi brevi, ma nel brano sopra mi sembra che tu esageri. Il punto e virgola sarebbe andato bene lo stesso. Anzi, credo che il punto e virgola sia proprio necessario quando si riporta un elenco di azioni.
    Comunque, il capitolo mi è piaciuto. All’inizio ho creduto stessi cercando di imitare l’episodio 17×6 di Buffy ^__^.


  8. Bello, io AMO i casini quantistici (specie perché non ci capisco ‘na mazza).


  9. @Mariano: l’ho detto perché, specialmente nel secondo periodo, sento una sfumatura umoristica.


  10. @GiD / @Angra. Ci penserò. In realtà l’atmosfera non vuole essere del tutto drammatica, perché non siamo ancora entrati nel Dramma. Ho pensato ci fosse ancora spazio per una punta di ironia da parte di Silvia. Ma proverò a rileggere fra un po’ e vedrò che effetto mi fa.

    @p.coso. Anche qui proverò a rileggere passato un certo tempo. Nell’esempio che hai citato però terrei i punti: sono tutte azioni distinte le une dalle altre; termina una e comincia l’altra.


  11. Gli stivali scricchiolano sulla neve compatta

    Non sono gli stivali a scricchiolare, ma la neve. Se “stivali” deve essere necessariamente il soggetto, allora “fanno scricchiolare”.


  12. @kukiness. Sì, hai ragione. È meglio se la neve scricchiola sotto gli stivali. Poi cambio.


  13. bel cambio di rotta date le premesse (ma invero il semino lo avevi buttato da mò) ci si sarebbe potuti aspettare una progressione alla katatekid con silvia che si allena e affronta insidie minori per poi arrivare ad essere una mega maga quantica in tempo per gli extracosmici e invece tiè! ^___^

    adesso mi sollevi un sacco di quesiti:
    perchè silvia ha deciso di riportare la propria coscienza non formata in una situazione di altissimo pericolo? (gli extracosi sono già quì) Non vuoleva nuocere a nessuno, dice nel biglietto, che sia un tentativo di suicidio? (del resto come maga quantica probabilmente non può morire perchè basterebbe un’attimo di istinto di sopravivenza che tac! va tutto a posto)

    MUMBLE MUMBLE

    p.s.
    seguire a puntate un romanzo è un piacere unico, roba da foietton di altri tempi


  14. p.s.
    seguire a puntate un romanzo è un piacere unico, roba da foietton di altri tempi

    Quoto igorilla.


  15. continua il grande gioco dell’autunno (che triste cosa) prova a spoilerare anche tu (che tanto sbagliamo di sicuro)

    Mostra spoiler ▼


  16. @igorilla. Uhm, stavolta con gli spoiler non ci hai azzeccato molto. ^_^
    Comunque, come spiegava il Conte nel capitolo tre, gli alieni in arrivo sono solo lacchè devi veri “Cattivi” (che poi, saranno sul serio cattivi?)

    Per il capitolo 7 ci vorrà ancora qualche giorno.


  17. ecco lo sapevo visto! degli emisari! eh? come? lo sapevano tutti?

    -__-’imbarazzo

    ci ho provato

    però pare che ti piaccia il mio gioco dell’autunno

    allora ci riprovo

    Mostra spoiler ▼

    P.S.
    c’è un incongruenza, una volta compreso di essere nel futuro Silvia non si chiede di Roberto, infondo poco prima (nella percezione di silvia) ne era alla disperata ricerca

    certo gli eventi sono stati piuttosto disorintanti, ma neanche una domanda di sfuggita?


  18. In effetti, anch’io pensavo che con l’inizio del “dramma” Mostra spoiler ▼

    Troppi cartoni giapponesi, ecco il motivo…


  19. Alla faccia di tutto quello che ti ho scritto, ho finito di leggerlo in un giorno ;-p

    Complimenti. Mi ha preso da morire, sul serio. Ti odio, grandiosa scrittrice!

    PS:Il sesto capitolo è quello che mi piace di più. Somiglia a Lost.


  20. passavo per controllare (peccato sarà per lunedì) e mi è sorta un’idea

    ma hai mai pensato di mettere un link paypal per eventuali donazioni da parte di estimatori e fan?

    non ci farai certo una fortuna (ma poi chissà) ma è una maniera di portare in concreto gli il sistema di libera e-cultura che promuovi

    se ritieni questo romanzo ancora un esercizio immeritevole (che palle questi modesti talentuosi) sappi che per il prossimo sei moralmente obbligata a dare la possibilità di manifestare concretamente la stima che meriti (che sia tanta o poca $e ?on ?o £ai ?on ?o $ai) ;)


  21. @igorilla. Il Capitolo 7, salvo disastri, sarà pubblicato domenica pomeriggio. Penso d’ora in poi si terrà il ritmo di un capitolo ogni due settimane.

    Per quanto riguarda le donazioni, ci penserò. Magari preparerò un’inchiesta per vedere qual è il pensiero generale dei visitatori al riguardo.


  22. Il rischio è che leggendo ogni due settimane dimentico, specialmente i dettagli. Se fanno i riassutni brevi con i telefilm di successo, figurati un lavoro di questo genere quanto ne necessiterebbe.
    Ma posso sempre riparare andando a leggerlo tutto quando sarà finito.


  23. D’accordo con igorilla.

    Aggiungo: metti anche AdSense, o
    Project Wonderful, o varie ed eventuali.

    Se tiri su qualche soldino, è più che meritato.


  24. La densità della materia nell’Universo è così bassa, che è quasi impossibile per due particelle venire in contatto.
    [...]
    Quando poso il piede fasciato sul pavimento, è come dare un morso a una tavoletta di cioccolato con i denti cariati.

    In entrambi i casi la virgola è sbagliata. Non dovrebbe esserci.


  25. @Daniele. Penserò alle donazioni o magari a offrire il libro via lulu.com una volta finito. Riguardo alla pubblicità sono contraria, perché la devono subire tutti, compresi quelli che non sarebbero disposti a pagare. Non lo trovo giusto.

    @Kukiness. Non ci sono per definizione usi “sbagliati” della virgola. Anche casi estremi (come metterla tra soggetto e verbo) possono essere consapevoli (e accettabili) scelte di stile.
    Detto questo, nel primo caso la virgola è voluta: c’è una voluta pausa nel dialogo del personaggio prima di chiarire le conseguenze di avere la densità tanto bassa. Nel secondo caso puoi aver ragione, sarebbe più scorrevole senza.


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