Capitolo 5

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Elena si sfila lo zaino dalle spalle e lo posa sui gradini della scalinata. Poi lo trascina più vicino a sé, perché siamo proprio davanti all’ingresso della scuola e c’è il rischio che qualcuno inciampi.

«Guarda» mi dice. Piega il capo in avanti, i capelli neri le ricadono intorno al viso. «Vedi niente?»

Mi porto alle sue spalle e le esamino la nuca. La pelle è liscia, senza macchie o segni, solo un po’ arrossata per il freddo – è una mattina gelida, per essere inizio aprile. Vorrei palparle il collo, per assicurarmi che non ci siano imperfezioni che sfuggono alla vista. Meglio di no: ho le dita ghiacciate e farei sobbalzare Elena. Unisco le mani a coppa davanti alla bocca e soffio per scaldarle. Il respiro si condensa in arabeschi bianchi.

«Dunque?» Elena si è rimessa dritta e ha raccolto lo zaino.

«Be’, sì, non si vedeva niente.»

«Appunto. Perciò non c’è niente da aver paura. È una puntura minuscola, non senti niente, non rimane alcun segno, in pratica non te ne accorgi neanche.»

«Non so.»

Elena sbuffa, scuote la testa. Sale gli ultimi gradini che ci separano dal portone. Mi affretto a seguirla. Il gargoyle accovacciato sopra l’ingresso osserva i nostri movimenti con occhi di granito.

«Ma hai almeno compilato il modulo?»

I nostri passi risuonano nitidi nell’atrio. La campanella è appena suonata e sono tutti in classe; nessun ritardatario oggi. Tranne noi: abbiamo deciso di entrare con qualche minuto di ritardo, sperando che siano già stati scelti i volontari per l’interrogazione di matematica.

«L’hai compilato sì o no?» insiste Elena.

«No. In prima pagina c’era scritto che in caso di minorenni era richiesta l’autorizzazione dei genitori. Mamma non sarebbe mai d’accordo.»

Elena si appoggia al corrimano delle scale per il secondo piano. Mi rivolge un’occhiata indulgente, di chi fa appello a tutta la propria pazienza perché alle prese con una ritardata. «Fregatene, no? Fai uno scarabocchio e basta. Tanto non controllano. Te lo posso garantire, nessuno andrà mai a verificare.»

Saliamo. Tormento il bottone del cappotto sotto il bavero. Non mi fa né caldo né freddo imitare la firma di mamma o mentirle, ormai è un’abitudine, sono io che ho dei dubbi su questa faccenda. «Ripetimi un’altra volta quello che dovremmo fare.»

«Te l’ho già detto mille volte. È semplicissimo. Ti fanno sedere su queste poltroncine finché non arriva un’infermiera per l’iniezione al collo, che è una cosa da niente. Poi passati dieci minuti, un quarto d’ora, ti accompagnano in una stanza, ti siedi su una seggiola con davanti un tavolino. L’infermiera ti mette degli elettrodi alle tempie, e–»

«Fa male?»

«Cosa, gli elettrodi? Ma figurati. Ti fa male metterti un cerotto? Ecco, uguale. Non senti niente. Dopo gli elettrodi piazzano una telecamera e un mazzo di carte sul tavolino. Le carte hanno il dorso grigio, mentre le figure sono cerchi bianchi o neri. Tu prendi una carta per volta e la guardi.»

Imbocchiamo il corridoio verso la nostra classe. I finestroni che si affacciano sul cortile sono velati dalla foschia. Nelle aule la luce è accesa, filtra da sotto le porte chiuse. Invece le lampade appese al soffitto sono spente.

«Tutto qui? Non devi indovinare quale carta sia prima di voltarla?»

«Non devi fare niente. Devi solo girare la carta e guardare la figura. Penso che la telecamera segua il movimento degli occhi. Comunque non ti chiedono nient’altro, solo di prendere una carta alla volta, girarla, guardare la figura e continuare così finché non si è esaurito il mazzo. Ci vogliono venti minuti o giù di lì.»

Siamo quasi arrivate. Elena rallenta apposta il passo e io la affianco. È un po’ più bassa di me, ma cammina sempre con foga. «Dopo, quando hai guardato tutte le carte, torna l’infermiera e ti riporta alla sala d’aspetto con le poltroncine. Ti offre un tè o un’altra bevanda calda e una brioche. Quindi passi a uno sportello e ti pagano. Nessuna formalità, intaschi i soldi e te ne vai. Soldi facili.»

Raggiungiamo l’aula. Elena accosta l’orecchio al battente per saggiare la situazione. Porta l’indice davanti alla bocca. «Ancora troppo presto» bisbiglia. Fa cenno di riprendere a camminare. Ci dirigiamo ai bagni.

«Comunque se proprio non vuoi, pazienza. Chiederò ad Angela o a qualcun altro. Non c’è problema.»

«Onestamente questa cosa di fare la cavia non mi piace tanto. Però se mi dici che non ci sono rischi… ok, accetto.»

Elena mi sorride, ha i canini pronunciati, affilati. «Perfetto! Facciamo così: durante l’ora di storia ti aiuto io a compilare il modulo. Così possiamo subito andare alla chiesa, questo pomeriggio.»

«Va bene.»

«Allora ti posso svelare un segreto.» Avvicina il viso al mio, per sussurrare all’orecchio. «L’altro giorno, dopo la seduta, non è passata l’infermiera. Il caffè me l’ha offerto un ragazzo, un tipo strano. Si è presentato come Roberto e se fossimo in un film dell’orrore ti giuro che–»

 

«Ma che hai, ti sei addormentata?»

Batto le palpebre. Ho artigliato la maniglia, la stringo così forte che le dita e i muscoli del braccio mi fanno male. Ho la bocca secca e il cuore mi martella nel petto. Un rumore, simile a uno scrosciare, mi riempie le orecchie.

Cosa mi è successo? Non ho mai vissuto un’esperienza del genere. Non è stato un semplice ricordo, ero di nuovo lì, nel corridoio in penombra della scuola, tre mesi fa. Occupavo il mio corpo e, allo stesso tempo, lo osservavo distaccata. Come nei film, quando il moribondo si accorge che la propria anima sta per lasciare il mondo.

I gradini di ferro dietro di me cigolano: qualcuno sta salendo le scale. Riconosco la voce di Elena che bisbiglia parole incomprensibili. Una seconda voce le risponde: è la mia. Trattengo il respiro. Il vociare si avvicina. Ho due fantasmi alle spalle, e uno dei due sono io. O mi sto davvero riducendo il cervello in poltiglia oppure sono morta.

Mi tremano le ginocchia, ma devo sapere.

Mi volto di scatto.

Nessuno.

Il Conte mi pungola la guancia con una zampetta. «Silvia, stai bene?»

«Sto bene, sto bene. Credo. Ho fatto un sogno a occhi aperti o qualcosa del genere. Era molto intenso.»

Distendo e ripiego le dita indolenzite. La spiegazione più logica è che sono così in ansia per Roberto da avere le allucinazioni. Ma lui sta bene, è a letto con l’influenza e nient’altro.

Apro la porta.

Un’ondata di polvere invade il pianerottolo. Mi piego in due, tossisco. Indietreggio fino a picchiare la schiena contro il parapetto delle scale.

Copro la bocca con il dorso della mano e rialzo il viso: le spirali di polvere grigia si adagiano sulla superficie di un lago di nebbia che mi arriva alle caviglie. Il vano della porta è un riquadro di oscurità. Stringo gli occhi, ma il muro di tenebra oltre la soglia è impenetrabile.

Procedo a tentoni. Cerco l’interruttore della luce sulla parete accanto allo stipite. Sotto i polpastrelli il muro è ruvido, come se l’intonaco si fosse sgretolato. Trovo il rettangolo di plastica, spingo la levetta verso l’alto.

Due lampadine avvampano di giallo. Subito si spengono.

La finestra. Ho una vaga idea di dove si trovi. Torno un attimo sul pianerottolo per riempirmi i polmoni di aria pulita, poi mi inoltro nel buio. Le mani protese colpiscono la parete; mi sposto di lato, tastando il muro con i palmi. Mi sembra di essere uno stupido mimo. Il freddo del vetro. Ancora un po’ più a sinistra. Afferro la maniglia della finestra. Si sbriciola tra le dita.

Dev’essere ricoperta di ruggine. Provo lo stesso a girarla: la maniglia stride, fa resistenza. Giro con più forza e tiro verso di me. Il ferro arrugginito mi graffia il palmo. Il sudore – non sarà mica sangue? – scorre dal polso fino al gomito. Gocciola sul pavimento.

La finestra si spalanca con uno schiocco.

Spingo in fuori le persiane. Alcune delle stecche orizzontali scivolano via dalla loro sede e precipitano in strada.

Il Sole di mezzogiorno si riversa nella stanza.

Mi guardo attorno, confusa. «Cos’è successo qui?» mormoro.

L’intonaco è scrostato. Rimangono solo poche chiazze di vernice bianca a coprire i mattoni messi a nudo. Profonde crepe solcano il pavimento, le mattonelle non combaciano più. Il legno del tavolo e della credenza è marcio e annerito. La ruggine incrosta la maniglia della finestra, il lampadario, le cornici con le stampe di Bosch.

Mi avvicino alla cornice appesa sopra il divano. La stampa è ridotta a una poltiglia color paglia accumulatasi lungo il bordo inferiore del telaio. Il vetro è incrinato, e ho il timore che vada in frantumi se lo sfioro. È un peccato, mi piaceva quel quadro, era bizzarro: c’era un tizio con un imbuto come copricapo che trapanava un disperato, gli apriva un buco in fronte. A osservarli una signora con un libro rosso. In equilibrio sopra la testa.

 

Mentre cammino, le scarpe sollevano sbuffi di polvere. La polvere è ovunque, è un manto steso sull’intera stanza. «Cos’è successo?»

«Non ne sono sicuro.»

Giro il viso verso il Conte, appollaiato in spalla. È la prima volta che lo sento incerto. Il coniglietto rigira una sigaretta tra le zampette, con movimenti nervosi.

«Posso azzardare alcune ipotesi.» Infila la sigaretta in bocca. «Ma prima devo ragionarci sopra.» La fiammella dell’accendino brilla per un istante. Il Conte dà un lungo tiro.

Sono tentata di chiedere al coniglietto di passarmi una cicca. Non ho mai fumato, ma forse è il momento di iniziare. Una sigaretta mi aiuterebbe a rilassarmi, a pensare con calma – lo assicurano tutte le fumatrici nei forum. L’appartamento di Roberto è in rovina e lui… Fisso la porta chiusa della camera da letto, a pochi passi da me.

Ho paura. Ho paura di quello che potrei scoprire.

È solo a letto con l’influenza. Sta bene, non è gli successo niente. Sta bene.

E se non è vero? Non ce la faccio più da sola: devo chiamare Elena, raccontarle tutto e farla venire qui.

Prendo il cellulare.

Ma se non dovesse rispondere? Non le parlo da ieri pomeriggio, non mi ha più richiamata dopo che è caduta la linea. Se fosse sparita anche lei? Ho la netta sensazione che Elena sia in un limbo: è salva finché io non scopro se è sparita o no. Silvia, se cominci a pensare idiozie del genere sei pronta per lo strizzacervelli.

Compongo il numero. La sensazione diviene più reale, palpabile, ha lo stesso sapore della Magia. Spengo il telefono. Mi appoggio allo schienale del divano.

 

«No, rimani sdraiata ancora qualche minuto, potresti sentirti di nuovo male.» Una mano preme contro la spalla e mi costringe a stendermi. Non che io sia contraria: mi gira la testa, e dubito che riuscirei a stare in piedi.

Osservo il soffitto. È dipinto di fresco e non vedo lampade al neon. Non sono al pronto soccorso. La luce è troppo bassa, nessuno si lamenta per il dolore. No, niente pronto soccorso. Questa volta.

Piego la testa di lato. Davanti a me ho una finestra; oltre i vetri nuvoloni grigi coprono il cielo. Un lampione lontano è già acceso. Pomeriggio inoltrato.

«Dove sono?» biascico.

Non ricordo niente di quello che mi è successo oggi. Ma so che è un giorno feriale, e che sarei dovuta andare a scuola – ci manca solo che sia in giro da ieri sera, sarebbe la volta buona che mamma mi ammazza.

«Sei a casa mia» risponde la voce di prima. Chi ha parlato? La stanza mi sembra vuota. «È stata la tua amica Elena a insistere per venire qui invece di chiamare i tuoi genitori.»

Elena.

I ricordi si ricompongono, come fotografie sfocate che diventano via via più nitide. A scuola ci sono andata. L’ora di storia. Ho passato l’ora di storia a riempire un modulo… Il vento gelido ci ha costrette a chinare il capo, appena scese dall’autobus. Ci siamo infilate in una stradina così stretta da non poter camminare una a fianco all’altra. I corvi ci spiavano dai tetti… La facciata della chiesa si confondeva con i palazzi accanto. Un piccolo crocefisso era inchiodato sulla porticina di legno. Elena ha bussato con il batacchio a forma di testa di leone… Una goccia incolore scintilla sulla punta dell’ago. L’infermiera mi strofina la pelle con un batuffolo di cotone idrofilo…

«Ti sto preparando una tisana, ricetta speciale» riprende la voce incorporea. «Vedrai che ti sentirai subito meglio.»

Sollevo appena la testa e il collo manda una fitta. Il dolore si irradia da un punto preciso, in cima alla colonna vertebrale. Stringo i denti e mi metto seduta. Nella stanza non c’è nessuno. Un rumore di stoviglie giunge da un vano di ombra.

«Dov’è la mia amica?»

«È andata via, aveva un appuntamento urgente.»

Che razza di scusa cretina! Neanche prendersi la briga di inventare una giustificazione decente. Prima insiste per trascinarmi… dove mi ha portata? Premo le dita contro le tempie, ma le foto rimangono sfocate. Mi sta venendo un mal di testa atroce.

«In ogni caso io devo tornare a casa. Chiamami un taxi.»

«Aspetta.» E quando rialzo il viso lui mi è di fronte. In mano una tazza per caffelatte bianca, decorata da scritte nere. Mi porge la tazza e una scia di fumo si disegna nell’aria. «Attenta, ché è bollente!»

Stringo la tazza con entrambe le mani. Il calore intorpidisce le dita, ma è gradevole. La bevanda ha un colore rosato e profuma di pesca. Accosto le labbra al bordo, bevo un piccolo sorso. Con la coda dell’occhio colgo le scritte nere che si dibattono sulla superficie bianca. Sono formiche.

 

La tazza cade. Colpisce il pavimento e va in frantumi. Le schegge si dissolvono. Il liquido bollente schizza ovunque, ma evapora prima di bagnare la stoffa scolorita del divano.

Ho gli occhi sgranati: ho appena assistito a un evento impossibile. Un frammento del ricordo di tre mesi fa si è materializzato nel presente. Oppure sono ancora allucinazioni.

«Hai visto anche tu, vero?» chiedo al coniglietto. «Cosa. Diavolo. Succede?»

Il Conte butta la sigaretta. «A questo punto direi che l’ipotesi più probabile è che si tratti di una distorsione entropica.»

«Una distocosa? In italiano, se non ti spiace.»

«È un’alterazione dello spazio-tempo. Prova a immaginare lo spazio-tempo come un fluido, poi–»

«Ho detto in italiano!»

«Non esiste un modo semplice per spiegarlo.»

Sono in classe, seduta al mio posto – il terzo a partire dal fondo, accanto alla finestra. Sto sudando, anche se più per la tensione che non per il caldo. Rileggo per la nona volta la fotocopia con i quesiti per il compitino di fisica. So rispondere a una, massimo due delle dieci domande. Mi sono dimenticata che era oggi il compito e non ho ripassato. Dannazione!

Cerco Elena con lo sguardo. Troppo lontana per scroccarle suggerimenti. Angela invece è dietro di me, peccato che io, da perfetta imbecille, ci abbia appena litigato, giusto l’ora prima. Se questo compito in classe va male… No! Non voglio rivivere quella mattinata schifosa!

Picchio la mano aperta contro la parete. «Come si sistema questa cosa entropica?»

«Bisogna trovarne la causa. Ed è quello che non devi fare. Non stiamo parlando di un fenomeno naturale. Questo genere di alterazioni sono artificiali, e l’umanità non dispone della tecnologia necessaria per manipolare lo spazio-tempo.»

«Perciò cosa dovrei fare?»

«Andiamocene finché siamo in tempo.»

Faccio cenno di no con la testa. «Dov’è Roberto?»

«Non lo so. Ma dovunque sia non lo puoi aiutare. Silvia, non sto scherzando, questo posto è pericoloso. Molto pericoloso. Andiamo via. Adesso.»

Mi mordo il labbro inferiore. «Non sarei una vigliacca se scappo?»

«Saresti una stupida se rimani.»

È come in quel manga, quello del lupo solitario, che ho scaricato credendolo una romantica storia di licantropi e invece c’erano solo samurai che si sbudellavano. Il bambino figlio del protagonista può scegliere la spada o la palla colorata. Se sceglie l’arma lo aspetta una vita infernale di sangue e morte; se sceglie il giocattolo, il padre lo ucciderà.

La porta spalancata sul pianerottolo o la porta della camera di Roberto? Quale delle due è la spada? Quale la palla? Perché devo scegliere? Non è giusto!

«Non voglio lasciare Roberto» mormoro.

«Davvero vale la pena rischiare la vita per un ragazzo? Silvia, ricordati, devi sempre essere sincera, e non con me, con te stessa.»

«Se io… se io imparo a usare la Magia, poi potrò tornare e…»

«Certo!»

Stringo i pugni. Roberto, non ti sto abbandonando! Ti prometto – ti giuro – che tornerò a cercarti. Qualunque cosa ti sia successa, ti troverò! E tu sai che io mantengo sempre le mie promesse. Per le questioni importanti. Se posso.

«Allora, possiamo andarcene.» Do le spalle alla camera di Roberto. Ho i muscoli ancora tesi, ma il sollievo per la decisione presa ha il gusto di una bella birra ghiacciata.

«Ti va di pranzare fuori?» chiedo al coniglietto. Non ho voglia di tornare subito a casa, mamma sarà ancora incazzata per la storia del fumo e io sono troppo stanca per litigare. «Qui vicino c’è una pizzeria buonissima. Ti piace la pizza?»

Lui sospira. «No, non mi piace la pizza. Tranne quella con le acciughe. Ma va bene lo stesso, basta che ci sbrighiamo.»

Un cigolio, dietro di me.

Non ti voltare, non ti voltare.

Il cigolio diviene un lamento. Si interrompe. Rumore di passi.

Roberto?

Mi volto. La porta della camera è spalancata. Un alone di luce gialla si spande sullo strato di polvere davanti all’uscio. Un’ombra si allunga fino alla parete opposta. Il proprietario dell’ombra è nascosto dal battente.

«Roberto? Roberto sei tu?»

L’ombra esita. Quindi cresce, sale fino al soffitto. La punta di una scarpa sbuca da dietro la porta aperta.

Coniglietto vicino alla stufa

 

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35 Commenti to “Capitolo 5”


  1. Vorrei palparle il collo, per assicurarmi che non ci siano imperfezioni che sfuggono alla vista, ma ho le dita ghiacciate e rischio di far sobbalzare Elena

    Non capisco: a che serve il nome qui?

    Non penso che “farla sobbalzare” verrebbe collegato a “vista”.


  2. Oh sì, mi piace molto. Meno male che era solo per tenersi in esercizio! ^__^

    Ho la netta sensazione che Elena sia in un limbo: è salva finché io non scopro se è sparita o no. No, Silvia, se cominci a pensare idiozie del genere sei pronta per lo strizzacervelli.

    LOL!


  3. @???. Sì, può essere ridondante, ma leggendo senza il nome ho avuto l’impressione che ci volesse un attimo di ragionamento per collegare il sobbalzare al giusto oggetto. Allora ho pensato che è più scorrevole ripetere il nome.


  4. Che dire?
    Praticamente perfetto.


  5. Ma questa è sconvolta dalla distorsione temporale, dalla sparizione del ragazzo, dal capire che è tutto vero…e va a mangiarsi una pizza?! Perchè non vuole litigare con la mamma?!


  6. @Scatcat. Cosa dovrebbe fare? Saltare il pranzo? ^_^


  7. No ma certo non è la prima cosa che viene in mente. Capisco che tu voglia il calo di tensione prima dell’ulteriore mazzata del cigolio ecc ecc (a proposito, sei perfida a lasciarci così in sospeso :P), ma si butta tutta la cosa alle spalle con troppa leggerezza, secondo me. Ok che è un’adolescente non sveglissima, ma anche avere l’ansia che si spegne come un interruttore…


  8. @Scatcat

    Ma non c’entra nulla il discorso che fai te. Ad esempio io gioco a D&D da una vita ormai. Lì i personaggi vivono continuamente e per forza situazioni di tensione, stanno sempre all’erta, e non perché non trovano il proprio partner o c’è stata una distorsione temporale, ma per il semplice fatto che quel mondo è pieno (come questo del resto) di gente dalle brutte intenzioni.
    Mentre stai dormendo, un qualsiasi goblin potrebbe ucciderti nel sonno, anche mentre passeggi potresti cadere vittima di una trappola. Ma non per questo non mangiamo o non dormiamo. Sono esigenze fisiologiche essenziali. E se finiamo lerazioni, ciao ciao avventura, potremmo anche morire di fame o di inedia, altro che mostri.
    Questo per dire che per quanto sivivano situazioni allucinanti un contatto con la realtà è cmq esenziale. A meno che nonmodifichiamo la realtà a priori. Punto.


  9. Che un branco di temprati avventurieri non abbia problemi a sventrare i propri nemici e pranzare sui loro cadaveri ci sta tranquillamente.
    Ma qui parliamo di una ragazzetta che nella vita al massimo è stata sgridata dalla mamma o da qualche professore, mica di una che sventra orchi tutti i giorni. Un momento è terrorizzata dalla distorsione temporale e preoccupata a morte per il suo grande amore, e l’istante dopo si calma pensando “ah, tanto con la magia_che non so usare minimamente_metterò tutto a posto. Pizza?”. Ok che non si rende ancora bene conto del casino in cui è, però…


  10. beh forse Silvia ha in qualche maniera intuito che il suo casino peggiore è se stessa

    a questo punto è difficile dire se la ricerca universitaria sia davvero l’origine del risveglio dei poteri di silvia, potrebbe essere tutta una sua creazione, il moroso, l’amica, l’esperimento, la madre, la storia umana,

    sta tessendo da sola un delirio infernale tale che quasi ci rimane, ancora un po’e i cattivi grossi grossi che arrivano dallo spazio si potevano risparmiare la faticata di arrivare su sto planetoide praticamente innoquo

    Silvia desiderando una pizza convoglia la sua mente su una cosa innoqua e basilare

    infondo che cosa ci può essere di più benigno del cibo?

    se dovessi svuotare la mente da ogni pensiero pericoloso io penserei ai sofici Marsh Mallows

    [img]http://www.anni80.info/movies/images/gozer.jpg[/img]
    ma forse neanche quelli sono tanto innoqui


  11. @ Igorilla

    A parte che si dice “innocuo”, e non “innoquo”, trovo comunque buona la tua spiegazione riguardo l’espediente “pizza”.

    @ Scatcat

    Posso garantirti che nella mia vita, quando ho avuto a che fare con situazioni di forte tensione o drammaticità, i pensieri più banali o più scandalosi mi assalivano la mente (che so: pensare al sesso con una tipa proprio durante il funerale di un tuo caro; o pensare che devi comprare un certo cd proprio durante un importante compito in classe).
    Voglio dire che si tratta di semplici reazioni di base: niente di più, niente di meno.
    Inoltre il personaggio a me non sembra affatto stupido. Anzi, ha la lucidità di non impazzire dal momento che parla con un coniglio un secondo si e un secondo si.
    Terzo punto: allentiamo un po’ le redini e godiamoci la storia :D


  12. Io sono d’accordo con Scatcat :) Se si voleva allentare la tensione, ci sarebbe stato bene, ad esempio, che lo stomaco di Silvia brontolasse rumorosamente dalla fame (come ha detto Mariano, siamo esseri umani, abbiamo i nostri sacrosanti bisogni fisiologici che spaziano dalla pipì allo starnuto, ed un’infinità di altre cose talvolta imbarazzanti e fuoriluogo XD). La situazione può essere tragica quanto vuoi, ma il tuo stomaco non sente ragioni.

    Però fare un’uscita così, “andiamo a mangiare la pizza”, ecco, quella sì che è vagamente disturbante. >_> Se Silvia riesce a farsi domande esistenziali sulle scelte giuste da compiere, pur paragonandole a qualcosa di molto terra-terra come un fumetto giapponese, com’è possibile che due secondi dopo pensi alla pizza o.ò e che tutto il capitolo e mezzo di pippe mentali “ooooh dov’è finito il mio ragazzo” sia sparito?

    Silvia è una teen-ager di tutti i giorni, che avrà sicuramente i suoi ritmi e le sue abitudini alimentari. Sentire fame ad una certa ora del giorno, a prescindere dalla tensione emotiva, è più che normale, a maggior ragione se sei nell’età dello sviluppo come lei. Non è vero che la tensione ti chiude necessariamente lo stomaco (ad alcuni succede, ad altri no), però NON così.

    È vero che Silvia al momento non può fare niente per Roberto, ma si mette l’anima in pace in due nano-secondi e riesce a pensare al pranzo, alla mamma e al fatto che c’è una buona pizzeria lì vicino? Secondo me è assurdo.


  13. Vabbé, ma a una certa sfanculi Roberto, i conigli e tutto il resto e dici: pizza, birra e rutto libero.
    La cosa è decismanete in stile, che so: futurama, o japan-anime in senso ampio.
    Dai non sta scritto da nessuna parte che c’è una regola che dice paraponzipò etc etc…
    Questa è la scelta di Gamberetta? Amen. :P


  14. Vabbé, ma a una certa sfanculi Roberto, i conigli e tutto il resto e dici: pizza, birra e rutto libero.
    La cosa è decismanete in stile, che so: futurama, o japan-anime in senso ampio.

    Non so o.o Effettivamente, se stessi guardando i Griffin, o Futurama, avrei sogghignato, perché è esattamente quello che ci si aspetta. In questo caso, invece, mi sono sugata un capitolo e mezzo di pippe mentali su “dov’è il mio adorato ragazzo, gli è successo qualcosa, gli è successo qualcosa”, a questo punto pretendo un minimo di coerenza XD Secondo me il problema è proprio questo strano miscuglio di situazioni o.ò È come se ci fosse uno stacco, tra la Silvia che si preoccupa a quella che dice “eeevvabbè, tanto al massimo nell’altra dimensione che gli può succedere? io devo mangiare!”, che non riesco a spiegare. Lo stile non è *del tutto* grottesco, o parodico. Non c’è un buon amalgama nella scelta dei tempi comici e delle situazioni buffe U_U

    Poi, per carità, non contesto il fatto che Silvia possa essere insensibile (come ho già detto, me ne strafrego delle scelte morali del personaggio :D Rutto liberooo XD), come quando fa quel commento sulla tipa con le stampelle, non ricordo più a quale capitolo. Solo che qui è assolutamente… fuori luogo, non sta bene affiancato a tutta la tiritera di prima.

    Poi, certissimamente, Gamberetta scrive quello che vuole. E io pure. XD


  15. @ Kukiness

    Si, cmq non hai tutti i torti.
    Ho capito quello che intendi…
    Bé, aspettiamo che Gamberetta ci dica qualcosa allora :D


  16. @Kukiness.

    Però fare un’uscita così, “andiamo a mangiare la pizza”, ecco, quella sì che è vagamente disturbante. >_>

    Vuole esserlo. L’idea è che se Silvia liquida così il suo ragazzo in pericolo, forse non lo ama così tanto come dice…
    È come con il furto del portafoglio: Silvia è “scandalizzata” perché così percepisce dovrebbe essere giusto. Ma ovviamente a lei non frega niente della grassona. Lo stesso con Roberto: Silvia è “innamoratissima” perché convinta che dovrebbe essere l’atteggiamento “giusto”. Ma lo ama davvero?

    Comunque posso magari aggiungere qualche frase per rendere la transizione meno brusca.


  17. Io lascerei così com’è.


  18. Vuole esserlo.

    Ma XD Comincio ad avere il dubbio forse sono io che non mi spiego bene XD Alors. Ritornando all’esempio dei Griffin, se Peter Griffin fa una battutaccia su una persona malata di cancro (cosa che succede spesso) è effettivamente *disturbante*, ma perfettamente in linea con il personaggio, lo humor e il tipo di cartone animato.

    Silvia sembra sinceramente preoccupata per Roberto. Nel suo modo forse un po’ fanciullesco, anche infantile, come si può essere innamorati a 17 anni, però per un capitolo e mezzo me la tira la pappardella della preoccupazione, una SINCERA preoccupazione. Se Silvia, nei capitoli precedenti, si fosse sì “preoccupata” per Roberto, ma inscenando un po’ la parte dell’eroina tragica, allora se mi esce fuori con una battuta alla “ora sono stufa, andiamo a mangiare la pizza” avrei anche anche capito. Okay, è DISTURBANTE, nel senso che, ommioddio, “ma il personaggio è senza cuore, LOL!!!1!!”. In questo caso invece non è che il personaggio è – come Peter Griffin, anche se l’esempio non è proprio dello stesso genere XD – un personaggio provocatorio, è semplicemente vagamente incoerente.


  19. @ Kukiness

    Ma può darsi che il personaggiosia sempre così “vagamente incoerente”. E allora sarà nettamente coerente. Oddio mi sa che questo è relativismo. Vabbò dai…Io vado afarmi una pizza :D :P


  20. Salve, vorrei dire la mia sulla reazione di Silvia. Io credo che Silvia sia il tipo di persona che se ne frega di tutto e tutti, finchè qualcosa non la disturba. Mi sono fatta l’idea che la sua unica vera preoccupazione sia se stessa: fa finta di preoccuparsi delle altre cose (probabilmente in maniera inconscia), ma in realtà non le importa. Quindi, quando tentenna, indecisa se salvare Roberto oppure no, lo fa solo perchè si sentirebbe in colpa ad andarsene senza neanche provare ad aiutare Roberto (sempre inconsciamente, non credo stia “recitando” apposta). Infatti Grumo le dice: “Silvia, ricordati, devi sempre essere sincera, e non con me, con te stessa”. Insomma, a me la reazione è parsa coerentissima con il personaggio =). Inoltre, non mi sembra che l’intenzione di Gamberetta fosse quella di creare un’atmosfera “grottesca”, come quella dei Griffin (però forse li ricordo male, è da tanto che non li vedo): Silvia è una persona normale, non una macchietta, e non mi pare voglia essere grottescamente malvagia o senza cuore o insensibile. Probabilmente ci sono mille milioni di persone come lei al mondo.

    A parte questo: adoro questa storia*__*! Gamberetta, non credo di essere abbastanza brava da aiutarti con delle critiche, ma spero ti faccia piacere sapere che la storia mi sta divertendo un mondo!


  21. Si, ha ragione Gwen. Si tratta di inconscio. Ma è anche una sottigliezza che non tutti i lettori sarebbero disposti a cogliere, se così fosse.
    Pertanto mi rimetto a quanto già scritto da Gamberetta.
    Per dovere di cronaca i Griffin non sono nè grotteschi né satirici, ma semplicemente educati e pettinati.
    Se si vuole qualcosa di forte ed intelligente, South Park docet in questo campo. Ma ho già sconfinato troppo off topic. Ciao.


  22. @Gwen.

    A parte questo: adoro questa storia*__*! Gamberetta, non credo di essere abbastanza brava da aiutarti con delle critiche, ma spero ti faccia piacere sapere che la storia mi sta divertendo un mondo!

    Mi fa molto piacere! ^_^ Sapere che i lettori si divertono è una delle ragioni per le quali si scrive.


  23. Per carità, anch’io mi diverto, il che non vuol dire che debba improvvisamente farmi sparire il senso critico. Secondo me una reazione così non è neanche da “lo ama veramente?” ma proprio da “e chi ti conosce?”. Come diceva Kukiness, nella parte precedente da l’idea di un vero sentimento, quindi o si preoccupa meno prima o di più dopo :)


  24. @Gamberetta: Prego, allora^^! Non vedo l’ora di leggere il capitolo 6!

    @Scatcat: Non intendevo dire che siccome mi diverto, va tutto beneXD. Erano due discorsi separati =).


  25. L’amore è una bella cosa ma la fame è peggio ancora.

    (Sandrone Piverone del Bosco di Sotto)


  26. personalmente la cosa della pizza è perfetta

    funziona sopratutto perchè disturba, un apparente cambio di rotta quando invece…

    piuttosto come qualcun’altro ha fatto notare sono certe espressioni fatte e ritrite nei pensieri di silvia, come:

    “È un po’ più bassa di me, ma cammina sempre con foga, come se avesse il diavolo alle calcagna.”

    a scalfire il piacere della lettura


  27. Non so se ti è già stato fatto notare (non ho la forza, adesso, di leggermi tutti i commenti), ma qui “Mi porge la tazza e una scia di fumo si disegna nell’aria” forse sarebbe più corretto parlare di vapore? Comunque la trovo una storia intrigante.


  28. Dobbiamo aspettare ancora tanto per il capitolo successivo? Uff! :P


  29. @Mariano. Purtroppo questa settimana ho avuto diversi problemi extra fantasy, perciò il capitolo 6 penso slitterà a settimana prossima.


  30. @Silvia
    Okay:)


  31. nooooooooo aspettavo il 6° con trepidazione

    vabbè non posso neanche lamentarmi, avevi già avvertito che la serializzazione sarebbe stata discontinua

    per spassarmela tento uno spoiler investigativo

    elaboriamo gli indizi forniti sin’ora

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    tentativo di spoiler
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  32. Mostra spoiler ▼


  33. Mostra spoiler ▼


  34. In vista del riprendere della storia (ci spero tanto!) mi sono messa a rileggerla da capo.
    Ho notato ora una cosa:

    Ho la netta sensazione che Elena sia in un limbo: è salva finché io non scopro se è sparita o no.

    E’ una citazione al paradosso del gatto di Schrödinger?
    (nome copiaeincollato, ovviamente….)


  35. @Rotolina. Sì, è un riferimento a quello, anche se ovviamente Silvia ne è inconsapevole.


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