Capitolo 1

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«La verità è che non vuoi mai che mi diverta. Pensi sempre a chissà cosa… e poi avevi promesso. Uffa!» Appoggio la schiena contro la parete; ficco le mani in tasca; con il tacco picchietto il battiscopa, dove so che è già un po’ scollato.

Sono tre cose che mamma non sopporta.

Il muro si regge anche da solo, mi ripete sempre. E poi: togli le mani dalle tasche. Il motivo? Mai capito, è una fisima cretina e nient’altro. Non devi sporcare i muri con le scarpe. Giusto. I muri, non il battiscopa. Se non ci vedi bene, comprati un paio di occhiali.

Ma la mamma non mi sta guardando. È intenta a rimestare nella pentola con un cucchiaio di legno; il tanfo di cipolle e asparagi impregna la cucina. Preparare qualcosa di commestibile mai, eh?

«Ho promesso che ci avrei pensato» dice, senza voltarsi. «Ci ho pensato e la risposta è no. Com’era no ieri e sarà no domani. Dobbiamo proprio discuterne tutti i giorni?»

E continua a mescolare come se niente fosse.

Quando ha quell’atteggiamento indifferente la odio. Dovrebbe incazzarsi e mettersi a urlare, lasciarsi sfuggire qualche insulto che possa rinfacciarle per mesi.

Lavorare sui sensi di colpa è l’ideale per ottenere ciò che si vuole. Come quando papà era appena andato via: mamma si era sentita responsabile per la separazione e io ne approfittavo il più possibile. Bei tempi quelli. Mi bastavano cinque minuti di capricci per spuntarla ogni volta.

Mi stacco dalla parete. Punto il muro di fronte, colpisco con la scarpa da tennis appena sopra il battiscopa. Tump! La scarpa lascia una mezzaluna di sporco sul bianco panna delle piastrelle.

«La risposta è no. D’accordo. Allora sai cosa faccio?»

Mamma sospira. «No, Silvia, non lo so.»

«Me ne vado da casa anch’io. Così sarai finalmente contenta!»

Lei stringe forte il cucchiaio. Lo ributta dentro la pentola. «Silvia! Non ti permettere di dire certe cose.»

Era ora. Gongolo.

«Altrimenti?»

Mamma si gira verso di me. Ha i capelli in disordine, la faccia arrossata, le occhiaie. Socchiude la bocca.

Altrimenti? Altrimenti? Altrimenti?

Riprende il cucchiaio. «Piantala di dire stupidate. E se esci cerca di tornare per cena. Non ho voglia di buttare via il risotto come lunedì scorso. Capito?»

«Va bene, va bene.»

 

Sul pianerottolo, il caldo di metà luglio mi assale. Passare dal fresco dell’aria condizionata all’afa del pomeriggio mi stordisce. Accosto la porta di casa senza ragionare. Un’occasione sprecata, penso, la mano ancora sulla maniglia. Avrei dovuto sbattere la porta, forte. Perché è un altro gesto che manda mamma fuori dai gangheri. Secondo lei bisognerebbe sempre accompagnare il battente. Come fossimo in un convento, o in biblioteca, o chessò io. Non vedo l’ora di compiere diciotto anni per andarmene da casa sul serio. Non sopporto più di dovermi districare tra mille stupide fisime.

Tanto per cambiare, l’ascensore è fermo quattro piani più sopra. Sono quelle care vecchiette dell’ultimo piano: sempre a chiacchierare, mai a muoversi. Sono capaci di tenere ferma la porta dell’ascensore per intere mezz’ore, in attesa che si raduni al completo la comitiva di rincitrullite.

Imbocco le scale, scendo i gradini a due a due. Il caldo è allucinante, non ricordo un’estate del genere da mai. I capelli si appiccicano sulla fronte e mi coprono gli occhi. Scosto una ciocca rosa; se continua con questo caldo mi rapo a zero. La maglietta si incolla alla schiena. Due rampe e sudo come se avessi infilato la testa nel forno.

Un gattino ruggisce.

Recupero il cellulare dalla tasca dei jeans. Masako, il micio che abita nel telefonino, ha occupato l’intero schermo. Tiene la zampetta sinistra alzata, gli artigli infilzano una busta. Sfioro con l’indice la busta e il messaggio sms si allarga a riempire il display.

Lo ha inviato Elena, il testo dice: “Tua madre?”

Mia madre, niente. È andata male anche oggi. Conto sulla punta delle dita le alternative che mi restano. Non sono molte. Potrei mendicare da papà: sarebbe facile convincerlo a darmi il permesso per andare in vacanza, e sono sicura che in più riuscirei a scucirgli un bel po’ di soldi. Ma poi mamma lo verrebbe a sapere. E allora, apriti cielo! Già mi vedo i mesi successivi a litigare per ogni minuzia, e sorbirmi prediche e autocommiserazione e rancore e una continua rottura di scatole. Non ne vale la pena. Non potevo nascere in una famiglia normale? A quanto pare no.

L’altra soluzione è fregarmene del permesso di mamma e partire lo stesso. Però non ho un soldo, e mi scoccia chiedere sempre a Elena. È imbarazzante. Se devo passare tre settimane a vergognarmi tanto vale andare alle Terme di Bontasco con la nonna, come tutti gli anni.

La nonna, vecchia spilorcia. Se sapesse dei miei problemi so già cosa mi direbbe: Cara, sei grandicella. Potresti guadagnare i soldi per le vacanze con qualche lavoretto. Io a quattordici anni lavoravo già al calzaturificio.

Sì, nonna, ma tu hai finito a fatica le elementari. Io studio, ho un ragazzo, devo gestire il mio blog: quando arriva l’estate non ho la minima voglia di mettermi a lavorare, chiaro? Piuttosto mi prendo un anticipo sul regalo di compleanno, tanto il numero del bancomat di mamma lo conosco. Non è rubare, se detraggo dai regali futuri.

Il gattino ruggisce di nuovo.

Ancora Elena, questa volta in voce.

«Allora, com’è andata con tua madre? Sei riuscita a convincerla? Io devo prenotare l’albergo, non possiamo organizzare tutto all’ultimo momento.»

«Niente da fare. La solita litania: non si fida a lasciarmi andare da sola se non è presente un adulto.»

«Ma io diciotto anni li ho compiuti!» protesta Elena.

«La mamma per adulto intende una persona responsabile.»

«Tuo fratello?»

«Figurati! Poi adesso che ha preso a lavorare continua a dire che vuole godersi le vacanze e andare in Thailandia o in Giappone o sa solo lui dove. Ad accompagnare me non ci pensa neanche.»

«Neppure per finta?»

«Non lo conosci. Non mi farebbe un favore a piangere. È un bastardo.»

«Però è cari–» La replica di Elena muore in un borbottio.

Masako è inquieto. Tra le orecchie a punta del felino scorre la scritta: “Rete non raggiungibile”. Sollevo il viso: come volevasi dimostrare. Sono nell’atrio e sopra di me è appollaiato un ragno metallico, un lampadario vittoriano. I bracci di ottone del mostro interferiscono con i segnali dei cellulari, ingarbugliano le frequenze o non so bene cosa. Ogni volta che si passa sotto il lampadario, le comunicazioni si interrompono.

Una sera Roberto – il mio ragazzo – ha cercato di spiegarmi perché succede questo casino. Mi ha persino mostrato una pagina di calcoli. Io ho accennato di sì con la testa, per farlo contento. Roberto studia fisica all’Università, ed è convinto che tutti siano dei mezzi geni come lui. Lui è il tipo che si diverte a risolvere problemi di matematica. Non capisce che alle persone normali non frega niente della termodinamica, della teoria dei numeri o magari di quell’altro tizio, Gödel o Goebbels o come si chiama.

Ma è un piccolo prezzo da pagare per avere accanto un ragazzo bellissimo, dolcissimo e intelligentissimo. L’unico ragazzo che mi ha sempre trattata come una vera principessa. Potessi passare con lui l’estate! Invece niente. Bloccato da giugno a settembre in Università, per star dietro a non saprei dire quale esperimento. Trascorre intere giornate in laboratorio, addirittura si ferma a dormire lì. Da settimane ci vediamo pochissimo, e spesso sembra distratto, sovrappensiero, quasi il dannato esperimento contasse più della sua principessa.

Impossibile.

 

Esco dal palazzo. In cortile, mentre percorro il vialetto verso il cancello, il cellulare torna online. Richiamo Elena. Non risponde. Mi stringo nelle spalle e rimetto via il telefonino.

Passo accanto al gabbiotto del portinaio. Il signor Belardi siede immobile. Gli ultimi capelli bianchi sono agitati dal flusso d’aria del ventilatore posato accanto a lui. Fissa inebetito la rastrelliera con le cassette della posta.

«Buon pomeriggio» lo saluto.

Lui non risponde, non distoglie lo sguardo, come se non mi avesse neanche vista. Meglio così: mi ricordo ancora quando due anni fa diede fuori di matto dicendo che cercavo di entrare nel palazzo senza essere inquilina. Mi inseguì armato di rastrello. La moglie convinse mamma a non sporgere denuncia. Alla fine l’assemblea di condominio non lo licenziò neanche.

Io voglio morire giovane. Non voglio diventare una vecchia idiota.

 

Mi chiudo il cancello alle spalle. La città è addormentata, intorpidita dalla canicola. Non spira un filo di vento. Nessuno per strada. I rumori del traffico sono così attutiti che potrebbero venire dalla Luna. Potrei essere l’ultima ragazza rimasta sulla Terra.

Se sono tutti morti soffocati dal caldo, spero in gelateria mi facciano lo sconto, ho giusto bisogno di un sorbetto al limone per rinfrescarmi le idee. Il posto più vicino è dalle parti di piazza Pisa. Sempre che non sia già chiuso per ferie.

Cammino per una cinquantina di metri, svolto al primo incrocio. La strada alberata si allarga fino a diventare un viale ornato da due filari di cipressi. Percorro viale Gozzini all’ombra delle fronde. Alla mia destra scorre l’inferriata verde oliva che protegge il parco di Villa Gozzini. La villa – una reggia su tre piani in stile liberty – si scorge appena, nascosta dalla siepe cresciuta intorno alle sbarre dell’inferriata.

Si dice che i Gozzini siano la famiglia più ricca della città. Se sono così pieni di soldi potrebbero assumere un giardiniere: la siepe è cresciuta senza controllo, come un tumore, e ha riempito ogni pertugio, fino a tracimare sul marciapiede. I più ricchi se ne fregano di aver allevato un mostro vegetale e mamma non vuole installare la parabola perché rovina il decoro del condominio. Proprio.

«Ehi, ragazzina.»

Una voce. Rauca, severa. Sembra quella del prof di Storia. Dio, mi manca solo di incrociare quel deficiente. In che anno è nato Napoleone, su, su? I professori del Liceo li scelgono tra gli ultimi in graduatoria per un posto da spazzino.

Mi volto. Dietro di me, nessuno. Il viale è deserto, tranne per un cane spelacchiato che aspetta alla fermata del filobus 51.

«Sì, proprio tu, ragazzina.»

Ma che diavolo… alzo il viso e incrocio lo sguardo con una coppia di colombi. I due sono appollaiati su un ramo bitorzoluto. Muovono la testa a scatti, in curioso sincrono. Hanno parlato loro? È possibile? Che razza di domande dementi mi pongo?

«Sono qui, in basso, a destra.»

Mi piego sulle ginocchia. Sbircio tra la siepe.

«Ancora un po’ più a destra.»

Verso destra le fronde si diradano, rivelano una chiazza di terreno invasa dalle erbacce. Tra felci e ortiche è seduto un coniglietto. Il pelo è corto, di color grigio cenerino. Le lunghe orecchie ricadono flaccide. Il musino è quanto di più grazioso abbia mai visto, peccato che sia atteggiato in una smorfia di disapprovazione.

«È una specie di scherzo?» chiedo al coniglietto.

«No» risponde lui, senza scomporsi.

Un coniglietto parlante, e non è uno scherzo. Sì, certo, e io ci casco. Dev’esserci dietro qualche buontempone che se ne intende di ventriloquismo. Ho sempre pensato che fosse necessario un pupazzo, ma forse funziona anche con i coniglietti. O forse ho davanti un peluche. Infilo una mano tra le sbarre e tocco con l’indice il nasino umido dell’animaletto. Lui si ritrae, infastidito. Se è un pupazzo si comporta proprio come un coniglietto vivo.

«Abbiamo parecchio da discutere, ragazzina» dice il coniglietto. «Ma prima ho bisogno di una sigaretta.»

«Io non fumo.»

«Imparerai. Adesso fammi un piacere.» Il coniglietto si porta una zampetta sotto la pancia, e tira fuori una banconota da dieci euro. «Vammi a comprare un pacchetto, d’accordo?»

Prendo i soldi. Frusciano tra le dita. Il coniglietto mi fa cenno con il musino di sbrigarmi.

«Vado» mormoro.

Cammino all’indietro, senza perdere di vista il coniglietto, finché le frasche non lo nascondono. Quando sparisce tiro un sospiro di sollievo.

Palpo la banconota, la osservo in controluce per verificare la presenza del filo di sicurezza. È autentica. Ho ricevuto una vera banconota da un’allucinazione? Oppure sto andando fuori di testa?

Non ti devi preoccupare. Non è come drogarsi o bere. Non ci sono effetti collaterali a sniffare la trielina. O la colla. O la vernice. Elena, se mi hai raccontato una balla, giuro che ti strozzo! L’ultima volta che ho sballato è stato due giorni fa. Possibile che ne subisca adesso gli effetti?

C’è un solo modo per saperlo.

 

Poso i dieci euro sul bancone. Il cuore rimbomba nel petto, come al primo appuntamento con Roberto. Il barista accetta i soldi senza battere ciglio. Mi passa il pacchetto di sigarette e qualche moneta di resto.

«Ecco qui.»

«Grazie.»

Rigiro il pacchetto tra le dita. Ho scambiato soldi immaginari per sigarette immaginarie? Se è tutta un’illusione, è ben complicata!

 

Ritorno davanti all’inferriata, mi chino verso le sbarre. Tendo il braccio in avanti, il pacchetto in mano. Sono giovane, non ci tengo ad avere già il cervello in poltiglia. Perciò non esistono coniglietti parlanti. Io non ne ho mai incontrati. Non esistono coniglietti parlanti, non esistono coniglietti parlanti, non esistono coniglietti parlanti. Non esistono coniglietti parlanti.

«Alla buon’ora.» Il coniglietto mi sfila il pacchetto dalle dita. Strappa l’involto di plastica trasparente con i dentoni, batte il fondo del pacchetto contro il palmo di una zampa, si porta alla bocca una sigaretta.

Allarga entrambe le zampette. «E il resto dov’è, ragazzina?»

Consegno le monetine. Lui le fa sparire sotto la pancia.

«Hai da accendere?»

«No. Ti ho detto che non fumo.»

Il coniglietto sbuffa. Fruga tra le margherite secche. Raccoglie un accendino di ferro, mezzo arrugginito. Lo apre facendo scoccare una scintilla. Accende la sigaretta.

Inspira a fondo. Le guance si gonfiano: sembra un criceto che ha appena nascosto in bocca una ghianda. Soffia via un anello di fumo.

«Ci voleva proprio.» Il coniglietto dà un altro tiro. «Dì un po’, ragazzina, abiti qui vicino, vero?»

«Sì.»

«Ottimo. Mi devi portare a casa tua, staremo più comodi. Vivi da sola? No, vero? Quanti anni hai?»

Ma da quando i coniglietti hanno l’abitudine di occuparsi dei fatti degli altri?

«Ho diciassette anni. Fra poco ne compio diciotto.»

«Ti ho chiesto quanti anni hai o quanti anni avrai fra poco? Quando ti faccio delle domande, gradirei risposte a tono. Dovrai imparare la formalità, è innanzi tutto una questione di dignità personale.»

Definizione di situazione assurda: essere in imbarazzo per colpa di un coniglietto parlante. Come si permette? Neanche fossi a colloquio nell’ufficio del preside.

«A proposito», continua lui, «io sono il quindicesimo Conte Gozzini. Puoi rivolgerti a me chiamandomi signor Conte o signor Conte Gozzini. Hai capito?»

«Sì, sì, non sono mica scema.»

Il coniglietto scuote la testolina. «Ripeto. Hai capito, sì o no?»

«Sì, te l’ho detto, ho capito.» Si può sapere che vuole?

Lui spegne la cicca contro un sasso. «Sì, ho capito, signor Conte Gozzini. Così avresti dovuto rispondere. Sei sorda o sei stupida?»

«Scusa, va bene? Ho capito, signor Gozzini, contento?»

L’espressione di disapprovazione sul musino del coniglietto non si attenua di una virgola. Mi fissa come se avessi appena mangiato arrosto suo fratello. Elena, se è tutta colpa della trielina, giuro che questa volta me la paghi!

«Lasciamo perdere.» Il Conte sfila dal pacchetto una seconda sigaretta. «Adesso rimani lì. Ferma. Faccio il giro ed esco.»

Con un balzo il coniglietto sparisce, celato dalle circonvoluzioni della siepe. Mi rialzo. Spazzolo via dalle gambe dei pantaloni polvere e foglioline. Controllo l’ora sul cellulare. Be’, posso aspettare.

Trascorre un minuto.

Due minuti.

Tre minuti. Un battito d’ali mi fa alzare la testa: la coppia di colombi vola via.

Quattro minuti. Il cane spelacchiato si allontana dalla fermata.

Cinque minuti.

Manca giusto il suono della campanella, e poi sarebbe come a scuola, al termine dell’ora di Latino. Non sei preparata e passi il tempo a morderti le unghie e a sperare che non ti interroghino. Alla fine, più hai sofferto, maggiore è il sollievo. Cinque minuti e non ci sono coniglietti parlanti. Non ci sono mai stati coniglietti parlanti. Perché io non ho il cervello in poltiglia!

Una sensazione di leggerezza mi invade il cuore. Tornerò subito a casa – al diavolo anche la gelateria –, e penso di scusarmi con mamma. Tutto sommato la prospettiva di andare in vacanza con la nonna non mi appare più così tragica. Meglio la nonna con le sue torte paradiso di Elena e i vapori di trielina.

Un peso preme sulla spalla destra. Giro la testa e scopro il musino del Conte a una piuma dalla guancia. Il coniglietto artiglia la maglietta.

«Che aspetti? Muoviamoci. Se c’è una cosa che odio è perdere tempo. Hai già scelto che nome astrale intendi usare?»

«Nome astrale? Io ho già un nome, mi chiamo Silvia.»

«Silvia. Bah!» Il coniglietto muove una zampetta, ad allontanare da sé il mio nome, disgustato. Voglio vederlo in faccia il prossimo che avrà il coraggio di dare a me della maleducata!

«Non si è mai sentito in seicentomila secoli che un Ma–» si zittisce di botto.

Dal fondo del viale ha fatto capolino il filobus 51. Risale la strada. Supera la fermata senza rallentare. Aumenta di velocità quando ci scorre accanto. La sagoma arancione rimpicciolisce all’orizzonte, nulla più di un miraggio tremolante.

«Stai sempre ben attenta a non dire a nessuno chi sono o che so parlare» riprende il coniglietto. «Potrebbero ascoltare le persone sbagliate, anche se persone non è il termine esatto.» Si accende la terza sigaretta. «Per il nome andrà bene Silvia. Per ora, almeno.»

Grazie tante! «Comunque siamo d’accordo, non dirò niente a nessuno. Anzi, figurati se raccontassi di questa storia a mamma, penserebbe che abbia qualche rotella fuori posto. Non mi lascerebbe andare in vacanza da sola neppure a trent’anni.»

Ragazza e coniglietto

 

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32 Commenti to “Capitolo 1”


  1. Carino! Ben scritto, divertente. Il coniglio mi fa morire :P

    Ci ho pensato è la riposta è no.

    La prima “è” dovrebbe andare senza accento.


  2. @Andrea. Hai ragione, ora correggo. Grazie!


  3. Comprendo che la presenza delle inferiate ti abbia impedito di figurarti l’odioso coniglio come un grosso pallone peloso e prenderlo a calci, ma non capisco perchè ti sia trattenuta dall’afferrarlo per le orecchie e minacciare di lasciarlo cadere in un tombino quando ti è saltato sulla spalla… (io l’avrei fatto).
    Per essere narrato in prima persona è davvero ben strutturato, e io l’ho trovato anche molto divertente… un’unica cosa mi ha lasciata perplessa: ma come fa il coniglio a tenere in mano il pacchetto di sigarette, sfilarne una e accenderla? Insomma, i conigli non hanno il pollice opponibile, e mi risulta difficile immaginare che possegga delle zampe abbastanza grosse o delle dita abbastanza articolate per riuscirci O_o


  4. Non l’ho ancora finito perché devo uscire tra qualche minuto, quindi ogni giudizio dovrà attendere. Comunque fino a dove sono arrivato ho trovato solo un piccolo errore (ma veramente piccolo, eh): “parabola” è un termine più adatto alla geometria e alla letteratura (le Parabole di Gesù). Se invece ti riferisci all’antenna, è più corretto dire “antenna parabolica” o semplicemente “parabolica”. Ma come ho accennato prima è una puntualizzazione spicciola. Un errore del genere mi stupirebbe solo se sentito da un ingegnere.


  5. Molto divertente ^^ Mi metto a leggere il secondo capitolo!
    Secondo me scritto meglio delle avventure di Laura :-)


  6. @Annalisa.

    Comprendo che la presenza delle inferiate ti abbia impedito di figurarti l’odioso coniglio come un grosso pallone peloso e prenderlo a calci, ma non capisco perchè ti sia trattenuta dall’afferrarlo per le orecchie e minacciare di lasciarlo cadere in un tombino quando ti è saltato sulla spalla… (io l’avrei fatto).

    È una cattiva idea minacciare il Conte Gozzini, come vedrai nei capitoli successivi. È un animaletto molto feroce.

    Per essere narrato in prima persona è davvero ben strutturato, e io l’ho trovato anche molto divertente… un’unica cosa mi ha lasciata perplessa: ma come fa il coniglio a tenere in mano il pacchetto di sigarette, sfilarne una e accenderla?

    Hai ragione ma per il Conte si applica una logica da cartone animato, altrimenti non potrebbe neppure parlare.


  7. Molto divertente e ben scritto. Quando il coniglio ha chiesto una sigaretta stavo morendo XD
    Comunque, in tutta sincerità, non è qualcosa per cui pagherei. Non ha nulla che non vada, ma non è il mio genere. Se il tuo intento (come con Laura mi pareva di aver letto) era quello di suscitare immagini colorate da cartone animato nella mente del lettore ci sei riuscita benissimo, ma io preferisco altri tipi di letteratura fantastica.


  8. Cavolo! Meglio della Troisi!

    Prendilo come un complimento, mi raccomando :p

    I primi due capitoli sono molto promettenti, purtroppo però un mezzo gamberetto marcio mi sento di dovertelo dare:

    Come ha già detto qualcuno, ho trovato “fastidioso” il fatto che il coniglietto (un mito! :) ) possa usare l’accendino. La tua risposta è stata che lo si deve prendere come un cartone animato, e che se è impossibile che un coniglio possa usare un accendino è altrettanto impossibile che possa parlare.

    Il tuo paragone, però, non regge perchè il fatto di poter o meno parlare è dato dall’intelligenza dell’animale e dall’insieme di corde vocali che esso usa per esprimersi. Questi sono due organi interni, non visibili se non si seziona il povero Grumo :p quindi io non ho problemi ad ammettere che quello che vedo come un normalissimo coniglietto possa avere al suo interno tutti gli organi che gli servono per parlare. Il fatto dell’accendino (e magari di altre azioni che potresti decidere di far fare al coniglietto), invece, riguarda l’aspetto esteriore dell’animale, che deve forzatamente avere delle zampe con pollice opponibile. Questo è un dettaglio, se ci limitiamo all’accendino, ma all’interno della storia, una simile caratteristica può diventare fondamentale (ad esempio, se il coniglietto possiede la chiave, è perfettamente in grado di aprire una porta, anche se chiusa). Quindi Se vuoi farmi accettare che Grumo possa usare un accendino devi descrivermi il suo aspetto esteriore, perchè io possa capire cosa è davvero in grado o meno di fare il simpatico animaletto.

    Per quel che valgono le mie idee, ti offro due semplici soluzioni per non incasinarti la vita successivamente:
    - Nel primo capitolo specifichi che il coniglietto passa l’accendino a Silvia, la quale lo accende ed avvicina la fiamma alla sigaretta tenuta dal coniglio. In tutti i capitoli sucessivi si può dare poi per scontato che venga applicata la stessa “tattica”.
    - Modifichi le cose in modo che Silvia, non solo accenda l’accendino, ma che accenda proprio la sigaretta al coniglio, tirando la prima boccata. In questo modo dai anche un senso alla velata minaccia detta dal coniglietto qualche riga sopra <> <> E poi credo che sarebbe interessante vedere la reazione di Silvia, alle continue richieste del coniglio di accendergli la sigaretta :D

    Sei liberissima di tener conto della mia critica, o di cestinarla, l’importante è che ti sbrighi a finire il prossimo capitolo! :D

    Ciao!
    Gianluca


  9. Ops … la minaccia a cui mi riferivo era “Io non fumo.” “Imparerai.”


  10. @Gianluca. Il Conte Gozzini non è un semplice coniglietto, è un animaletto magico. Perciò ha tutti i “poteri” che tradizionalmente sono attribuiti nei cartoni animati a tale figura (come appunto manipolare gli oggetti – puoi tranquillamente immaginarti che dietro le zampette pelose si nasconda un pollice opponibile). In ogni caso magari aggiungerò una battuta di dialogo nel Capitolo 2 per chiarire meglio.

    Poi, no, il Conte non si metterà mai a volare o simili. Però non avrebbe difficoltà ad aprire una porta con la chiave o mangiare il sushi con le bacchette.


  11. Ottimo inizio, ho apprezzato più di quanto non abbia fatto con le avventure di Laura ( e, per la cronaca, si: il fatto che la protagonista questa volta non sia Completely Retard aiuta ).
    Ora, il genere in sé non mi fa ne’ caldo ne’ freddo ( per quanto una parodia delle CLAMP sia sempre cosa gradita ), ma trovo comunque lo stile abbastanza valido da valere un ipotetico acquisto in libreria. Mi permetto piuttosto un appunto sulla scena dell’accendino: perchè il Conte Gozzini avrebbe dovuto chiederne uno a Silvia ( quando tra l’altro era già stato appurato il suo essere non fumatrice ) nonostante ne avesse uno a portata di zampa lì fra l’erba? E poi che ci faceva lì un accendino?

  12. castelloincantato

    piccolo errore: quando Silvia compra le sigarette il barista le da lo scontrino, per le sigarette non si fa lo scontrino.


  13. @castelloincantato. Vero. Adesso correggo. Grazie.


  14. A mio parere un coniglietto che si accende una sigaretta può benissimo essere compreso nella storia.
    Come verrà detto nei capitoli seguenti, non è forse Silvia che flette la realtà a suo piacimento?
    é la sua volontà che lo crea, perchè non creare un coniglietto con pollici opponibili,corde vocali, cannoni laser installati sotto lo sternocleidomastoideo? L’immaginazione mica ha limiti! ^-^


  15. sulla cosa dell’accendino per me non è un problema ma un’occasione persa, avrebbe offerto un polposo elemento weird

    mi spiego facciamo che ha le zampette di un comune coniglio le soluzioni sono due

    1
    muove le zampe con grande agilità sfila la sigaretta e la passa alla bocca con entrambe le zampe allo stesso modo prende l’accendino e lo appoggia a terra e po accende premendo il “grilletto” con una zampa mentre con l’altra aggiusta la posizione della sigaretta in bocca in modo da aspirare la fiamma con un paio di brevi boccate

    2
    gli oggetti che vengono manipolati dal conte si “attaccano” ai polpastrelli come se fossero manipolati da dita invisibili (opterò per questa)


  16. Buona la prima! :D


  17. Carino! Si legge tuto d’un fiato!


  18. Senti Gamberetta, anche io ho un blog… Che ne dici di uno scambio di banner?


  19. @Cesare. No, mi spiace. Ho deciso come politica generale di non mettere link permanenti sui Gamberi. E questo di Silvia non è un normale blog è solo una vetrina per il romanzo, al massimo qui posso aggiungere qualche altro sito che tratti esclusivamente di coniglietti.


  20. Ok, non ti preoccupare, comunque ho letto tutti e quattro i capitoli. Sei molto brava. Continua così! Aspetto con gioia il capitolo 5! ^-^


  21. L’unica critica che mi sento di farti è che la reazione di Silvia di fornte al coniglio parlante è poco verosimile. Hai cercato di descriverne lo stupore e il tentativo di negare a se stessa l’accaduto ma il risultato lo trovo poco convincente. Non ho esperienze in proposito ma immagino che una persona qualunque di fronte ad un coniglio parlante si allontani. La reazione più naturale dovrebbe essere crederlo un’allucinazione e sforzarsi di non interagirci.
    Forse dovresti dare una giustificazione: magari Silvia ha avuto qualche strana esperienza, in passato, che l’ha resa possibilista nei confronti del soprannaturale e poco incline cedere alla paura.
    Nel romanzo precedente la situazione era diversa: il gatto gigante è ostile, pericoloso….una persona normale non lo avrebbe ignorato ma avrebbe reagito proprio come la protagonista.


  22. Buon inizio. Apprezzo il cambio di stile, meno frenetico delle avventure di Laura, più godibile. Personalmente non vedo la necessità di dover dare una spiegazione ad ogni cosa: se leggendo accetti che un coniglio possa parlare e fumare, non vedo perché debba essere difficile accettare che possa usare un accendino. Il “come” faccia ad usarlo mi sembra davvero irrilevante.


  23. Francamente mi aspettavo di più. Ho seguito le tue recensioni e quelle sono scritte meglio, molto meglio. Sono più interessanti.
    Qui il linguaggio è molto semplice, tanto da sembrare una parodia del linguaggio parlato. Mi da l’impressione di masticare un osso sperando di trovarci una striscia di carne con un po’ più di sapore. E’ una storia vomitata, più che raccontata.
    Non mi è piaciuta.
    Seguirò contento le tue prossime recensioni – se mai riprenderai a scriverle.
    Un saluto e in bocca al lupo per tutto!


  24. Ho letto il primo capitolo e credo mi fermerò qui.

    La lettura e fluida e interessante, ma il soggetto non è che mi “catturi” allo stesso modo; direi che un coniglio che parla e fuma… non suscita il mio “sense of wonder”.

    A leggere le recensioni e poi il romanzo si ha la netta sensazione che puoi fare di meglio, di molto meglio.


  25. Ok, non posso dire che mi ha entusiasmato forse perché l’inizio è un po’ lento e tu, Silvia (per ora) mi sembri un personaggio troppo comune. Forse era meglio iniziare con una sniffata di trielina, o qualcosa del genere, anche se credo si voglia propio giocare di contrasto sul senso di quotidianeità della parte iniziale.
    Il coniglietto ovviamente cambia le cose e mi invoglia a leggere per vedere cosa succederà dopo.
    L’impressione generale comunque è che sia da tagliare e velocizzare un po’. Ad esempio per quanto riguarda il tuo ragazzo, Roberto, potresti lasciare solo un’anticipazione più breve: in seguito ce lo mostrerai per cui tantovale raccontare meno e velocizzare, imho.
    PS: per le sigarette spesso si fanno gli scontrini al bar, dipende dal che licenza ha l’esercizio.


  26. >>il tanfo di cipolle e asparagi impregna la cucina.
    L’odore può impregnare qualcosa di solido (la moquette, la tovaglia, i cuscini delle sedie) mentre la cucina è un ambiente. L’immagine che ne esce è sbagliata, secondo me. Silvia annusa gli oggetti della cucina per capire che sono impregnati? No, non credo proprio.

    >>Dovrebbe incazzarsi e mettersi a urlare, lasciarsi sfuggire qualche insulto che possa rinfacciarle per mesi.
    Questa frase è un gradino rotto. Non è sbagliata, ma è “ruvida”. Rileggila, e vedrai che rispetto al resto del testo non scorre per niente.

    >>Mi stacco dalla parete. Punto il muro di fronte, colpisco con la scarpa da tennis appena sopra il battiscopa. Tump! La scarpa lascia una mezzaluna di sporco sul bianco panna delle piastrelle.
    Perdonami, questa è una quisquiglia, ma che preferisco ugualmente indicarti. Secondo me quest’azione è poco credibile.la credibilità dell’azione è ai minimi storici. Hai mai provato a colpire il muro di punta con una scarpa da tennis abbastanza forte da ottenere un TUMP? Prova. Fa male.

    >>Mamma sospira. «No, Silvia, non lo so.»
    Mi ricollego alla frase precedente. Hai scritto che la mamma di Silvia si arrabbia ogni volta che Silvia sporca il muro. Ora Silvia COLPISCE addirittura il muro, e la mamma che fa? Sospira. Uhm…

    >>Sul pianerottolo, il caldo di metà luglio mi assale.
    Orribile costruzione, ma degustibus.

    >>Accosto la porta di casa senza ragionare. Un’occasione sprecata, penso, la mano ancora sulla maniglia. Avrei dovuto sbattere la porta, forte.
    Accostare la porta di casa non significa chiuderla. L’immagine che ne ho io, lettore, è quella di una porta che si socchiude, ma non che si chiude. Se Silvia ha ancora la mano sulla maniglia, le basterebbe un gesto molto semplice per far sbattere la porta. Mentre l’accostava non ragionava, ma adesso sta ragionando eccome, mi pare. E allora perché non la sbatte, se è questo quello che voleva?

    >>Non sopporto più di dovermi districare tra mille stupide fisime.
    La parola fisima l’hai già usata poco prima nel testo. Io la cambierei. “Fisima” non è una parola “invisibile”.

    >>Sono capaci di tenere ferma la porta dell’ascensore per intere mezz’ore
    Quindi per ore, no? Intere mezz’ore sono, come minimo, un’ora :D

    >>Imbocco le scale, scendo i gradini a due a due.
    Ehm, in verità i gradini si SALGONO a due a due. Scenderli a due a due è piuttosto pericoloso e poco credibile. Anche in questo caso ti consiglio di provarci.

    >>sarebbe facile convincerlo a darmi il permesso per andare in vacanza,
    Oddio che orrore. Questa frase secondo me è terribile, anche se ovviamente, è una questione di stile (in questo caso brutto).

    >>Già mi vedo i mesi successivi
    Magari sbaglio, ma non sarebbe più giusto “gia mi vedo NEi mesi successivi”?

    >>Se devo passare tre settimane a vergognarmi tanto vale andare alle Terme di Bontasco con la nonna, come tutti gli anni.
    Manca la virgola dopo vergognarmi.

    >>Se sapesse dei miei problemi so già cosa mi direbbe
    Sapesse… so… meglio variare un po’ il verbo, non trovi?

    >>Io devo prenotare l’albergo,
    “io” in questo caso è pleonastico.

    Scusami, mi fermo qui per ora. Nel caso, cercherò di leggere anche il resto, e di continuare nell’analisi. Se invece non gradisci, amen.

    Maria la Matta


  27. @Maria la Matta.

    >>Mi stacco dalla parete. Punto il muro di fronte, colpisco con la scarpa da tennis appena sopra il battiscopa. Tump! La scarpa lascia una mezzaluna di sporco sul bianco panna delle piastrelle.
    Perdonami, questa è una quisquiglia, ma che preferisco ugualmente indicarti. Secondo me quest’azione è poco credibile.la credibilità dell’azione è ai minimi storici. Hai mai provato a colpire il muro di punta con una scarpa da tennis abbastanza forte da ottenere un TUMP? Prova. Fa male.

    Certo che ho provato! L’ho fatto un sacco di volte. La brillantezza del tump dipende molto dall’acustica del locale e dal tipo di parete, ma comunque con un po’ di esperienza riesci a far rumore in qualunque situazione – senza farti male.

    >>Mamma sospira. «No, Silvia, non lo so.»
    Mi ricollego alla frase precedente. Hai scritto che la mamma di Silvia si arrabbia ogni volta che Silvia sporca il muro. Ora Silvia COLPISCE addirittura il muro, e la mamma che fa? Sospira. Uhm…

    Infatti anche Silvia è sorpresa/delusa che questa volta mamma non si incazzi.

    >>Non sopporto più di dovermi districare tra mille stupide fisime.
    La parola fisima l’hai già usata poco prima nel testo. Io la cambierei. “Fisima” non è una parola “invisibile”.

    “Le stupide fisime di mamma” sono un pensiero fisso di Silvia.

    >>Sono capaci di tenere ferma la porta dell’ascensore per intere mezz’ore
    Quindi per ore, no? Intere mezz’ore sono, come minimo, un’ora :D

    E se tengono ferma la porta per tre mezz’ore? Sono mezz’ore ma non sono ore. ^_^

    >>Imbocco le scale, scendo i gradini a due a due.
    Ehm, in verità i gradini si SALGONO a due a due. Scenderli a due a due è piuttosto pericoloso e poco credibile. Anche in questo caso ti consiglio di provarci.

    Non solo scendi i gradini a due a due, ma quando sei in fondo alla rampa e mancano tre o quattro gradini, ti pieghi sulle ginocchia e fai un gran salto. E il giorno dopo provi il salto da cinque gradini. Finché non inciampi e ti sbucci le ginocchia.
    È pericoloso? Sì. È stupido? Sì. È infantile? Sì. Io all’età di Silvia non lo facevo più. D’altra parte Silvia è un po’ stupida e infantile.

    >>Già mi vedo i mesi successivi
    Magari sbaglio, ma non sarebbe più giusto “gia mi vedo NEi mesi successivi”?

    Più giusto ma meno naturale come pensiero di Silvia.

    >>Se devo passare tre settimane a vergognarmi tanto vale andare alle Terme di Bontasco con la nonna, come tutti gli anni.
    Manca la virgola dopo vergognarmi.

    No, il pensiero è tutto un rant, una pausa lì ci sta male.

    >>Se sapesse dei miei problemi so già cosa mi direbbe
    Sapesse… so… meglio variare un po’ il verbo, non trovi?

    No. I verbi non devono essere variati per il gusto di variarli. Quella costruzione è la più naturale per esprimere il concetto esatto che volevo trasmettere. Se per esempio togli il secondo verbo: “Se sapesse mi direbbe”, togli l’aura di supponenza del “so già”. Lo stesso se lo sostituisci con verbi meno netti: credo, immagino, ecc. Stesso problema anche se con angolazione diversa per il primo verbo.

    >>Io devo prenotare l’albergo,
    “io” in questo caso è pleonastico.

    No, non lo è. È a sottolineare che io devo prenotare l’albergo anche senza sapere quando partiamo, non tu, eh. Tu stai lì a perder tempo.

    Scusami, mi fermo qui per ora. Nel caso, cercherò di leggere anche il resto, e di continuare nell’analisi. Se invece non gradisci, amen.

    Non funziona così. Se tu leggi e ti interessa, ti incuriosisce o per qualunque altra ragione ti piace, prosegui a leggere. Se non ti piace/interessa lascia perdere. Io non ho diritto a chiedere niente. Le critiche mi fanno piacere, e ti ringrazio del commento, ma se una persona non si diverte a leggere non è giusto che io insista.


  28. Tralascio il calcio al muro e le scale scese a due a due. Se nella tua visione è corretto e si può fare, non sto a sindacare. Certo devi anche convincere il lettore, ma questo rimane un tuo problema :p

    Resto dell’idea che la parola “fisima” ripetuta per due volte è pesante da digerire.

    Riguardo al ragionare per mezz’ore: nessuno direbbe “è rimasto bloccato per intere mezz’ore”. Tu hai mai sentito qualcuno dire una cosa simile? Se non è naturale dirlo, lo è ancora meno pensarlo.

    Dato che da quanto ho capito la frase “Se devo passare tre settimane a vergognarmi tanto vale…” è un flusso di pensiero, allora perché mai lo spezzi poco dopo? Così come è adesso suona male, secondo me. O meglio, suona come un errore di punteggiatura.

    >>Se per esempio togli il secondo verbo: “Se sapesse mi direbbe”, togli l’aura di supponenza del “so già”.
    A mio avviso non è il secondo verbo che devi togliere, ma cambiare proprio la frase. Però, come avevo già scritto, degustibus…

    >>Non funziona così.
    Purtroppo sì. Non riesco a leggere al computer per troppo tempo, è un mio limite :p. Devo andare avanti a pezzetti.
    Lo leggerò piano piano, per curiosità, ma ti risparmierò ulteriori commenti.

    Buon lavoro e bentornata!

    Maria la Matta


  29. La storia mi piace, la trovo molto interessante! Presto andrò avanti coi capitoli.
    Ciao!
    Taminia


  30. @ Silvia

    Ho riletto questo a primo capitolo dopo che Gamberetta ha postato un articolo sul romanzo Finch e sul suo incipit.

    La tua storia mi piace, lo sai, basta vedere i commenti che ho lasciato negli altri capitoli.

    Ora, però, devo dire che l’incipit non è un buono. Scritto bene, ovvio, ma poco interessante per essere di un romanzo science-fantasy.

    Una discussione tra una madre e una figlia dal pessimo carattere potrebbe essere l’inizio di romanzo di altro genere, senza problemi.

    Chi lo leggesse aspettandosi da subito qualche elemento strambo forse non andrebbe avanti.

    Detto questo i aspetto i nuovi capitoli. Quando ricominci?

    Ciao


  31. @???. Ti rispondo io.

    Per quanto riguarda i nuovi capitoli: non lo so, vorrei il prima possibile, ma non voglio fare promesse che non potrei mantenere.

    Per l’incipit: lo scopo è agganciare il lettore, se ci riesci la missione è compiuta. Se scrivi fantasy, inserendo elementi fantastici hai più possibilità di riuscirci (visto che è probabile che il lettore ti legga per quello), però non è necessario per forza che ci sia il fantastico nel primo paragrafo. Poi un romanzo ti lascia più margine di un racconto, almeno le prime pagine il lettore le segue.

    Ciò detto, sì, si può fare di meglio. Dato che ho rinunciato a narrare la storia in maniera lineare, è possibile che cambi anche l’inizio (per esempio mettendo il coniglietto che infila gli aghi nella testa di Silvia o il coniglietto che dice a Silvia che è una maga o altro), però ci penserò alla fine.


  32. È una piccolezza, però non capisco perchè il coniglio chieda da accendere a Silvia se ha già un accendino. Forse perchè è vecchio e arrugginito, e potrebbe non funzionare? Nel caso, forse il coniglio avrebbe dovuto fare un po’ di tentativi prima di riuscire ad accenderlo, magari commentando sul gas che è finito o cose simili. La scena sarebbe però stata più lunga, e forse il coniglio è semplicemente un rompicoglioni burbero :). Ah, e non ho letto gli altri commenti, e non so se è già stato segnalato – come non so se magari è già stato spiegato il motivo.


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