Capitolo 3

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Le stelle brillano tanto vicine che so di poterle catturare. Mi alzo in punta di piedi sulla sabbia e strappo una stella dal firmamento. Stringo la sfera di fuoco tra le dita: la luce è abbagliante; fiamme bianche mi lambiscono il braccio. Lascio cadere l’astro: si spegne sfrigolando a contatto con il terreno.

Salto e sfioro con i polpastrelli una seconda stella, piccola e rossa. La stella, infastidita, si ritrae dietro la volta celeste.

Così sono nati due buchi neri, sopra di me. Dev’essere quello lo scopo del gioco. Mi impegno a spaventare le stelle. Quelle con i riflessi più lenti le acchiappo e le lancio tra la sabbia. Presto il cielo diviene una distesa oscura. Allora mi accorgo che all’orizzonte sorge una casetta, con le finestre illuminate.

Raggiungere la casetta non è facile. La spiaggia è ormai ricoperta dai cadaveri delle stelle, e devo stare attenta a dove metto i piedi. Inoltre se cammino in linea retta verso la piccola abitazione me ne allontano, per avvicinarmi devo compiere un percorso a spirale.

Arranco a piedi nudi nella sabbia grigia. La casetta diviene più nitida a ogni passo: è una casetta minuscola, una casa delle bambole. Tegole color mattone tappezzano il tetto spiovente, i muri sono dipinti di rosa, tendine ornate da fiorellini velano le finestre.

Quando raggiungo la porticina, mi rendo conto di essermi rimpicciolita, di non essere più alta di un soldatino. La porticina è socchiusa, intagliata in un riquadro di luce gialla.

«Entra, entra. Ti aspettavo» mi chiama una voce.

Spingo il battente e mi intrufolo nel pertugio. La casetta è composta da un’unica stanza. Il proprietario dev’essersi trasferito da poco, perché lungo le pareti sono ancora accatastati scatoloni pieni di piatti e bicchieri, e altri scatoloni con le pentole, e sedie imballate, una credenza smontata, il rotolo di una tapparella.

Al centro del locale mi aspetta in piedi una figura incappucciata, immobile. Una palandrana nera copre lo sconosciuto, il viso è nascosto dalle ombre del copricapo.

«Avvicinati.»

Accenno di sì con la testa. Mi fermo davanti allo sconosciuto. E lui, con un movimento fulmineo, mi afferra il polso. Dita invisibili mi pizzicano le braccia, risalgono il collo, strisciano sulla guancia, mi entrano nella testa, passando per l’orbita degli occhi. Con uno strattone mi libero dalla presa.

Lo sconosciuto abbassa il cappuccio. Una cascata di capelli dorati gli ricade sulle spalle. Lo sconosciuto alza il viso: è una ragazza.

«Ciao, Silvia!» La ragazza piega di lato il capo, socchiude i grandi occhi verdi. «Io sono pronta, ma ho bisogno di ordini scritti.»

«Ordini?»

«Mi hai detto tu di rifugiarmi qui e aspettare nuovi ordini.»

Ho il sospetto di aver combinato qualche stupidata di troppo alla festa di Angela. Però non ricordo accordi con misteriose ragazze dagli occhi verdi.

«Non so di cosa stai parlando.»

«Ma se non hai ordini…» La ragazza torna a coprirsi la testa con il cappuccio. Non muove più un muscolo, è pietrificata.

Le giro intorno. Le tocco una spalla con l’indice. Do una leggera spinta: la ragazza ha la rigidità di un manichino. Magari ha solo il sonno molto profondo.

Esco dalla casetta. Acqua limacciosa mi arriva all’altezza delle ginocchia. I piedi affondano in uno strato di melma gelida. Alghe viscide mi carezzano le gambe. Enormi libellule mi ronzano attorno. Mentre discutevo con la ragazza incappucciata, la spiaggia si è tramutata in uno stagno.

Le stelle galleggiano alla deriva, tra le ninfee. Su una nana bianca è accovacciato un rospo. Il rospo ha un cartello legato al collo con una cordicella. Mi faccio strada nel fango, mi chino verso il ranocchio e leggo il messaggio: “BACIAMI. SONO UN PRINCIPE.”

La pelle del rospo è color verde muffa, chiazzata da macchie giallastre, degne di un malato di cirrosi. La testa bitorzoluta luccica come se fosse ricoperta di muco. Gli occhi sembrano quelli di un pesce morto. È una creatura disgustosa. Però è solo un sogno. Accosto le labbra al muso dell’anfibio.

Premo appena. È una sensazione nauseante. È leccare la carne putrida di un cane in decomposizione. Mi pulisco la bocca più volte con il dorso della mano. Sto per rigettare.

Il rospo si gonfia. I tessuti si lacerano, rivoli di sangue nero e pus colano nello stagno. Spuntano gambe, e dita nascono dalle gambe, un occhio si spalanca sulla coscia, un braccio cresce dal ginocchio, ossa si distendono a ventaglio dal gomito, unghie affilate rompono vene e muscoli della spalla.

«Che schifezza» mormoro.

Dietro il rospo, l’intrico di carne e organi freme e si dirama, si espande, assume la forma di un uovo. Le pareti dell’uovo si sgretolano, qualcosa di peloso striscia verso l’esterno.

 

Colpisco con una manata il mostro peloso, facendolo volare giù dal letto.

La camera rotea intorno a me, come se fosse il cestello di una lavatrice in funzione. Se la stanza non si ferma subito, vomito la cena. Artiglio il lenzuolo, chiudo gli occhi. Rallento il respiro.

Conto fino a venti. Riapro con cautela gli occhi: la camera non balla più, anche se i muri ondeggiano ancora. Un libro cade dal ripiano più alto della libreria.

Il mostro peloso risale sul materasso e si accuccia dietro il cuscino. Solleva il capo e mi spia con occhietti carbone da sopra il guanciale. Il muso è contratto in una smorfia di disapprovazione.

Non è un mostro, è il Conte.

«Ben svegliata. Esuberante fin dal mattino» dice il coniglietto. «Meglio così. Su, forza, alzati.»

Mi drizzo a sedere, la schiena contro la parete. Sono immersa in un bagno di sudore, la testa mi scoppia, ho la nausea. E ho sete – il caldo è asfissiante. Mi sento a pezzi proprio come ieri mattina, ma non sono reduce da una festa. Ci mancavano giusto gli incubi nel cuore della notte.

Dalla finestra aperta si insinua una luce ovattata. È una luce troppo smorta per dare nitidezza ai dettagli, è più simile a un drappo grigio, steso a coprire il mondo.

«Ma che ore sono?» biascico. La lingua è attaccata al palato e ho difficoltà a parlare.

«Quasi le sei.»

«Le sei? Le sei del mattino?» Per forza sono intontita. «Io non posso alzarmi prima delle dieci, me lo vieta la mia religione.»

Il Conte zampetta verso di me. «Alzati! E non farmelo ripetere.»

«Dopo, adesso non–» colgo con la coda dell’occhio il coniglietto che si infila sotto il lenzuolo. Il pelo mi solletica i piedi. Una fitta alla caviglia.

«Ahia!»

Scatto in piedi, ricado, scalcio. Il Conte è abbrancato al mio piede. I dentoni hanno strappato il pigiama, scompaiono nel rosa della carne. Un filo di sangue disegna il profilo del tallone.

«Mi… mi hai morso!» Lacrime mi riempiono gli occhi. «Mi fa male!»

Il coniglietto molla la presa, arretra con un saltello. «Posso farti ben più male. Alzati! Subito!»

Stringo la caviglia martoriata con entrambe le mani. Il sangue scorre tra le dita, tinge di rosso il lenzuolo. Non sono mai stata morsa in vita mia, è un’esperienza atroce! «Che male, che male, che male!»

Le lacrime mi rigano le guance. «Non voglio diventare un coniglio mannaro!»

«Non lo diventerai, non te lo meriti» risponde il Conte.

Il coniglietto torna di fronte a me. Mi annusa, con la stessa malizia di un leone che sceglie la sua preda tra le gazzelle più deboli del branco. Indietreggio. Il Conte accenna un nuovo attacco. Sgattaiolo verso il fondo del letto, sotto i palmi non trovo più il materasso: rotolo giù e picchio il sedere per terra.

Il coniglietto mi scruta dall’alto in basso. Si infila in bocca una sigaretta. «Adesso.» Accende la sigaretta. «Adesso sbrigati a lavarti e vestirti. Ti voglio pronta in un quarto d’ora, capito?»

Tremo. Per il dolore lancinante alla caviglia, per la paura e per la rabbia. Giuro che se mi sveglia un’altra volta così lo vendo a un circo! Ma non ho il coraggio di pensarlo a voce troppo alta.

 

* * *

 

Non riesco a smettere di sbadigliare. Mi stiracchio. Starnutisco. Il Conte mi ha trascinata fuori di casa senza lasciarmi neppure il tempo per asciugare i capelli dopo la doccia. Mi sono risparmiata l’umiliazione di guardarmi allo specchio prima di uscire, ma so bene di avere un aspetto miserabile.

Se incontro il signor Belardi minimo mi scambia per una clandestina appena scampata a un naufragio. Per fortuna alle sei del mattino non c’è in giro anima viva.

Alzo il viso verso il Sole. Socchiudo gli occhi, mi proteggo con il dorso della mano. Il cielo è sgombro, neanche l’ombra di una nube. Si prospetta una giornata caldissima. Forse evito di buscarmi il raffreddore.

«Seguimi» mi ordina il Conte, saltellando avanti a me.

 

Ci fermiamo all’ingresso dei giardinetti pubblici di via Torino, una traversa di viale Gozzini. I giardinetti, un ovale di verde ampio quanto un campo da calcio, sono deserti. Panchine di ferro, scolorite e arrugginite, si alternano a lampioni spenti. L’edicola in fondo alla via è chiusa; sulle serrande qualcuno ha tracciato graffiti inneggianti all’anarchia. È chiuso anche il chiosco delle bibite. Una brezza leggera solleva i lembi del telone che copre una catasta di tavolini e seggiole pieghevoli.

Tiro un calcio a una lattina di birra vuota. È così presto che non sono ancora neanche passati gli spazzini a ripulire i vialetti di ghiaia. «Ho sonno. Mi fa male la testa. Sono stanca.»

«Di fiato ne hai, e questo è l’importante.»

«Non ho fatto colazione.»

«La farai dopo. Ora comincia a correre.» Il coniglietto indica con la zampetta la pista in terra battuta che segue il perimetro dei giardinetti.

«Correre?»

«Correre. Compiere Magie coscienti richiede un enorme sforzo fisico. Se non sei in perfetta forma, rischi di non essere in grado di sopportare la fatica. Perciò devi allenarti, almeno finché non sarai abbastanza abile da manipolare il tuo stesso corpo con la Magia.»

«Non ho voglia.»

Il Conte mi balza tra i piedi. Annusa il cerotto che copre la caviglia ferita, sfodera i dentoni.

Schizzo in avanti e comincio a correre.

 

Dopo il secondo giro intorno ai giardinetti sono debole sulle ginocchia, il respiro mi esce a rantoli, il sudore mi vela gli occhi. La fontanella mi appare come un miraggio. Mi trascino verso l’apparizione, mi aggrappo al becco di un’aquila di ferro, dal quale sgorga un filo d’acqua. Bevo avidamente, ficco la testa sotto il rivolo di acqua fresca.

«Non ti ho detto di fermarti» mi rimprovera il Conte.

«Non…» Ho il fiato corto, parlare è un’impresa. «Non… non ce la faccio. Non ce la faccio.»

Il coniglietto scala la fontanella con due agili balzi. «Sei in condizioni pietose. Sei patetica. Sei vergognosa.»

«Gra… grazie.»

Il Conte si accende una sigaretta. «Non mi avevi accennato al fatto che frequenti una piscina? Questo è il risultato?»

Sono una persona di buon senso: frequento la piscina perché mamma ha lo sconto al bar e per guardare i ragazzi, non per nuotare. E poi lo sanno tutti che il cloro è velenoso.

«Avanti, riprendi a correre. Fai un altro giro, io ti aspetto qui. Vedi di tornare prima che abbia finito la sigaretta, oppure saranno guai

Fisso il coniglietto, inebetita.

«Muoviti!» sbraita lui.

Strascico i piedi, ma riprendo a correre. Devo tenere una mano premuta contro il fianco, oppure il dolore alle reni mi uccide. Lo vendo a un circo, giuro lo vendo a un circo!

Il sentiero si restringe, ostacolato dai tronchi di due platani. Rallento il passo. Lancio un’occhiata alle spalle: fontanella e coniglietto sono spariti, nascosti dalle fronde.

Se io non posso vedere lui, lui non può vedere me. Per sicurezza metto tra me e il Conte l’albero di destra. Mi siedo all’ombra delle foglie, le gambe distese sull’erba, la schiena posata contro il tronco. Il sollievo è tale che mi avvolge un profumo delizioso: la torta paradiso della nonna, appena sfornata.

Il piano è tanto semplice quanto efficace: mi riposo un paio di minuti, poi sguscio dietro la fontanella e faccio credere al coniglietto di aver completato il giro. Sorrido tra me e me. La luce calda del Sole, filtrata dall’intrico dei rami, mi carezza il viso.

La torta paradiso inizia a puzzare di tabacco.

«Comincio a sospettare che tu sia sul serio stupida.»

Spalanco gli occhi. Il Conte è davanti a me, la sigaretta pendula tra le labbra. «E adesso sono costretto a morderti.»

«No! No, no, no, ti prego! Scusa, scusa!»

«Nessuno ti ha insegnato la prima regola? Non si chiede mai scusa. Perché mai ci si deve trovare nella posizione di deludere i propri maestri.»

Il coniglietto butta la cicca. Volto la testa in una direzione, nell’altra. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. E sono troppo stanca per alzarmi. Non ho vie di fuga.

Il Conte mi azzanna il polpaccio.

Il dolore risale al cervello. Diviene rabbia. Il mondo implode.

Erba, alberi, panchine, ghiaia, i palazzi lontani: ogni cosa si disgrega in una pioggia di coriandoli. I coriandoli si sfaldano in frammenti più piccoli. I frammenti si decompongono in pezzetti ancora più minuscoli. I colori sbiadiscono, il paesaggio si sbriciola in un lago di sabbia nera.

L’aria è scomparsa e con lei il Sole e il cielo. Non esiste nient’altro tranne la sconfinata distesa di sabbia nera. Non posso più respirare, ma non provo fastidio. Quanti minuti può rimanere senza ossigeno il cervello? Inutile contare il tempo, il tempo stesso è sabbia.

L’onda attraversa la realtà con rapidità infinita. Dietro di lei il mondo rinasce: colori, suoni, edifici, l’azzurro del cielo, una panchina, l’aria. Ma quando l’onda sparisce all’orizzonte, ogni cosa si ritrasforma in sabbia. Onda, sabbia. Onda, sabbia. Onda, sabbia. C’è un ritmo nella distruzione e nella creazione. Il battito del mio cuore.

Il fantasma sfocato della me stessa di ieri entra in un bar. Posa dieci euro sul bancone. Il suo cuore e il mio cuore aumentano il ritmo dei battiti. La frequenza dell’onda cresce in proporzione. Tornano le sensazioni, torna il dolore alla gamba.

Abbasso lo sguardo. Il Conte mi si è attaccato addosso come una sanguisuga. Ho visto in tanti film qual è il modo giusto per liberarmene. Quando il coniglietto diventa sabbia, prima che l’onda successiva lo ricostruisca, dipingo con il pensiero alte fiamme sul pelo cinerino.

L’onda si infrange sul Conte. I capillari dei miei occhi esplodono, il sangue invade i polmoni, il cuore si ferma.

Sono anch’io sabbia.

 

Un tocco umido alla guancia. Incontro gli occhietti carbone del Conte. Il coniglietto mi è salito in spalla e mi sta leccando. Preme il nasino contro il mio. «Ti ho detto che compiere Magie coscienti è faticoso» sussurra. «Potevi farti male sul serio.»

«Io…» Ho i muscoli rigidi, le mani strette a pugno. Distendo le dita, osservo i palmi sudati. Non ho desiderato un gelato, ho desiderato incenerire il Conte. Ho immaginato le fiamme avvolgerlo e non ho provato alcun rimorso. Volevo uccidere un coniglietto! Be’, una carogna di coniglietto, ma pur sempre un coniglietto. «Io… mi dispiace.»

Il Conte mi salta in grembo. «Non ti preoccupare, non è così semplice togliere la vita a qualcuno con la Magia. E sono orgoglioso che tu ci abbia provato, temevo di aver a che fare con una smidollata incapace.»

«Mi dispiace lo stesso.»

«Va bene, va bene, non fare la lagna.» Il Conte sfila dalla tasca dei miei pantaloncini il fazzoletto. Mi fascia la gamba, stringe il nodo tirando con i dentoni. «Alzati, dai. Andiamo a fare colazione, sarai affamata.»

 

Il chiosco ha appena aperto, ci sediamo ai tavolini. Il Conte aveva ragione: ho i crampi allo stomaco, come se non mangiassi da una settimana.

Ordino una brioche all’albicocca e una limonata. Sbrano la brioche in tre bocconi, e ne chiedo subito un’altra. Poi prendo due girelle, due bomboloni, una terza brioche, una coppetta di gelato preconfezionato alla stracciatella e un sacchetto di caramelle gommose ai frutti tropicali. Il coniglietto si accontenta di un bicchierone di latte.

«Cosa mi è successo?» gli chiedo.

«Hai cercato di usare la Magia. In pochi secondi è probabile che il tuo cervello abbia consumato più energie che non durante l’intero anno scolastico. Per questo devi essere in perfetta forma. Poteva venirti un infarto.»

Annuisco. Mi caccio in bocca una caramella al mango. Succhiare le caramelle mi aiuta a pensare. Il coniglietto parlante e questa fame assurda sono fatti incontestabili, ma la soluzione più semplice è che mi sia sentita male per ragioni naturali. Mi sono messa a correre la mattina presto, sotto il Sole, dopo essere stata morsa da un animale selvatico. Chiunque avrebbe avuto un mancamento.

Bevo l’ultimo sorso di limonata e mi rilasso contro lo schienale della seggiola. I giardinetti si stanno popolando: due mamme che spingono carrozzine e chiacchierano fra loro, una coppia di pensionati, un ciclista, un signore che porta a spasso il cane. Il titolare del chiosco ha acceso la televisione, dal baracchino arrivano le note della sigla di un cartone animato. Sailormoon, se non sbaglio.

Sovrappongo al paesaggio l’immagine del lago di sabbia nera. Hai cercato di usare la Magia. Che stupidaggine. Porto una mano alla bocca, per coprire uno sbadiglio. «Possiamo tornare a casa? Io non mi reggo in piedi.»

«No. Non abbiamo tempo da perdere, guarda qui.» Il Conte mi porge un foglio A4 spiegazzato. Lo distendo sul tavolino. Il foglio è coperto da macchioline nere, tonde; alcune sono poco più di un puntino, altre hanno il diametro di una moneta da due euro. Ci sono macchie slabbrate e altre dal contorno netto. Le macchie non sono distribuite in maniera uniforme: verso il centro del foglio sono raggruppate, ai bordi sono isolate.

«L’ho stampato questa notte con il portatile di tua madre» continua il coniglietto.

«Sei entrato in camera di mamma?» Se mamma avesse colto il Conte in flagrante lo avrebbe fatto arrosto, seduta stante, magia o non magia!

«Tu non hai una stampante, comunque non importa. Dimmi cosa vedi.»

Squadro il foglio da cima a fondo. Non ci vedo niente, a parte le macchie. Giro il foglio in verticale. In diagonale. Lo capovolgo. Distinguo solo macchie nere. Macchie nere… ma certo! Dev’essere quel test dal nome strano, quello dove bisogna dimostrarsi intelligenti individuando le forme nascoste nelle macchie.

«Vedo… uhm… dunque, qui delle farfalle, intorno ai fiori.» Sposto il dito a indicare più in basso. «Queste sono le ruote di un treno, di quelli vecchi, a vapore. E questo è il vapore.»

Il Conte sospira. «Non è un test di Rorschach, razza di svampita. È un’elaborazione NASA di immagini appena giunte dal telescopio Hubble. Gli astronomi impiegheranno mesi per scoprire la vera natura di queste immagini e quando capiranno sarà troppo tardi. Perché qui», il coniglietto muove una zampetta per racchiudere in un ovale le ruote del presunto treno, «non parliamo di stelle, pianeti, comete o asteroidi. Queste sono tracce di propulsione di motori sub-luce. Una flotta di navi da guerra è appena uscita dall’iperspazio e converge verso il Sistema Solare.»

Faccio scorrere il polpastrello lungo il profilo del bicchiere, per raccogliere le gocce di limonata rimaste appiccicate al bordo. Infilo il dito in bocca. «È grave?»

«La flotta punta a raggiungere la Terra. Per ucciderti.»

«Oh.» Sì, certo. Come no.

Dev’essere la solitudine. Dubito esistano molti altri coniglietti parlanti, il Conte deve sentirsi sempre solo. Isolato. Così per attirare l’attenzione si inventa queste storie strampalate. Si comporta allo stesso modo di un bambino piccolo.

«Tu non ti rendi conto» riprende lui. «Quando un Mago modifica la realtà, è come se lanciasse un sasso in uno stagno, le onde si propagano fino alle sponde. Ma le onde di una Magia non sono limitate dalla velocità della luce. Gli effetti si propagano in maniera istantanea. Nell’attimo in cui io sono apparso, le creature dell’abisso lo hanno saputo. E hanno ordinato ai loro servi di ucciderti. Non abbiamo molto tempo, secondo i miei calcoli l’avanguardia della flotta raggiungerà la Terra in dieci, dodici settimane.»

Riprendo in mano il foglio. Più lo studio, più mi appare chiaro che la risposta “treno a vapore + farfalle” è quella giusta. Però il Conte ha appena parlato con tale convinzione… Non era neanche un tono serio in maniera forzata, di chi stia tendendo la trappola di uno scherzo. Fisso il coniglietto e lui si affretta a pulirsi un baffo di latte. Sei un coniglietto paranoico o mi stai dicendo la verità?

«Devo discuterne con il mio ragazzo. Lui di queste cose se ne intende.»

«No. Non hai più tempo da buttare con i ragazzi o sciocchezze del genere. Meglio se te lo scordi fin da subito.»

«Lasciare Roberto? Non ci penso neppure. Anzi, adesso vado in Università a trovarlo.»

Il Conte mi guarda in cagnesco. «No.»

«Sì.»

«No.»

Mi alzo di scatto, rovesciando la seggiola. «E invece sì!»

Il brontolare in sottofondo della televisione si spegne.

È alle mie spalle e non posso vederlo, ma so che il tizio del chiosco si è girato verso di me e mi sta osservando. Afferro per la collottola il Conte. Con passo deciso mi dirigo al baracchino.

«Non che siano affari tuoi, ma lavoro in teatro.» Sbatto sul bancone il portafoglio. Le spille di Hello Kitty che ci ho attaccato sopra tintinnano. «Quanto ti devo?»

Coniglietto afferrato per la collottola

 

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38 Commenti to “Capitolo 3”


  1. La storia comincia a ingranare, anche se proprio non riesco a familiarizzare con ‘sto coniglio parlante. Un dubbio che mi è venuto: si può dire ‘più minuscoli’ o è un errore?


  2. Bello, anche poetico. I dettagli dell’ambiente sono efficaci. Mi è piaciuta molto la percezione di Silvia dell’onda che crea e distrugge l’universo.

    Un refuso: Giuro che se mi sveglia un’altra volta così lo vendo a circo! (manca un).

    Questa frase

    Ho il sospetto che alla festa di Angela abbia combinato qualche stupidata di troppo.

    la girerei così:

    Ho il sospetto di aver combinato qualche stupidata di troppo alla festa di Angela.

    Ciao!


  3. Belli il sogno e la tentata magia.

    Però ritengo che Silvia dovrebbe cominciare a credere a quello che le dice il conte. Intendo: se ti appare un coniglio parlante e scopri che non è un’allucinazione cominci a dargli retta, no?
    Almeno un po’…

    Ciaoz!


  4. Mi è piaciuto anche questo capitolo, la storia sta entrando nel vivo :)
    Le cose più belle secondo me sono il sogno iniziale (povere stelle!) e il tentativo di uccisione del Conte.

    Concordo con Angra sulla frase “Ho il sospetto che alla festa di Angela abbia combinato qualche stupidata di troppo.”, non è molto scorrevole.


  5. Molto bello, c’è della lirica in un sergente maggiore Hartman formato coniglio.
    Comunque, tornando alla questione sulle reazioni di Silvia: ho apprezzato da matti l’assenza di menate retard del tipo “è vero, non è vero, è un sogno, sto diventando pazza”, ma finchè un coniglio parlante ti dice che hai dei poteri magici sono capaci tutti a fare i fighi. Ora spero che il capitolo 4 porti in dono un po’ di sano panico riguardo la faccenda della spedizione punitiva delle astronavi aliene


  6. Due cosette da appassionata di corsa: se uno non è allenato non può iniziare a correre forte, deve andare piano, quasi camminare, o dopo cento metri si ferma, e non c’è coniglietto mannaro che tenga.
    Poi, dopo una corsa di solito io non ho fame, devo aspettare un po’… penso sia per via delle endorfine rilasciate dall’attività fisica.

    Poi vabbè, magari le sai già queste cose, o forse sono io che sono un caso a parte.

    Comunque bello, mi prende. Mi piace più di Haruhi, ma immagino che la tradozione italiana giochi un ruolo preponderante, in quel caso.


  7. La scena del sogno è molto bella :) L’atmosfera onirica è ben riuscita, è coinvolgente, l’idea di poter prendere le stelle è suggestiva. La scelta dei termini nella prima frase “Le stelle brillano tanto vicine che so di poterle catturare.” è molto azzeccata.

    Ho il sospetto che alla festa di Angela abbia combinato qualche stupidata di troppo. Questa però non la ricordo.

    Concordo con chi dice di girarla. Non so perché, ma questa stilla di coscienza spezza l’atmosfera. Almeno messa giù così.

    Dev’essere la solitudine. Dubito esistano molti altri coniglietti parlanti: il Conte deve sentirsi sempre solo. Isolato. Così per attirare l’attenzione si inventa queste storie strampalate. Si comporta allo stesso modo di un bambino piccolo.

    Questo è decisamente un commento da rimbecillita :P Con un coniglio che parla che ti dice che la Terra e la tua via sono in pericolo, non so, non credo ci sia molta gente che questionerebbe sull’infanzia difficile del coniglio in questione :P

    @Vale:

    Poi, dopo una corsa di solito io non ho fame, devo aspettare un po’… penso sia per via delle endorfine rilasciate dall’attività fisica.

    Be’, ma credo che Silvia abbia così fame perché ha tentato di usare la magia. Glielo spiega il conte Gozzini, che le dice che con lo sforzo che ha fatto per provare a fare una magia coscente ha consumato le energie di un intero anno scolastico. :P


  8. Sì, era un’impressione personale.


  9. @Kukiness

    Dev’essere la solitudine. Dubito esistano molti altri coniglietti parlanti: il Conte deve sentirsi sempre solo. Isolato. Così per attirare l’attenzione si inventa queste storie strampalate. Si comporta allo stesso modo di un bambino piccolo.

    Non saprei, come primo impatto mi è sembrata una reazione anche adeguata.
    Cioè, si, va bene, tu sei un coniglio parlante e io l’ultima dei maghi quantici, ma un’invasione aliena è assurdo! Te la stai inventando!
    In ogni caso credo sia una reazione valida una sola volta: se ora Silvia dovesse scegliere di credere al Conte il terrore nel prossimo capitolo sarebbe d’obbligo.


  10. @Angra. Sistemo il refuso. Grazie.

    @Wewec. Ti posso anticipare che il quarto capitolo sarà abbastanza tranquillo. Il panico inizierà con il quinto. E forse non saranno solo gli alieni…


  11. @Wewec: Citando i più vicini: ommioddio devo obbedirgli perché sennò mi morde il piede, i conigli mannari, il cloro velenoso, il test di Rorschach. A differenza di Laura, Silvia non è ritardata. Vero. Ma Silvia mi sembra indubbiamente stupida P:

    Decisamente meglio rispetto ai primi due capitoli ^^ se non altro per il bell’inizio, e perché la stupidità di Silvia è più divertente che irritante. Lo stile si mantiene molto scorrevole e gradevole, brava Gamberetta! :)
    Detto ciò, il giudizio complessivo non è buono. Soprattutto a causa dei primi due capitoli.

    IMHO ^^ il grosso problema è l’impossibilità di sviluppare empatia con il personaggio (il discorso che faceva Kuki): Silvia appare strafottente, egoista, irritante, e pensa come un’oca. E infatti, mi dicevo io: “Ma ha un ragazzo strafigo che è un fisico genialoide, com’è possibile? HA-HA! Aspetta aspetta… le possibilità sono due: o Silvia è una gnoccona, oppure Silvia ha qualche qualità nascosta che emergerà dopo!”
    Speravo ardentemente nella seconda, perché non riesco a seguire bereit le vicissitudini di un personaggio che trovo insopportabile.
    Speravo… ma poi…

    Silvia è antipatica, concordo. È voluto, ma andando avanti dovrebbe risultare meno fastidiosa (se non altro perché appariranno personaggi ben più sgradevoli di lei).

    D:
    Cioè, farla “risultare meno fastidiosa” consiste nel circondarla di personaggi ancora più fastidiosi?
    Mmm… beh, ecco a voi un esperimento semplicissimo che potete provare a casa: preparate il piatto che vi disgusta di più; che ne so, la minestra con gli asparagi a cubetti, la vellutata di carciofo, un panino al salame di rinoceronte, quello che volete. Prendete un pezzetto di cacca. Sgranocchiatelo, assaporandolo attentamente. Poi mangiate il piatto che vi disgusta.
    Sentito? Ora non è più così male! :D

    Poi. Silvia continua a sembrarmi troppo disponibile ad ascoltare il Conte, troppo passiva. La mia impressione (indubbiamente sbagliata) è che ci sia una gran fretta di far entrare gli avvenimenti nel vivo, a scapito della coerenza: è molto improbabile che una così (apparentemente) dannatamente egotica si lasci spupazzare come una cretina da un coniglio parlante, creazione della sua immaginazione o no. Stesso discorso sull’atteggiamento della madre di Silvia.

    Sulla scena con la madre in cucina puoi aver ragione: nel senso che la madre non comparirà più o quasi, lì era solo un momento di passaggio per introdurre il Conte in casa. Dovrebbe essere una scena divertente in sé.

    Sacrificare la coerenza per il divertimento è una pessima idea (che qui, tra l’altro, insomma… direi che l’arrivo del Conte a casa di Silvia è divertente come un tostapane, a confronto col resto). Non parlo di verosimiglianza: un coniglio può benissimo accendersi una sigaretta anche se non ha il daumen opponibile. Parlo di coerenza: tu hai dedicato alla Mamma una bella fetta di caratterizzazioni sia nei pensieri ocheschi di Silvia, che non fanno in realtà molto testo, sia, cosa più importante, in cose concrete. La fai parlare, le attribuisci pochi ma chiari atteggiamenti (i verbote), è la causa della montagna di peluche.
    La sua reazione all’arrivo di Grumo è troppo incoerente; se era solo un momento di passaggio per introdurre il conte in casa, potevi sostituire la madre con un gagliardo idraulico e, eventualmente, inserire una parentesi erotica nella narrazione; altrimenti fai muovere Mamma come un manichino che lava, stira, cucina, presta soldi alla sua irritante figlia: così non rischi.

    Parentesi. In tedesco: bereit = volentieri; daumen = pollice; verbote = divieti. Mi piacerebbe capire il perché di quelle parole giapponesi a muzzo per indicare cose perfettamente esprimibili con termini italiani :D


  12. @Scrocco.

    Cioè, farla “risultare meno fastidiosa” consiste nel circondarla di personaggi ancora più fastidiosi?
    Mmm… beh, ecco a voi un esperimento semplicissimo che potete provare a casa: preparate il piatto che vi disgusta di più; che ne so, la minestra con gli asparagi a cubetti, la vellutata di carciofo, un panino al salame di rinoceronte, quello che volete. Prendete un pezzetto di cacca. Sgranocchiatelo, assaporandolo attentamente. Poi mangiate il piatto che vi disgusta.
    Sentito? Ora non è più così male! :D

    Esempio crudo ma efficace. Comunque l’idea è più questa: prendi un romanzo dove sia protagonista un ladro. Magari ti è antipatico, non ti piace che il protagonista sia un criminale, hai difficoltà a identificarti con lui. Ora immagina però che nell’ambientazione tutti gli altri siano assassini. A quel punto il ladro non è più così spregevole, anzi, il fatto che lui solo non sia diventato un assassino lo rende subito un “buono” della specie più eroica.
    Qui è simile: Silvia è sgradevole, ma pian piano che si svelerà il contesto, potrebbe risultare molto più accettabile. Spero.

    La madre in cucina. Al di là del divertimento o meno della scena, la logica è che la madre consideri il Conte un fastidio minore che non avere Silvia che le rompe le scatole tutti i giorni per le vacanze (anche due volte al giorno). Non mi sembra un ragionamento così campato in aria. In ogni caso, dato che è una scena di transizione non di vitale importanza, non escludo di poterla cambiare. Ci penserò.

    Mi piacerebbe capire il perché di quelle parole giapponesi a muzzo per indicare cose perfettamente esprimibili con termini italiani :D

    Ci sono solo due termini giapponesi: uno è “manga” che ormai è entrato nell’uso comune e nei dizionari italiani. L’altro è “kawaii” che però non ha nessuna traduzione precisa: carino? deliziosamente carino? puccioso? È più naturale per Silvia pensare “kawaii”.


  13. Esempio crudo ma efficace. Comunque l’idea è più questa: prendi un romanzo dove sia protagonista un ladro. Magari ti è antipatico, non ti piace che il protagonista sia un criminale, hai difficoltà a identificarti con lui. Ora immagina però che nell’ambientazione tutti gli altri siano assassini. A quel punto il ladro non è più così spregevole, anzi, il fatto che lui solo non sia diventato un assassino lo rende subito un “buono” della specie più eroica.
    Qui è simile: Silvia è sgradevole, ma pian piano che si svelerà il contesto, potrebbe risultare molto più accettabile. Spero.

    Non è difficile immedesimarsi in un ladro. Non è difficile seguire le vicende di un assassino, di un pazzo, di un piromane o anche di un mostro, anche se come lettore non apprezzo che si rubi, trovo terribile l’idea che si uccida, non deliro, non do fuoco alle cose né tantomeno sono una creatura mostruosa :) Prendi ad esempio Notre Dame de Paris, di Victor Hugo, e il personaggio del giudice Claude de Frollo. È indubbiamente un uomo deviato, crudele, senza scrupoli, è qualcuno con cui una persona normale NON può *immedesimarsi* nel vero senso della parola, perché non PUÒ vivere il suo stesso strazio e la sua follia. Ma Frollo non è affascinante perché Febo è un vigliacco fedifrago o perché Quasimodo è un gobbo violento :P Frollo è affascinante perché è un bel personaggio, al di là del fatto che sia cattivo, che faccia cose cattive, che pensi in modo cattivo. Io posso immedesimarmi in Frollo perché riesco a *sentire* quello che prova: non è quello che proverei io, non è quello che potrei mai provare io, e il mio giudizio sul suo comportamento è “negativo”, ma lui come personaggio MI PIACE. Io posso non approvare che un ladro rubi, perché IO non ruberei, ma se il personaggio è un buon personaggio il fatto che sia un ladro non cambia, mi piace comunque, lo seguo comunque, voglio sapere che fine farà.

    Silvia non è antipatica perché litiga con sua mamma e allora il lettore dice “no, che capricciosa, basta, io non lo farei, che brutto romanzo”. Silvia è antipatica perché è un personaggio sgradevole. Alterna considerazioni molto intelligenti, anche brillanti, fa descrizioni di ciò che la circonda utilizzando metafore interessanti e lampanti, e il momento dopo esce con battute imbecilli che sembrano poste lì per far pensare che sia deficiente. È forse la narrazione in prima persona AL PRESENTE che rende fastidioso questo stacco, perché il presente dà l’idea di immediatezza, quasi di radiocronaca (anche se per questo ci sarebbe uno stile specifico, lo so, ma ogni scelta di carattere grammaticale/sintattico ha sempre un suo perché e una sua sfumatura). Ci sta quindi che Silvia dia le proprie impressioni, e ci sta anche che non siano dei fari di saggezza e intelligenza. Con questo non voglio dire che un personaggio, per piacere, deve essere per forza un genio, una persona brillante. Ma deve essere “interessante”, anche nell’essere un’idiota. Ho letto molte tue recensioni e mi sono trovavata d’accordo quando coglievi questa piccola sfumatura nei personaggi di diversi fantasy italiani, dicendo che il protagonista può anche non capire cosa sta succedendo, ma che spesso l’autore finiva per farlo sembrare un fastidioso babbeo.

    Il conte Gozzini mi piace di più. Lui si che ha un carattere “fastidioso” (è indisponente, è prepotente, pretende di sapere tutto lui…) eppure mi piace più di Silvia. Anzi, direi che mi piace e basta, è un buon personaggio. E che sia un coniglio parlante, che sia una copia pelosa del sergente Hartman, non me lo rende meno interessante. È fatto così, e piace così com’è, perché è strutturato bene.

    Ci sono solo due termini giapponesi: uno è “manga” che ormai è entrato nell’uso comune e nei dizionari italiani. L’altro è “kawaii” che però non ha nessuna traduzione precisa: carino? deliziosamente carino? puccioso? È più naturale per Silvia pensare “kawaii”.

    Mmmh, non credo che sia quello che Scrocco volesse intendere :) Ovvio che la parola giapponese “kawaii” non trova un corrispettivo perfetto in italiano, ma esistono parole italiane per rendere lo stesso concetto. E “carino” va più che bene, anche se non è la traduzione LETTERALE di kawaii. (c’è anche la parola kappa che è giapponese, tra l’altro) Manga è ormai è un termine che è entrato nel nostro uso comune, che conosco anche quelli che di fumetti non si intendono granché, ma kawaii? È oltremodo forzato. Chi è che pensa “kawaii”, in Italia, invece di pensare “che carino!” o “è adorabile!” o “è dolcissimo!”? I nerd del Giappone, tra i quali mi annovero, per carità. Ma pur essendo tra questi, non vado in giro a chiamare okonomiyaki le crepes o sakura i ciliegi o fuku le divise scolastiche. Sono parole che so e che se leggo in un fumetto giapponese ambientato in Giappone capisco: in quel caso hanno senso. Ma chi, chi, chi additerebbe mai qualcosa di carino definendolo kawaii, se non ha altri giappomaniaci – avrei potuto dire otaku :P – con cui fare scena? Se Silvia fosse stata descritta come una giappomaniaca, che litiga con sua madre perché per pranzo vuole mangiare sushi preparato con ingredienti venuti proprio dal Giappone, che spende centinaia di euro su internet per fare cosplay, allora riesco anche a capirlo: è un’esagerazione, è qualcosa di volutamente… strabordante e forzato, che ci sta bene. Ma così… è solo forzato. È come Alan D. Altieri che usa i termini in inglese nella prefazione di Sanctuary: che senso ha?

    Tu autrice sei appassionata di manga, e sta bene. Ma lo è anche il lettore? Riesce a capire il riferimento? È utile ai fini della caratterizzazione e appropriata nel contesto? Credo fosse questo che Scrocco voleva dire. Poi se Silvia si scoprirà una giappomaniaca, bom, tutto okay.


  14. @Kukiness
    Rispondo qua anche al tuo ultimo commento sul capitolo 1.

    Scusa, evidentemente avevo frainteso il discorso che facevi sull’antipatia di Silvia: credevo parlassi del suo essere una stronza, ma se ti riferivi all’altalenanza del personaggio allora ti do perfettamente ragione. Nello specifico, non credo che la narrazione al presente contribuisca ad accentuarla ( anzi, ho l’impressione che spesso mitighi il fastidio ), ma l’incostanza della protagonista è un dato di fatto; personalmente non me ne lamento ( provo intrinseca simpatia per una persona brillante un momento e ottusa l’istante dopo ), però questo è un mio gusto personale. Guardando invece la cosa obiettivamente, riconosco che le sue creste e depressioni di intelligenza vadano necessariamente motivate in qualche modo, o si corre il rischio di lasciarle battutine fini a sé stesse.


  15. Rispondo qua anche al tuo ultimo commento sul capitolo 1

    Ovviamente parlavo del commento al capitolo 2


  16. Beh,nulla da dire riguardo all’uso di kawaii…effettivamente una parola del genere un italiano senza cultura nipponica alle spalle non potrebbe capirlo ( oddio..poi, ora che ci guardo, alla fin fine anche lo zanichelli italiano-giapponese per kawaii da semplicemente grazioso,carino )
    Ma, a mio parere, questo problema è da porre in un romanzo in terza persona, dove l’impressione che si ha è che lo scrittore voglia usare un aggettivo in un altra lingua perchè:

    a) vuole fare lo sborone.
    b) vuole rubare attenzione ai nippomani.
    c) è un nippomane!
    d) evidentemente non sa scrivere…

    In questo caso, dove narratore e protagonista coincidono…
    nessun problema! Nessuno è realmente nella testa di Silvia, se a lei va di descrivere una persona-cosa-luogo anche con un neologismo, come ” è così smaccheramelloso!”[ dal GGG di Roald Dahl!] chi glielo può impedire? Lei pensa e basta, mica pensa a quello che deve porre ai lettori!
    Esempio…

    Finnegans Wake di Joyce! é un sogno, chissenefrega di onomatopeiche ,punteggiature, parole fuse insieme e magari parole anche alla cacchio di cane…sono simboliche, e sono partorite dal flusso di pensieri del protagonista.. che c’è di male? è così kawaii!!


  17. “un italiano senza cultura nipponica alle spalle non potrebbe capirlo”

    Credo che stiate parlando di me!
    In effetti fino a cinque minuti fa non avevo la minima idea di cosa volesse dire Kawaii. Io, considerato il contesto in cui si trovava la parola, durante la lettura l’ho interpretato come un modo strano di dire “figo”. Non ci sono andato troppo lontano, dunque! E devo dire che l’uso del termine mi è piaciuto: la protagonista è una ragazzina che sta narrando in prima persona le proprie avventure, non è poi così strano che essa usi termini in altre lingue … o proprio inventati di sana pianta. Da ragazzini si può sentire da un amico una parola che si ritiene “carina” e ripeterla poi in ogni occasione. Quindi un bel “kawaii” ci può anche stare, a mia opinione, basta non abusarne.

    Anche l’alternarsi di pensieri intelligenti e pensieri da oca da parte della protagonista a me non dispiace: è pur sempre una ragazzina non una persona adulta; ci sta che qualche volta pensi in modo “cretino”, altrimenti poi apparirebbe troppo adulta, per l’età che dovrebbe avere.

    Quello che invece non riesco a sopportare è il fatto che Silvia non reagisce in nessun modo ai soprusi del coniglio. Non ho capito: tu mi potrai anche mordere con i tuoi bei dentoni, ma rimani sempre un botolo alto 20 centimetri e ce n’avrai da saltellare su e giù, se vuoi salvarti dai miei calcioni! Anche il fatto che Silvia si penti subito di aver tentato di usare la magia contro il coniglio, la rende troppo remissiva: dopotutto lui l’ha morsa a sangue due volte nel giro di quattro – cinque ore! Se avesse almeno bruciacchiato un centimetro di una zampetta del coniglietto, potrei anche capirlo, ma in questo caso non gli ha fatto proprio nulla e non vedo che cosa la spinga a pentirsi. Della serie: se io litigo con un mio amico che mi strattona e cerco di prenderlo a pugni senza riuscirci, mi posso poi pentire del motivo del litigio, non di aver tentato di spaccargli la faccia (dopotutto un poco se l’era andata a cercare). Diversa cosa è se effettivamente lo prendo e gli faccio un occhio nero. Allora si che poi potrei pentirmi di quello che ho fatto.


  18. @ Conva:

    Mi sembrano due cose completamente diverse, senza offesa :) Nel GGG di Roald Dahl – così come nel Finnegans Wake di Joyce – la trama (e non-trama), lo stile, il lessico, la caratterizzazione dei personaggi e, per forza di cose, il loro modo di esprimersi, seguono uno schema ben preciso che al lettore è chiaro fin da subito. I personaggi di Dahl, non solo nel GGG, ma anche nella Fabbrica di Cioccolato, nell’Ascensore di Cristallo, negli Sporcelli… utilizzano spesso dei neologismi fantasiosi. Ma loro stessi, per primi, sono caratterizzati come bizzarri, estrosi, straordinari: sentirli parlare così non sorprende né infastidisce il lettore, perché l’atmosfera è quella. Se io ti racconto una fiaba piena di allegri folletti che vivono nella foresta e che si esprimono con aggettivi come “oh, ma questa cosa è proprio pignosa!” (oddio XD), non credo ti sorprenderebbe: l’atmosfera è corretta, i miei personaggi sono amene creaturine del piccolo popolo che si fanno gli scherzi sbucando dalla cappella dei funghetti… “pignoso”, è accettabile, è nel contesto, anche se non c’è traccia di esso sullo zanichelli.

    Così come nello stile dello stream of consciousness. Se io, scrittore, scrivo in prima persona dando al protagonista il ruolo di narratore, ovviamente avrò una narrazione soggettiva: questo però non mi giustifica se faccio errori grammaticali. “Eh, ma uno quando pensa mica li usa i congiutivi!” “Sì, ciccio generico scrittore X, ma tu sei J. Joyce e stai usando lo stream of consciousness o sei semplicemente uno che non sa gestire la narrazione della prima persona? :P :P”

    In questo caso kawaii è brutto. Non perché è una parola che non tutti capirebbero. A quel punto nessuno potrebbe più scrivere romanzi di guerra perché non tutti conoscono i nomi delle tecniche di guerriglia e non tutti sanno i nomi delle armi da fuoco e il loro funzionamento. XD XD No, è brutto e dà fastidio perché NON-HA-CONTESTO. È vero che uno pensa quello che vuole, ma qui Gamberetta non sta scrivendo il diario di un’adolescente cretina: ha scelto uno stile, ha scelto la narrazione in prima persona, una prima persona pulita, grammaticalmente corretta, niente stream of consciousness o altre bizzarrie che è meglio lasciare ai grandi e ai maturi a livello letterario.

    Kawaii è un termine che ha bisogno di contesto. Se Silvia ci fosse stata descritta come una otaku, allora il fatto che le venga più spontaneo dire “kawaii” ci starebbe anche bene: lei è una otaku, la sua caratterizzazione è quella, ha i poster dei cavalieri dello zodiaco appesi al soffitto, una libreria composta da tutti i manga dalla Rumiko Takahashi disposti in ordine alfabetico per casa editrice, ha un Gunblade in scala 1:1 appeso alla parete e una katana importata direttamente dal Giappone sul comodino. Benissimo. È quel tipo di persona che va in giro a dire a sproposito parole di un’altra lingua, perfetto. Ma Silvia non lo è. Se a Gamberetta piacciono i manga, sta bene, ma inserire un termine del genere così, a caso, è semplicemente… fastidioso. Non vuol dire niente. E non mi si può dire che “a Silvia viene più spontaneo dire kawaii”, perché nessuno mi ha detto, a me, lettore, che Silvia è talmente appassionata del Giappone e del giapponese da arrivare persino a PENSARE e ad esprimersi in quella lingua.

    Se avesse usato un termine inventato di sana pianta, come ad esempio “puccioso”, che non vuol dire un’emerita cippa, ci sarebbe stato meglio, perché Silvia è stata caratterizzata come un’adolescente un po’ frivola (be’, come tutte le adolescenti), con il cellulare all’ultima moda e via discorrendo. La terminologia da adolescente va benissimo. Mio fratello, per chiedermi “che cosa stai mangiando”, mi chiede “cosa stai squarzando” :D termine che avrebbe bisogno di uno studio filologico molto approfondito XD Sono parole da ragazzini, che quindi, in bocca ad una ragazzina, stanno bene. Kawaii non sta bene in bocca a TUTTE le ragazzine. In questo caso mi sembra messo lì solo per bellezza, niente più.


  19. @ Gianluca:

    ho letto adesso il discorso dei sensi di colpa :D Be’, dipende. Quando tu vuoi prendere a pugni il tuo amico, desideri UCCIDERLO? Secondo me, uno rimane un po’ sconvolto da venire sopraffatto così intensamente dal desiderio di uccidere. E bada bene che Silvia non ha fatto niente al coniglietto solo perché la sua magia è “fallita”, non perché non ci abbia provato. È diverso dal prendere a pugni. Se tu in un momento di rabbia cercassi di sparare ad un tuo amico e lo mancassi, se sei una persona sana di mente un istante dopo ti rendi conto di cosa avresti potuto fare. “Dio santissimo, ho quasi ucciso un uomo/cane/cavallo/coniglietto parlante”. Per una diciassettenne è un duro colpo :P


  20. Mah! Sul kawaii rimango dubbiosa. A me sembra un termine che è a un passo dal poter entrare nel linguaggio comune, come manga, perciò sono propensa a dargli una spinta. Non credo stoni nei pensieri della protagonista.
    Comunque il suggerimento di Kukiness riguardo all’accentuare il lato otaku di Silvia è un buon suggerimento. La storia del sushi mi piace, sarebbe molto da Silvia lamentarsi sdegnata che il sushi che la mamma ha cercato di cucinare con tutte le buone intenzioni non è all’altezza di quello che si mangia a Tokyo (ovviamente il fatto che Silvia non ci sia mai stata non inficia il suo ragionamento). Magari questa scena o un paio di battute che la ricordino la metto.


  21. @ kukiness,Gamberetta

    Beh, lo “smaccheramelloso” era poi solo un esempio, non volevo tirare troppo in ballo i neologismi visto che kawaii alla fine non lo è…
    Coooomunque…kukiness, hai ragione!Devo ammetterlo! ;)
    Sono ancora del mio parere però che se desidero usare una parola( nella mia testa poi!) la uso a prescindere del contesto…
    soprattutto dato dal fatto che Silvia è otaku, solo che non ci viene spiattellato all’inizio come farebbe uno scrittorino da quattro soldi…anche senza gli elementi che ha citato gamberetta ( il sushi cucinato dalla mamma..) era già ben chiaro che lo fosse ( kawaii in primis, poi il pupazzo del kappa…non credo che la trudy ne produca! Dev’essere molto ricercato.. XD)..
    Però in conclusione è vero…una mediazione tra i due opposti (il kawaii a secco e la profusione di aggettivi che la descrivano otaku) aiuterebbe anche chi pensa che Silvia abbia in camera un pupazzo a forma di lettera dell’alfabeto greco…Buon lavoro quindi!


  22. Veramente il fatto che Silvia è otaku (che deduco significhi appassionata lettrice di manga)il lettore non-otaku ancora non lo sa. Infatti per me “kawaii” potrebbe essere un tipico intercalare delle valli bellunesi, e il kappa un qualsiasi personaggio concepito dal merchandising internazionale, tipo un puffo o un ewok. Affinchè si sappia che Silvia è otaku ci deve essere necessariamente suggerito (non spiattellato), possibilmente in modo comprensibile non solo a un pubblico iperspecializzato.
    Ma: è poi così interessante che questa ragazza sia otaku? Cioè, rende il personaggio più ricco/interessante/sfaccettato/convincente ecc.? E’ come il fatto che lei ha un blog: avrà qualche rilevanza nell’intreccio, nell’agire del personaggio? Finora (finora) entrambe le cose sembrano più che altro decorative.


  23. @francesca

    certo,fino a questo punto non sembra rilevante che lei sia otaku( ma magari evolverà la cosa, chi lo sa!) ma chi scrive penso che abbia la piena libertà di caratterizzare il/la protagonista come vuole, anche se questo non andrà a pesare sull’intreccio della vicenda.

    é semplicemente una cosa in più che sappiamo di Silvia, come sappiamo che le piace farsi ( anche di questo non ci sono pervenuti maggiori dettagli, a parte i dubbi non appena vede il conte gozzini, ma potrebbe ancora avere particolari risvolti!)…

    ed é come se descrivessi un personaggio parlando dei suoi tatuaggi,dicendo che è patito per i tribali o roba simile, e che ne ha le braccia ricoperte: aiuterebbe a creare un immagine nella mente del lettore di questa persona, ma non necessariamente i tatuaggi devono influire sulla storia.

    Hai pienamente ragione, magari sono aspetti decorativi, ma se gestiti bene possono essere belle decorazioni.

    Quindi se Gamberetta deciderà di introdurre maggiori dettagli circa le sue passioni non vedo perchè non possa comunque essere otaku! ;)


  24. @Kukiness

    In effetti il tuo discorso sui sensi di colpa è giusto: mi chiedo però una cosa … Silvia DAVVERO è convinta che la sua magia sia in grado di incendiare – uccidere il coniglietto?

    In questo punto della storia non credo che Silvia pensi di possedere davvero un qualsiasi voglia tipo di magia: la vedo più propensa a credere che siano tutte fandonie del coniglietto.

    E’ come se io sparassi con una pistola che SO scarica: se non succede nulla è precisamente quello che mi aspetto, non ho assolutamente nulla di cui pentirmi, non poteva accadere nulla, se invece per qualche strano motivo parte un colpo e gli prendo una gamba – zampa, allora si che poi mi rendo conto di quello che avrei potuto fare e me ne pentirei.

    In questo punto della storia per Silvia la sua magia non è nulla: non l’ha mai usata (tralasciando quello che dice il coniglio) e non ne conosce le conseguenze, anzi ancora non dovrebbe sapere di averla (a mio avviso).

    Per il momento io mi aspetto una sua qualche ribellione fisica nei confronti del coniglietto, non magica!


  25. @Kukiness

    Per spiegarmi meglio: per come la vedo io, trasportato nel mondo reale è come se io pensassi intensamente di darti fuoco … se non succede nulla perchè dovrei sentirmi in colpa: è normale!
    Non ti ho “quasi ucciso”.

    Se invece ti si brucia la stampante allora mi scuso, non era mia intenzione! Prometto che non lo farò più :p

    PS: è solo un esempio, niente di personale *_^


  26. @conva.
    Tu citi il fatto che lei si fa: come fai notare già tu, questo è funzionale alla storia e regala a tratti spunti divertenti(Oddio, vedo conigli parlanti!sarò rimasta sotto?). E poi ci dice qualcosa sul personaggio. Ad esempio che ha una vena autodistruttiva. Che è un po’ incosciente. Che è anche un po’ “sfigata” (non usa droghe di lusso o da intenditrice: se non ricordo male, sniffa trielina!) e anche su questa si fida di quel che dice l’amica (quindi ancora una volta è una tipa un po’ superficiale).
    Io intendevo dire che allo stesso modo il blog e la passione per i fumetti giappi potrebbero essere “sfruttati” per dirci qualcosa sul personaggio suo o di altri, o per costruire spunti di trama e scene utili alla storia.


  27. @ Gianluca.

    Forse l’esempio della pistola non era il più azzeccato.Uhmme. Allora, mettiamola così:

    quando Silvia usa la magia, è vero, lo fa involontariamente. È effettivamente come se usasse una pistola che sa essere scarica. Ma la magia è un po’ diversa. La pistola scarica, o una di plastica, non possono sparare, ovviamente. Le sensazioni di una magia fallita, invece, sono molto diverse. Ciò che assale Silvia è molto più… intenso, in un certo senso. La sensazione è molto forte, le fa capire che sì, non c’è riuscita, ma che “avrebbe potuto”, che c’è mancato tanto così. Prima non credeva molto alle parole del coniglietto, ora ha vissuto sulla propria pelle una sensazione tale da farle capire che “qualcosa” sarebbe potuto succedere, qualcosa di spaventoso e di doloroso. Non è più come sparare con una pistola scarica o con una giocattolo, ma forse con una con solo un colpo nel tamburo :) Forse neanche questo esempio è corretto, scusa XD

    Quello che intendo dire, è che ciò che prova Silvia in quel tentativo abortito di fare una magia è terribilmente forte, è qualcosa che le suggerisce che non sono tutte panzane quello che dice il conte Gozzini. Magari ancora non ci crede al 100%, ma sicuramente ha capito sulla propria pelle che qualcosa sta succedendo. Per questo penso che sia naturale che si dispiaccia.

    È un pensiero incredibilme


  28. Ops, mi ha tagliato il post o.ò

    È un pensiero incredibilmente contorto, volevo dire :P Mi rendo conto di fare troppi giri di parole XD spero di aver reso l’idea, comunque capisco il tuo punto di vista.


  29. Salve.La storia fin qui mi piace.Molto oserei aggiungere.Ci sono però delle cose che non hanno senso.Come ad esempio il fatto che si possa cambiare qualcosa di esteso con il collasso della funzione d’onda che è un evento limitato nello specifico a corpi della grandezza di un fullerene od inferiori che vanno incontro ai fenomeni dell’interferenza e della decoerenza quantistica.La lettura è comunque molto piacevole(il coniglietto che fuma e terrorizza la protagonista è splendido).


  30. Ciao a tutti.
    Ho appena iniziato a leggere il romanzo e devo dire che fino a questo punto lo trovo piacevole.
    Lo stile è scorrevole, descrive bene lo svolgersi degli eventi e concede solo i dettagli necessari per far comprendere l’ambiente che circonda i personaggi, senza troppi “fronzoli” che rallentino la lettura.
    Per agganciarmi alla discussione sull’uso dei termini, io non credo che parole come “kawaii” o “kappa” disturbino la lettura, anzi. Però bisogna purtroppo ammette che, sebbene quasi tutti i ragazzi italiani abbiano visto un anime almeno una volta nella vita, non tutti masticano termini giapponesi di questo tipo.
    Io sento dire molto più spesso “fumetto giapponese” che manga, quindi non credo che il Kappa sia una creatura che possa essere riconosciuta dai più (ma forse è un problema della gente che conosco io, siete liberi di contraddirmi! ^__^! )
    Piuttosto, Gamberetta, a me fanno storcere il naso parole come “pertugio”, “palandrana” e “limacciosa” perchè non credo siano termini che rientrino nei pensieri di una ragazzina moderna, più interessata ai videogiochi che allo studio.
    Per ora le mie opinioni si fermano a questo capitolo, spero al più presto di poter leggere il 4.


  31. Ho trovato un probabile errore.
    Quando si parla dei giardinetti, li si descrive come un’ovale di verde. Però credo che Ovale sia maschile, e dunque si debba scrivere “un ovale”. Potrei sbagliarmi^^
    Scriverò le mie impressioni dopo aver letto gli altri capitoli, per il momento è appassionante anche se non amo il fantasy.


  32. @Artemis. Hai ragione, ovale è maschile. Ora correggo. Grazie.


  33. Scusate, avevo solo una domanda da fare: qualcuno mi sa dire cos’è un kappa? ç_ç
    And…
    Sono dell’opinione che l’”affetto” che Silvia prova per il coniglio sia assolutamente ingiustificato, quel suo preoccuparsi per lui e non reagire in maniera fisica alle sue torture. (io sono stata morsa, e a lungo, da mia sorella, quindi posso confermare che fa malissimo)
    Insomma, Silvia è egocentrica? E’ cattivella? Perchè sembra che tratti così solo le persone, mentre sia molto dolce nei confronti dei conigli… questo ha senso se alla ragazza piacciono, ma solo finché si comportano da tali. Se il coniglio si comporta come uno stronzo, ai suoi occhi dovrebbe sparire la carineria: a questo punto si nota l’intervento di Gamberetta, a cui piacciono i conigli, che fa uscire sempre l’animale vincitore. Ma insomma… Silvia dovrebbe reagire! E invece fa l’ameba… era un moto di coscienza quello che l’ha spinta a scusarsi per aver tentato di uccidere il conigliastro? Io, che sono cattiva veramente e non indurita dalle cattiverie del mondo, non avrei mai fatto una cosa del genere (al massimo, mi sarei rammaricata per non averlo bruciacchiato nemmeno un po’). Risultato finale: a me Silvia sembra, a conti fatti, una finta cattivella, di quelle che si trovano in giro per il Giappone. O come Gamberetta.
    Comunque il libro non l’ho scritto io, quindi è perfetto. Bona l’é.
    Scusate se è un post sconclusionato, ma sono stanca morta (sono le due… di notte!) ed ora vado…. iahuwwwn… a letto!


  34. P.S.: Trovo anch’io che la tentata magia sia stupenda. Un’idea fantastica! ^^


  35. Concordo con chi dice che Silvia in questo capitolo è troppo buona e sottomessa nei confronti del coniglietto, anche quando si sente così in colpa. Insomma… lui la aggredisce fisicamente facendole un male atroce, senza che lei gli abbia fatto niente… ma come si permette?^^” Non essendo lei nemmeno tanto buona…
    In linea generale però, come ti ho detto, il personaggio mi piace.

    La scrittura non è male, però qualche punto mi ha dato un po’ fastidio, come certe ripetizioni dove secondo me stanno male e sinonimi in altre occasioni in cui avrei preferito le ripetizioni.
    La trama è carina, divertente e incuriosice, anche se ho già letto il capitolo 11.


  36. Ma perchè le astronavi aliene sono sbucate dall’iperspazio ccosì lontano da lasciare il tempo alla protagonista di passare la fase a gironi e arrivare in finale?

    Non bastava arrivare sulla terra in un sol balzo e massacrarla?

    Ammazza quel coniglio del cazzo a calci, anche la più remissiva delle mie amiche lo avrebbe fatto arrosto.


  37. Molto, molto bello il sogno e la tentata magia.

    Per il resto, ho trovato in alcune parti una scelta linguistica forse troppo elevata per essere dal punto di vista interno di Silvia: nel sogno, riconosce che quella sopra cui sta il rospo è una nana bianca, quando nel primo capitolo dice di non capire nulla di quello che il suo ragazzo le dice riguardo la fisica, lasciando quindi ipotizzare ignoranza in campo scientifico.

    Dopo aver baciato il rospo, sta per “rigettare”: io credo che un “vomitare” sarebbe stato più immediato e vero.

    Al risveglio, “artiglio il lenzuolo”: credo che nessuno direbbe una cosa del genere. Poi, tutto il periodo “Dalla finestra…velo grigio che copre il mondo”. Da ciò che si è visto sinora, Silvia non mi pare la tipa da commenti del genere; un po’ troppo poetico ed elaborato.

    Al primo morso: caviglia “martoriata”; quando corre ha dolore “alle reni” – credo che il 90% della gente comune dica “ai reni”.

    E, la tentata magia: “i capillari dei miei occhi esplodono”. Credo che nessuno sappia che tipo di sensazione si provi quando ti esplodono i capillari, e quando ti capita non penso che capisci subito che è quello che ti sta accadendo :D.

    Forse, c’è una contaminazione di registro tra le descrizioni del sogno e della magia (davvero, complimenti) con questi altri momenti, che dovrebbero invece essere dal pov di Silvia.


  38. Avevo già commentato questo capitolo, ma torno alla carica per spezzare una lancia a favore dei termini in giapponese. Forse non faccio testo, dato che io il giapponese lo studio e sono abbastanza nippofila, ma non trovo che “kawaii” e “kappa” siano termini così tanto da otaku. Certo, non sono cose che posso dire a mia madre nella speranza che lei possa capirmi, ma per conoscerle basta essere, che ne so, attratte dalle cose carine, e Silvia lo è: ha tanti peluche, non può fare a meno di trovare il Conte tenerissimo anche se è un tiranno, ha le spillette di Hello Kitty a decorare il portafogli e un pigiama a fragoline, per non parlare di Masako, il gatto del suo telefonino, altro indizio a favore del fatto che, pur non essendo magari ossessionata dal Giappone, un po’ le piace e sa qualcosa. Ma anche se tutti questi particolari non fossero esistiti… Compri da internet un pupazzo e apprendi la dicitura “kawaii”. Vedi una puntata di un anime con un kappa e apprendi della sua esistenza. Andiamo, è cultura generale. Non serve essere espertoni e/o ossessionati per sapere alcune cose basilari. Kawaii è fisso in bocca a un sacco di persone che sono fondamentalmente convinte che Giappone e Cina siano la stessa cosa.
    Anche la questione “ma il pubblico non sa che vuol dire” non regge: è come se mi lamentassi di trovare termini tecnici in bocca a un professionista di un settore. Perché non so cosa vogliono dire. D’accordo, in questo caso non è gergo tecnico, ma è Silvia coi suoi pensieri. Non vi è mai capitato di essere a conoscenza di nozioni specifiche di cose che non sono per nulla il vostro campo? L’etimologia di un termine, magari, e siete idraulici, coltivate l’hobby del giardinaggio e per il resto dell’etimologia delle parole non ve ne frega una mazza. Vi rimproverate di essere poco credibili con voi stessi?
    Se uno non capisce cerca su internet il significato. Io lo faccio sempre. Oppure me ne frego, se non è importante -e non era importante sapere cosa fosse un kappa o kawaii. Davvero, non capisco sto stupore per una ragazzina moderna che conosce due parole giapponesi, manco avesse saputo operare il Conte a cuore aperto.
    Ultima cosa: il fatto che siano fuori contesto. Non è vero. Quelle due parole costituiscono il contesto. Silvia che nel diciottesimo capitolo dice di essere otaku e va a una fiera del fumetto potrebbe essere fuori contesto, non dei particolari (non gli unici, come ho già fatto notare) sparsi nei primi tre capitoli.
    Ho idea che ci sia un po’ di accanimento proprio perché sono parole giapponesi. Un po’ va di moda, ultimamente. Fossero state parole francesi il lettore avrebbe pensato “va’, a Silvia piace la Francia e studia francese con piacere” prendendolo solo come un lato del suo carattere.


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