Capitolo 4

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Masako scuote la testa, il numero chiamato non risponde. Rigiro il cellulare tra le dita, lo appoggio al mento. Ho chiamato Roberto ogni tre minuti durante il tragitto fino al quartiere universitario e non ha mai risposto. Almeno venti telefonate a vuoto. Non è da lui ignorare la sua principessa, per nessun motivo.

«Hai intenzione di camminare o dobbiamo fermarci a ogni passo?»

Mi sono abituata al peso del Conte sulla spalla. Molto meno al suo atteggiamento insensibile e maleducato.

«Scusa tanto se sono in ansia per il mio ragazzo, ok?»

Il Conte mi stringe più forte la spalla con una zampetta; con l’altra prende una sigaretta e se la infila in bocca. «Già, già.» Accende la sigaretta. «Basta che ci diamo una mossa, non devi perdere un’intera mattinata di allenamenti solo perché puccipucci ha il cellulare spento.»

«Non capisci. Non è da lui comportarsi così. Ho controllato», per scrupolo ordino un’altra volta a Masako di mostrare l’elenco dei messaggi ricevuti, «ieri sera non mi ha inviato l’sms della buonanotte, né l’sms del buongiorno questa mattina. Da quando siamo insieme non si era mai scordato. Ho paura che gli sia successo qualcosa.»

«Toglimi una curiosità, da quanto tempo conosci questo tipo?»

«Novantatre giorni. Contando oggi.»

Il Conte mi soffia in faccia una nuvoletta di fumo grigio. «È proprio l’amore di una vita.»

Sì lo è! Per esserne sicura ho chiesto nei forum online, e tutte le commentatrici sono state concordi: non importano i giorni o gli anni, importa quanto siano puri e profondi i sentimenti. E i nostri sentimenti sono profondissimi, è Amore con la A maiuscola.

«Almeno io ho qualcuno che mi vuole bene.»

Il coniglietto mi scruta con i suoi occhietti carbone. «Silvia, sono parole molto dolci, ma temo che tu stia equivocando il nostro rapporto.»

Caccio fuori la lingua. «Non mi riferivo a te, mostriciattolo peloso!»

«Non sai cosa ti perdi» borbotta lui.

 

Il Sole fa brillare il groviglio di tubi in agguato sul tetto del Dipartimento di Fisica e Matematica; riflessi argento disegnano il profilo delle condutture, tracce di condensa luccicano intorno ai bocchettoni. Secondo la spiegazione di Roberto, sarebbe l’impianto di refrigerazione per la sala server. A me pare più un calamaro gigante, con lunghi e grassi tentacoli. Un mostro schifoso uscito dalle pagine di un hentai.

Gli è successo qualcosa.

Non voglio pensarci.

«Allora, cosa stiamo aspettando? Entriamo.» Il coniglietto spegne il mozzicone contro il muro dipinto di bianco, lasciando un cerchietto di cenere. Butta la cicca per terra.

Rimetto in tasca il cellulare – le mani mi tremano un pochino. «Andiamo.»

Le porte a vetri scivolano di lato, silenziose. Il tocco gelido dell’aria condizionata mi punge la pelle e mi dà i brividi.

«Da che parte?» chiede il Conte.

«Se Roberto è in Dipartimento sarà in laboratorio, all’ultimo piano.»

Per raggiungere gli ascensori attraversiamo un salone occupato da file e file di terminali. L’enorme aula è deserta; l’unico suono è il ronzio di pochi PC lasciati accesi. Le luci al neon splendono intense, sembrano le lampade di una sala operatoria. Non le ricordavo così feroci.

Cavi grigi nascono dal retro di ogni computer, percorrono canaline scavate nei tavoli e si agganciano a quattro colonne rivestite di prese. Mi danno una sensazione di nausea, come fossero matasse di vermi intente a divorare la carne rimasta attaccata a gambe scheletriche.

Squish.

Un suono organico, lo strisciare di qualcosa. Mi fermo con il piede alzato, a metà del passo. Una goccia di sudore scende lungo la spina dorsale. «Hai sentito?» sussurro al Conte.

«Sì. Sono le tue scarpe da tennis sul pavimento lucido.»

Finisco il passo. Squish.

«Non me ne ero accorta.»

«Male. Non ti devi mai distrarre.»

«Scusa, va bene?»

Il Conte contrae il musino in una smorfia di disapprovazione.

 

Premo il pulsante per chiamare l’ascensore. La parete ai lati del vano è coperta da annunci, appuntati a due bacheche di legno. Qualcuno vende una chitarra elettrica, usata pochissimo; altri cercano aiuto per l’esame di Matematica del Discreto – che cavolo di nome; una pizzeria offre lo sconto del dieci percento agli universitari.

Perché l’ascensore non si sbriga?

Il Conte accenna agli annunci con una zampetta. «Se non fossi una Maga, cosa ti sarebbe piaciuto studiare?»

«Come? Non so. Veterinaria?»

Per una volta il musino del coniglietto si rilassa. L’espressione non è più così seria, affiora una sfumatura di tenerezza. «Davvero?»

Ma certo! Dopo averti conosciuto ho proprio voglia di dedicare l’esistenza a curare gli animali. «No.»

«Immaginavo.»

Le porte dell’ascensore si aprono con un sibilo.

 

Il quinto piano è un intrico di corridoi. Gli uffici e i laboratori si susseguono anonimi, identificati da targhette di cinque caratteri che non vogliono dir niente. Scommetto che è solo un modo per darsi arie e nient’altro, così i vecchi professori bavosi del Dipartimento possono illudersi di lavorare in un qualche centro di ricerca segreto, uscito da un film di James Bond.

Per fortuna ho ben presente come arrivare al laboratorio di Elettrodinamica. È in fondo a un corridoio che attraversa l’intero piano, a pochi passi da uno slargo dove sono ospitate due macchinette, una per il caffè, l’altra per le bibite fresche.

Un paio di volte ho aspettato lì che Roberto finisse la bevanda al gusto di cioccolato – la sua preferita –, e la smettesse di chiacchierare con compagni di corso o professori. Lo rivedo mentre mescola la cioccolata con il cucchiaino di plastica, solleva il viso, mi sorride e poi continua a blaterare di matematica con qualche persona inutile. Invece di precipitarsi ad abbracciare la sua principessa. Sono quei momenti in cui proprio non lo capisco – dovrò chiedere nei forum.

Svoltiamo a sinistra e ci troviamo davanti uno sgabuzzino per le scope.

«Ma…» Sono sicura di non aver sbagliato strada. Indietreggio fino all’incrocio. Segno sulla punta delle dita: il secondo corridoio a destra dall’ascensore, svoltare a sinistra, sempre dritto. E siamo finiti in un vicolo cieco. Il Dipartimento è cambiato?

«Non mi hai detto di essere già stata qui?»

«Sì. Ma devono aver ristrutturato i locali o qualcosa del genere.»

«Riesci a trovare la strada con la mappa?» Il Conte indica un riquadro appeso accanto alla porta con targhetta 01408.

Studio la planimetria. Non ricordo la sigla del laboratorio di Elettrodinamica, ma individuo lo slargo delle macchinette: è l’unico punto dove la geometria di linee rette dei corridoi è interrotta.

Imbocco il corridoio a destra. «Per di qua.»

Come hanno fatto a stravolgere il Dipartimento in così poco tempo? Non vedo tracce di lavori, eppure hanno rivoltato l’intero piano.

 

Riconosco la porta dipinta di rosso: a quanto pare il laboratorio è rimasto vicino alle macchinette. Meno male. Mi accosto al battente, da dietro viene un vociare sommesso. Busso. Le voci tacciono.

«Av… avanti» balbetta qualcuno.

Il laboratorio è una stanzetta. Un tavolo di metallo è addossato alla parete di destra. Sul tavolo è posata un’apparecchiatura che somiglia a un forno a microonde – forse lo è. Quaderni e fasci di fotocopie sono impilati intorno al forno, un libro ad anelli è aperto davanti allo sportello dell’affare. La parete opposta è occupata da una lavagna: il gesso ha disegnato spirali bianche e una sfilza di equazioni.

Di fronte a me, in fondo al locale, mi aspetta una scrivania. Il ripiano è invaso da cartacce, tranne un angolo, dove è sistemato un monitor. Il PC è sul pavimento, sotto il mobile. In piedi, accanto alla scrivania, due ragazzi.

Il primo è mingherlino e porta gli occhiali; nonostante il caldo indossa un maglione verde marciume. Storco il naso: puzza di sudore. Il secondo sfigato è più basso, ha il viso tondo e due occhi infossati che suggeriscono demenza. Si sta pulendo le dita su una maglietta che ritrae un vampiro con le ali spiegate e la testa di polipo.

Essere sotto lo sguardo di questa coppia di imbecilli mi dà l’impressione che un ragnetto mi risalga lungo il corpo. Quando l’interesse dei due si concentra sul Conte, gli carezzo piano la schiena, per tranquillizzarlo.

«Io volevo solo sapere se c’era Roberto.»

I due si scambiano un’occhiata. «Vorrei proprio saperlo anch’io!» sbotta il ragazzo puzzolente. «Sono quindici giorni che non si fa vedere e non risponde alle mail, se pensa che stia–»

«De Gregorio!» Una voce rauca, alle mie spalle. Mi scosto dal vano della porta per lasciar passare un signore in giacca e cravatta, un po’ gobbo, con i capelli brizzolati. Facile identificarlo: Vecchio Professore Bavoso. Il professore regge tra le dita chiazzate di vecchiaia un bicchierino di plastica.

«De Gregorio», continua il professore, «quante volte le ho già ripetuto che non gradisco quando si alza la voce nel mio ufficio?»

«Mi scusi.»

Il professore poggia il bicchierino sul tavolo di metallo. Una goccia di caffè sfugge oltre il bordo e macchia la pagina di un quaderno. Sporca la parola “decoerenza”. «E lei, signorina? Desidera? Guardi che anche se oggi è il mio giorno di ricevimento, io sono ufficialmente in vacanza da settimana scorsa.»

«No, no, io ero passata solo per vedere se c’era Roberto.»

«Il Lanzi?»

«Sì.»

«Capisco.» Il professore riprende il bicchierino e assaggia il caffè. «Lei è parente?»

Deglutisco. Perché me lo chiede? Perché solo a un parente si possono dare brutte notizie? Orribili notizie? «Sono… sono la sua fidanzata.»

«Interessante. Se le capita di vederlo, gli dica che aspetterò fino a venerdì. Poi intendo avvertire il consiglio di facoltà e le autorità competenti. Stiamo parlando di… quante ore, Biasi?»

«Trecent… trecent… trecentonovantaquattro» risponde il ragazzo con le dita unte.

«… di trecentonovantaquattro ore di elaborazione su Blue Sakura. Ore di affitto del supercomputer regolarmente pagate dal Dipartimento. Sono migliaia di euro di cui il Lanzi deve rendere conto.»

«Non credo di aver capito. Roberto avrebbe truffato l’università? Ma non è possibile! Non lui. Dev’esserci un malinteso.»

«Lei mi sembra una brava ragazza.» Il professore mi rivolge uno sguardo viscido, degno di un pervertito che offre caramelle alle bambine. «E possiede uno splendido coniglietto.»

Muovo un passetto all’indietro. «Grazie.»

«Dunque non si preoccupi, vedrà che si sistemerà tutto. Però, se incontra il Lanzi, riferisca il mio messaggio.» Il professore si protende verso di me, giurerei che il collo gli si è allungato. «Siamo d’accordo?»

«Certo, certo.»

Mi affretto a chiudermi la porta alle spalle. Mentre mi allontano, sento ancora la voce rauca del professore. «Gli avete dato da mangiare sì o no? O volete che scorrazzi affamato per il Dipartimento come l’ultima volta?»

 

* * *

 

Rimugino sulle parole del vecchio bavoso finché non mi accorgo che il tram è inchiodato da una vita alla fermata di via Garrotta.

Perché deve salire una tizia con le stampelle.

La tizia prima deve porgere le stampelle a qualche buonanima. Poi deve farsi aiutare da altri due per issarsi sui gradini. E a quel punto è scattato il rosso all’incrocio.

Mi rimetto seduta, scuotendo la testa.

Siccome ti sei rotta un piede devono essere tutti al tuo servizio, vero? No, carina, non è giusto. Se non puoi camminare rimani a casa, ok? Non è un concetto difficile da comprendere.

Io le persone egoiste non le sopporto. Sono cieche e meschine. Vedono solo loro stesse e non capiscono che altri possono avere problemi ben più gravi delle loro fisime. Per questo litigo sempre con mamma. Non c’è verso di farle capire che non c’è solo lei al mondo.

Il tram riparte con uno scossone. Piego l’anulare della destra. Mancano ancora tre fermate per piazza Savona, dove abita Roberto. Provo a chiamarlo per l’ennesima volta. Niente da fare.

Forse è a letto con l’influenza, ha lasciato in giro il cellulare e non riesce ad alzarsi per andarlo a prendere. A letto con l’influenza? In pieno luglio? Gli è successo qualcosa.

Liscio il pelo sulla schiena del Conte, che mi si è acciambellato in grembo. Il coniglietto, appena salito, ha fatto il pazzo, balzando tra le gambe della gente e saltando sopra gli schienali dei sedili, poi di colpo si è calmato, come un giocattolo a molla che esaurisca la carica.

Il Conte piega la testolina e mi lecca le dita. Lo gratto tra le orecchie. In fondo è un bravo animaletto, quando non si lascia trasportare dalle sue paranoie squinternate.

Fermata di via Nicoletti. Un gruppo di ragazzi ha il naso appiccicato alle vetrine della fumetteria. Il pomeriggio del nostro ventiduesimo giorno, Roberto mi ha accompagnata e mi ha comprato tutti i volumetti di Video Girl Ai, che volevo tanto leggere. Non ho dovuto neanche insistere tanto, meno di dieci minuti di capricci. Roberto è davvero dolcissimo.

Sfila il cinema Belati, chiuso da anni.

Manca una fermata.

Mi alzo. Davanti all’uscita è piantata una signora grassoccia, china sulla propria borsa. Ci rovista dentro con la stessa foga dei barboni che frugano tra la spazzatura del mercato comunale.

Il tram rallenta.

Sospiro. Perché sono circondata da mentecatti? «Io dovrei scendere.»

La signora solleva il grugno sudato. Mi rivolge uno sguardo bovino. «Scusa» biascica. Si sposta di lato.

Le concedo un’ultima occhiata sprezzante. Non te l’hanno insegnato che non bisogna mai scusarsi?

I freni del tram stridono. Le porte a soffietto ansimano e si aprono. Scendo con un saltello. Il tram riparte. Colgo la signora immobile dietro a un finestrino. Mi osserva con espressione dubbiosa.

Sfigata.

 

Seguiamo il perimetro di piazza Savona fino a un negozio di ferramenta. Svoltiamo in una stradina con il selciato in pavé. «Fermati un attimo» dice il Conte.

Il coniglietto balza sopra un cassonetto dei rifiuti. Da sotto la pancia estrae un borsellino; lo capovolge e con una zampetta ne cava fuori poche banconote. Ripiega con cura i soldi e li nasconde tra il pelo. Spinge il borsellino nel cassonetto, infilandolo nello spiraglio lasciato libero dal coperchio, non del tutto chiuso.

Rimango a bocca aperta. «Ma allora…»

«Allora cosa?»

«La signora, poco fa… Cercava il borsellino che tu le hai rubato!»

«Sì, esatto. Cosa credevi? Che avessi il marsupio di Doraemon? Le sigarette non me le danno gratis.» Il Conte ne prende una e se la mette in bocca. «Vedi? Ne parlo e mi viene subito voglia.» La accende. «E comunque, se ti dà fastidio, quando avrai imparato a usare la Magia potrai restituire con gli interessi tutto quello che ho requisito per necessità operative.»

«Non c’era bisogno di rubare. Bastava che mi chie-»

«Silvia» mi interrompe lui. «Seconda regola: conosci te stessa.»

«Ma che significa?»

«Significa che devi sempre essere onesta con te stessa. Per usare il tuo rozzo modo di esprimersi: puoi combinare immensi casini senza neanche accorgertene. Non deve succedere. Un Mago non può permettersi un inconscio. Non può permettersi di avere emozioni e desideri al di fuori del proprio controllo razionale.»

Che bel discorsetto! Sembra preso dal quaderno di Angela, quello dove trascrive tutte le scuse più assurde che hanno funzionato con i prof. Giustificazioni del tipo: non posso fare il disegno, sono allergica all’elettricità statica dei righelli oppure le macchie solari mi hanno cancellato i compiti.

Ma i nostri prof sono dei vecchi storditi. Io no.

«Si può sapere cosa c’entra?»

Il Conte mi risale in spalla, mi sfiora la guancia con il nasino umido. «Sii sincera, davvero ti interessa se la grassona ha perso il borsellino?»

«Veramente sarebbe una questione di principio.»

«Non esistono principi. Esiste solo ciò che tu desideri.»

Vuol dire che sarebbe colpa mia se lui è uno scippatore? È peggio di discutere con mamma! Pazzo, permaloso, paranoico, ladro. E la responsabilità è mia, proprio. «Non credo che–»

«La lezione è finita» taglia corto il coniglietto. «Ora muoviamoci.»

 

Proseguiamo in silenzio fino al civico 12. Indietreggio di un passo e alzo lo sguardo. La finestra della camera da letto di Roberto è chiusa, le persiane accostate.

Ho un bruttissimo presentimento.

«È qui?» chiede il Conte.

«Sì.»

Spingo il portone. L’atrio è in penombra. L’unica luce filtra dal vetro unto del lucernaio. Non c’è portineria, né ascensore. Poche cassette delle lettere sono allineate all’interno di un armadio senza ante. Il mobile separa due rampe di scale: una sale, l’altra scende verso le cantine.

Saliamo.

I gradini di ferro cigolano quando ci poso i piedi. Il corrimano oscilla, come se si fossero dimenticati di stringere i bulloni. L’umidità gonfia l’intonaco delle pareti. Rampicanti di muffa decorano i muri.

«Che topaia» constata il Conte. Incastra la cicca appena fumata in una crepa. Uno scarafaggio sguscia fuori dal pertugio e zampetta via. Sparisce tra le ombre.

«Non è facile trovare un appartamento a poco, gli affitti sono carissimi in questo periodo» spiego. «E Roberto non vuole pesare sulla famiglia, oltre a studiare lavora part-time per la segreteria di facoltà.»

«Commovente.»

Giusto il ladro deve fare sarcasmo sulle persone oneste!

«All’interno l’appartamento è carino. Roberto lo ha arredato con molto gusto.»

«Sul serio?» Il Conte è già alle prese con una nuova sigaretta. «Se mi dici così, non sto più nella pelle dalla curiosità.»

Sul pianerottolo, faccio due lunghi respiri, per calmarmi. Premo il pulsantino bianco del campanello. Il trillo echeggia dietro la porta. Rimango con il dito sul campanello per un intero minuto, ma nessuno viene ad aprire.

«È fuori o è morto» dice il Conte. «Noi la buona volontà ce l’abbiamo messa, possiamo andarcene.»

«Non ancora.» Prendo dalla tasca dei pantaloncini il portachiavi di Pikachu e scorro le chiavi appese alla coda a forma di fulmine. Scelgo quella che ho segnato con un minuscolo cuoricino rosso. La mostro al coniglietto. «Malfidente che non sei altro.»

Infilo la chiave. Giro a destra, a sinistra. Forse è già aperto. Provo la maniglia, ma è rigida. Tolgo la chiave e sbircio nel buco della serratura: magari è ostruito. Calma, devo restare calma. Reinserisco la chiave e la giro con più forza. Le dita sudaticce scivolano sul metallo e perdo la presa.

«È strano. Roberto ha cambiato la serratura per qualche ragione.»

«Per non farti più entrare?»

«No. Non lo farebbe mai. È successo qualcosa, forse ha ragione il prof dell’università, dobbiamo chiamare la polizia.»

«Come se avessimo tempo da buttare.» Il Conte sbuffa. «Devo sempre pensare a tutto io. Hai una spilla per capelli? Una graffetta? Fil di ferro?»

«Non credo. Ma per farne cosa?»

«Dammi il portafoglio.»

«Come? Ti pare il caso di metterti a rubare a me? Adesso?»

Il coniglietto posa sul corrimano la cicca non ancora fumata del tutto, attento a che stia in equilibrio. «Avanti, voglio solo una delle patacche che ci hai appiccicato sopra.»

Porgo il portafoglio al Conte. Lui strappa via una spilla tonda rosa con Hello Kitty in spiaggia. Disfa il fermaglio, scarta la copertura di plastica e il sottostante disco di metallo. Distende per bene il lungo ago. Lo conficca nel solco tra due mattonelle del pavimento. Facendo leva piega l’arnese, dando all’ultimo tratto una sagoma a L.

«Tienimi sollevato all’altezza della serratura.»

Stringo il coniglietto per i fianchi e lo avvicino alla porta. Lui sfila la chiave e inserisce al suo posto l’affare appena creato, con il piedino della L rivolto verso l’alto.

Mi chino per osservare meglio quello che combina il Conte.

Il coniglietto fa scorrere più volte l’arnese per la lunghezza della serratura, spingendo in su e applicando una leggera torsione. Dopo il secondo passaggio, interrompe l’operazione per scostarsi un ciuffo di pelo dagli occhi. Al terzo passaggio dà uno strattone. Clic! Il Conte si divincola dalla mia presa e si abbranca alla maniglia. La porta si socchiude.

«Non dirmi che hai anche l’abitudine di svaligiare gli appartamenti.»

Il coniglietto riprende la sigaretta. «Diciamo che in gioventù ho fatto le mie esperienze.» Mi indica il battente. «Dopo di te.»

Coniglietto acculturato

 

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21 Commenti to “Capitolo 4”


  1. Mi sta piacendo… di sicuro più di Laura (di cui, con tutta la buona volontà del mondo, non riesco a leggere più di due pagine di fila).
    Tra l’altro mi piace l’idea di seguire il romanzo “a puntate”, come un anime.

    p.s.
    Aspetto con ansia di scoprire cosa potrebbe scorazzare “affamato per il Dipartimento come l’ultima volta”


  2. La scomparsa di Roberto è una bella svolta, sono curioso di vedere se il seguito è cambiato molto…

    Ciao!


  3. Vedo finora il tutto molto adatto peruna light novel!


  4. Ciao, ti segnalo una piccola imprecisione di ortografia o battitura:
    “O volete che scorazzi affamato per il Dipartimento come l’ultima volta?”
    il verbo è scorrazzare, con doppia erre. In giro si trova anche la variante con la scempia, ma solo perché entrata nell’uso; il verbo, infatti, è un derivato di “correre”.

    Per il resto, nulla da eccepire. La lettura è scorrevole, la storia accattivante.
    Buon lavoro.


  5. @Mattia. Vero, scorrazzare con due r è più comune, adesso aggiungo la consonante mancante.

  6. My God, I Am Delicious!

    «Commuovente.»

    Credo vada tolta la u.

    Il racconto è ben scritto, originale e avvicente.
    Aspetto con ansia il prossimo capitolo!


  7. @My God, I Am Delicious!. Hai ragione. Corretto. Grazie!


  8. per ora silvia è un personaggio odioso, irritante e antipatico, una arrogante menefreghista (mito il conte che prova a mettela difronte a se stessa), con piccole sfumature ci hai regalato una sfigata unica (brava gamberetta ottima caratterizzazione attendo trepidante le evoluzioni)

    ma fin’ora non ho visto questa “intelligenza normale” che promettevi, mi sembra un pochino sotto la media, non giunge alle deficenze di Laura ma…

    P.S.
    e adesso il momento dei crossover

    è + forte la koscienza di laura o silvia maga quantika

    xkè nn c fai 1 skntro?

    ha ha ha no no scherzavo


  9. La storia si fa sempre più interessante.
    Nel capitolo 3 si scopre che una flotta aliena sta per invadere la
    terra, ma il cap 4 riesce abilmente a distogliere l’attenzione dalla minaccia con questi nuovo misteri: la scomparsa di Roberto e la “cosa” affamata in Università.
    Trovo che sia un abile modo di gestire una serie di misteri che coinvolgano il lettore stimolando la sua curiosità, un po’ “alla Lost”, per intenderci! ^__^

    Un appunto però: se il Conte continua a fumare con questo ritmo, si giocherà i polmoni nel giro di 5 anni!!!


  10. Volevo aspettare di saperne di più per farmi un’idea della storia, ma devo farti i complimenti per il personaggio di Silvia. Caratterizzato benissimo.


  11. Molto ben riuscita la parte sul coniglio ladro, e molto, molto intrigante l’accenno sull’etica e su dove può portare: “Non esistono principi, esiste solo ciò che tu desideri”. Se davvero un mago può realizzare tutto ciò che vuole, è la teodicea 2.0 .

    Un appunto è sul laboratorio, che da come è descritto sembra davvero scarno: capisco che siamo in Italia, ma un laboratorio con una specie di forno a microonde come unica attrezzatura sembra davvero troppo :D. E anche il fatto che il professore dica “non alzare la voce nel mio ufficio”: di solito laboratori e uffici sono strutture separate (e, quel commento sul non alzare la voce sembra davvero messa lì per ricalcare la figura da professore alla “I ragazzi della terza C”). Sempre su questa scena: come fa Silvia a sentire a distanza la puzza di sudore, o meglio a dire da quale dei due sfigati (anche questi, che fantasia nel descriverli…) essa provenisse?

    Un’altra cosa, “gli affitti carissimi in questo periodo”: gli affitti non vanno poi così tanto a periodi, da come messa la frase sembra quasi che da un mese all’altro ci siano cambiamenti.

    Ultimo appunto: quando il coniglio prende la spilletta per aprire la serratura, dal pov di Silvia ci sentiamo dire un “sottostante disco di metallo”; quel sottostante mi pare fuori luogo, troppo da descrizione tecnica, o da scrittore che sta cercando di far capire che succede :D.


  12. @Simone. (rispondo qui anche alle osservazioni riguardo i capitoli precedenti)

    A meno che, il dettaglio non si rifacca volutamente all’eterno fanservice degli anime – che in effetti ci starebbe come cosa.

    Sì, è un’allusione di fanservice, non è detto che rimanga, forse nella prossima revisione renderò l’intero tono della storia più serio.

    Per il resto, ho trovato in alcune parti una scelta linguistica forse troppo elevata per essere dal punto di vista interno di Silvia

    Sì e no, nel senso che forse ho esagerato, ma l’idea è che Silvia sta cambiando e ha degli sprazzi di furbizia. Pian piano diventa un’altra.

    Un appunto è sul laboratorio, che da come è descritto sembra davvero scarno:

    In realtà laboratorio e suo abitanti sono volutamente un po’ stereotipati per una ragione che si saprà dopo.


  13. Mi piace molto come descrivi gli ambienti e la tua cura per i particolari. Tratteggi bene i personaggi(il conte è davvero insopportabile ma è descritto bene e con coerenza) e mi piace l’alone di mistero intorno alla figura del Vecchio Bavoso. Ma tutte le descrizioni scientifiche te le sei inventata o sei un’esperta o.0?
    Ps: il punto in cui desrivi la tetraggine dell’appartamento di Roberto e lo scarafaggio che esce dalla crepa è grandioso!
    Continuerò a leggere i seguiti, brava!


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